videomaker, fotografo, musicista e sound-designer

Arrivano i “barbari”!

Albert Kuvezin, cantante degli Yat-KahUltimamente m’è capitato di sentire un po’ di cose interessanti musicalmente parlando… Del resto non si produce musica originale da un bel po’ in Occidente… Questo è dovuto al fatto che l’innovazione di solito passa per l’invenzione di nuovi strumenti o per l’impiego di strumenti “esotici”, per alchimie ben riuscite e intuizioni geniali, per l’evoluzione tecnologica degli strumenti.

DIGRESSIONE – Per gli amanti dei cataloghi si potrebbe suddividere la musica (semplificando e dando ai termini usati connotati più ampi del consueto) in cinque classi:

  • folk (termine legato al concetto di “popolo”, tradizione, legato ad un determinato territorio, sia esso nazione, regione o paese, con le sue leggende autoctone e le sue nostalgie acustiche… e le sue fantasie riappacificanti regressivo-rurali)
  • pop (legato alle leggi del mercato, dello spettacolo, dell’ideologia e dell’intrattenimento… si intende anche il rock, l’hip-hop e tutti i sottogeneri più diffusi… Anche il jazz – i jazzisti non me ne vogliano – può essere considerato “pop”… colto, molto yankee, ma pop…)
  • world (legato ad un’idea un po’ ipocrita di integrazione, centrato sulla musica occidentale, che ascolta, comprende e assimila l’altro a sé solo se simile… è la musica della globalizzazione)
  • etnica (legato al concetto di etnia e di appartenenza non necessariamente territoriale, non limitato dunque dai confini di una nazione… sorgente viva sia della musica che di paranoie identitarie… sarebbe meglio definirla MODALE, tagliando così di netto il riferimento familistico, genealogico, di stirpe… o chiamarla semplicemente musica… se non ci fosse anche nel termine “musica” un richiamo “etnico” alle muse della mitologia greca…)
  • classica (legata al concetto di “museo”… Peppe Frana l’ha definita ironicamente “la musica etnica dell’Occidente”)

Dicevo dunque che ultimamente ci sono un po’ di invasioni barbariche musicali che ho molto apprezzato nel loro “sincretismo” musicale e che abbracciano trasversalmente più classi tra quelle citate:

1) Il “tuva-rock” degli Yat-Kah, il cui cantante, dal canto gutturale (sciamanico e armonico, “bitonale”) tipicamente mongolo, ha fuso naturalmente le scale pentatoniche etniche con quelle rock. Il risultato ricorda alla lontana, nella vocalità cavernosa, gli Swans… ma vi è una profondità e una ruvidità che viene da più lontano.

2) Un CD “electro-mediorientale” degli Speed Caravan, “Kalashnik love”, in cui il suonatore di ud (elettrico) suona ispirato come un Jimi Hendrix, adoperando persino il wha-wha di tanto in tanto…

 

3) E per ultimi anche gli Asian dub foundation hanno fatto un bel CD… “Punkara”, dalle molteplici influenze, che ricorda tutte le periferie interne ed esterne dell’Impero.

n) Ma Natacha Atlas (sarà “arab-pop”…) è sempre Natacha Atlas…

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4 Risposte

  1. facciamo finta che tutto va be

    30 gennaio 2009 alle 00:40

  2. Chi è preparato più degli oppressi a capire il significato terribile di una società che opprime? Chi può sentire, più di loro, gli effetti dell’oppressione? Chi, più di loro, può capire la necessità della liberazione?
    Freire P.

    30 gennaio 2009 alle 00:42

  3. Pingback: La guerra in Mali è dunque (in)finita?… ed è più “world” o “etno”? « Valerio Mele

  4. Pingback: E se fosse tutta solo “muzak”? | Valerio Mele

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