videomaker, fotografo, musicista e sound-designer

Modello Troia | è sempre e solo stata una guerra d’assedio

«Una città assediata, isolata dal proprio contado e da tutte le sue fonti di sostentamento, correva il rischio di esaurire in poco tempo tutte le proprie risorse alimentari. In queste condizioni, non era possibile provvedere a sfamare anche tutti coloro che non erano combattenti o che non svolgevano un ruolo attivo nella resistenza all’assedio. Non rimaneva altra scelta che espellere le cosiddette “bocche inutili” dalla città».
(dalla voce “Assedio” della Wikipedia)

«And if you don’t co-operate
we’ll cut off your supply lines.
But you’ll be free to re-connect
 if you beg our forgiveness».
(da “Left on man” di Robert Wyatt)

Ieri si ragionava su come, semplificando, non sia cambiato molto dai tempi delle guerre d’assedio… si sono solo complicate fino all’inverosimile (fino a forme di guerra frattale). Tutto si può sintetizzare nell’accaparramento di risorse da sottrarre al nemico (o piuttosto al competitor1…) direttamente o indirettamente (con la mediazione monetaria). In questa prospettiva, dopo l’era dell’oro, siamo nella transizione tra un’era del petrolio2 e un’era del gas. Ere comunque tutte compresenti, essendoci quotazioni per ogni commodity… Qualche variabile più decentralizzata di risorsa energetica viene proposta qua e là (energia eolica, solare… la finora mai riuscita fusione fredda), ma risulta ancora insufficiente (o neutralizzata nel suo potenziale decentralizzato dalla forma totalitaria della “rete”… con centrali di snodo) e tale risulterà ancora per molto fino a che i ricercatori saranno organici al modo di produzione imperante.

Le astrazioni più insulse (come le distinzioni degli evi in antico, medio, moderno, postmoderno, post-postmoderno, ecc… cui tanto ci si riferisce) nascondono la brutalità e la primitiva violenza dell’aggressione sempre incombente ad ogni falso passo o tentativo di fuga… Qualsiasi bolla finanziaria (ovvero la “produzione” di denaro dal denaro in un quantitativo molto maggiore di quello valorizzabile) opera allo stesso modo, come superficie culturale (“pellicola” lyotardiana), nel magico mondo semiocratico… sotto sotto c’è sempre un’aggressione ferina, la fame mostruosa e inspiegabile del predatore (non c’è Smithsonian Agreement senza gli accordi di Camp David…). Certamente smontare la domanda di petrolio e gas (in caso di declino considerevole) costituirebbe un colpo duro per la suddetta Bestia Macchinica… Subentrerebbero comunque le curiose forme delle energie “alternative”, che appunto sono un’alternanza dello stesso Dominio, non ne costituiscono affatto la detronizzazione.Bestia-Macchina

(C’è dunque poco da essere “ambientalisti” o “pacifisti”… viviamo in mondo di merda… – altro che “migliore dei mondi possibili” – in cui l'”essenziale” è invisibile ai più… enormi e invisibili Predator, apparentemente alieni, si aggirano tra le forme metropolitane, tra le sequenze dei flussi economici… assediando gli in-dividuabili individui, in ogni aspetto della riproducibilità tecnica della loro esistenza, ricattandoli con le bollette, gli affitti, i mutui, il lavoro in cambio di denaro, ecc… rendendoli ostaggi o prigionieri di una guerra d’assedio senza fine, a bassa o alta intensità).

Probabilmente anche quel che scrivo è sotto assedio… non vedreste più nulla qualora dovessero tagliare la corrente e la provvidenza dell’internet provider… o revocare la concessione del diritto di parola…

La mia “coscienza” stessa, come voce prevalente, è sotto assedio di tutte le altre voci… Basterebbe in teoria dissolvere la necessità del proprio e della proprietà (dell’identitàin-dividuale e indivisibile, chiusa…) per non rischiare da un lato la paranoia e dall’altro la schizofrenia… Come ho scritto altrove, è il movimento periferico (dendritico o della nostra esplorazione sensoriale) che precede la coscienza… o, meglio, l’intuizione che ci garantisce una stabilità provvisoria, guizzante… -gettiva


1 sempre più coincidente, oscuramente, con qualcosa di interno a noi stessi (da cui il richiamo al leggendario cavallo di Troia) o all’interno dei “nostri” computer, quando assume la forma ormai familiare dei virus trojan.

