videomaker, fotografo, musicista e sound-designer

A proposito de “Il cigno nero” di Aronofsky | ovvero della (s)comparsa della realtà.

Mi ha colpito la scomparsa della macchina da presa allo specchio (in un passaggio che cita “Inception”… anche lì la m.d.p. scompariva misteriosamente dal luogo in cui ce la saremmo aspettata, nella scena della mise en abîme… e anche qui ve n’è più di una…). Come a dire: “Voi non esistete che qui… non esiste la presa del reale, ma solo la sua ri-presa” (tra l’altro vi è nel film anche una mancata presa, alla prima, da parte di un ballerino…).
Questo film parla anche di schizofrenia (almeno quanto in “π – Il teorema del delirio” Aronofsky, con una pellicola ancora più sgranata, parlava di paranoia), di pulsione di morte che prende corpo in un crescendo di potenza… fino a frantumare la perfezione dei segni, dell’opera. Persino la pelle (…la pellicola) della sublime ballerina (interpretata da Natalie Portman, premio oscar 2011) si accappona e si buca, con effetti speciali che sono allucinazioni… E’ un modo per sottolineare i costi della perfezione, di un certo oscuro potere che si vorrebbe totalitario (includendo dentro il suo mercato perfino le emozioni, tutte le emozioni… in termini di crepa, crinatura, κρίνειν, crisi…). E’ un film davvero contemporaneo direi… che mostra quanto la sublimazione della società dello spettacolo, o la costruzione dell’individuo nell’era della biopolitica (qui si parla di una danza, ma potrebbe essere qualsiasi disciplina o lavoro), fatichi a rimuovere ciò che uccide, sfigura, spezza, lascia fuori scena (…l’o-sceno, l’orrido… in cui precipita, per esempio, il personaggio che interpreta Winona Ryder, più nero del nero… o quello che viene sanguinosamente riportato al centro della scena dalla protagonista, ma nel suo lato occulto, non esposto al pubblico, nel finale). Questo venir meno sulla scena (o dalla scena) mi ricorda anche “Mudholland drive” di David Lynch… quando si assiste ad una cantante che muore, ma si sente ancora cantare e la gente applaude come se niente fosse…
Una sorta di poetica della realtà che scompare dolorosamente tra i segni… o che, quando misteriosamente e segretamente compare, è (o deve essere) relegata alla realtà impossibile dello psicotico, alla dimensione allucinatoria, allo sfacelo, alla catastrofe dei segni, all’abîme … all’abisso. E’ chiaro che solo il sangue e la morte, in questa prospettiva, possono far rientrare il -getto della realtà nell’epilogo tragico, nella catarsi finale, che la trama aveva fin dall’inizio intessuto…

E’ un po’ così che muoiono anche i manifestanti nel Maghreb… (cosa manifestano se non una possibile realtà “fuori programma”, che scompare fatalmente sotto il format totalitario e perfetto – fino all’orrore – delle democrazie liberali?).

Non resta che scucire le trame
e la perfezione dell’opera…
sfilacciare questa rete,
questa società…
per far emergere il reale.
Non averne più paura.
Non giudicare.

Niente κρίνειν.
Niente tragedie.
Niente capri espiatori.

PS: Altre recensioni interessanti al film, qui e qui.

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11 Risposte

  1. valeriomele

    C'è anche "Images" di Robert Altman, del 1972, che parla di schizofrenia, doppi, allucinazioni, ecc… (forse di cinema, dunque… o dell'unico modo in cui i flussi di realtà possono erompere tra un taglio e l'altro (di montaggio, di fotogramma).
    Ri-presi sin dall'inizio… catturati nel circolo schizo.

