videomaker, fotografo, musicista e sound-designer

Articoli con tag “anarchismo

Volano gli stracci…

(Con)siderazioni che seguono ad un acceso dibattito in rete: qui e qui… cui, in un certo senso, sento di aver già partecipato senza partecipare, concettualmente: qui, qui e qui, per esempio. 

…tra un certo femminismo libertario (che continua ad usare termini come “liberazione” e “autodeterminazione” dei corpi, ecc… rivendicando dunque una presenza pura, libera da ombre, che ci sono per tutti e sono evidenti con frasi come “il corpo è mio”) e talune “comunarde”  (in particolare una sostenitrice della polemica di  Ida Dominijanni che ha scritto nel recente passato, con qualche traccia di pregiudizio di genere, di “femminilizzazione del lavoro” come sinonimo di svalorizzazione, precarizzazione e ha sostenuto il lavoro di cura – ancillare, dei famigli? – come punto di partenza per una pratica del “comune”) sono volati gli stracci (su FB… ma sullo sfondo ideologico si sarebbe persino potuto intravedere il solito match anarchismo-marxismo in una delle sue innumerevoli declinazioni…). Da quest’ultima parte si rispolvera la “jeune-fille” di Tiqqun (come se si trattasse davvero di una questione più di corpi femminili che di monete viventi klossowskiane, di tutti noi), si enuncia un malcelato moralismo con nostalgie per un’origine “pura” o spuria (quella dell’essere sociale marxiano, ora riproposta nel tormentone negriano del “comune”), si agita la bandiera dell’eterna alternativa al capitalismo-patriarcato (sempre e comunque “dentro e contro” – magari col culo al caldo – senza modificare di una virgola l’esistente…), dall’altra si ode un insano giubilo da prostituzione generalizzata (di liberazione sì, ma dalla paradossalità situazionista o lyotardiana… troppo complessa per l’orrida comunicazione mediatica che ci processa, ci riduce ad icona…). Una volta Mark Stewart dei Pop Group urlava disperato “We are all prostitutes”… oggi si celebra felicemente questo trionfo non già del godimento che può produrre la giusta mercede della propria prostituzione, ma del rapporto sociale divenuto rapporto mercantile e acquisito come un dato di fatto… La dimensione lavorativa con relativo riconoscimento sociale feticizzato, che ad esempio è ferocemente attaccata dal gruppo Krisis, insieme al Valore, viene addirittura rivendicata per includervi pratiche di mercato (considerate ancora borderline) come la prostituzione… ormai tracima anche nelle definizioni, come quella di “sex worker”… purché non si tocchi (per davvero!) il sacro della Famiglia, della Cura, della relazione di reciprocità, del “munus” socialista, della socievolezza, del “volemose bene”, dell'”ammore”, del russoismo, che risorge sempre nei “mondi migliori” che ci si figura e per cui si “lotta”… (e lo dico da “munista”, che però riconosce la necessità di regolare con nuovi giochi ciò che si immagina spontaneo, non certo lasciando fare a dinamiche sociali, che sono in qualche modo un gioco naturalizzato, sclerotizzato, con i soliti attori individuali, sociali e familiari…). Sono convinto inoltre che sarebbe ora che il capitalismo compia lo scempio finale… La vera “liberazione”, “emancipazione”, è la liberazione di tutta la forza dirompente del capitalismo, quella che spezzerà del tutto le relazioni fuori mercato, comprese quelle familiari e familiste alla base della riproduzione sociale… Ecco perché diffido particolarmente della parola “liberazione” quando non è contestualizzata o è accostata a robe come i “diritti individuali”, quest’orrore insieme proprietario e metafisico, base concreta e astratta della “società” (a sua volta creatura storicamente determinata che è solo falsamente contrapposta alla politica economica capitalista, liberale) o viene intesa come liberazione dei corpi, come se il patriarcato o anche la biopolitica fossero dei mostri estranei ai discorsi e ai corpi che parlano e (si) dibattono… Sarebbe meglio parlare di decontaminazione, de-capitalizzazione, comunque di un processo che non è gioioso, speranzoso, baldanzoso, semplice, mediaticamente comunicabile, ma è complesso, richiede inventiva, costruzione, impegno, perseveranza, ostinazione, perfino un po’ folle… e che spesso conduce a vite miserevoli, vista la situazione contemporanea e la forza, per ora preponderante, del totalitarismo democratico, che propaganda incessantemente il suo mondo felicemente feticizzato con ogni mezzo. Inviterei a non farsi illusioni… Semplicemente, non ci si libera proprio di niente. La re-pulsione e il rifiuto di collaborare possono essere dei buoni punti di partenza…  non certo l’attuale produzione di discorsi fini a se stessi, in rete, senza pratiche, strumenti, mezzi di produzione, scambio, diversi da quelli che usano tutti… gentilmente forniti dai carcerieri. Così, in un modo o nell’altro, qualsiasi discorso viene sussunto, mentre il Capitale continua a leccarci la schiena o ad abitare la nostra pelle… “splendido” come un cancro o un’immagine photoshempiata… come questa…

