videomaker, fotografo, musicista e sound-designer

Uno strano sogno tra padri vivi/morti, corpi nuovi e panspermìa post-carnevalizia…

Ho fatto uno strano sogno…

Sognavo di essere a tavola con mio padre (sogno spesso di mangiare con persone morte) e il resto della mia famiglia, nella casa dove sono nato, a Taranto. Nel sogno mi accorgo che mio padre sarebbe dovuto essere morto, così a bassa voce gli chiedo:
– Ma tu non dovevi essere…?
Così comincia a raccontarmi del suo bizzarro viaggio post mortem… Ad un certo punto del cammino, lungo una strada che attraversava campi e boschi, trova un vecchio al margine della strada che gli riferisce due parole (che non ricordo) in dialetto reggino (nel senso di Reggio Emilia, dice…). Si ritrova poi in una sala a pianta poligonale di un castello piena zeppa di oggetti e separé con questo vecchio che gli spiega il suo nuovo corpo… Mio padre, con un corpo effettivamente diverso e più giovane, chiede il permesso di andare dietro un separé… Probabilmente si masturba… Si sposta dietro un altro separé adibito a gabinetto e esulta per il nuovo pene perfettamente funzionante e anche di buona fattura…

Purtroppo non ricordo le due parole pronunciate dal dio!… ekò tepsì… una roba simile… (eppure nel sogno le avevo annotate…).

Digressione psicanalogica. 

La prima cosa che faccio è vedere quali siano i cibi dei morti e perché esista da sempre questa (macabra?… no…) convivialità. Così scopro, in un bell’articolo, che in Puglia si mangia il grano dei morti, la mediterranea kòllyba di cui sagacemente si parla anche qui. Fatto con grano cotto e mele granate, che tanto adoro (frutti di Venere e della Bilancia, segno sotto il quale sono nato), al punto che le ho caravaggescamente ritratte… E la mia considerazione circa il cibo dei morti, va al di là del fatto che oggi sia il “mercoledì delle ceneri” (mentre quello invece è il cibo del 2 novembre…). Sempre di semi sotto terra stiamo parlando, sempre di cicli naturali, inverni psichici, che non vedono l’ora di rompere la loro pelle e germinare…

Si dovrebbe digiunare alle Ceneri… ma poi arriverebbero i morti (come si riporta nell’articolo appena linkato: “Il cibo dei morti poteva essere consumato o meno dai vivi. Nel primo caso stabiliva con i morti un legame biunivoco: mangiato dai vivi li nutriva entrando nel loro corpo, ma nutriva anche i morti, salvando le loro anime. Nel secondo caso il cibo si lasciava ai morti, nella notte tra il 1 e il 2 novembre, nella certezza che questi tornassero nelle loro case per consumare il cibo preparato loro dai parenti. Da qui l’usanza, in varie regioni italiane, di imbandire una tavola completa la sera precedente il 2 novembre, lasciandola così per tutta la notte”)… dunque credo sia meglio mangiare per loro (ma per dove insucchierebbero il cibo i suddetti morti? sono forse parassiti? larve?)… No, no… “cenere alla cenere”R.I.P.

Il punto è che noi siamo i morti.

(Infatti nel sogno alla fine ero io quello che esultava masturbandosi dietro il separé nella stanza di dio).

Ci sono poi echi di tradizioni assai strane, cristianamente blasfeme e a chiaro sfondo sessuale, tipo quella di San Minchilleo (una curiosità: se si cerca il blasfemo “San Minchilleo” su Google si viene dirottati su San Michele!)…  che di questi tempi viene celebrato in Sardegna (dove ancora si travestono da capre sacrificate, come ai tempi del Carnevale, del currus navalis, di Dioniso… Ma anche l’etimologia proposta dai cristiani “carnem levare”, togliere la carne, non è sbagliata… io la intenderei più come smembramento a vivo, che come digiuno…).

Alcuni sardi (qui un bel saggio per chi volesse approfondire: “La parola carrasecare (carre de secare), con la quale si designa il carnevale sardo, etimologicamente significa carne viva da smembrare) celebrano il carnevale con un rito pagano del tutto simile a quello che si svolgeva in onore di Dioniso… le Antesterie.

Ma devio per un attimo, citando un passo  da Le meraviglie della natura – Introduzione all’alchimia di Elémire Zolla:

“Ad Atene era tempo di vino nuovo, e vi si celebravano le Antesterie, feste del vino nuovo o phàrmakon e della cacciata dei demoni o morti inquieti. Dioniso presiedeva muovendosi su un carro in forma di nave (il currus navalis: il “carnevale”),  lo seguivano in processione satiri, i sacrificatori di caproni vestiti di pelle caprina. Il Carnevale è la festa dei morti che mascherati tornano fra i vivi a mendicare tributi: l’atmosfera è lugubremente scherzosa.

[…]

Il vino nuovo sperde i morti, sempre vaganti dopo lo Scorpione, sempre da esorcizzare. Si lustra e si monda: februm è ogni cosa che purifichi, come la febbre; il Carnevale è festa febbrile.

