videomaker, fotografo, musicista e sound-designer

La Liberazione: tra dissenso e dissenteria…

In occasione della Festa della Liberazione, pubblico nel blog una lettera che inviai al sito dei Supersenior. Forse c’è un po’ di retorica, ma fa niente…

Mio padre, Mario Mele, era un partigiano.
Sentendo parlare di Resistenza e di disgustoso quanto idiota revisionismo storico sulla Resistenza, vorrei ricordare quello che mio padre voleva dimenticare. Eppure voleva scrivere un memoriale.
Lo capisco. È morto il 26 luglio del 2005. In cabala 22, come i chiodi della cassa. Spento per un ictus… spento un po’ alla volta, come la natura, ma anche lo stato, sa fare.
Fu riconosciuto come patriota e non come partigiano, per un “errore burocratico”… per una discriminazione tra le correnti politiche delle brigate quando consegnò le armi. Lui non era comunista.
Ma mio padre, Mario Mele, era un partigiano.
Non m’ha mai parlato degli orrori compiuti da quei “ragazzi” sulle montagne, che lui forse non ha visto, ma solo della paura. Delle pallottole che fischiavano sopra le sue spalle mentre fuggiva sulle montagne, del suo nascondersi dietro anfratti di roccia al passare dei tedeschi in belle uniformi… sparavano alle finestre delle case al loro passaggio. Feroci rastrellamenti. E mio padre a nascondersi sotto ai depositi di letame dei piemontesi. Gente che parlava una lingua per lui quasi incomprensibile. Lui straniero, colto di liceo classico… (allora la preparazione scolastica in latino e greco era davvero sorprendente). “L’è ün d’la Basa…”, commentavano allo straniero in terra piemontese. È uno del Meridione. Ma le donne amavano i partigiani a quanto sembra. Li nascondevano, li coccolavano… Vidi una piccola fotografia sbiadita nel suo cassetto, dopo che morì. Una certa Rita che chiedeva di essere ricordata così. Bella, come la sirenetta di Copenaghen, su di un masso in riva ad un fiume. Fra offerte di polenta e rifugio, deve aver conosciuto l’amore quel ragazzo. Giocavano al tiro al bersaglio vicino al fiume con fucili improponibili. Si inceppavano. Alcuni erano incapaci di montarli e di usarli. Invece i fucili dei tedeschi, quelli sì che funzionavano. Non saprò mai se ha ucciso qualcuno. Io non credo. So solo della sua grande pietà e dell’orrore che può aver visto. Commilitoni morti. Uno sotto le coperte. Solo la testa fuori. Il resto del corpo senza spessore. Tutto piatto. E poi la sorpresa di vedere i suoi nemici impauriti, ragazzi come lui, mentre lui e gli altri partigiani li scortavano verso Torino, alla fine della guerra. “Sciupa ‘n drinta!” gli urlava la folla. Spara nel mucchio. Si trovò a dover difendere i suoi “nemici”, l’unica volta che li poté vedere in faccia. Biondi, ordinatissimi e spaventati. Che gioco assurdo deve essere stato. Lui che giovane e viziato dalla famiglia s’è trovato a scegliere tra andare in Russia coi fascisti o rifugiarsi tra le montagne coi partigiani. E poi l’orrore peggiore che ricordava, era il linciaggio della folla di un “collaborazionista” al termine della giostra dell’assurdo. La rabbia della gente faceva paura anche a chi aveva combattuto e corso come una lepre in salita per salvarsi la pelle.
Mio padre, Mario Mele, era un partigiano. Non un patriota.
Nascosto sotto il letame per non farsi trovare dai cani dei tedeschi. Potete anche solo immaginare la paura?
Mio padre preferiva vedere i bombardamenti come a capodanno. All’aperto, piuttosto che scendere nei rifugi. Soffriva di claustrofobia. Ben motivata da un cerino che si spegneva man mano che scendeva verso il basso, per la mancanza d’aria, in un rifugio.
Ecco cos’era la guerra. Paura. Paura e fuga. Altri sparavano. Mio padre aveva solo paura. E fretta di tornare a casa.
Sul treno del ritorno fu colto da dissenteria. Lo tenevano per le mani in una specie di vagone merci. Le donne dei campi ridevano e salutavano quel curioso spettacolo. Ecco cosa vi lascio, terre liberate. Ora mi libero anche io, sembra voler dire questo ricordo. E al momento della consegna delle armi viene segnato come patriota… Nessun riconoscimento dallo stato. Lo stato che anche a nome di Napolitano, di Pansa e altri uomini “di sinistra” sembra voler rivedere la verità storica di quegli anni.
È stupido e contro la storia e il buon senso pensare che migliaia di assassinii abbiano lo stesso peso contro i milioni dall’altra parte. Non c’è bontà nella guerra. Non c’è chi ha torto e chi ragione. Qualcuno avrà pure vinto, no? Ma mio padre è morto e voleva dimenticare tutto quello che gli è passato sulla testa: che sia la “dura vendetta” di alcuni partigiani, vecchi guerrieri alpini e più esperti di lui, che siano le rappresaglie di un esercito feroce e agli sgoccioli, come quello tedesco, o la demenza fascista, che siano gli eterni voltagabbana italiani che acclamavano gli americani quando fino al giorno prima salutavano a mano tesa, che siano le bombe poco intelligenti degli americani che avanzavano portando la democrazia, la coca cola, la cioccolata e sigarette meno tossiche delle “nazionali”, che sia stato tutto questo, alla fine è passato… ignorando un animo mite come è sempre stato mio padre… Ma la sua memoria non voglio cancellarla, né farla cancellare.
La resistenza (…non la Resistenza) è attuale più che mai. Scrivo queste righe… per non dimenticare. Per non permettere di revisionare i fatti in un modo inaccettabile… Ci sono stati morti. Riposino in pace.
In Italia purtroppo c’è questa realtà… di misconoscimento (e riscrittura) della memoria, di dissuasioni, intercettazioni, di scarsa libertà di parola, di biechi interessi d’oligarchia, di CIA, di fascismi… tutto è molto più confuso di quella notte in cui mio padre era un ragazzo e decise di non andare a morire in Russia. Allora c’era da scegliere. Ora è un tutto un pantano. È tutta una resistenza. Contro un nemico sottile, che cambia volto ma è sempre là, che come allora vuole tutto, il controllo di tutto… inventandosi la realtà a suo comodo e nutrendo i suoi più acerrimi nemici, i terroristi, di fatto ormai suoi alleati.
Ma oggi, in Italia, come è possibile che anche chi è stato in guerra e si dichiara “di sinistra” possa desiderare di riscrivere la resistenza ad usum fascistorum? Allora come adesso, sembra che si continui a raccontare bufale.
La democrazia? La libertà? C’è mai stata? Io personalmente credo di no.
Ma nel frattempo si onorano i combattenti e si cerca di far finta che abbiano combattuto per la libertà… Sarebbe ora di cercare di uscire da questo pantano che è la storia recente, ormai sempre più ignorata, riscritta e travisata. Niente dittature, né vecchia maniera, né “dolci” come quella attuale.

Il gesto più rivoltoso di quel partigiano che è stato mio padre lo vedo tutto in quella dissenteria sulla via del ritorno… E questo indica una strada possibile.
L’intestino c’è rimasto… forse, per dissentire.

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2 Risposte

  1. Pingback: Resistere al Fascismo, resistere alla Democrazia… « Valerio Mele

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