Basta con la società
Sulla via del ritorno da casa di mia madre, sul treno, ho ripreso a leggere dopo alcuni anni un libro, un classico degli anni ’70: “L’Anti-Edipo“ di Gilles Deleuze e Felix Guattari. Decisamente un libro anti-familista (come lo erano anche “La morte della famiglia” di David Cooper, certi scritti di Marcuse, di Laing… certi libercoli sulle comuni agricole e urbane). E’ un libro senz’altro sagace e un po’ paraculetto. Pure un po’ edipico e “neo-futurista”… Giusto per capire quello che andava di moda a quei tempi, c’è da osservare che si faceva un gran parlare di repressione e rimozione… Il freudo-marxismo imperante connetteva il personale al sociale criticando gli assiomi di un sistema da abbattere, quello capitalistico… insieme al suo sottoinsieme privato, la famiglia. Si inscenava la Rivoluzione, l’eterno presente del Desiderio… Per fortuna allora la “castrazione” (termine che trovo perentorio e per lo meno realistico, privo di ipocrite attenuazioni) era ancora una parola che aveva un senso e un diritto di cittadinanza testuale in psicanalisi (e oltre…). Ed il libro è pieno di “tagli” un po’ ovunque… Siano essi tagli di cazzi, cacca, segmenti, spazi istituzionali, territori, tempi, traffico, flussi, ecc…Quel che proprio non va più di moda delle agitazioni e dei tumulti di quei tempi assurti a paradigma di ogni contestazione ricorrente è il potere visto come repressione, oppressione, controllo. E’ ormai chiaro a tutti (anche dopo “Dimenticare Foucault” di Jean Baudrillard, vero requiem di un’epoca di grandi ingenuità ideologiche) che ogni discorso sulla Liberazione s’è rivelato come l’anticipazione di una nuova deterritorializzazione da riterritorializzare (per usare termini antiedipici), di una nuova terra di conquista, di una nuova opportunità (di sfruttamento, di cablaggio), di un nuovo programma di incentivi, di una nuova strategia del sistema per ripiegarsi su se stesso e fregare il rivoluzionario schizo (schizofrenico, ma per finta… si tratta di una colossale mistificazione, quella di Felix e Gilles, una politicizzazione impossibile del “limite”, della follia).
In altre parole ci si liberava del tutto dalle ancore patriarcali per consegnare l’individuo nudo e senza appendici familiari (che non fossero meri simulacri o fantasmi di un passato da far scomparire tra gli aratri, le cinghiate, i baffetti e le canottiere bianche) alle circuitazioni, sussunzioni e connessioni della macchina capitalista. In definitiva, si consegnava l’individuo al mercato (venduta la rabbia, venduti i gadget del Che, i dischi della psichedelia, i francobolli di LSD, le varie saghe del rockettaro Ribelle, i memoriali delle fabbriche occupate, i fallimenti delle esperienze comunitarie, il look floreale, l’amore libero, ecc, ecc…), il bio-capitalismo rendeva artificiale qualunque verità del desiderio, della libertà, dell’amore, libero o meno che fosse…Era già l’alba del punk. Di Johnny Rotten contro la Regina… E di quel punk, inteso come individualismo da spillette, di volgarità gratuite, di calcolate enterprise, che non è affatto morto. La realtà comincia a rumoreggiare col suo ron-ron di macchina erotica, sotto i codici belli e virtuosi della società e della morale… e anche la faccia plastificata e il sorriso (ammaccato alla Joker) dell’attuale premier precario è punkin un certo senso. I ruoli si confondono. Tra psicolabili e “psiconani”. Ruoli istituzionali che divengono amichevoli, erotizzabili… si qualunquizzano, per conquistarci dall’interno o per inorridirci fino all’accesso di follia.
