videomaker, fotografo, musicista e sound-designer

Articoli con tag “anomia

Deposizioni muniste

…continuando con le decostituzioni e le destituzioni…

A proposito di divisione del lavoro… Non è che si è contro la divisione, ma contro la sua organizzazione, contro le sue giunture, contro certi movimenti meccanici che stritolano. Non vi è mai stata qualcosa come un’attività indivisa, un’origine non alienata (senza la quale non è possibile evidenziare alcuna alienazione), come presuppone un certo co-munismo (che pone segretamente al suo centro un idillio umano inesistente se non in certi sentimentalismi settecenteschi, quando pianta l’orrore sociale come prima natura nel bel mezzo di ognuno).
Il munismo, tagliando il “co-“, si pone in contrasto con qualsiasi origine e individua(lizza)zione… è attività dividuale regolata per gioco, “meccanismo” ricombinante,  in cui il giogo gioca. Depositivo, non “dispositivo”. Cadavere (ciò “che cade”), scarto (ciò che è “messo fuori”), escremento (ciò “da cui ci si separa”), dall’inizio alla fine… comunque sempre rinnovato. Genesi fluttuante.

Perdita di tempo incalcolabile (se non sommariamente, da un Terzo virtualizzato, da un muni-cipio, che “non conta”) in ogni suo momento. Produzione regolata, più che per volontà, “a naso”… o, piuttosto, per noia (da νοῦς – impropriamente? -… ma s-logata, senza λόγος… non in-tuizione – “guardare dentro” -, ma em-bolo – “ciò che si getta in mezzo” – che impedisca a qualsiasi totalità fantasmatica di organizzarsi e dispiegarsi sistematicamente contro i suoi insiemi non omologhi, eteronomi, eterodossi, eterogenei, difformi (è così che il logos vede, sorveglia, controlla, incarcera, sopprime, corteggia, incorpora, sussume, ciò che non comprende)… E non mi si prenda per platonico neanche per scherzo… qui non ci sono idee.


Inoperosità decostituente (impressioni sul pensiero di Agamben)

All’atelier autogestito ESC (un “centro sociale”? troppo fighetto per potersi definire tale…) in S. Lorenzo, a Roma, è arrivato Lui (come lo chiamavano questi strani compagni del “comune” che in sua attesa gli riservavano un posto auto davanti al locale con due fusti vuoti di birra)… accompagnato da una compagna hostess inviata ad accoglierLo in minigonna e tacchetto… E s’è capito subito che era venuto a seminare zizzania, specialmente contro l’infelice idea del “potere costituente” di Negri…
Titolo della lezione serale: “Che cosa significa usare?”.
Alla domanda (si) risponde con una puntuale, serrata, accademica e decostruente analisi etimologica e filosofica del termine “uso” che Agamben contrappone alla “cura” (di sé) in Foucault e (dell’Esserci) in Heidegger… invitando a superare la distinzione tra soggetto e oggetto, a sentirsi immanenti alla relazione che l’uso (né attivo, né passivo, ma “medio” in senso greco) di qualsivoglia oggetto (o soggetto) comporta. Insomma invitava a destituire qualsiasi istituzione precostituita (di sé, del “proprio”). Invitava ad usare questo potere destituente… fuori da qualsiasi diritto.

Agamben e il suo potere destituente in un mio ipotetico manifesto...

Il primo a destituirsi (ma lo dico con simpatia) forse avrebbe dovuto essere lui… che ha preteso uno scranno e un tavolino più alto (vedi foto accanto a Virno), rifiutando con sdegno tavolini IKEA e seggioloni in plastica che avevano predisposto i comunardi (pessimo anche il faretto che metteva in risalto la calvizie del filosofo, sovraesponendomi diverse foto che ho scattato). Poi ha anche sbeffeggiato dei sostenitori del “diritto del comune” lì presenti a porgli domande e criticare dandogli degli sciocchi che ripetevano concetti da scuole elementari… Non è certo il tipo che le manda a dire