2 quella dei cosiddetti petroldollari, una volta svincolato, semiologicamente, il referente “oro” dal segno “$”… rendendo quest’ultimo un simulacro libero di fluttuare nel fantastico mondo, quasi del tutto feticizzato dal dominio reale, della simulazione della produzione, della scomparsa della “realtà”…

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6 Risposte

  1. L’importante è rompere l’Assedio senza ricoprire il ruolo di prigionieri, ostaggi, resistenti, combattenti, assedianti, ecc… cambiare trama.

    26 giugno 2013 alle 15:26

  2. L’Egitto è la prova provata che i “bâtisseurs d’empire” di cui scriveva Boris Vian, hanno bisogno di un contenitore principale (la violenza militare… ben foraggiata negli anni dagli accordi di Camp David…) per costruire tutti i sotto-contenitori via via più ristretti (Diritto, Economia, Cultura… es.: la “democrazia”, il “libera impresa”, i “diritti delle donne”, ecc…). Una visione che mostra tutta l’insufficienza della posizione marxista, ormai una sorta di religione borghese, protetta dal lavoro sporco sugli Schmürz, i dividui, i pezzetti d’uomini e donne da assemblare o dissezionare e ripartire nelle Strutture, nell’Universale, nella Totalità impossibile (la Storia e la Società, a mio avviso, sono determinate dalla violenza più che da un principio razionale, ordinatore… prima dell’Ordine, c’è un Comando… la cui strategia obbedisce a logiche intimidatorie, ricattatorie, d’assedio… laddove anche fornire gli “aiuti” è la creazione delle condizioni per un assedio futuro… come cominciamo a riscoprire, specie in un periodo come questo di crisi sistemica, anche nell’Italia “liberata”…).

    I problemi, nel caso dell’Egitto, sorgono quando nel primo contenitore, quello della violenza militare non ce ne sono altri abitabili in modo democratico… dato che la pubblica opinione è troppo sveglia riguardo agli imbrogli imperialisti (o rispetto al servilismo secolare degli italiani)… Detto questo è chiaro che le “nazioni” sono un contenitore artificiale… che però fa il suo porco lavoro sulle troppe generazioni di idioti

    “I Costruttori d’Imperi” fu scelto da Jean Vilar per la Stagione 1959 – 60 al teatro Recamier e fu rappresentato per la prima volta nel dicembre 1959.
    La piccola famiglia Dupont è costretta ad una continua fuga, all’ascensione dei vari piani di una illusoria casa, ogni volta che sente un ‘rumore’, stridente e lugubre. Ad ogni piano i Dupont prendono possesso di un alloggio sempre più alto , misero e ristretto, dimenticando via via in quello precedente qualcosa della propria vita. Perdono la radio, la pendola, la macchina fotografica e dagli oggetti ai sentimenti, fino alla verità, all’amore , agli affetti. Pressati, inseguiti, sempre più stretti da vicino, prigionieri del Rumore. Fa parte della famiglia una bestia – uomo malconcia e strana, chiamata Schmürz, continuamente negata, ignorata, insultata, battuta. L’atmosfera è quella dei sogni, la stessa di Beckett, ma se per i terribili clown dell’irlandese il tempo non passa ed essi rimangono fermi, cristalizzati in un attesa mai finita di qualcosa che non viene, Godot, la fine del mondo, il bene, il male o semplicemente il sentirsi completamente vivi, qui non c’è posto per l’attesa: c’è tempo solo per la fuga e la rinuncia. Crollato l’impero delle parole roboanti che si vanno via via svuotando di senso; l’impero dei luoghi comuni, del falso rispetto delle istituzioni, delle menzogne, delle illusioni, dell’otttusa e soffocante logica dell’ottimismo a tutti i costi, al povero Leone Dupont resta solo la certezza della solitudine, la lucidità della solitudine mai affrontata. L’angoscia , come una un’ombra lunga si stende sui muri, invade la stanza ed egli grida ” Io non sapevo… non sapevo”.

    4 luglio 2013 alle 21:43

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