Che siamo diventati? Fuggiti alle relazioni stabili, con divorzi e vite sentimentali caotiche… sfuggite all’obbligo di portar dote e sposarsi… Alla ricerca di un centro cittadino foriero di trasgressioni dionisiache, politiche e sessuali… Sfuggiti all’ingranaggio familiare (alla sua macchina molare) per cosa? Per diventare individui-mercato, il bersaglio (target) preferito delle pubblicità… Chi l’avrebbe mai detto che la trasgressione di Georges Bataille si sarebbe trasformata in “Lucignolo” su Italia 1? Deleuze sostiene che il Capitale (considerato un’astrazione che si fa soggetto) generi il problema e con esso, successivamente, la risoluzione, sia nevrotico, distribuisca colpe e trovi capri espiatori, lasci andare dei flussi deterritorializzati per successivamente riterritorializzarli nel suo corpo macchinico (sembra un paesaggio alla Matrix... e per certi versi l’Anti-Edipo è come un film di fantascienza…). Come dire: se fai un macello, se metti sottosopra la società o la tua coscienza, poi ci pensa papà-mammà a reintegrarti e a renderti funzionale… un “bravo figlio”, un “buon lavoratore”.Il punto è che ora non siamo in una società poi così dispoticamente patriarcale…
Anzi a dire il vero non c’è più la società (la più ingannevole delle mitologie rivoluzionarie o “di sinistra”), né vi sono gruppi, né amicizie, né amori… Sono tutti sussunti, raddoppiati, divenuti immagini di immagini, simulacri. I social network pullulano di groups, friends e spingono, spingono l’individuo a bastare a se stesso, splendidamente isolato, schermato, connesso, integrato e circuìto in un circùito integrato. Le tecnologie del sé sono molteplici. Anche la scrittura rivoluzionaria è una di queste (è un dato di fatto che “L’Anti-Edipo”, spacciato per libro terribile, è, nel suo genere, un best seller).
Dunque cosa fare? Come sfuggire a questa griglia che ci pervade e persuade, piuttosto che ingabbiarci? Che ci impone immagini e frammenti già predisposti all’incastro, come in un puzzle?Io ho suggerito di imparare a dissodare il terreno paludoso dell’immaginario, che parla una lingua vaga, blurred, sfocata… su cui nessun potere può aver presa certa… Forse la pubblicità può aver provato a giocare le sue sclerotiche figure retoriche su questo terreno… ma è impossibile disinnescare il potenziale delle analogie, delle onde portanti che formano i concetti, che ne spostano montagne.
La lezione è la libertà intesa come libera deriva, libertà dal consumo e dalla produzione alienata, fine dell’universalità e della centralità. Privilegio del futuro, dell’avvenimento, di ciò che risulta imprevedibile a partire da qual si voglia paradigma…
-getto nel mezzo della notte, che ci impone di roteare e disperdere, di accogliere e raccogliere. E di rispondere velocemente, come l’arciere che sa di essere il bersaglio.
Si potrà riprendere il cammino rivoluzionario quando si sarà rinunciato alla chimera della “società” per una relazione nuova tra individui, priva di qualunque illusione… quando gli eremiti metropolitani si incontreranno per discutere di dettagli che si riveleranno finalmente maggiori del Tutto.
Nel frattempo continuiamo a seminare s-ragionamenti, scoprire intensità e aprire le gabbie, ridisegnando nuove mappe immaginarie. Gettando alle nostre spalle questa schizofrenia capitale che dobbiamo imparare a scansare e mutare secondo nuove geometrie.
Nel momento della massima virtualizzazione della realtà, la guerra si gioca proprio sul piano immaginario… e prepara il terreno all’emergere della realtà, che a quel punto non si potrà più negare e contenere.








Delle madri e del disboscamento (la castrazione per la castrazione)
E poi vi è della gratuità nel modo di amare di una madre che sfugge a qualsiasi macchinazione edipica o anti-edipica, che è davvero più dell’umano, della sua presunta universalità… E mi meraviglio di essere più in pace con lei che con i "fratelli".
Questo mondo invece non ha capito un cazzo. E fa delle madri un doppio irritante e fastidioso. E’ lo stesso atteggiamento di chi se ne fotte del disboscamento del pianeta o della scomparsa delle specie o di ciò che non ha voce per esprimersi e protestare.
"Tagliamo, tagliamo!", dicono i "soci"… per migliorare i conti, per godere del taglio. Nel far questo, non sanno che stanno tagliando loro stessi, si stanno dando colpi di scure alle caviglie.
Questo non vuol dire che non si debba tagliare… ma che dovremmo avere la responsabilità di farlo, (essere "responsabili" non nel senso di "bravi figli", ma come di chi ha) la capacità di rispondere all’albero che non parla, alla caviglia che sanguina, ecc… Non si può tagliare per sradicarsi, per… fottersene… della gratuità, senza canalizzazioni e cesure, della vita. Solo per paura della terribile fusione con la Madre che ci renderebbe schizoidi.