    Io sono per la fine del cinema… la fine delle interruzioni, dei tagli… della castrazione… quanto meno della fine dell'occultamento di questa disciplina. Che l'occulto sia alla luce del sole e non faccia più paura. Niente più strutture a doppio fondo. Rivoltarsi come un guanto. Vedere quel che ci resta di vivo… Siamo o no viventi a prescindere dallo specchio?
    -getto di vita (e di forme) dal fondo della notte…

    1 marzo 2011 alle 13:16

  2. valeriomele

    …chiaramente facciamo finta di non vedere il trash e l'uso di effetti speciali troppo sopra le righe (ginocchia che si piegano al contrario come per le zampe di un cigno, auto-accoltellamenti con una limetta per le unghie sul viso della etoile in declino che viene trapassato in modo innaturale, come fosse di burro, ecc…). Ma forse è proprio nella natura degli incubi o delle allucinazioni quella di essere trash… un po' fuori luogo…

    Anche "Antichrist" di Lars Von Trier traboccava di cadute di stile… con un effetto volutamente umoristico, caricaturale, esasperato…

    2 marzo 2011 alle 22:33

  3. valeriomele

    Wildestwoman, riferendosi a questa recensione de "Il Cigno nero" e a quella di Eschaton, scrive: "Me ne strafotto dei critici criticanti in base alla kultura della cinematografia"

    Ormai si giudicano le persone a prescindere… va di moda così. Che c'entro io con la kultura cinematografica e con i critici? Non sono semplicemente anche io un blogger come lei che ha scritto gratuitamente le sue impressioni dopo aver visto il film?

    Insomma, da quel che scrive, per godersi meglio il film bisognerebbe ingollare "caramelle Haribo", dopo aver bevuto un "ottimo grog"… Non vanno più i classici pop-corn a quanto pare (che tra l'altro detesto, a cinema…).
    "Insomma, mi sono divertita".

    E' un aspetto che non avevo colto… Il film deve essere soltanto una merce di consumo… Non si critica. E' una questione di pancia non di kultura (…e non alludeva alla kulturkritik della Scuola di Francoforte, credo). E se non tocca corde profonde o diverte, si può sempre godere di qualcos'altro…

    Siamo all'impiego a tempo pieno della società dei consumi… Molto yeah… wow…

    7 marzo 2011 alle 16:22

  4. Siamo proprio due permalosoni… 🙂

    8 marzo 2011 alle 11:44

  5. Ottima analisi di una pellicola molto valida.

    8 marzo 2011 alle 12:10

  6. valeriomele

    Sì, dai aumentiamoci reciprocamente il pagerank…  

    Così se ci cercano su google, ci beccano tutti e 5 (sono i link a recensioni o quasi, sino ad ora)… e si fanno un'idea ancora più confusa del film.  
     
    Si berrano il grog ciucciando caramelle haribo (… cosa che aumenta notevolmente il tasso di edonismo nel sangue) prima di avere incubi pazzeschi, non tanto per il film, quanto per le riflessioni (a seconda dei casi) escatologiche, cinefile, alchemiche, lacaniane, ecc… o semplicemente davanti allo specchio, con l'immagine che se ne va un po' a cazzi suoi… (e che ci piglierebbe tutti a ceffoni … Aronofsky compreso).

    PS: Dopo questo film sono stato un paio di giorni a evitare gli specchi… Come in "Film" di Beckett… Poi ho scoperto che si può dialogare con la propria immagine… e che ha persino del senso dell'umorismo… Mi sorprende sempre… (Cazzo, ma sono ancora io!, penso…)

    Tanto che ci frega… qui siamo schermati. Più che riflettere, brilliamo di luce altrui… irradiati di elettroni che confondono, con moderazione, l'attività neuronale… Infatti, se si mette davanti allo schermo una chitarra elettrica, questa emette ronzii… Ebbene: tutti quelli elettroni ci sovreccitano la guaina mielinica
    Quali siano gli effetti collaterali, non so… Di sicuro uno degli scopi è quello di alimentare la nostra irresistibile voglia di stupidità e di abolire il tempo libero, impiegando, se possibile, anche quello…

    Dunque, ben venga il grog… (non di estate però).

    8 marzo 2011 alle 13:04

  7. valeriomele

    @ Raphael Albrecht Ventura

    Permalosissimi… nun ce se po' di' gnente.

    8 marzo 2011 alle 13:07

  8. Pingback: Perché c’erano due torri al World Trade Center di New York? « Valerio Mele

  9. Anche Deleuze si differenzia e si ripete davanti allo specchio… e anche qui l’osservatore non è “messo in abisso”…

    28 maggio 2012 alle 16:05

  10. Pingback: L’ovvietà degli attentati nella “società gassosa” | Valerio Mele

  11. Pingback: “Noah” sommerso e salvato dal “caca-luce” | Valerio Mele

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