videomaker, fotografo, musicista e sound-designer

Il peccato originale – poemetto goliardico

Presento qui un poemetto “goliardico” di Ugo (già cantante e interprete in due CD da me curati, “Castiga ridendo mores” e “I Neutrini“, e attore nel video “Scarpe diem“) che rischiava di andar perduto se io non avessi inviato la copia scannerizzata da un fax a Nicola, che, da moderno amanuense, l’ha trascritto e pubblicato

Il peccato originale

Non certo contraddirti è mia intenzione,
specie se della Bibbia si disserta…
Ma ritenendo questa l’occasione

che ragionar più chiaro viemmi offerta,
puntualizzar vorria subitamente
versione che di certo è più corretta.

In primis fu il nerbo certamente,
di forma quasi uguale al serpentello
generator di tanta umana gente.

Tosto… venne chiamato pur uccello
chi, come quello, stava pendolando
infra l’arti inferiori del modello.

Fu allor che l’Architetto, quasi urlando,
inventò con tre fori la compagna,
che vulva, ano e bocca andò nomando.

A questo punto, onde evitar la lagna
di quello col serpente che oscillava,
precisò: «Con la bocca lei ce magna.

Non t’azzardar de metterce la clava!»,
aggiunse con dialetto romanesco.
Ché quell’azione proprio non j’annava.

«Poi, se lo metti dietro… starai fresco.»,
aggiunse col vocione patriarcale.
«Questo non è cristiano ma moresco.

Te resta solo er foro vaginale
pe’ mette’ a mollo quel serpentuccello,
onde godere dell’amor carnale.»

Adamo chiamò l’omo col pisello,
così che l’altra, Eva fu nomata
mentre sortiva fuori dal ruscello.

Vergine, liscia con nero capello,
si presentò al compagno frastornato
che rispettò il dettame già di quello.

Ma tosto che lo cul ebbe notato,
formato pesca oppur di grande mela,
fingendo come d’essersi sbagliato,

drizzar fece quell’albero sen’ vela
che seguendo lo vento di ponente
l’obbiettivo centrò senza cautela.

«Ahiii…», la voce di colei che primamente
conobbe delle chiappe il tremolare,
sotto quel martellare irriverente.

Un urlo lungo, assai particolare,
emise la gaudente Eva nostrana,
come sopran che l’usa nel cantare.

Così che per bloccar la voce strana,
Adamo le tappò la bocca aperta
col serpentello di natura umana.

Quando che a questo punto fu scoperta
l’azione godereccia di quei due
dal Padre eterno con la porta aperta,

che nel veder le creature sue
in quella posizione innaturale
incazzossi ‘sì tanto quale bue.

E credendo che quella, per via orale,
volesse gonfiar l’omo e ingigantirlo
tanto che quello suo non fosse uguale,

strillo dall’alto, proprio p’ammonirlo:
«Io come me t’ho fatto, gran cretino.
Più grosso sei diverso… manco a dirlo.

Tre peccati hai commesso, libertino:
non m’hai ubbidito, j’hai spaccato il culo,
per concludere, ahimè, con un pompino.

Testardo sei stato com’un mulo.
Adesso pagherai la penitenza
per colpa del serpente assai padulo.

Così da quest’istante, in mia presenza,
dopo d’aver finito col sollazzo,
beccateve per sempre ‘sta sentenza:

tolto che dalla bocca avrai lo cazzo,
tu, donna, parlerai continuamente,
arrecando a quest’uomo gran strapazzo.

Dandogli il culo tuo serenamente,
Adamo perderà lo suo cervello,
tanto da farlo usci’ fuori de mente.

Per la disubbidienza dell’uccello,
piangerete soltanto, sanza riso,
vagando per lo mondo senza ostello.

Cacciar dovrovvi dallo Paradiso.
Andrete assai lontano col cammino,
senz’acqua e poco pane condiviso.

Or solo in fondo, dietro il pino,
visto che so’ bontà infinita assai,
Eva potrà finire quel pompino.»

Così finì la storia del serpente,
ch’altro non era il pene del modello
che dopo il fatto fu subitamente
detto per prima cazzo oppur uccello.

Eva divenne lesbica, lui frocio.
Li fiji cominciarono a drogasse…
Si cerca tanto l’omo che sia macio
e femmina che pippa gli facesse.

Del serpentello questa è storia vera,
ché più d’Eva fu Adamo il libbertino.
Se fece cacciar fuori quella sera
solo pe’l gusto di quel gran pompino.

O uomo, come allor rimasto porno
in mezzo a ‘sto casino e tante beghe,
meglio sarebbe stato se quel giorno
te fossi fatto, solo, tante seghe.

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