Magicamente invece, per talea, tutto si rigenera. Si potrebbe cominciare altrove e senza il gusto esclusivo della castrazione/godimento.
Il "tutto indifferenziato" e senza taglio poi, può piacere a chi gode analmente… sul limitare che separa il Me dal non-Me… Ma questa è un’altra storia che potrebbe far parte di una "Introduzione al sesso anale", che però, per vostra sfortuna, non scriverò…
29 dicembre 2009 alle 13:41
Non c’entra un gran ché, ma per il papa, il motivo per cui la creazione della donna avvenne dalla costola di Adamo e non dalla sua testa o dai suoi piedi è che ”veniva formata non una dominatrice e neppure una schiava dell’uomo, ma una sua compagna”.
Senza sapere che, nell’originale ebraico, non era una costola, ma il "fianco" (tsela‘). E che "maschio e femmina dio li creò", come in figura… Di 1 fece 2.
Queste variazioni dottrinali sadomaso sono ispirate forse da qualche sito porno…
E questa allora?
Non è figlia di Eva…
30 dicembre 2009 alle 13:33
Questo post ha diversi spunti in comune col mio "Basta con la società", anche se vi sono presenti sottotraccia delle fastidiose pastoie metafisiche (società, fede…).
Proprio non riusciamo a non dirci quanto "siamo buoni"…
30 dicembre 2009 alle 16:55
Alcune questioni sincroniche e diacroniche…
Dimenticavo: le articolazioni primario/secondario e psicosi/nevrosi di Freud, immaginario/simbolico in Lacan, struttura/sovrastruttura in Marx, molecolare/molare in Deleuze, nei tempi attuali sembrano saltate… Baudrillard sospettò tra i primi che il primato della struttura economica, dei processi primari, fosse una simulazione… che l’esigenza produttiva stessa, la produttività, non fosse che una simulazione…
In parte questo trucco sovrastrutturale, seducente, fatale e catastrofico può sembrare vero (se non fosse che l’intera articolazione è una simulazione funzionale al sistema nel complesso)… La mia personale visione riconosce un’articolazione analogica/logica che però non genera (solo) segni (rappresentazioni, fantasmi immaginari o simbolici, primari o secondari), ma emboli, pezzi, schegge di realtà, come ho scritto nel post sulla psicanalogica e l’embolon. Dettagli che impediscono la vita organica e sistemica del corpo sociale, che ne bloccano le connessioni sociali, disperdendole… insieme con le identità che si prendono sul serio, che non si prendono per finzioni…
Per me non vi sono che finzioni tattiche e strategie che l’eterno presente desiderante o raziocinante, in cui ci si vorrebbe far vivere, disegna in contrasto con quelle (meno psicotiche, meno "umane", spaventate dalla vita) scolpite dagli e-venti, dalle geometrie del futuro, che tende a disgregare ovviamente un simile strapotere dell’infimo e del vile… di un presente-passato arroccatosi nella difesa di un indifendibile esistente.
Sostenere la levità del futuro-non-presente credo possa essere una specie di dovere morale di tutti i viventi… La chiamo anche "responsabilità". Una sorta di sensibilità profetica. Emergenza (eccezione, dettaglio, embolon, parte, periferia) che non permetta alcun rientro nell’alveo delle strategie di incorporazione e neutralizzazione del sistema e che ne impedisca la reazione. Nessun "emergentismo". Nessun titillamento della polizia o dell’esercito…
4 gennaio 2010 alle 16:15
Qui c’è un’intero pre-dibattito gratis in pdf sul biopotere, il comune e tanti argomenti interessanti trattati da Toni Negri & co.
Loro pensano che ci sia ancora una società… Nella parte analitica comunque non difettano particolarmente…
7 gennaio 2010 alle 15:12
Sul tempo, il privilegio del futuro ed altre dimensioni.
