videomaker, fotografo, musicista e sound-designer

Lo “scolon” parapatetico (ovvero: è tutto un paratesto)

C’è chi, per fare il simpaticone colto, predilige il paragrammatismo… Io le paronomasie, le paronimie, i calembour… e rinuncio del tutto alla simpatia… ma pure alla cultura… che in effetti, intesa come “coltura” , andrebbe falciata ogni tanto…

Se vuoi eliminare la realtà, ritualizzala (solve).
Se vuoi che vi sia realtà, improvvisa (coagula).

“Nel 1981 Gérard Genette ha esposto una classificazione comprendente le varie relazioni intertestuali segnalabili in campo letterario, una tassonomia che è stata recuperata in un secondo tempo pure dalla teoria cinematografica. La suddivisione proposta dal saggista francese annovera: l’intertestualità o presenza effettiva di un testo in un altro; la paratestualità o relazione di un testo con ciò che lo accompagna (il paratesto); la metatestualità o commento dell’opera; l’architestualità o appartenenza di un testo a una categoria di opere; l’ipertestualità”.

Ecco, siamo nell’epoca del “para-” più qualcosa… paratestualità, paronimia, paragramma, paraculto… Manca solo che ci si inventi il “para-moderno” come ennesima stronzata culturale.

Col pretesto del paratesto “fondò” la scuola parapatetica…

Dato che tutto gravita intorno a qualcosa che non c’è se non nella gravitazione periferica, pare che tutto sia paratesto… (i testi rispetto agli autori considerati come testo, i contratti rispetto agli individui considerati nella fattispecie di autori, l’autore rispetto al testo, l’autore rispetto a se stesso, la lapide dell’autore, i vermi che lo corrodono o lo corroderanno, ecc…).
Nella scuola parapatetica si fingono costantemente emozioni, ragionamenti, ecc… che risultano comprensibili solo in base ad una finalità strategica prefissata (in modo pretestuoso e a sua volta paratestuale).

La scuola come colonia di vermi.

Più che una scuola uno scolo, un colon… uno “scolon”

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Il paratesto della cosa pubblica: le riprese audiovisive e la società dei replicanti

(Una considerazione posteriore che non segue quanto scritto sin qui, se non per il riferimento al paratesto)

La maggior parte degli individui, chiacchierando di politica, sembra concentrarsi sui leader e le leadership e molto poco sui lacchè che seguono certi soggetti con strumenti di ripresa audiovisiva per replicarne le gesta, sovrapponendole alle voglie e ai vezzi traslucidi del pubblico fuoricampo (il guaio più grosso, il danno già fatto, materiale, vivente… cresciuto e moltiplicato)… Chi gestisce concretamente la cosa pubblica è chi riporta, cita, compone, registra, diffonde, trasmette (per irradiazione e contagio) l’immenso paratesto (e non c’è alcun testo che non sia paratesto) che avvolge e attraversa questo sistema complesso come un bozzolo di filamenti bavosi.

Il corpo (schizofrenico) di tutti questi ruoli, con ammennicoli vari, è quello che chiamano società.

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5 Risposte

  1. Pingback: The divided self-publishing | l’I/O pubblico | Valerio Mele

  2. Pingback: La coscienza | Valerio Mele

  3. Pingback: Barriere coralline | Valerio Mele

  4. Una società così ingessata che sembra che per esprimere un pensiero si debba essere approvati dall’intero mondo accademico, burocraticamente adibito a pensare… o quanto meno adoperarne i criteri arbitrari, replicati dai tanti autoproclamatisi critici… stessa cosa per la poesia, la letteratura, l’arte… Vorrebbero applicare metodi para-scientifici a ciò che si presenta come una nube nel telaio delle grammatiche, degli stili, delle retoriche. A voler accedere alla parola pubblica (svalutando quella salariata, o retribuita in qualche modo, che difende strenuamente il suo “privilegio”) si preferisce diventare afasici… o si finisce per scrivere o dire o performare stronzate in libertà… che è quello che fanno tutti, a quanto pare. E dunque, così sia… Che il rumore salga, saturi il segnale.
    (Anche se vorrei solo più silenzio).

    Il frastuono insopportabile delle merci che (si) parlano.

    12 giugno 2014 alle 00:07

  5. Pingback: Cori a Cori | Valerio Mele

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