Paolo Virno e Giorgio Agamben all'ESC per un incontro organizzato dalla LUM

Qualche ora più tardi, riflettendoci un po’ su, fantasticavo di un mio improbabile intervento per rompere la fastidiosa devozione verso il grande filosofo dell’italian theory (da me molto stimato, sia ben inteso) che s’era prestato a codesta lectio magistralis:
– Innanzitutto uso il suo concetto di uso per destituire me… proclamando di NON essere Valerio Mele… di non corrispondere a questo nome proprio. E poi sarebbe coerente che lei si destituisse da professore, nonché da Giorgio Agamben… Ecco. Da qualche parte bisogna pur cominciare. Ho usato i suoi concetti… Non mi interessa se adeguatamente o no. Anche perché non condivido l’aggettivo adeguato nell’espressione “uso adeguato” da lei usata, né gli usi “rituali” che lei propone (privi di ogni accenno alla prassi, meramente teorici). Non ho altro da dire…

Per non parlare del fatto che i termini “ontologia” e “immanenza” mi fanno venire l’orticaria… M’è rimasto il dubbio che volesse riesumare qualche forma di diritto consuetudinario… pre-moderno.

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Ho poi letto quello che è andato a dire in Grecia… Pare che egli vorrebbe rivolgere una anomia (termine, in questo senso, presente anche nella D.e A.D.) de-costituente contro l’anomia del potere dello stato d’eccezione.
Ma trovo comunque molto inquietante sia il richiamo ad imprecisate tradizioni e religioni (“Perciò ho fatto ricorso a questa idea di Kojève: è possibile un altro modello per l’Europa? Quel modello è interessante perché si basa non su una unità astratta, ma su una unità molto concreta, basata sulla tradizione, lo stile di vita, la religione”), sia la solita manfrina contro il “sistema delle banche”… nonché la strizzatina d’occhio al “comune” da giocare contro l’idea confusa di “comunismo”… (a me pare sin troppo confusa e fumosa la sua “strategia”… troppo teoretico nel suo approccio a questioni politiche… troppo filosofo…).


L’ipotesi perversa II

[Qui la prima parte].

Questi («ma chi?… i “cittadini”? i “consumatori”? i “lavoratori”? gli “utenti”? i “pro-sumer”?») non sono dei sentimentali (niente tragedie, sacrifici, violenze, paure, sacralità, Girard, Hobbes…), ma dei goduriosi (che godono per conto terzi senza venire mai, fingono grottescamente di godere o, dato che sono finzioni essi stessi, è di questo che godono)… governano coi tasti “mi piace” e “condividi”La macchina statale s’è fatta social. Ci aderisce per trasparenza, come un layer sovrapposto personalizzato, ci fotoritocca, ci sottopone al riconoscimento facciale, ci simula…

…una palpatina, una molestia, un insulto, un furto d’identità, un drone con cannoncino… Non si incarcera e non si uccide più: si banna (occultando le spiacevoli conseguenze di cui sopra che di tanto in tanto riemergono come snuff…).

Le telecamere piazzate un po’ ovunque sono per voyeurismo simulato non per controllo… Alla lunga ci si stanca pure a sorvegliare o sorvegliare diventa impossibile (addio Foucault e Deleuze) e si ricorre ad algoritmi interpretativi, macchine predisposte all’eccitazione. L’importante è (far) godere dell’attimo intenso in cui viene ripreso l’atto sanzionato dalle leggi-LOL. Possibilmente sgranato e fuori fuoco al punto giusto… con un tocco di mistero… qualche pixel di desiderio da aggiungere (voglia di hi-res, HQ, iconcine animate, loop). Il massimo sarebbe riprendere alieni, mostri, zombie, vampiri, mutanti… erotizzerebbero anche l’orrido… anzi, l’hanno già fatto.

Un capitolo a parte meriterebbero le simulazioni audio (musica, colonne sonore, muzak, jingle, suonerie, bip, etc…). Ma ci sono anche odori, superfici tattili, sapori… tutto concorre a renderci una finzione (“ciò che viene plasmato”) adeguata al modello perverso totalitario… Il brutto è che alla perversione sembra che non si sfugga se non a costo di disordini schizofrenici… di distruzioni strutturali. Io stesso parlo a partire da una posizione “perversa”. Non c’è un’origine pura… Non sto predicando come un Ezechiele biblico. Tutto ciò è preziosa conoscenza… da utilizzare eliminando (rendendo ancora più astratto e inefficace) il Terzo che gode al posto della finzione che siamo o moduliamo. È la sola follia (“gnostica” e dualista senza trascendenza) che vorrei.

