videomaker, fotografo, musicista e sound-designer

S-LOGARE L’ECONOMIA

Tratto da riflessioni tra me e me sulla bacheca di FB.

Quello che è da abbattere è la cornice, il “frame”, il contenitore… dunque la moneta (il contenitore vuoto, potenziale, di ogni cosa degradata a merce). E con esso ogni caposaldo dell’economia (domanda e offerta, prezzo, costo, mercato, merce, proprietà, lavoro) e della psicologia correlata (individuo, identità, bisogno, desiderio…). La prima “domanda” in economia sarebbe:

Di cosa abbiamo davvero bisogno?“…

Proudhon rispondeva: l’abitazione e i mezzi di produzione per il proprio sostentamento… Io aggiungerei la felicità (condivisione, riconoscimento, libertà, rispetto, mangiare, bere, dormire, scopare, ecc…). Il problema è soprattutto che la collettività (come in/dividui di un insieme locale, virtuale, in relazione) si garantisca anche il superfluo (senza schiavizzare o sfruttare nessuno o senza inscenare tragedie e sacralità improbabili), il sovrappiù da spendere in modo improduttivo (la festa, il gioco, l’arte… vedi Bataille, Caillois), ciò che si consuma senza reimpiego… non regalandolo ad una classe egemone (mediante estrazione di plusvalore trasformabile in rendita finanziaria, capitale o rendita tout court).

Altra domanda topica sarebbe:

“A cosa attribuire VALORE?”

Di certo non al denaro, alla merce o al lavoro. Allora torniamo (escludendo il “valore di scambio”, il mercato, la legge della domanda e dell’offerta) al “valore d’uso” delle cose? No… in quanto l’uso non è un valore, anzi… in nome dell’utile si distruggono e si disprezzano cose e persone… Ha valore quello di cui si ha bisogno e che non deve avere un prezzo, ma un COSTO in termini di forza impiegata, di tecnologie e risorse e di qualità prodotta. Dunque niente mercato (e neanche stato ovviamente) ma scambio di questi quattro elementi (se ci limitiamo alla sola produzione): forza lavoro, tecnologia, risorse e qualità prodotta.
Ma occorre anche uscire da un’analisi produttivista del costo (e pensare l’economia come il ciclo vitale di un “ambiente”… sia esso un in/dividuo, una regione o il pianeta intero)… Ricombinazione dell’intero ciclo economico in ogni suo punto e momento… Il costo non è costo di produzione soltanto, ma anche di distribuzione, scambio e consumo. E questo non può essere regolato a cazzo di cane, alla anarco-capitalista maniera, ma deve essere programmato… io, sostengo, da istituzioni, municipi virtuali, de-territorializzati (non dunque i nostri “comuni” e neanche il “comune” come lo intende Toni Negri)… software… produzioni immateriali convenzionalmente riconosciute, così come riconosciamo il denaro, accordi politici in/dividuali che valgano per un certo (o auspicabilmente per un gran) numero di persone e siano automatizzati e revisionati collettivamente (…municipalmente) per calibrarne e valutarne gli effetti collaterali.

DIFENDERE LA VITA DALLA SOCIETA’ (parafrasando l’imperativo “difendere la società” dal potere, che è di Foucault). Lo scopo di tutto questo marchingegno sarebbe quello di contenere la violenza e la sopraffazione, l’impiego della forza che espropria gli individui della loro proprietà “naturale”… che è quella dei bisogni (che etimologicamente è un “somnium” rafforzato dal “be” di derivazione germanica…) così come dei desideri (che sembrano derivare dal cielo, “de sidereo”). Con che cosa difendere dunque “sogni” e “cielo”, bisogni e desideri, questi fantasmi semi-aleatori, giocosi, che ci determinano? Con un esercito? nooooo… Allora solo con la sovrabbondanza di sogni e cielo, precipitati in una massa di persone, con nuovi linguaggi che sgominino l’inganno dell’identità dell’individuo come delle comunità (e degli stessi bisogni e desideri che, a quanto pare evidente dai dispositivi di controllo contemporanei, sono manipolabili e feticizzabili in funzione del mercato con tecniche sofisticate di psico-marketing… PNL, psicologia cognitivista, pubblicità e merda varia…). Insomma occorre una certa forza potenziale, di una certa massa critica, per poter difendere i “municipi”, i bisogni e i desideri dall’attacco insensato delle formiche del lavoro e del parassitismo del mercato e dello stato. De-mercificare, de-statalizzare le attività e il tempo (la quantità, l’intensità, la forza e la qualità) di lavoro il più possibile… (e qui è fondamentale riformulare la valorizzazione del tempo-di-lavoro inscritto in ogni processo economico come mera quantità!).

