videomaker, fotografo, musicista e sound-designer

D.e A.D. – decentralizzazione e anomia dividualista (ex D.A.I.)

 (“L’uomo rotola via dal centro verso la X”.
(Friedrich Nietzsche)

Aggiunta del 1 marzo 2013. La D.A.I., viste le ultime ricerche e ipotesi sul dividuo, è diventata DeAD – decentralizzazione e anomia dividualista. Si prendono in tal modo le distanze anche da una tradizione (individualista di qualsiasi tipo) in cui non è più possibile riconoscersi (dato che, a quanto pare, non ci sottrae dai rapporti sociali che ci imprigionano).

Quanto all’anomia (oltre al rifiuto della chiusura che l’auto- di “autonomia” implica) è uno sberleffo alle tesi di Durkheim al riguardo… è la macchina ludica delle “periferie” e delle pratiche produttive e riproduttive che rifiutano il centro, contrarie appunto al nomos (come all’identitarismo, all’universalismo, al territorialismo) e favorevoli al gioco delle regole, alla ricombinazione delle relazioni tra insiemi di dividui al di là della divisione del lavoro o attraverso di essa.

simbolo della Decentralizzazione e l'Autonomia Individualista

Aggiunta del 12 marzo 2013. La D. e A. D. (Decentralizzazione e Anomia Dividualista) discute le premesse e le regole di una sorta di GRV (“gioco di ruolo dal vivo”… con spunti da LARP o da Nomic…) che orbiterà attorno a due istituzioni provvisorie principali:
– le utòpie (nome provvisorio e casuale delle note dei muncipi virtuali – divisibili in due, tra i contraenti, come l’antico symbolon – che regolano gli scambi secondo principi mutualistici, che contrassegnano il tipo, la qualità e il tempo di lavoro… e che costituiscono un patto politico dividuale oltre che un mezzo di scambio o un accordo di produzione, distribuzione, consumo – ricongiungendo in tal modo la separazione dell’economico dal politico. Lo scambio e la registrazione delle utòpie , o p.d.t. – perdite di tempo – viene regolato, mediante una sorta di gioco a livelli crescenti di coinvolgimento e complessità, dai municipi virtuali)
– i municipi virtuali (…deterritorializzati e anti-identitari…  sono istituzioni-software, calibrate collegialmente, atte a regolare e pianificare l’attività di un gruppo di dividui aventi come finalità strategica la decentralizzazione di poteri, energie e risorse e l’autonomia e autosufficienza degli stessi municipi – da munus + cipium, “ricevere un dono, un incarico, un servizio, un prodotto, un’opera, ecc” – vedi i significati latini di “munus” anche qui – con l’impegno volontario di ricambiare e partecipare; differente dal senso del “com-munis”, del mettere in comune, accentrando, regolando con la forza della necessità lo scambio dei beni… dal valorizzare e porre l’isituzione al di sopra delle volontà dei singoli in/dividui istituenti).

Seguono i primi spunti dell’idea originaria…

A proposito del nuovo simbolo. Ho scelto colori che vanno alchemicamente dalla nigredo all’albedo (meglio un’ispirazione lunare e non-violenta, ma con una punta di corrosiva acidità, la freccia) e che indicano in modo inequivocabile la forza centripeta del movimento… ritratto di Alcuni potranno trovarvi la citazione della “giduglia”, la spirale disegnata sul ventre di Padre Ubu… altri l’eccentricità di alcune armonie naturali chiaramente osservabili nelle conchiglie o nelle galassie… altri una irresistibile attrazione, contrario della “logica stringente”…
Lascio qui sotto, invece, la spiegazione del precedente simbolo, per meglio comprendere la genesi del logo e i commenti che seguono al post… La rimozione del profilo di Stirner, oltre che per motivi squisitamente estetici, è anche dovuta ad una certa insofferenza nei confronti dei predecessori, che, per definizione, è meglio che rimangano nei loro libri. Altro importante motivo è che  una premessa essenziale della presente idea “politica” è la imprescindibile critica dell’identità e della metafisica (che va da Nietzsche a Derrida) e dunque anche dell’esaltazione dell’Ego così cara a Stirner. La verità e la metafisica (le ideologie e le religioni che vogliono un pensiero unico, fondante) sono ancora peggio delle strutture economiche che hanno ispirato… Non credo che l’uomo debba cercare un’unica logica. E’ semmai costretto (anche dalla sua stessa “natura”) a dover praticare più logiche, cambiare idea, confrontarsi o distrarsi… e  seguire paradossi, infiltrarsi e contaminarsi.
Mi concentro sulla spirale (per uscire dalla storia, dalla dialettica e dall’incubo illuminista…). Come un neutrino che sfugge ad una supernova.

