videomaker, fotografo, musicista e sound-designer

Risposta magistrale su La différance di Jacques Derrida

Derrida in questo blog per la 2a volta Bella lezione quella di Carlo Sini su “La différance” di Derrrida, definita “magistrale” da Arcoiris TV… Ma resto perplesso sulla premessa di tutto questo discorso, ovvero sulla logica “differenziale” del significante (come del significato). Credo vi possa essere un’affermazione positiva invece (un legame che non sia “logos”, che sia pre-verbale, che sia esperienza, vivacità di una periferia senza centro, centri-fuga)… e debba essere cercata in ogni cosa. Come un bersaglio, un a-venire dell’e-vento e un andare a “segno”. Un “fuori luogo” che abbia luogo, (contro ogni congiura del soggetto universale). Una dialettica che si estingua in una dicotomia paradossale e ancora impensata: regola/eccezione.Invece ci si intestardisce nella supremazia del catalogo, del super-market, della griglia, prima dell’ente… Il colore rosso non è tale perché differente dagli altri colori. Io credo che basti infilare una serie di risposte positive perché il colore rosso divenga qualità di alcuni enti messi in relazione di somiglianza (e questo vale per qualsiasi ente, concetto o parola). Prima del logos e di qualunque catalogazione o griglia. Gli occhi lo sanno con una sapienza che, come dicevo, va sempre a “segno”. La logica differenziale arriva in ritardo colpevole rispetto a questo gesto, a questo movimento brusco, che anticipa tutto, sorprendendoci (si fa per dire… siamo del tutto assuefatti a certe sorprese), come sempre, con animale discrezione… “Questo è rosso, quest’altro è rosso… anche questo è rosso”. Il pensiero è sempre un gesto e un movimento con una sua realtà. Non vi è un’idea. La mappa delle idee cambia a seconda delle estremità tentacolari o delle vibrazioni che lentamente o velocemente brancolano in periferia, scagliando dardi continuamente verso il presunto centro, ripetendo costantemente che il centro è definito solo dal movimento periferico; non si definisce da sé, per sé o in sé (neanche con il trucco – la contabilità truccata delle lettere – della “différance”).Derrida appare sempre più chiaramente, ai nostri occhi, come il latore di una ideologia politica che fa il paio (malgrado le sue intenzioni) col “monetarismo”, con la critica e dissoluzione del valore-oro, che egli traduce in una critica della sostanza del concetto, della parola piena dell’essere. Il suo commercio porta a filosofare senza fine (come l’economia di mercato contratta senza fine e senza o contro la “realtà”)… rinviando in eterno la auspicabile ed evocata (da lui stesso) “fine della filosofia“.

A nostro avviso la filosofia occidentale ha terminato il suo compito. E ora che diventi altro, che accetti un paradigma diverso e che dischiuda la parola finale e paradossalmente conservatrice di Derrida, il suo “non c’è alcun fuori”.

Certo che c’è un fuori, amici cari… Basta alzarsi, proprio ora, lasciare questo schermo, e fare una passeggiata poco o nient’affatto filosofica… Sono sicuro che saprete dove andare sia senza concetto, che senza gioco delle differenze. Esattamente come qualsiasi gatto…

L’intelligenza animale spesso supera quella dei più quotati filosofi.

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10 Risposte

  1. valeriomele

    Vi è qualcosa di selvatico nel pensiero e in quella sensazione animale di unità della coscienza (che solo dall'animale con la necessità vitale di muoversi in un ambiente coerente deriva). Nulla di sublime o ideale. Nessuna "immagine del corpo proprio" deformata, nessun inganno schizofrenico, né illusione di normalità. Ritmo e musica (la scansione temporale dello spazio, dell'ambiente) sono il linguaggio