Scopro che Elémire Zolla, il complesso pensatore sincretico, alchimista e ultra-conservatore (ma davvero molto simpatico) che è stato, scrisse queste parole di fuoco contro i partigiani del futuro:
«Il reale è un bene e pienamente reale è soltanto il presente. Tuttavia chi guarda al passato può, se non fantastica, afferrare qualcosa di determinato. Soltanto chi guarda al futuro è esposto in pieno alla satanica irrealtà, al massimo di non-essere, perché il futuro è la temporalità schietta e irrimediabile, il luogo della speranza e del timore, l’ignoto, ciò che non somiglia affatto all’eterno, mentre il presente, se portato con rassegnazione o lodato, si illumina di indizi o primizie d’eternità. (…) l’Evoluzione, l’umanesimo scientifico e in genere le dottrine che inchiodino al futuro sono satanicamente incoraggiate: tema, avarizia, lussuria, ambizione sono radicate nell’avvenire, mentre la gratitudine e la lode sono volte al passato e l’amore è tutto presente».
Ne deduco quindo che sono sulla buona strada. E’ indifendibile la "Tradizione" che ci ha condotti sin qui. E il futuro, come io l’intendo, come un vento stellare, non prevede affatto l’avarizia o l’ambizione (e di certo non è un "umanesimo")… Ha più il senso di uno scacco, che ogni uomo, anche i mistici… persino Cristo ha dovuto affrontare. Lamma sabactàni! ("Dio mio, perché mi hai abbandonato?"). Il grido feroce di un uomo di fronte al suo annientamento…
Qui e nei post precedenti, The wreck (Mauro De Zordo), riflette sul tempo come presenza e su tutte le sue possibili grammatiche… partendo da "Ousia e grammé" di Jacques Derrida.
Ci sarebbe da pensare ciò che suggeriscono alla filosofia le moderne teorie della fisica quantistica o le scoperte dell’astronomia. Le diverse grammatiche di cui parlava The wreck mi hanno fatto pensare a piani dimensionali differenti… che il tempo è il contenitore vuoto , la condizione, dello spazio (e si contrae e si espande assieme ad esso…). E penso che non possiamo ben comprendere, ma solo intuire matematicamente o meno, qualcosa che condizioni lo spazio-tempo, come una quinta dimensione che condizioni gli eventi cosmici. Ma siamo davvero troppo piccoli (troppo modello standard) e abbiamo troppo poco tempo a disposizione per notare i cambiamenti micro- e macro-cosmici… L’uomo è a dismisura di tutte le cose.
Mia opinione è che le galassie siano come un gorgo d’acqua in un lavandino. E che dunque vi sia un buco. E che vi sia qualcosa dunque, solo in prossimità del suo annientamento. La nostra gloriosa vita sarebbe decadente… il brillìo finale di una colossale entropia.
E vedo questi buchi neri come l’imbastitura di un tessuto… che apre a nuove dimensioni. A nuove catastrofi… E noi abbiamo bisogno di quiete per vivere, non di continue esplosioni stellari o planetarie…
Noi intanto capiamo chiaramente solo le quattro dimensioni in cui ci muoviamo (x,y,z e t). Anche se, ogni tanto, qualche errore nella teoria ci rivela la mise en abyme in cui vaghiamo con nonchalance.
Il probabile errore è derivato dal concetto di "punto". E dal sottovalutare lo zero… questi immensi spazi vuoti che sembrano prevalere, rispetto a quel qualcosa, cui siamo aggrappati come il muschio ad un sasso.
La Kristeva suggeriva il salto da 0 a 2 bypassando l’1. Io non so che dirvi… Provate a pensare a ripiegare tutti gli spazio-tempi possibili (luce inclusa)… ne esce fuori un disegno? La distribuzione delle galassie nel cosmo segue una logica? Ci può interessare?
Quel che so è che viviamo sul ciglio di un burrone. Siamo l’effetto di un ristagno. E ci consideriamo ancora il centro e la misura di tutte le cose! Che penosa presunzione…
Saremmo un evento. Fuori presente, fuori presenza. Gettato dal futuro. In questa terra di nessuno che noi recintiamo e chiamiamo presente, presenza. Ma è un imbroglio per non urlare di dolore da mane a sera (e la realtà sarebbe questa…).
20 gennaio 2010 alle 13:38
Errata corrige: Ovviamente gli "spazio-tempi" del commento precedente erano gli "spazi-tempo"…
20 gennaio 2010 alle 14:25
Il futuro
"The past is now part of my future,
The present is well out of hand".
(da "Heart and soul" di Ian Curtis dei Joy Division).
Provo a tradurre:
"Il passato è ora parte del mio futuro
il presente non è affatto a portata di mano".