19/5/2014

Il dibattito continua

“Paradossalmente, nel contesto biocapitalistico in alcuni casi trasgredire la norma può essere adeguato alla reificazione del soggetto, contraddicendo qualsiasi presunta dinamica di liberazione”.

Ancora si parla di “reificazione”?… di riduzione a cosa, a oggetto? Il timore che esprime qui Cristina Morini ha dell’anacronistico… con una certa nostalgia del “soggetto”, con una necessità (da parte di chi? di quale istanza? di quale composizione? di quale comando “rivoluzionario”?) di fare ordine in quel “femminismo libertario” che si agiterebbe “scompostamente in rete”“Tutto si gioca tra libertà individuale e libertà collettiva”, sostiene… riproponendo (si tratta di una pallida eco di confronti storici ben più tragici…) vecchie istanze “marxiste” di organizzazione, di temperamento degli eccessi “individualisti”, da parte di una lotta (?) che si vorrebbe, in questo caso (e qui è la novità comica, più che tragica), più signorile, più “composta”, appunto… con un’egemonia di intellettuali sulle istanze della “base”, come si diceva una volta… Voglio dire: perché preoccuparsi di cosa succede là sotto? quale istanza, quale “potere costituente” vorrebbe prendere la parola e si lagna perché le masse si alienano, si reificano, si mettono a fare pompini o sesso violento? In nome di cosa si giudicano troppo “scomposte” le pratiche testuali o sessuali di un collettivo come quello che scrive su “Al di là del Buco” (con tutti i suoi limiti e defezioni)? In nome di quale “soggetto”, intero, “normale”?
Lo stigma finisce per colpire financo la “psicosi” (“Facebook e i social network come il terreno dove diviene evidente la trasformazione della relazione in commodities con tutte le ansie psicotiche che questa trasformazione comporta), con tanti cari saluti alla “schizoanalisi” (o quantomeno ai tentativi di superamento del paradigma che istituì tutte le altre forme di reclusione, secondo Foucault)… Si è tutti a rischio TSO richiesto dai sostenitori del “comune”? Dovremmo de-reificarci pena il non accoglimento in nuovi circoletti esclusivi? (…il mio punto di vista non è nemmeno “umano”, figuriamoci).

Annunci

S-LOGARE L’ECONOMIA

Tratto da riflessioni tra me e me sulla bacheca di FB.

Quello che è da abbattere è la cornice, il “frame”, il contenitore… dunque la moneta (il contenitore vuoto, potenziale, di ogni cosa degradata a merce). E con esso ogni caposaldo dell’economia (domanda e offerta, prezzo, costo, mercato, merce, proprietà, lavoro) e della psicologia correlata (individuo, identità, bisogno, desiderio…). La prima “domanda” in economia sarebbe:

Di cosa abbiamo davvero bisogno?“…

Proudhon rispondeva: l’abitazione e i mezzi di produzione per il proprio sostentamento… Io aggiungerei la felicità (condivisione, riconoscimento, libertà, rispetto, mangiare, bere, dormire, scopare, ecc…). Il problema è soprattutto che la collettività (come in/dividui di un insieme locale, virtuale, in relazione) si garantisca anche il superfluo (senza schiavizzare o sfruttare nessuno o senza inscenare tragedie e sacralità improbabili), il sovrappiù da spendere in modo improduttivo (la festa, il gioco, l’arte… vedi Bataille, Caillois), ciò che si consuma senza reimpiego… non regalandolo ad una classe egemone (mediante estrazione di plusvalore trasformabile in rendita finanziaria, capitale o rendita tout court).

Altra domanda topica sarebbe:

“A cosa attribuire VALORE?”