(Scrivo appositamente con un misto di “generi”, stili, che attraversano più campi del sapere… dal momento che non riconosco alcuna specializzazione o professione… l’importante è non escludere ciò che viene considerato eterogeneo, anomalo… altrimenti ci ritroviamo nuovamente in un carcere, in una clinica, in una città, in una centrale, ecc… in quella “divisione del lavoro“, che ha prodotto modelli e standard… dunque la fine dei giochi possibili…).

Tutto questo per far capire che non c’entro niente coi sostenitori del “libero mercato“, coi “libertarian“… l’unico “mercato” teoricamente accettabile, per me è lo scambio di prestazioni, servizi, prodotti, tempo, sforzi, idee, energie… senza alcuna mediazione di terzi (che siano il denaro o lo stato). Insomma non sono un neo-mutualista americano, non mi ispiro alla scuola marginalista austriaca e Rothbard mi fa cacare!… Meglio il mutualismo socialista a questo punto… ma senza “società”.
Il capitalismo di buono ha solo il movimento di DE-TERRITORIALIZZAZIONE degli scambi (che però vincola al prezzo e al denaro come linguaggio universale… bella porcheria!) e l’uso delle TECNOLOGIE IMMATERIALI (o meglio a bassissimo consumo e con grande pontenziale di relazione e ricombinazione, che però utilizza in una rete centralizzata, a fini di controllo)… Io smaterializzerei anche il potere e le istituzioni, che sono cosa decisamente pomposa, inutile e insopportabile (nonché violenta e militarizzata) a vantaggio della vita particolare di ciascuno articolata nella sua partecipazione (al gioco) degli insiemi asistematici, collettivi… quello che chiamo “municipi virtuali“.

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20 Risposte

  1. utente anonimo

    "Di cosa abbiamo davvero bisogno?"…Leggo il tuo post, penso… cerco in rete e trovo questo:

    Non entro nel merito di questa classifica e non sò se ciò di cui ho bisogno vi rientra: io ho bisogno di non sentirmi costretta, imprigionata, vincolata nei pensieri e nei movimenti. Di sentirmi libera di poter fare… (anche nulla se voglio).

    "A cosa attribuire VALORE?"
    …Certamente non al lavoro che mi rende schiava di un'organizzazione. Credo che abbiano più valore il rispetto e la partecipazione.

    Sig. Tir

    2 ottobre 2010 alle 12:46

  2. valeriomele

    I bisogni in qualche misura annaffiano o infocano gli istinti (in-stincti… "pungolati dall'esterno"… dunque sono il punto di innesto di qualsiasi cultura su una natura da spingere, pungolare, ricattare, all'occorrenza…)  
    Per me i bisogni sono bi-sogni… in qualche modo non sono così fisiologici come si pensa… Escludendo dunque mangiare-bere-dormire-mingere-evacuare (purché non in misura abnorme ciascuna delle azioni, poiché in tal modo diverrebbero non mera fisiologia), in un post sulle tre esche del capitale, ne ho definiti tre (magari più per il loro valore relazionale…):
    1) il bisogno erotico
    2) il bisogno di riconoscimento, di stima
    3) il bisogno di cambiare il (proprio) mondo per renderlo più vivibile
    e in effetti li avevo ordinati secondo un ordine crescente di impatto ambientale
    Alcuni, della piramide di Maslow, secondo me sono falsi bisogni (auto-realizzazione, appartenenza, sicurezza, in particolare… realizzazione di che? di sé? di quale sé?… appartenenza: non siamo proprio tutti cucciolotti e camperemmo bene, forse meglio, anche senza affiliazioni e fratellanze… sicurezza… beh… è questione di vita o di morte… forse più di tranquillità
    … ma più che un bisogno pare una domanda… ed è forse la più pericolosa, perché invoca papino o la protezione violenta da parte di eserciti e polizie…).

