videomaker, fotografo, musicista e sound-designer

Addio Salvo…

“Tocca a tutti il bel gioco lasciare
senza pianto nè traccia di
sé”
Salvo Salviati

(Salvo Salviati, “Qui un giorno”)

…per me rimarrà sempre l’amico “dinamitardo” autore dell’esaltante e luddista “Beppino e la Draga”. Avrei dovuto incontrarlo… Ma il destino ha avuto la discrezione di impedirlo. Quel  che mi colpiva è che nonostante la sua età aveva ancora tanta voglia di comporre, suonare… e imparare le nuove tecnologie digitali di registrazione. Salvo Salviati ha scritto nella sua vita mirabili nonsense e ballate jazz strampalate. Lo pensavo come il capo del gruppo TNT di un noto fumetto, Alan Ford. E m’ha ispirato anche un brano scritto l’anno scorso per Ugo Innamorati, “L’evasione”, in cui immaginavo un’improbabile evasione da un carcere… in quella canzone i Supersenior, in versione inglese, morivano uno dopo l’altro. Lui l’ho fatto dissolvere ad Atlantide, un luogo in cui era felice… e libero. Un toscanaccio come lui non può prendere le cose troppo sul serio. E mi dispiace che abbia dovuto confrontarsi con questo spiacevole incidente che è la morte.

Di lui ho arrangiato alcune  composizioni (nel disco “Dalla vita in su” dei Supersenior)… Ecco “Beppino e la draga” (S. Salviati – V. Mele).

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8 Risposte

  1. valeriomele

    Ecco due poesie di Salvo:

    Pittore o scrittore?

    Quando m’annoio e non so cosa fare,
    mi vien la voglia di piglia’ ‘r pennello
    e dipingere tutto ciò che è bello
    e disegnare quello che mi pare.

    Sento frullarmi storie nel cervello
    ed ho voglia di scrivere un racconto,
    anzi, per un romanzo son già pronto:
    un romanzo d’ambiente, asciutto e snello.

    Cerco l’ispirazione e non la trovo;
    cerco i colori: mi si son seccati!
    Così per tutto il giorno non mi muovo

    e i miei progetti sono rimandati.
    Ormai è tutta la vita che ci provo.
    Basta. M’annoio senza surrogati!

    ____________________________

    Ave Caesar, morituri te salutant!

    Un po’ alla volta se ne van tutti di qua,
    lasciando affetti, effetti e civiltà.
    Sian poveracci, ricchi, belli o brutti, chissà
    cos’è che li convince ad andar di là!
    Se il ricco non fa il ricco, muore come un travet,
    se muore il poveraccio e muore il Re,
    grida l’Ambasciatore: “Muore l’Imperatore!”
    e dopo crepa anche l’Ambasciatore.
    Poi muore il Finanziere, soccombe il Ragioniere,
    schiantano il Rotariano e il Giardiniere.
    I Generali, in genere, non muoiono in battaglia.
    Con il Soldato, invece, non si sbaglia.
    Si spezza l’Impiegato, invece il Pensionato
    di regola finisce disseccato.
    Ammira l’Ammiraglio, mentre muore per sbaglio
    (non si trova a suo agio in un naufragio).
    Coerente l’Uomo Di Mondo che va nell’altro mondo
    col frac e lo sparato: s’è sparato!
    Ed un Calcolatore che non ha calcolato
    che un calcolo l’avrebbe assassinato.
    E muore dal gran ridere un famoso Umorista,
    ma proprio mentre muore si rattrista.
    Muoiono i Dirigenti (e tutti son contenti),
    muoiono gli Operai (ma questo non lo sai).
    Ogni morte di papa muore un Papa,
    ma ogni volta che un Papa in Paradiso sale
    nasce (miracoloso!) un Cardinale.
    Stranamente allettati muoiono gli ammalati.
    I Sani se ne van motorizzati.
    La Vedetta Lombarda un minuto non tarda,
    ed ogni giorno cade a mezzogiorno.
    I Mafiosi, festosi,
    si tendono gli agguati
    e si stendono poi morti ammazzati.
    Muoiono gli Ignoranti
    e muoiono anche i Dotti,
    ma l’unico immortale è l’Andreotti.
    Muoiono i furbi e muoiono i coglioni.
    Anche quelli che votan Berlusconi.

    8 aprile 2008 alle 20:36

  2. valeriomele

    Questo è il testo della canzone “Beppino e la draga”
    _________________________

    Beppino era l’operaio della draga,
    quella che il fiume scava
    e porta su la sabbia.

    Beppino tutti i giorni la curava.
    Quella nel fiume andava,
    e carica di sabbia ritornava.

    Ma un giorno, il buon Beppino
    purtroppo si ammalò.
    E la draga, fu destino,
    quel giorni si guastò.

    E Beppino fu costretto
    a buttarsi giù dal letto.
    Corse al fiume trafelato,
    nella sciarpa infagottato.

    E mentre il macchinone controllava,
    sentì che una vocina lo chiamava…

    «Beppino, Beppino…»

    «Chi è? Chi è? Chi è?»

    «Siamo i carrelli della draga,
    stufi d’andar nel fiume:
    c’è umido, sudiciume…
    Basta! Nel fiume più.

    Vogliamo andare su per aria,
    tra i fiori, con gli uccelli.
    Digli alla cinghia che i carrelli
    in fondo al fiume non ci vanno più.»

    E Beppino, meravigliato, si provò a parlare alla cinghia…

    «Ma cosa vogliono questi carrelli?
    Vivono alle mie spalle…
    Ma raccontino meno balle,
    e poi vadano pure in su!