La D.A.I. (Decentralizzazione e Autonomia In/dividualista) propone una forma di federalismo esasperato, volto alla progressiva scomparsa, oltre che degli apparati centralizzati dello Stato, della Società (intesa come astrazione sovra-individuale, mitologema fondante) per nuovi progetti di co-esistenza basati su un “accordo politico“, piuttosto che su un “contratto sociale”, tra individui energeticamente e politicamente autonomi.
Una sua premessa teorica (a differenza del socialismo, del comunismo o del cristianesimo e del Mulino Bianco) è il “pessimismo antropologico”, che ritroviamo in pensatori come Hobbes, Machiavelli, ma anche in scrittori come de Sade e Lautréamont.

L’uomo non è “buono” per natura. La sua inclinazione alla prevaricazione rende quest’ultima la tendenza generale della società, che è la somma dei singoli in/dividui, per il solo fatto di essere possibile… Così chi si afferma nella società sono solo i “cattivi” (dal latino “captivi”=prigionieri… di una società – il fantasma preferito della convivenza umana – che ne asseconda e ne amplifica le inclinazioni perniciose). Si può dunque dire che la società è intrinsecamente “cattiva” e incapace di esprimere una giustizia che rispetti tutti gli in/dividui nella loro singolarità e specialità, poiché in realtà afferma il principio contrario. Quello di una norma generale che si ispira a presunti valori universali. La DAI, riconoscendo il “male” come costitutivo dell’uomo e della società (ma non esaltandolo in alcun modo), sostituisce la legge morale “Ama il prossimo tuo” dell’era dei Pesci con il più realistico invito a “Non nuocere agli altri” (in/dividui o viventi che dir si voglia). Critica aspramente tutte quelle ideologie volte a considerare le società come superiori all’in/dividuo e fautrici del suo bene. E inoltre tutte quelle religioni che inneggiano acriticamente e ipocritamente all’amore reciproco come unica legge morale. Per la DAI il senso della responsabilità ed una progressiva educazione alla libertà in/dividuale e al suo valore, determinato da nuove regole di scambio e convivenza, dovrebbero bastare a bilanciare le tendenze alla prevaricazione. Tale “pedagogia” potrà essere messa in pratica da scuole, laboratori e gruppi di in/dividui liberi (soprattutto dal ressentiment).

La DAI intende sostituire gli accordi politici in/dividuali alle Società e ai poteri centrali. Intende rimpiazzare il diritto (borghese, nato dalla Rivoluzione francese) di essere un “cittadino” con la possibilità di essere un “in/dividuo”, un “vivente”, libero e rispettato anche al di fuori delle logiche statali e nazionali.
In un contesto di dissoluzione dei principi che hanno fondato le democrazie liberali, di violazione programmatica del diritto internazionale, di messa in discussione delle norme costituzionali e della forma-stato, la DAI cavalca l’onda del cambiamento, piuttosto che attestarsi su posizioni giacobine di più di due secoli fa… che suonano come restauratrici e reazionarie (vedi i partiti e i molti movimenti a favore del “cittadino” che nascono sempre più numerosi). Non difendiamo né il diritto, né la prigione…