[…]

E’ tempo di semina e potatura”. 

E a proposito di morti, ecco qui una cartolina autografa a me spedita da Elémire Zolla, un anno prima di morire:

Inoltre, sempre dalla voce della Wikipedia circa le Antesterie:

“Il 13 di Antesterione era il giorno delle pentole, nelle quali si mettevano cereali e miele cotti insieme. Vi è qui un’associazione fra cibo primitivo e cibo dei morti, nel senso di cibo consumato dagli antenati. Ai morti viene infatti offerta la cosiddetta panspermìa (πανσπερμία), una torta impastata col seme di ogni pianta (che è appunto il significato letterale della parola greca). Una sorta di equivalente cristiano della panspermìa sarebbero da considerarsi i kòllyba (neutro plurale greco, κόλλυβα, “pasticcetti”). Il nome deriva dalla parola kòllybos (κόλλυβος) che era il chicco di grano utilizzato per pesare l’oro, e più tardi questa parola veniva utilizzata per definire una moneta che equivaleva ad 1/4 delle monete di bronzo. Gli ingredienti di questi cibi sono ricchi di simbologia. Le mandorle rappresenterebbero le ossa nude; la melagrana simboleggerebbe il ritorno del corpo nella terra”.

Questo (tra l’altro) spiega chiaramente perché tuttora chiamiamo “grana” il denaro… e approfondisce la simbologia della melagrana (e il perché nel sogno mio padre è me… in quanto sono io, come vivente/morente, ad essere morto ed essere eroticamente felice di venire… facendo delle membra coriandoli, cenere o sperma… o gettando parole come queste che sto scrivendo).

Altro che “pasto totemico”, patriarcato, divieto di incesto e parricidio… Qui muore sia il Padre che il Figlio (e senza venire ammazzati!)… Non ci sono più carnefici, vittime, capri espiatori e tragedie greche che tengano… Finita la festa. Sperma in cenere. Col tempo, un po’ alla volta, imparando a vivere (e morire), forse romperemo la catena vittimaria…

Secondo me, è assai probabile che nei riti dionisiaci, inoltre, il piatto chiamato “panspermìa” contemplasse tra gli ingredienti anche il seme umano… Mi pare ovvio… conseguenziale…

 Altra ovvietà è la Cerere nascosta in questo passaggio tra Padre e Figlio…

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8 Risposte

  1. In un precedente post (https://valeriomele.wordpress.com/2010/08/29/aforismi-da-facebook/) scrivevo:

    La vita è tragica o comica. Non ha vie di mezzo.
    Dall’etimologia greca di “tragico” e “comico”: canti caprini, scurrilità e gozzoviglie…
    Senza capri espiatori però… sennò riprende il gioco infinito della comunità dei fratelli (o sorelle) con le mani sporche di sangue, per aver evirato, ucciso genitori, ecc… (vedi Edipo…). Poi vengono le Menadi coi sensi di colpa e di vendetta… No, no…
    La piattezza assoluta, la noia mortale. La nostra grazia sia la morte… per tutti, indistintamente, senza colpevoli.

    22 febbraio 2012 alle 17:45

  2. Avantieri scrivevo così:

    “Ho fatto un incubo stanotte… rumore industriale di ferraglia e scalpiccio come di centinaia di esseri a me ostili che salgono le scale”.

    Che fossero stati i mamutones? con i loro campanacci… e il loro baccàno (da “baccanali”… di nuovo Dioniso).

    mamutones

    22 febbraio 2012 alle 19:08

  3. Pingback: “I vicoli di Velletri – tra borgo ed estrema periferia metropolitana” (2012) | un video di Valerio Mele « Valerio Mele

  4. Altra evidente rassomiglianza con Minchilleo del “carnevale” sardo e gli abiti caprini di quelle processioni, sono i Lupercalia… feste dell’antica Roma che si svolgevano a metà febbraio, mese che prende il nome proprio dal februm… Questo era una sorta di frusta ricavata dalle capre sacrificate (strumento quindi del dio delle febbri sessuali, Luperco, “dio d’ispirazione profetica e poetica, come Pan e come le Ninfe a cui è connesso, anche associato al timor panico, con apparizioni spaventose e voci soprannaturali”), usata dai luperci, sacerdoti vestiti succintamente con pelle di capra, per percuotere, “purificare”, donne e vergini e garantirle in tal modo fecondità… Evidente comunque nei lupercalia il forte contenuto erotico dei rituali… il simbolico divenire lupo (l’alluparsi, si dice tutt’ora) degli uomini come delle donne… Si tenga anche conto del fatto che all’epoca ci si prostituiva nei lupanares

    Lupercalia

    5 marzo 2012 alle 10:50

  5. Vergine è un uomo VIRile che GENEra… una specie di ermafrodito incinto…

    O una donna (gynè) greca condotta a Roma e scambiata per un maschio (vir).

    7 maggio 2012 alle 15:57

  6. Pingback: Siamo morti viventi | Valerio Mele

  7. Pingback: Oggi è una splendida giornata… | Valerio Mele

  8. Pingback: Non c’è nessuno | Valerio Mele

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