    …il tutto avviene in modo duale o corale. C'è chi attribuisce a questo un rapporto privilegiato materno. Io non credo che le cose stiano così… La musica non è questione di triangolazione edipica mamà-papà... scandisce comunque le parole e il senso… da soli o in compagnia di due o più in-dividui. Voglio dire: non è solo "il bambino" ad esperire la mancanza che lo porta a comunicare con strilla e pianti… anche un cacciatore/-trice nella foresta per comunicare con un altro cacciatore/-trice. O una donna (o un uomo) per chiamare il gruppo, comunicare sensazioni ed emozioni, ecc… Anche gli animali parlano a distanza, per bisogno o per piacere, per gioco. Questa glottide che scandisce il respiro è articolata anche negli uccelli… perché l'uomo non avrebbe dovuto imitare quei richiami. Li ha solo messi in una partitura, per comporre la sua pregiata immagine, la finzione che si pretende il tutto e che ci ha condotti sino all'attuale "civiltà" (che sega il ramo dove è tuttora seduta). Chiudete gli occhi e ascoltate.

    23 aprile 2011 alle 14:34

  2. valeriomele

    Invece di guardarvi allo specchio o guardare lo schermo.

    ‎(Es: chiudo gli occhi e procedo a tastoni. Ri-chiamo un rumore anche quando non c'è… he-p… he-p… Ho urtato il microfono e l'asta che lo regge ed è tornato indietro… he-p. Dove "he" sta per il lieve cigolio metallico, "p" lo sbattere al suolo della vibrazione dell'asta).

    23 aprile 2011 alle 15:04

  3. valeriomele

    (provo ad acchiappare un moscerino e la mia mano fa "ciuk", ecc, ecc… l'onomatopea non fa solo il linguaggio, ma ri-chiama l'ambiente che lo produce… poi c'è la glossolalia, altri giochi verbali… la lingua che usiamo è piena delle tracce di questo primo movimento del pensiero… es: il PPLA degli applausi, lo SCHI di schiacciare, di schioppo, il CI di bacio…).

    23 aprile 2011 alle 15:23

  4. valeriomele

    Il TR dell'aTTRaversamento, dell'AvaTaR, del TRamite, dello sTRonzo, del TRavaglio, dello sTRappo, della TRomba… tutti indicano un attraversare con vibrazione un'apeRTura sTRetta… quando qualcosa è ineluttabile o si sbatte conTRo un limite, si ribalta in RT… moRTe, coRTo, paRTo, soRTe, aRTo, aRTe, caRTe… Allitterazioni.

    23 aprile 2011 alle 15:42

  5. Pingback: Per una teoria del di-vertimento e della di-versione « Valerio Mele

  6. “Ci sentiamo perciò, è vero, chiamati ‘in diretta’ a delle risposte o a delle responsabilità immediate. E’ anche vero che esse sembrano iscriversi più naturalmente nello spazio della filosofia politica. E’ vero, sarà sempre vero, e noi siamo a questo proposito sempre in difetto. Le nostre risposte e le nostre responsabilità non saranno mai adeguate e mai abbastanza dirette. Il debito è infinito”. (da “Le politiche dell’amicizia” di J. Derrida)

    Da qui traspare il fatto che Derrida sia stato il filosofo del “debito infinito”
    (tanto vituperato da Deleuze nel’Anti-Edipo, che in Derrida diviene “decostruzione”, “democrazia”, l'”infinito intrattenimento” di Blanchot… un non-voler-dir-niente che però produce e riproduce una nuova forma di schiavitù, del tutto disinteressata alla vita, singolare o meno che sia). Vi si legge anche la possibilità di certi trasformismi progressisti che oggi appaiono in tutto il loro nauseante splendore… E’ comunque un saggio importante… non fosse altro che per capire come il post-strutturalismo sia divenuto “operativo” e abbia fornito le giustificazioni teoriche, sublimi, dell’attuale débâcle

    17 agosto 2012 alle 23:42

  7. Pingback: Per farla finita con il debito infinito « Valerio Mele

  8. Pingback: Complicare o semplificare? | L’ambivalenza della guerra in corso « Valerio Mele

  9. “quando qualcuno provò a dimostrargli che il moto non esiste, si alzò in piedi e se ne andò”… Bravo Diogene…

    14 luglio 2013 alle 11:40

  10. Pingback: Jacques Derrida, l’ultimo filosofo. | Valerio Mele

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