DECENTRALIZZAZIONE va intesa come allontanamento sia dai poteri centrali che dal modello energetico centralizzato. E anche dal modello bancario centralizzato. Come da quello architettonico, urbanistico… La DAI respinge l’idea di centrale. Invece di centralizzare tutto il potere (poteri centrali), l’energia (centrali energetiche), il denaro (banche centrali) e  le informazioni (nei database delle centrali informatiche), si dovrebbe tendere a non superare di molto la misura dell’in/dividuo. Devo poter toccare e conoscere chi amministra e accumula. Devo poter partecipare alle decisioni che riguardano la mia stessa sussistenza. Devo avere io stesso, eventualmente, questo potere (dividuabile, de visu, prima che individuale). Questo processo di decentralizzazione rappresenta un’istanza e non importa quale apparato possa essere considerato provvisoriamente più idoneo… purché si tenda a far coincidere il potere (inteso come principio di responsabilità e  rispetto oltre che come possibilità e capacità) con l’in/dividuo. Decisioni collettive nelle mani di ognuno. Niente elezioni e principio di delega. Si intende tracciare una via. Che dovrebbe condurre ciascuno a chiedere il minimo sforzo possibile ad altri in/dividui. E tendere all’autonomia…
AUTONOMIA energetica e autonomia, sperimentale e concordata, dalle Leggi, cui vanno affiancate (o che andrebbero sostituite con) delle più snelle e revocabili regole del gioco. Le Leggi (anche “costituzionali”) delle attuali democrazie sono contratti (anche millantati, non scritti come nel caso del “contratto sociale” e ad ogni modo mediati in modo troppo articolato e tramite deleghe troppo dilazionate per non risultare in realtà unilaterali) temporanei e convenzionali tra più insiemi di in/dividui (che altri chiamano classi)… e possono essere considerate come giuste nella misura della convenienza complessiva della moltepliclità degli in/dividui che ne riconoscono una qualche importanza o che vi sono sottomessi. Se nuocciono a troppi, o comunque nuocciono (com’è scontato) a coloro che non l’hanno redatta, non sono leggi giuste e perdono di legittimità e di forza. Nessuna legge è comunque legittima se non per convenzione (Diritto)… e, soprattutto, per Forza. Insomma il mitologico e fantomatico “contratto sociale” è una finzione tattica per dominare l’insieme complesso degli in/dividui, stipulato da una classe che domina degli insiemi… Per ridurre al minimo il rischio di interazioni conflittuali e favorire la tenuta degli insiemi, in assenza di una Legge e in presenza di un municipio virtuale deterritorializzato, decentralizzato e diviso secondo il volume e la sufficienza degli accordi, con delle regole del gioco valide tra chi le condivide, dovrebbe essere garantita come regola iniziale ad ogni individuo l’autonomia della produzione e degli scambi e la possibilità di istituire una serie di accordi politici in/dividuali regolati collettivamente, in senso municipale e tramite software decentralizzato (di un “hardware” da riprogettare). In questo senso la tecnologia (anche digitale) potrebbe essere intesa in senso virtuoso, invece che come strumento di dominio e sfruttamento da parte di un potere centrale. Così come, sul piano dell’esistere (ove si territorializzasse), le abitazioni dovrebbero essere costruite per far vivere autonomamente (con laboratori, fabbriche, orti, piantagioni e mezzi di produzione, anche di energia, a disposizione di tutti) il minimo numero possibile di in/dividui, ecc… Il consumo superfluo, distruttore di risorse, dovrebbe essere rimpiazzato da pratiche di s-valorizzazione come le feste, l’arte, ecc… (che possano creare spazi di potlach e libertà carnevalesca anche dall’equilibrio di bilancio continuo che richiederebbe il munus degli accordi politici in/dividuali).
E’ chiaro che queste due direttive non sono realizzabili nell’immediato, ma come ho detto, tracciano una linea di tendenza… che passa innanzitutto per un mutamento spirituale, per percorsi cognitivi singolari e differenti che prendano le distanze dalle falsità delle religioni e di alcune ideologie para-religiose e dogmatiche. Fine del contratto sociale, dell’Illuminismo e del sogno del “buon governo” (non esiste!). Fine della divisione del lavoro. Siano favorite le eccezioni, sfavorito il pregiudizio e il mimetismo. Al centro dell’attenzione ci siano l’in/dividuo e la sua autonomia. E la varietà del mondo. Una struttura decentralizzante estremamente capillare, simile ad una rete o, piuttosto, a un labirinto, con snodi centrali sempre più piccoli, svincolabili ma non isolati (con una comunicazione “da punto a punto”), dovrebbe garantire la complessità dello sviluppo collettivo e la qualità degli scambi. Nell’ibrido immediato sarebbe auspicabile la sburocratizzazione e la detassazione del lavoro autonomo (inteso anche come progettazione dell’autonomia dal lavoro salariato) e di nuove forme “societarie” o “associative” non padronali o a vocazione imprenditoriale ancora da istituire (che operino specialmente nel settore produttivo, alimentare, manifatturiero e della distribuzione)… La liberazione dalle retoriche identitarie, territorialiste e nazionaliste… La costituzione parallela del mutualismo sotto forma di municipi virtuali” e di un nuovo paradigma del denaro (inteso come “accordo politico in/dividuale” in luogo di “equivalente generale della merce”, che la D.A.I. chiama “utòpie”, moneta divisibile in due come l’antico symbolon)… Finanziamenti alla ricerca (o autogestione della ricerca) nel senso dell’autonomizzazione energetica e alimentare di ciascun dividuo (energie alternative, accumuli di scorte energetiche locali, diffusione dei mercati alimentari a vendita diretta, ecc…). Accanto alla ripresa e alla radicalizzazione di una nuova forma di resistenza dei viventi contro le politiche neo-liberiste, la mercificazione globale e la società del controllo tecnocratico e mediocratico.
C’è un immenso lavoro di distruzione da compiere. Anche se, molto probabilmente, il capitalismo ci sta già pensando da solo ad annientarsi… Il suo progetto di espansione globale fallirà in pochi decenni. Nel frattempo occorre rimpiazzare un po’ alla volta, con nuove relazioni, i rapporti di produzione e il deserto che avanza, sottrarci al lavoro dipendente e non far funzionare più la fabbrica ideologica della società. Fare di tutti noi degli in/dividui singolari e non ricattabili… non più prigionieri di costruzioni mentali e architetture discutibili…
C’è un immenso lavoro di riciclaggio delle materie e delle idee, reinvenzione, alchimia, mutazione e bricolage da compiere.
Ognuno resti al suo posto, piuttosto che innestare reazioni a catena già scritte e prevedibili, e “decostruisca” ed “eccepisca” il suo mondo più possibile.