Dal “perverso polimorfo” al feticismo fuori standard

Non ci sono che “oggetti parziali”… e sarebbero da mettere in relazione anomica (anti-identitaria, deterritorializzata, dividuale, modulare, ricombinabile) tra loro, con degli spartiti variabili che modulino produzione e consumo senza troppe dilazioni, tramite accordi politico-economici dividuali, rendendo progressivamente inutile e inefficace il Tutto (il fantasma d’Origine, il Padre Immaginario, l’Immagine del Corpo, la Persona, la Grande-Testa-fabbrica-organi) che li avrebbe parzializzati.

Non si capisce?… Non fa niente. Avete già afferrato abbastanza.

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Mani occhi testa bocca tetta piedi figa cazzo culo… il “perverso” qualcosa (per esempio mangiando con gli occhi, mantenendosi al di qua del cannibalismo) afferra e incorpora (come “antropologicamente” suggeriva un bellissimo capitolo, “Afferrare e incorporare”, di “Massa e potere” di Elias Canetti che sembra coinvolgere chi legge in una lotta corpo a corpo tra cacciatore e preda)… c’è solo qualcosa

…che si stacca dal fantasma totalitario (pur necessario, ma solo come fantasma, a mantenere una sorta di equilibrio non solo psichico) dell’immagine del corpo.  Diversamente, cosa più che comprensibile, ci si rifiuta di camminare e di collaborare pur di non sorreggere l’eccitazione erettile… le gambe cedono… ci si rannicchia come pupetti, irrigiditi come catatonici. Politica decisamente più intransigente e in accordo con le più potenti devastazioni cosmiche, ma del tutto immobile, negatrice anche di quel poco che ci anima in quanto animali o animazioni cinematiche…

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Com’è l’amore tra “falsi sembianti”?

Si ama per riconoscere (ri-presentare) la propria e l’altrui immagine allo specchio, per proteggerla dall’abisso di “nulla” (di incoscienza, di “non Io”) che quella sostituisce, tracciando approssimativamente o marcando dei segni (un corpo, un volto, una bocca, un occhio, un seno… penso al trucco, alle statue greche colorate, alle ragazze divinizzate, alle divinità divenute umane, al porno… una pantomima che nasconde il vuoto… giusto gli Aztechi, quando spellavano vive le vittime sacrificali e se ne vestivano, potevano indicare qualcos’altro, di più orribile, di irriducibile alla coscienza, che giace nel mezzo della carne e delle cellule che muoiono e si rigenerano più volte durante una vita).

Ovvio che sia molto meglio gioire perversamente dei dettagli, delle parzializzazioni che siamo… delle intensità ibride intagliate sul vuoto, sulla vertigine, sulla confusione… ma quella paura resta sul fondo di ogni ritaglio… di ogni angolino tranquillo che ci si ritaglia per far circolare delle intensità.
Ecco, le intensità… i -getti nei sog-getti… schizzi di nessuno… inorganico che sprizza… Chi mai può pensare di mettere tutto ciò in un recinto, in un serraglio? Non siamo capi di bestiame, caro capitalista… né vi è pro(i)stituzione ab origine. Non tutte le nostre membra sono organiche al tuo organico.

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Fonmaentadmlente caiapmo l’izinio e la fnie delle praloe

Stessa cosa dei corpi (da capo a piedi o tra capo e coda) e delle case (tra porta e finestre). Il contenitore viene intuito fantasmaticamente prima delle parti. Ma sono le parti ad essere più del tutto. Non ci sono che parzializzazioni e feticci (anche svincolati dal tutto).
Le intensità semplici (es. quelle individuabili, contenibili tra inizio-fine) fanno il gioco della forma complessiva.
Solo le intensità complesse non si lasciano sussumere e comprendere dalla forma complessiva.

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15/03/2014

Ci voleva Lyotard stanotte (causa insonnia… Capitolo “il Negozio” di “Economia libidinale” in cui tratta della cerchia dei sapienti-froci-guerrieri greci che avevano costruito il centro della polis e il loro pregiatissimo “logos” su di un grande zero, a forma di moneta, per tutti coloro che erano fuori dal cerchio – stranieri e donne compresi – o a forma di buco di culo, annullatore e appagatore dei loro bisogni) per farmi notare come l'”ANello” fosse un “piccolo ANO”… Anche la “collANA” magari, con un calibro più grosso, proviene dalla stessa ANALogia…

Egli vedeva inoltre, nella tensione e nella scarica, le potenze che attraversano la banda pulsionale (con un solo lato, senza un interno ed un esterno, come il nastro di Moebius)… Figura del polimorfo su cui si innestano i vari oggetti parziali… alcuni dei quali forniscono lo spunto per i deliri totalitari che Lyotard tanto detestava (che nell’antica Grecia sono appunto incentrati sull’ano, sulla pulsione sterile che azzera gli scambi e scarta l’eteronomo e il barbaro). Anche io sono della stessa opinione…