Il futuro pare essere davvero distruttivo, sì (come dice Zolla). Considerato che il ragazzo si impiccò di lì a poco… E’ da notare come nessun filosofo si sia occupato del futuro in quanto tale, come dimensione anomala del tempo. Liquidato da Aristotele, Epicuro, s. Agostino come inessenziale, come un non-essere… recuperato in una dimensione escatologica e finalistica dal cristianesimo, da Hegel, Marx, etc… sognato dagli utopisti e dagli apocalittici di tutte le ere… è stato ad ogni modo ingabbiato in una dimensione ontologica, che non gli è propria, evidentemente.
Interessante il ribaltamento di prospettiva, che squilibra tutte le simmetrie, i passati sedimentati, le armonie, le geometrie… Quel-che-sarà non si sa ma diviene tutto ciò che conosciamo. Se ammettessimo con Spinoza un ordine necessario, nel suo sguardo impossibile sub specie aeternitatis, allora forse vi vedremo una cosmica assenza di libertà, un determinismo da orologiai, che può far pensare ad un Dio-Macchina. Io vi vedo invece una libertà assoluta, nel senso che è sciolta persino dall’ontologia e dalle care forme, cui siamo legati per timorosa abitudine più che per scelta.
E’ la stessa cosa che affermare (come ho fatto) che l’io sia come un bersaglio convinto di essere l’arciere. Ecco: il presente-passato è l’arciere che pensa di "penetrare il futuro" (come dice Bergson) e andare a bersaglio… quando invece è la freccia-a-bersaglio (il futuro) che trapassa l’arciere. E’ l’arciere ad essere invaso (ed invasato) delle tecniche e delle forme generate dal fine (la freccia-a-bersaglio). Così come il gatto-in-posizione-iniziale non precede il gatto-in-posizione-finale, ma è il contrario. Diversamente il gatto starebbe fermo. Insomma Aristotele ha ribaltato la questione potenza-atto. La fine di un moto non è essere-in-atto, ma essere-in-potenza… ed è condizione che sembra generare dinamiche studiabili secondo leggi, ma solo in apparenza… poiché se il passato appare imbrigliabile, il futuro non lo è. Possiamo prevederlo, assecondando in questo la sua natura in potenza. Ma non è detto che sia così come lo potremmo conoscere in virtù del nostro passato, della nostra esperienza, del nostro vissuto. Questa incertezza lo rende poco interessante agli occhi dell’universalismo e dell’ontologismo dei filosofi… del loro ammuffito interesse per la staticità, la struttura, gli aspetti invarianti degli eventi. Quando invece l’interessante è proprio l’eccezione inspiegabile, il caso fortuito, l’evento imprevedibile…
Né il futuro può essere imbrigliato dalle scienze, divise nelle varie discipline del presente (insieme ai lavori che vi corrispondono) proprio per minimizzare gli "urti" del caso fortuito, delle asimmetrie, dei neutrini sfuggenti, dei geni impazziti… Le scienze si riparano dall’oggetto (o dal fantasma dell’oggetto) del loro studio.
Qui si parla del futuro che invade il presente-passato, non del presente-passato che penetra secondo costume positivista un futuro già previsto, la sua immagine passata… il futuro anteriore… ciò che sarà stato.
E’ come se l’aldilà dello specchio anticipasse i nostri movimenti. Siamo la caricatura del nostro riflesso. E questa caricatura presuntuosa la considerano cosa nobile e degna di interesse.
Procediamo a ritroso (a compilare le nostre azioni, i nostri pensieri le nostre parole) a partire dai fini che di volta in volta emergono.
Sottintendo che per me il pensiero è movimento in un ambiente virtuale… in cui ci muoviamo come in quello reale (mediante immagini sensoriali che divengono idee e concetti astratti, che si generano, e solo alla fine vengono inquadrati in una griglia, catalogati… ma è un’attività poliziesca e infeconda che mi interessa relativamente).
Mi si potrebbe obiettare che il futuro di cui parlo sia già passato. No, per il suo carattere imprevedibile e incerto. E aggiungo: non è l’immagine della posa finale del nostro movimento a generare il movimento, ma la stessa posa finale a sollecitarne l’immagine nella nostra mente. L’interiorità non è che questa apertura.
21 gennaio 2010 alle 17:49
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