NO FRENCH REVOLUTION.

Libertà, Uguaglianza e Fratellanza
diventano
Responsabilità, Rispetto e Giusta Distanza.

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35 Risposte

  1. mi ricorda molto pensatori anarchici quali Prouhdon e Stirner

    13 agosto 2008 alle 17:03

  2. valeriomele

    Certo che il simbolo originario (il ritratto di Stirner ora sostituito dalla spirale) si ispira a quello che è stato considerato un “anarchico”. Ma ho volutamente evitato la parola “anarchia”, per l’equivoco che comporta (essendo legata al comunismo e al collettivismo in molte delle sue tendenze e avendo nel nome un’eccessiva resistenza al confronto, volendo preservarsi nella “purezza” della sua “an-arché”= assenza di principio, governo…). I contenuti sono secondo me più importanti. Non voglio la realizzazione di un’utopia, ma una forza, una linea di tendenza… che possa partire dalle attuali strutture economiche e politiche. Condivido con quello che è stato definito, spesso con disprezzo, “anarchismo individualista”, molti temi… Per esempio, la critica del nazionalismo, del capitalismo e del socialismo… o comunque di qualsiasi ideologia politica centrata sullo Stato e sulla società prima ancora degli atomi (=”individui”, stessa etimologia ma dal latino) che la compongono. Oppure la necessità di un’educazione alla libertà (e alla responsabilità, aggiungerei). La difesa dei singoli in/dividui…

    Quello che non condivido assolutamente e da cui prendo le distanze (sulla scorta di Nietzsche e di Freud e delle critiche anti-metafisiche del “decostruzionismo”) è il ri-centramento sostanziale sull’Io presente in Stirner… Che io considero un buontempone della filosofia… dallo stile sublime. Come Nietzsche. Non c’è né fondamento, né verità possibile… neanche nell’individuo. L’individuo è solo l’interprete di una realtà che non si può limitare agli schemi della società, ma che contempla la forza gravitazionale e l’energia dell’universo. E non può limitarsi al dialogo tra un assoluto e un particolare, ma è un “polilogo”, per nulla chiuso in se stesso, ma aperto ed inchiodato al cosmo. In questo senso non si può prescindere dalla fine della filosofia, del diritto, dell’illuminismo in favore di una “ana-logia”, come sostengo io, la relazione (lògos) di somiglianza (ana=”uguale”), la simpatia, il sincretismo, la comprensione delle differenze, che soppianti la logica (che le differenze esclude a priori!)… inevitabilmente violenta nel suo principio (nella sua pretesa di instaurare una Verità vera una volta per tutte… vedi la mia critica a Socrate). Dunque non voglio la purezza dell’individuo, ma la sua “ibridazione”… si può restare “borghesi”, “cittadini”, nella pratica e individualisti nelle idee, restando in questa tensione finché non ci si liberi dalle vecchie strutture emerse dalla rivoluzione francese e dalla rivoluzione industriale… Ripeto: è una “linea di tendenza” non una meta. Tutto ciò che si muove in questa direzione, come liberazione dall’assetto totalizzante e pervasivo del capitalismo globalizzante, per me è benedetto.
    E soprattutto è importante ridere… La faccia da intellettuale “capoccione” di Stirner che fondava la sua causa sul nulla, insegnante in una classe femminile, secondo me è come un irresistibile grassa risata… I suoi predecessori e successori per me sono gli alchimisti, William Blake, Lautréamont, Nietzsche, Jarry, Artaud, Derrida, Deleuze, Baudrillard… La filosofia è finita. Non c’è più niente da discutere… per avere Ragione. Tutto da rifare. Il confronto e l’argomentazione contro il dialogo socratico e il suo amore della conoscenza “unica”, di una Verità da imporre, soprattutto all’interno delle coscienze, dove la resistenza è massima. Il Concetto non è la Ragione… è la Comprensione, non il Sapere, l’abbraccio mortale. E non vale che per agire (nelle coscienze e nella pratica). L’Ana-logia contro la Logica. L’Arte nell’Economia. Rendere il Diritto un Rovescio… che non trascuri la materia sognante e “naturale” di ognuno di noi. Non c’è ragione senza sensibilità.

    23 agosto 2008 alle 14:10

  3. utente anonimo

    Continuo a ritenere preferibile una normatività etica che abbia al suo cuore giuste condizioni di realizzazione dell’intersoggettività timotica hegeliana… e questo anche in virtù di premesse antropologiche leggermente diverse dalle tue… inoltre, “giusta distanza” mi pare pericolosamente accostabile alla “tolleranza” smascherata, per esempio, nelle opere di Zizek.