Per non parlare dei giochi di parole tra “annullare” e “anulare”…
L’idea che la “culla” della civiltà occidentale fosse in realtà un “culo” è assai comica…

08/05/2014

Il carry trade, il godimento dei differenziali di titoli e divise monetarie intorno al Grande Zero (orrido e attraente insieme… buco nero, buco di culo). L’intero sistema capitalista fa il surf su quest’onda… C’avevano visto giusto i Butthole surfers

Hanno solo imitato la “natura”… questa morte-che-vive piazzata dentro ogni vivente… sabotata, bistrattata, scongiurata, esorcizzata, crocifissa, surrogata da suoi simulacri depotenziati…


La guerra in Mali è dunque (in)finita?… ed è più “world” o “etno”?

Continuo le mie riflessioni sulla guerra in corso iniziate nel post precedente
Bisogna spulciare tra i video prodotti all’estero per poter vedere come sono abbigliati, quali bandiere sventolano e quali armi usano i fantasmi alqaidisti contro cui le forze armate francesi (con quelle italiane e statunitensi in appoggio) sono in guerra nel Mali (checché se ne dica…). Qui un riassunto dei prodromi di questo conflitto. Innanzi tutto sembra che non si tratti di fantasmi del tutto incorporei (probabilmente l’improbabile nettezza dello schieramento alqaidista così come viene narrato dai media internazionali, fa sembrare questi padroncini del deserto piuttosto  finti nel senso etimologico di plasmati… fabbricati e confezionati ad hoc per le TV e l’immaginario securitario di tutto il mondo, sempre oscillante tra il paranoide e il terrorizzato dal bau bau di turno). Certo, un news network “indipendente” (finto alternativo e un magari zeppo di “infiltrati”) come The real TV di stanza a Washington, con collaboratori come Chomsky, è da prendere comunque con le pinze… Per esempio, c’è l’idea ricorrente che i gruppi che hanno occupato il nord del Mali provenissero dalla Libia e siano stati armati dalla recente guerra per uccidere Gheddafi (probabilmente da inglesi, francesi e quatarini, su suggerimento della nuova strategia obliqua del Pentagono… la stessa che sembra aver ideato il recente colpo di stato in Mali, operato da ufficiali maliani formatisi in USA, come sostiene il video di the real TV…). Io credo che sia un po’ troppo complottista però l’idea che svariati gruppi di “integralisti islamici” siano tutti infiltrati dalle strategie oblique statunitensi… Si considera troppo potente un impero che si dimostra invece piuttosto “mean”, meschino, nei mezzi e, militarmente parlando, non troppo sagace e raffinato… è tutt’al più capace, anche per risparmiare qualche dollaro, di suscitare il caos – shakerando prima dell’uso le divisioni etniche (che hanno pur sempre una base razzista, sono un po’ il razzismo politically correct in tempi di democrazia…), nazionali e religiose di una data regione – vedere come evolve la situazione con i compagni di merende disposti o in azione sul campo e, giusto se le cose non vanno come pianificato, intervenire con la stessa enfasi che ultimamente pervade le previsioni meteo (tendono a dare nomi roboanti, tratti dalla mitologia o dal peggiore metaforismo, sia alle operazioni militari che alle perturbazioni o agli uragani, forse per suggerire un senso di ineluttabilità, astratta fatalità e predestinazione alle missioni “liberatrici” del complesso militare industriale o postindustriale)… o intervenire con la stessa logica fondante della civiltà sorta dopo Hiroshima… che solitamente prima bombarda e molto dopo sbircia coprendosi gli occhi o mangiando patatine, tutto ciò che si incenerisce per terra. Ritengo che in quella regione di nessuno che è il deserto, in questo caso il Sahara occidentale, dove per decenni  sono state ricacciate popolazioni (cui in alcuni casi è persino stata cancellata la nazione di provenienza con un tratto di penna, cui sono stati bombardati villaggi col napalm!), possano trovare temporanee alleanze moltitudini erranti (anche nomadi) di guerriglieri e individui che odiano di un odio viscerale gli “occidentali” (e dunque gli americani che ne sono il referente principale, più potente ed egemone), con le loro mire imperialiste, l’accaparramento delle risorse naturali e l’impoverimento programmatico delle popolazioni locali, che hanno la sventura di avere sotto il suolo giacimenti di petrolio, uranio, oro e compagnia bella… Sì, possono essere odiati… non sono irresistibili, non sono il mondo migliore che possa esistere, come si raccontano, quello che assimilerà tutto ciò che si oppone loro, non sono quel popolo benvoluto e continuamente god-blessed che credono di essere… tuttalpiù una moltitudine (pur sempre particolare e storicamente determinata) di macchine-umane variamente assemblate e in miserabile competizione tra loro. Si eccitano, si elettrizzano e si entusiasmano così…