    2 ottobre 2010 alle 17:59

  3. valeriomele

    Libera di poter fare… (anche nulla se voglio)…Mi sa che mi toccherà cucinare sempre a me… 

    2 ottobre 2010 alle 18:13

  4. utente anonimo

    3 ottobre 2010 alle 00:00

  5. utente anonimo

    Ma il nulla, non è mai niente quindi:primo, secondo, contorno, frutta, dolce, caffè e ammazza caffè e "riposino" dopo pasto

    3 ottobre 2010 alle 00:05

  6. valeriomele

    Qui , grazie ad una nota di Alberto su Facebook, ci sono svariati commenti e discussioni su questo post…

    6 ottobre 2010 alle 23:13

  7. Letto. Molto interessante, c'é parecchio da riflettere…La prima cosa che mi viene in mente da chiederti é: distruggere ( o "estingere" o "fare a meno della") societá, perché? Il concetto di societá deve per forza avere connotazioni negative? Un'atra cosa: quale aspetto concreto (dico concreto anche se sono virtuali) potrebbero avere i municipi virtuali dei quali parli? Sarebbero come contratti? Come potrebbero funzionare in concreto, secondo quali accordi?

    19 agosto 2011 alle 14:51

  8. valeriomele

    distruggere ( o "estingere" o "fare a meno della") societá, perché? Il concetto di societá deve per forza avere connotazioni negative?

    Provo a risponderti come mi viene… Per molto tempo, a mio avviso, si è equivocato sulla possibilità che la società (spesso definita in contrapposizione al potere, "società civile") potesse essere una sorta di terreno vergine esente dalle nefaste influenze dell'economia politica, dai rapporti violenti… per me la società innanzitutto non è terreno vergine, né ha nulla di naturale… è la prima costruzione autoritaria, fatta dal "socius", (colui che, per dirla con il Deleuze dell'analisi antropologica de l'Antiedipo, inscrive e registra i flussi di donne, di progenie, di bestiame, ecc… codifica, sancisce alleanze, accumula prestigio, ecc…). Insomma non credo ad un diritto naturale, credo che ogni insieme umano si regga su accordi "politici" (mi piace anche il senso musicale del termine accordo… che è comunque composto da più voci… differenti, consonanti, dissonanti, risonanti, risolventi, ecc… insomma una macchina, uno schema in movimento) più che su sentimenti spontanei di fratellanza, amore, ecc… Questi ultimi, secondo me, sopraggiungono semmai nella quiete garantita da regole condivise ed eque di economico-politica, che rispettino tutti il più possibile, siano libertarie eccetto che con chi voglia assumere il comando o ricercare una supremazia sugli altri in qualunque modo… primeggiare, competere, essere protagonista, ecc…
    Le connotazioni negative della società le vedo nel fatto che spesso viene usata come finzione ideologica, figura narrativa, per limitare le libertà individuali, le contraddizioni… per appianare divergenze… sotto un manto di falsa conciliazione… Credo che per con-dividere, si debba prima dividere onestamente e rispettare ciascuno, nelle regole (che contrappongo alle Leggi), nella costruzione del gioco (che contrappongo al giogo del potere)… In questo sta l'annosa dialettica individualismo/collettivismo che ha tormentato per decenni l'anarchismo per esempio… ed è in quest'ottica che critico la nozione di società… intesa come troppo frettolosa e generica raccolta di interessi comuni, di Diritti Umani fissati per sempre, avulsi dal confronto, ecc… io non mi pongo in questa ottica… e penso che le strutture autoritarie siano presenti nelle regole della società, dell'economia e della politica in una sola soluzione… e che questi tre elementi siano compresenti sempre… anche quando non sembra così… Molte delle esperienze degli anni 70 per esempio sono fallite proprio per la separazione tra questi tre livelli di realtà. Anche il mio individualismo è sui generis… andrebbe inteso come una sorta di -dividualismo… in quanto considero lo stesso individuo attraversato da più discorsi, figure retoriche, falsi sé, simulacri, ideologemi, schemi interpretativi, linguaggi, memi, ecc… Tutto va smontato e rimontato, slogato e ricombinato e deciso e messo in discussione… messo in gioco, in pratica, alla prova… altrimenti non vi è libertà, né esperienza reale, né vita… ma imbrogli e continue divisioni dei saperi, come nel mondo attuale… dove domina la tecnica e l'estrema specializzazione nelle relazioni sociali come nella politica e nell'economia, ecc… non, come sarebbe auspicabile, la ri-combinazione delle giunture, dei legami, ecc…

    Un'atra cosa: quale aspetto concreto (dico concreto anche se sono virtuali) potrebbero avere i municipi virtuali dei quali parli? Sarebbero come contratti? Come potrebbero funzionare in concreto, secondo quali accordi?