    Ma un suonatore di ‘ud è pur sempre degno di stima 🙂

    E.M.

    13 gennaio 2009 alle 10:56

  4. valeriomele

    Opperbacco! Spero di esser degno di stima a prescindere!… 🙂

    Certamente rileggendomi trovo delle sbavature teoretiche, che inquietano anche me stesso… Oltre alla “giusta distanza” che segnali, potrei aggiungere la faccenda poco chiara della “pedagogia”, dell'”educazione”, della “dissuasione”… Mi suona un po’ maoista, come dire… Io intendevo una pratica differente dell’argomentazione e uno spostamento del logocentrismo in favore di nuove logiche, comunque. Non mi ero probabilmente ben posto come figurare le modalità di tale pratica…

    Ma del resto volevo porre delle questioni e fermarle urgentemente su pixel e qualche approssimazione me la concedo (tanto più che si tratta di un partito immaginario o tra virgolette o il commento ad un logo da me disegnato).

    Non avevo ancora letto Zizek che trovo piuttosto interessante, sagace e innovativo… sebbene contribuisca a ravvivare e a far sopravvivere l’agonizzante filosofia in qualche modo.

    La “giusta distanza” io la intendo come una questione insieme etica e architettonica… La sostutuivo alla “Fratellanza” che trovo un alquanto appiccicosa, parricida… e familista.

    Se vuoi spiegare e circostanziare meglio quel che intendi con l’espressione “intersoggettività timotica hegeliana” (con link, citazioni o concetti) te ne sarei grato…

    Io nel frattempo, a questo proposito, ho trovato questo post diLuciano de Fiore… ma, per quanto io consideri Bataille come un amico, l’economia timotica ivi accennata mi pare una soluzione paternalistica o mecenatesca… anche un po’ ingenua. Diceva Nietzsche che chi dona umilia chi riceve il dono…

    Per me non si può riassemblare se non si smonta tutto pezzo pezzo. Una catena di smontaggio-rimontaggio che non si ripeta mai allo stesso modo e con gli stessi rapporti (qualcosa di simile, giusto come spunto, agli attuali mirabolanti “user-defined contents” che però si generano solitamente in un programma già pronto ed eterodiretto). Nel timotico c’è anche l’ira… e andrebbe temperata in qualche modo. Anche i topi, rinchiusi nello stesso circuito, diventano aggressivi.

    13 gennaio 2009 alle 16:50

  5. valeriomele

    Qui è ben spiegata la differenza tra “erotico e “timotico”. Sempre Luciano de Fiore…

    27 gennaio 2009 alle 19:54

  6. valeriomele

    Rispetto al “timotico”, la dottrina delle 7 virtù, dei 7 pianeti, ecc… mi pare persino più interessante e completa nel suo equilibrio armonico… con la ruota degli elementi di Ippocrate e la divisione in 4 (collerico-sanguigno-melanconico-flemmatico) degli “umori”…

    Questa operazione di de-erotizzazione post-moderna mi pare un tentativo disperato, esangue, di trovare nuove strategie rivoluzionarie… Ma mi pare un po’ come svuotare l’acqua del mare con un secchio.

    Finché vivrà uomo ci sarà sempre desiderio e fame prima di tutto… (certo, anche emozioni, sensibilità e ideologie)… Poi: ma chi smania davvero di essere riconosciuto (in contrapposizione all’erotico poi!)?

    Specie dopo l’esempio dei bombardamenti degli ultimi giorni a Gaza… (difeso dal silenzio complice degli stati occidentali). Giusto all’obitorio si può ambire ad essere riconosciuti. (Intendo: quanto poco contano i cittadini-sempre-potenziali-terroristi…).

    L’annoiato benestante, lo sfigurato o il morto possono accontentarsi di questo.

    Il problema, come al solito, è ostinarsi a pensarsi come soggetti universali (magari con necessità di un potere centrale globale) e continuare a disprezzare le singolarità e le eccezioni che sono la vita stessa!… condannata a vagare per le steppe da una Ragione feroce e rabbiosa, che evoca come ultima spiaggia di accettabilità la bandiera della felicità timotica.

    A me pare una strategia di marketing globale fallimentare… Anzi, lo stimolo all’auto-stima e al riconoscimento lo trovo troppo simile ad un atteggiamento conformista e omologante… “classico”, anche.

    “Buongiorno, è il Governo Mondiale dell’Auto-stima che vi parla… e vi augura una splendida giornata. Mi raccomando non lasciatevi trascinare da desideri distruttivi… Siate orgogliosi e rabbiosi con le vostre passioni erotiche e vivrete felici”.