    Anch’io son stufa d’andare nell’acqua.
    La ruggine m’affligge.
    Ma chi comanda qui son le pulegge.
    Me non m’ascoltano: chiediglielo tu.»

    E Beppino, sempre più meravigliato, girò la domanda alle pulegge.

    «Ma che s’è messa in testa la cinghia?
    Le girano i bulloni?
    Certe rivoluzioni
    ormai non si fanno più.

    L’ingranaggio comanda.
    Noi siamo solo povere pulegge
    e dobbiamo obbedire alla legge.
    Agli ingranaggi chiediglielo tu.»

    E Beppino, ormai stordito, si rivolse agli ingranaggi.

    Così risposero gli ingranaggi,
    parlando insieme fra i denti:
    «Che pulegge esigenti!
    Son due zitelle, si sa.

    Noi lavoriamo in gruppo.
    Siamo tanti, tutti incastrati.
    Dal motore siam comandati.
    Ci rompe i denti, se non gli obbediam.»

    E Beppino, un’altra volta, si rivolse al motore.

    «Senti chi parla», ronzò il motore.
    «Sto qui a girar su me stesso.
    Faccio tutto da solo, e mi scasso,
    il lavoro di trenta caval.

    Gli altri lavorano insieme;
    vanno in acqua, vedono gente.
    Io, quando arriva la corrente,
    eccitato mi metto a girar.»

    E Beppino, stupito e ansioso, si rivolse alla corrente.

    «Caro Beppino, mi meraviglio
    che tu faccia codesta domanda.
    Sai benissimo qui chi comanda:
    sei tu con l’interruttor.

    Tu mi comandi d’andar nel motore.
    Tutto il resto è conseguenza:
    quindi ognuno porti pazienza.
    Sei tu il padrone, decidi tu.»

    Beppino era il padrone della draga.
    Questo non lo sapeva, non se lo immaginava.
    Ed ora, riparando il macchinone,
    una rivoluzione,
    con chiavi e cacciavite, soffocava.

    E allora, tutto a un tratto,
    si ricordò Beppino
    di quando era più giovane
    e voleva far casino.

    E pensando a quei modelli,
    dette ascolto ai suoi carrelli,
    alle cinghie ed ai motori,
    che chiedevano cielo e fiori.
    Bastò soltanto un po’ di dinamite
    e le richieste furono esaudite.

    BUM!!!

    9 aprile 2008 alle 13:31

  3. utente anonimo

    Mi ricordo, da telespettatore soprattutto un uomo educato.
    E ce n’è sempre un gran bisogno…
    Marco

    17 aprile 2008 alle 13:38

  4. utente anonimo

    Quando penso a Salvo mi viene un nodo in gola.
    Lotto tra la gioia del ricordo e la tristezza per la sua partenza, ma lui è qui nei nostri ricordi!

    Se penso ai lunghi anni di amicizia due aspetti del suo “essere” mi continuano a meravigliare:
    la sua saggezza
    la sua armonia

    Troppo lungo spiegarli, ma chi lo ha conosciuto sicuramente mi capirà.
    giorgio

    18 aprile 2008 alle 21:14

  5. valeriomele

    Tra le più belle canzoni di Salvo, c’è questa, che meriterebbe da sola un Premio Tenco e che volevo riarrangiare (ma ora a chi lo chiedo?…):

    QUI UN GIORNO

    La storia è sempre uguale
    da sempre per sempre.
    Non è cambiato niente
    ma niente ma niente!

    Cambia solo la gente
    che nasce che muore
    che vive come te.

    Tu credi di contare
    qualcosa nel mondo.
    T’illudi di cambiare
    la faccia del mondo.

    Invece c’è qualcuno
    già pronto al tuo posto
    che ti sostituirà.

    Se la cosa ti può consolare
    pensa che non c’è niente da fare.
    Tocca a tutti il bel gioco lasciare
    senza pianto né traccia di sé.

    La storia è sempre uguale
    da sempre per sempre.
    Non è cambiato niente
    ma niente ma niente!

    Cambia solo la gente
    che nasce che muore
    che ti sostituirà.

    21 aprile 2008 alle 15:56

  6. utente anonimo

    mio padre ha avuto dalla vita tanti doni ma la sua migliore dote è stata quella di coltivarli e condividerli con chi ha avuto la fortuna di conoscerlo. Oltre al padre ho perso un amico vero, che aveva sempre la capacità, senza moralismi, di indicarmi la via. Vorrei che la sua rigorosa morale laica mi accompagni per tutto il tempo che dovrò stare senza rivederlo. Grazie per avere ospitato il mio commento. Andrea Salviati

    17 giugno 2008 alle 10:54

  7. utente anonimo

    A Maggio Salvo Salviati canterà ancora
    A primavera le voci cavalcano le “colline morbide” della terra maremmana: gruppi di “maggiaioli” portano il loro canto augurale così come vuole la vecchia usanza. Salvo Salviati era amico di Morbello Vergari e del “Coro degli Etruschi” e la sera del 30 Aprile è venuto spesso con il suo mandolino a cantare il Maggio. Oggi che non c’è più rimangono le sue parole e le melodie che ce lo ricordano. “Questa è la terra mia” e “Maggio in Maremma” sono canzoni che fanno entrare questo autore, raffinato e sensibile, nella leggenda.
    Sono sicuro che a Maggio la campagna maremmana continuerà a sentire Salvo nella voce dei maggiaioli che canteranno le sue canzoni. Quest’anno è già successo.

    Corrado Barontini – Grosseto

    19 giugno 2009 alle 23:58

  8. Pingback: Per l’inconcludente vertice della FAO… « Valerio Mele

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