Di certo non al denaro, alla merce o al lavoro. Allora torniamo (escludendo il “valore di scambio”, il mercato, la legge della domanda e dell’offerta) al “valore d’uso” delle cose? No… in quanto l’uso non è un valore, anzi… in nome dell’utile si distruggono e si disprezzano cose e persone… Ha valore quello di cui si ha bisogno e che non deve avere un prezzo, ma un COSTO in termini di forza impiegata, di tecnologie e risorse e di qualità prodotta. Dunque niente mercato (e neanche stato ovviamente) ma scambio di questi quattro elementi (se ci limitiamo alla sola produzione): forza lavoro, tecnologia, risorse e qualità prodotta.
Ma occorre anche uscire da un’analisi produttivista del costo (e pensare l’economia come il ciclo vitale di un “ambiente”… sia esso un in/dividuo, una regione o il pianeta intero)… Ricombinazione dell’intero ciclo economico in ogni suo punto e momento… Il costo non è costo di produzione soltanto, ma anche di distribuzione, scambio e consumo. E questo non può essere regolato a cazzo di cane, alla anarco-capitalista maniera, ma deve essere programmato… io, sostengo, da istituzioni, municipi virtuali, de-territorializzati (non dunque i nostri “comuni” e neanche il “comune” come lo intende Toni Negri)… software… produzioni immateriali convenzionalmente riconosciute, così come riconosciamo il denaro, accordi politici in/dividuali che valgano per un certo (o auspicabilmente per un gran) numero di persone e siano automatizzati e revisionati collettivamente (…municipalmente) per calibrarne e valutarne gli effetti collaterali.

DIFENDERE LA VITA DALLA SOCIETA’ (parafrasando l’imperativo “difendere la società” dal potere, che è di Foucault). Lo scopo di tutto questo marchingegno sarebbe quello di contenere la violenza e la sopraffazione, l’impiego della forza che espropria gli individui della loro proprietà “naturale”… che è quella dei bisogni (che etimologicamente è un “somnium” rafforzato dal “be” di derivazione germanica…) così come dei desideri (che sembrano derivare dal cielo, “de sidereo”). Con che cosa difendere dunque “sogni” e “cielo”, bisogni e desideri, questi fantasmi semi-aleatori, giocosi, che ci determinano? Con un esercito? nooooo… Allora solo con la sovrabbondanza di sogni e cielo, precipitati in una massa di persone, con nuovi linguaggi che sgominino l’inganno dell’identità dell’individuo come delle comunità (e degli stessi bisogni e desideri che, a quanto pare evidente dai dispositivi di controllo contemporanei, sono manipolabili e feticizzabili in funzione del mercato con tecniche sofisticate di psico-marketing… PNL, psicologia cognitivista, pubblicità e merda varia…). Insomma occorre una certa forza potenziale, di una certa massa critica, per poter difendere i “municipi”, i bisogni e i desideri dall’attacco insensato delle formiche del lavoro e del parassitismo del mercato e dello stato. De-mercificare, de-statalizzare le attività e il tempo (la quantità, l’intensità, la forza e la qualità) di lavoro il più possibile… (e qui è fondamentale riformulare la valorizzazione del tempo-di-lavoro inscritto in ogni processo economico come mera quantità!).

(Scrivo appositamente con un misto di “generi”, stili, che attraversano più campi del sapere… dal momento che non riconosco alcuna specializzazione o professione… l’importante è non escludere ciò che viene considerato eterogeneo, anomalo… altrimenti ci ritroviamo nuovamente in un carcere, in una clinica, in una città, in una centrale, ecc… in quella “divisione del lavoro“, che ha prodotto modelli e standard… dunque la fine dei giochi possibili…).

Tutto questo per far capire che non c’entro niente coi sostenitori del “libero mercato“, coi “libertarian“… l’unico “mercato” teoricamente accettabile, per me è lo scambio di prestazioni, servizi, prodotti, tempo, sforzi, idee, energie… senza alcuna mediazione di terzi (che siano il denaro o lo stato). Insomma non sono un neo-mutualista americano, non mi ispiro alla scuola marginalista austriaca e Rothbard mi fa cacare!… Meglio il mutualismo socialista a questo punto… ma senza “società”.
Il capitalismo di buono ha solo il movimento di DE-TERRITORIALIZZAZIONE degli scambi (che però vincola al prezzo e al denaro come linguaggio universale… bella porcheria!) e l’uso delle TECNOLOGIE IMMATERIALI (o meglio a bassissimo consumo e con grande pontenziale di relazione e ricombinazione, che però utilizza in una rete centralizzata, a fini di controllo)… Io smaterializzerei anche il potere e le istituzioni, che sono cosa decisamente pomposa, inutile e insopportabile (nonché violenta e militarizzata) a vantaggio della vita particolare di ciascuno articolata nella sua partecipazione (al gioco) degli insiemi asistematici, collettivi… quello che chiamo “municipi virtuali“.