    27 gennaio 2009 alle 22:46

  7. valeriomele

    Qualcosa si muove nel senso della decentralizzazione e dell’autonomia (che qui viene vista come "indipendenza" ed è collegata ai temi della decrescita e del capitalismo verde, ma in senso critico… Il tutto condito con un tocco di "comune", nel senso della categoria che va di moda da quando ne parla Antonio Negri… Spero sia una malattia momentanea quella di parlare di "comune" e "moltitudine", ma per il momento va bene così, visto che non vi sono ancora tracce di un avvitamento che liberi ad uno ad uno gli individui dalla spirale produttiva).

    30 ottobre 2009 alle 10:52

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  12. Ho cambiato in in/dividuo, tutto ciò che era in-dividuo… privilegiando la complessità della divisione interna sulla non divisibilità come istanza ultima di resistenza… e comunque nel permanere dell’in/ viene conservato il numeratore che siamo… il distributore di finzioni e identità riconoscibili (denominazioni)…

    11 marzo 2012 alle 22:05

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  15. Il 26 novembre 2010 invece scrivevo:

    In-dividualismo

    Abbiamo pensato di cambiare con un trattino questa parola per distinguerla dalla difesa paranoide dello Stesso, dell’Identità… nonché dall’individualismo nel senso inteso dall’economia di mercato o dall’ideologia neo-conservatrice americana, per esempio… che lo lega alla libertà imprenditoriale, alla difesa del proprio. Il nostro “in-dividuo” non è l’individuo inteso come dispositivo (in senso foucaultiano) educato e sollecitato dalla moderna “governamentalità” a partecipare, ad essere protagonista, a competere… ad indentificarsi coi “brand” e con le “mission” delle imprese. Il nostro è un in-dividuo internamente divisibile, attraversato da molteplici “symboloi”, istanze simboliche e rappresentazioni, che tuttavia mantengono il loro carattere provvisorio, fasico, liquido, in divenire, disgiungibile, ricombinabile, divisibile… Ho chiamato altrove questo movimento “embolon”, per contrapporlo alla rigidità monumentale del “symbolon”.

    Insomma, la musica viene prima dei suoi esecutori… occorre solo avere la giusta sensibilità nell’ascolto e sapersi lasciare attraversare. Ricercare la coerenza estetica… l’orchestrazione dei sensi… sulla base di una strenua opposizione a tutto ciò che intende avere presa ed investire sui corpi viventi… Il principio è quello di disarticolare e disgiungere, ma con criterio armonico, tutto ciò che continua ad articolarsi per se stesso e con la forza delle sue leggi e finzioni (sia esso Dio, lo Stato, l’Io, ecc…). Vi sono altre modalità di articolazione, meno verticistiche e gerarchiche…

    L’in-dividuo non è dunque la persona giuridica che spesso si intende con “individuo”, il sostrato del “cittadino”, del “prosumer” (il corpo che incarna le leggi del mercato)… Divisi dentro (ma senza angosce e psicosi), per l’eternità: è l’unico modo di non creare “nemici”, innescare “strategie vittimarie”, logiche dispotiche, fascismi, integralismi…
    Siamo (sog)getti relativisti… Al limite impapocchiamo gli argomenti per mostrare la via di fuga… Si osservi il simbolo della D.A.I.: esprime bene questo movimento centrifugo…

    11 maggio 2012 alle 12:56

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  17. in/dividuo

    Il /dividuo è l’in/dividuo de-capitalizzato.
    Al numeratore, quantificatore economico di questa frazione (in cui vi è del nomos, della Legge, sia al NUMeratore che al deNOMinatore) che è l’individuo, va opposta la de-nominazione politica (il cui prefisso “de-” sarebbe un rafforzativo, una legge particolare, non scritta – una regola trattabile? un accordo? – ma anche, forzando l’etimo, un moto da luogo… un “via dal nomos” della terra, dell’identità, ecc…).

    Più propriamente la DAI dovrebbe essere DeAD. (Decentralizzazione e Antinomia /Dividualista)…

    dis-organismo di nessun “organo” (in particolare: di nessun “capo”, nessuna “testa”), dis-assemblea (metodo de-strutturale, s-logato di accordo… tra gli insiemi di giocatori del municipio virtuale), ecc…

    8 agosto 2012 alle 17:02

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  20. NEOLOGISMI

    Il punto è che dirsi “comunitaristi” o parlare del “comune” mo’ pare una cosa bella… lo presentano addirittura come restyling del comunismo!… è proprio la radice della parola che non va… “comun-“ qualcosa… il “co-“ più che altro… ma chi sei? ma che voi? ma chi te conosce?
    “munismo” già mi piacerebbe di più, se proprio dobbiamo fare neologismi…

    “ludomunismo” = regolazione degli scambi (delle prestazioni, dei prodotti, dei beni e delle risorse) mediante regole del gioco.
    “luddomunismo” = distruzione delle suddette regole.