    Vi dovrebbe essere un'articolazione intesa come "moneta divisibile in due" ("accordi politici in/dividuali" che registrano uno scambio avvenuto tra "ora di lavoro", che io preferisco chiamare "perdita di tempo" , e munus ricevuto… il loro "numero di serie" è dato dalla forma dello strappo, forma univoca di riconoscibilità) che viene registrata nei muni-cipi… che dovrebbero essere una sorta di database disponibile per tutti i partecipanti (di cui non è affatto necessario registrare il nome…) in modo decentralizzato e non secondo una logica server/client… Questo municipio andrebbe però inteso come un'entità politica (con assemblee parziali o plenarie – anche a distanza, in videoconferenza – per decidere sulla coordinazione delle attività, sulle regole, la pianificazione, ecc) come può esserlo in un certo senso anche un municipio reale… Gli si può dare un nome, ecc… confederarlo con altri, ecc… diventando contemporaneamente, in senso economico, una sorta di macchina che produce-scambia-consuma cercando di pareggiare in senso mutualista i contributi individuali (nel senso del dare e ricevere)… Il collante di questi "municipi virtuali" è chiaramente la strategia politica… che non dovrebbe porsi come una sorta di organizzazione del tempo libero (come avviene per esempio nelle "banche del tempo"), quanto dovrebbe finire per fornire una effettiva alternativa di vita e di istituzione politica… Si inizierebbe a stilare un elenco di obiettivi, competenze e beni producibili-scambiabili, ecc… il resto delle regole e della macchina si montano e si discutono via via che si allarga la partecipazione…

    21 agosto 2011 alle 02:48

  9. Pingback: Dopo le elezioni greche non cambierà proprio un cazzo di niente… « Valerio Mele

  10. “Il lavoro viene considerato ancora una volta nella forma in cui lo si trova presso gli economisti. E neppure questo, poiché, sebbene si accenni in due parole alle differenze di intensità del lavoro, il lavoro è rappresentato genericamente come qualcosa che “costa”, ossia che è misura di valore, sia esso speso o no nella media delle condizioni normali della società. Che i produttori impieghino dieci giorni per la fabbricazione di prodotti i quali potrebbero essere fabbricati in un giorno, o che impieghino un giorno solo; che usino gli utensili migliori o quelli peggiori; che applichino il loro tempo di lavoro alla fabbricazione di articoli socialmente necessari e nella quantità socialmente richiesta o che producano articoli che non sono affatto richiesti o producano in misura superiore o inferiore al bisogno articoli richiesti, di tutto ciò non si fa questione: il lavoro è il lavoro, il prodotto di eguale lavoro deve essere scambiato con un prodotto di eguale lavoro”.

    (tratto da “Miseria della filosofia – Prefazione di Engels alla edizione tedesca del 1885”)

    18 giugno 2012 alle 15:03

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  13. “Spesso siamo non violenti, solo perché la divisione del lavoro ci porta a non vedere la violenza” (Miguel Martinez “Kelebek”)

    …e poi ci sono quelli che si specializzano un po’ troppo… tipo quelli tipo Israele protetti dal “diritto di autodifesa” di cui oggi parla Obama all’indomani del killeraggio chiamato “Colonna di nuvola”… o i manganellatori di ieri alla carica tra la folla (che ancora pensa non ci sia violenza! dopo tutto quello che hanno combinato in un secolo e mezzo!) per le città d’Italia…

    Personalmente, sulla “divisione del lavoro” non ho posizioni anti-moderne (che indicano, come da tradizione, una specie di scomunica marxiana e marxista, delle posizioni pre-moderne e arcaizzanti)… ma credo che andrebbe rivista la divisione dei “lavoratori” (o dividuazione, il loro non essere indivisibili nel loro diritto alla proprietà) prima che del lavoro e in generale andrebbe rivisto il MODO organico, gerarchico, classista, “sociale”, con cui si divide il lavoro. Avremmo abbastanza conoscenze ormai per dividerlo random secondo nuove regole del gioco (se non lo si fa dipende dal fatto che siamo dipendenti, “drogati”…) che disconoscano qualsiasi identità, prestigio, territorio, parentado, centralità, ecc… con accesso libero a qualsiasi apprendistato, conoscenza e attività… a differenza del caos capitalista, questo caos appagherebbe bisogni basilari prima di tutto, invece che i bisogni di scambio e valorizzazione del nulla condensato, come accade oggi…
    E poi… ma perché difendere il “moderno” se siamo già dopo il “post-moderno”?

    15 novembre 2012 alle 12:20

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