    25 marzo 2013 alle 20:37

  21. Tagliatore di morfemi, in particolare di prefissi, trasformò:
    – l’individuo in dividuo
    – il soggetto in getto
    – il comunismo in munismo
    – l’autonomia in anomia

    Se Nietzsche filosofava con martello, egli usava piuttosto l’accetta (quando non erano rintracciabili, articolazioni, viti o bulloni per separare i giunti delle parole).

    Talvolta aggiungeva dei prefissi… prevalentemente “anti-”
    – anti-identitarismo
    – anti-territorialismo
    – anti-universalismo
    – anti-umanesimo

    28 marzo 2013 alle 11:48

  22. L’anomia è la condizione di chi si divide (o dividua) nelle regole del gioco che non si fanno struttura o Legge, territorio.
    L’anomico non riconosce il potere come struttura individuabile presente in un luogo istituzionalmente definito, né riconosce alcuna totalità o validità universale di qualsivoglia essere o ente (precondizione della formazione di qualsiasi struttura), come di qualsiasi attacco sacrificale, tragico, alla struttura o di rivoluzione della stessa… che inevitabilmente e prevedibilmente si riconfigura in una nuova struttura più dinamica, in un sistema, che sussume (o tenta di sussumere) a sé tutti i suoi insiemi, strutturalmente determinati o meno.
    L’anomia, per essere tale, dovrebbe restare estranea alle logiche e alle dinamiche di sistema.

    28 aprile 2013 alle 21:09

  23. 1) abolizione del valore legale delle firme
    2) valore di scambio stabilito per accordi (tra dividui, contrassegnati come sequenze di note) divisibili (la forma dello strappo ne garantisce la riconoscibilità, se richiesta)
    3) istituzione del gioco dei municipi virtuali

    21 giugno 2013 alle 00:34

  24. Pingback: Modello Troia | è sempre e solo stata una guerra d’assedio | Valerio Mele

  25. La FORMULA di una collettività agro-urbana asturiana
    (non sono molto d’accordo per alcune sopravvalutazioni del lavoro “collettivo”, per la parificazione di servizi e beni, la sottovalutazione dello sforzo e la rigidità del coefficiente 1/10, ma per lo meno provano ad esprimere qualcosa di pratico…):

    «valore collettivo di una risorsa = [(n° dei collettivisti x quantità della risorsa)
    ± domanda effettiva] : 10 (dove 10 è una “costante”).
    Esempio spicciolo:
    La collettività è formata da 30 membri. Uno di questi è barbiere. Sedici membri vogliono servirsi di quest’ultimo per il taglio dei capelli. Per cui: [(30 x 1) + 16] : 10 = 4,6. Il che significa che 4,6 è il “valore” di ogni singolo taglio di capelli.
    Altro esempio:
    Tre membri della collettività sono potatori. In dodici si servono della loro opera per un determinato lavoro agricolo. Per cui: [(30 x 3) + 12] : 10 = 10,2. Il che significa che 10,2 è il “valore” di ogni potatura in questione.
    Dai due esempi, deriva che una potatura “vale” più di due tagli di capelli, ecc.»

    28 giugno 2013 alle 13:38

  26. Quel che il capitalismo intende per “decentralizzazione” della produzione (“miniere fai-da-te“… scava con le manine, inala mercurio a pieni polmoni… Certo… permane il centralissimo regime di divisione del lavoro e il criterio prostitutivo al ribasso, incoraggiato o ricercato col lanternino nei più oscuri recessi del globo terraqueo dalle logiche del profitto, che di tanto in tanto si lavano la coscienza con i diritti umani, individuali, copertura etica dello stesso Diritto che, nelle sue varie declinazioni nazionali, internazionali e transnazionali, garantisce la proprietà privata come suo cardine… Per ogni parola c’è sempre il suo rovescio… Un diritto e un rovescio… un diritto e un rovescio… è un po’ come lavorare a maglia…).

    30 agosto 2013 alle 00:38

  27. Certamente non una società, ma neanche un collettivo… meglio un ensemble, un complesso (se si devono regolare degli accordi).

    La finalità dei “complessi munisti”, i cui membri non hanno più un nome e un’identità individuale (ma sono dividuabili in sequenze di note), è quella di scrivere una partitura, sufficientemente soddisfacente, dei loro scambi di “munera” (prodotti, servizi, regali, perdite di tempo, ecc.).

    IDIOMATIZZARE L’ICONA.

    E’ tempo di considerare il linguaggio musicale, artistico e poetico non più come semplice feticcio o sublimazione degli ingranaggi della Grande Macchina, ma come strumento crittografico, opaco e incomprensibile se considerato in generale, leggibile solo per i giocatori che conoscono, ognuno per la sua porzione di realtà, i riferimenti reali del gioco.
    Nessun computer sarebbe in grado di campionare una realtà così disposta.

    20 ottobre 2013 alle 23:24

  28. Egli, scartando l’aspetto socialista del dono e del contro-dono descritto da Mauss, inventò il munus come emblema… de-socializzandone la funzione.
    Diceva:
    – Una società può essere segreta, ma mai emblematica… Non esistendo (nello spazio emblematico o embolico) qualcosa che si possa definire “socius”, abbiamo preferito trasformare gli individui in dividui e questi in notazione musicale, secondo un gioco che registrasse le produzioni e gli scambi dei giocatori in un’immensa partitura polifonica senza alcun intento artistico o feticista, ma per necessità di impedire una produzione di senso digitalmente campionabile, come anche l’emergere di sub-iecta, di individui e identità.

    Andrea Alciato: “Nella stagione delle feste noi elaboriamo questi emblemi, fatti dalla nobile mano degli artigiani. Proprio come si aggiungono guarnizioni agli abiti e distintivi ai cappelli, così si addice a ognuno di noi scrivere segni muti”.

    Nella stagione del declino noi elaboriamo questi emblemi, come segno muto e gioco di una pur esistente e vivente capacità produttiva, ecc, ecc…

    7 novembre 2013 alle 15:08

  29. Pingback: Verso l’abolizione della moneta – Le regole del gioco | Valerio Mele

  30. Lavori forzati. La repubblica italiana assomiglia sempre di più ad un lager.

    L’elemosina assistenziale, con le braccine sempre più corte (preferibile addirittura al reddito da lavoro, che in molti casi non basta più a vivere)… se non forme disumane di reclusione (CIE, ecc…) o di esclusione dal contesto sociale… persino familiare, in questo caso… Ecco… questi sarebbero i famigerati Diritti…

    Sia ben inteso: non difenderei tanto la società o la famiglia (con gli ovvi drammoni che si possono costruire su), quanto le possibilità dividuali represse… cui viene impedito, con la forza e con la forma dei modelli imposti, di esprimere il potenziale…

    Anche se si cerca di sussumere anche la condivisione

    MUNISMO! MUNISMO ANOMICO E DIVIDUALE!

    ___________________________________________________

    Ci vorrebbe una legge per abolire nome, cognome e soprannome… o qualsiasi nome proprio (o sigla o numero) atto a definire l’identità (e anche il genere) di qualcun*.
    Me ne accorgo da solo di chi o cosa incontro e con chi o cosa mi relaziono.

    Dicono: “Ma dobbiamo CO-municare…”.

    CO- CO- CO- CO- CO- CO- CO- CO-… fanno le galline.

    13 gennaio 2014 alle 15:27

  31. Pingback: L’ipotesi perversa II | Valerio Mele

  32. Pingback: Inoperosità decostituente (impressioni sul pensiero di Agamben) | Valerio Mele

  33. Pingback: Deposizioni muniste | Valerio Mele

  34. Gli “accordi dividuali” vanno registrati (numerati e siglati per la tipologia di attività) indipendentemente dalle persone (e dalla loro firma-codice variabile). Nessuna identificazione se non la forma dello strappo dell’accordo (il più possibile articolata, col sigillo a sua volta strappato, riprodotta e depositata, non obbligatoriamente, nel “municipio”). Ogni massimo di tre utilizzi (da testimoniare a mano, propongo) si deve procedere con un’attività a favore di qualcun altro o altri (entro una certa data collettivamente decisa a seconda del tipo di attività).

    26 aprile 2014 alle 13:27

  35. Compagno dividualista?

    (Ovviamente non è così… – come potrebbe esserlo un professore, Simon Critchley, che insegna a New York? – e comunque non potrò saperlo con certezza finché non avrò letto quel capitolo per intero… sta di fatto che nessuno ha ancora compreso il campo d’azione del “dividualismo”… che non è certamente l’etica… semmai è rintracciabile in qualche forma di prassi complessa, articolabile e disarticolabile, ricombinabile, de-capitalista, anti-sociale…).

    Io sono contro la coppia complementare rapporto/relazione (nel senso di rapporto sociale formale di produzione, scambio, consumo… e relazione informale di cura, riproduzione, ecc… con il loro reciproco puntellarsi… Tutto ciò sia regolato come un gioco, assolutamente non affidabile a spontaneità e creatività estemporanee, e non sia investito affettivamente e libidinalmente, feticizzandone gli effetti e le regole… Neppure vi sia passione per il gioco in sé… la re-pulsione de-capitalizzante attraversi piuttosto, con impeto modulato, tutte le simulazioni e finzioni generate dal gioco…).

    12 giugno 2014 alle 00:28

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