Lyotardiano nello stigmatizzare gli africani, cui piacerebbe libidinalmente essere schiavi, diretto nell’accusare di terrorismo di Stati Uniti, sagace nel sospettare che il vero obiettivo degli USA è probabilmente l’Algeria di Bouteflika (aggiungerei io: dati i suoi rapporti con la Cina e la non sufficiente, secondo la strumentale opinione degli Stati Uniti, collaborazione nella “guerra al terrorismo”), feroce nei confronti del presidente del Mali installato dopo il golpe che ha subito invocato l’aiuto degli ex-colonizzatori, l’uomo nel video qui su (un simpatico africano residente in USA credo, dall’aspetto quasi presidenziale ma dai toni molto più incazzati dell’attuale comandante in capo delle forze armate USA) per altri versi pone le basi, con i suoi discorsi di autodeterminazione armata panafricana  (ma non c’è mai stata una comunità continentale africana, come del resto non è possibile che ci sia una comunità unita di tutti i viventi presenti un continente anche altrove…), di una potenziale guerra su basi etniche (se non razziali) o di un conflitto con gli arabi, che sarebbero senza alcun dubbio, secondo lui, tutti pagati dalla CIA per destabilizzare stati altrimenti pacifici…

Volevo solo far notare come anche nell’opporsi alla violenza globale del dominio statunitense e “occidentale” si rischia di formulare giudizi del tutto interni allo stesso paradigma che si intende contestare… si agitano sempre spettri, fantasmi di qualcosa che non c’è (come le etnie, le comunità, le identità, i generi, i diritti, le divinità varie) in nome del quale battersi, uccidere, morire… Semplificare in questo modo non è certo la via più efficace per uscire dall’attuale pantano… Ho un’altra idea di semplificazione, che magari tenterò di spiegare in altri post…


“In Mali non è finita”, dice il professore Chester Crocker dell’Università di Georgetown, assistente alla Segreteria di Stato per gli affari africani nel 1980 ed esperto di sicurezza internazionale e gestione dei conflitti.

“Se le forze africane presidiano le città, ciò significa che il resto del territorio sarà nelle mani del nemico”. Ecco come parlerebbe un vero paranoico…
Senza contare che “sarà fondamentale che i francesi, così come gli americani, i britannici e i vicini africani, siano in stretto coordinamento con gli algerini, essenziali in questa storia.
Naturalmente all’interno delle cellule islamiche di cui stiamo parlando molti sono algerini, non Tuareg del Mali o della Libia, sono algerini“. Lo dicevo che questi mirano a destabilizzare l’Algeria!… (del resto i media facevano il tifo per le primavere arabe e si dolevano per la poca spettacolarità e il fallimento delle sommosse in Algeria… o in Marocco).

Pure rousseaiano il professore yankee quando dice: “Quello che richiederà tempi lunghi sarà piuttosto la necessità di ricucire e ricostruire il tessuto politico e il contratto sociale del popolo”
Fino ad ora il Mali in America era conosciuto più che altro per il film in cui Martin Scorsese sosteneva la panzana che lì fosse nato il blues… (ma si sa, gli americani mandano avanti prima Hollywood… l’hanno fatto anche con noi… Pensano a come rendere profittevoli le risorse culturali locali… lo fecero col neorealismo… Prelevano solo quegli elementi che possono essere messi in comune col loro modo di vedere… danno una chance… e nel frattempo pensano a dove installare basi militari).

Tra l’altro questa faccenda del blues è stata impiantata pure nelle popolazioni saharawi (quelle di cui parlavo prima, bombardate col napalm dai marocchini nel 1975… dopo il dissolvimento della colonia spagnola del Sahara Occidentale)… Furono ricacciate in un campo profughi dipendente dagli aiuti ONU che si trova in Algeria poco sopra il Mali (ci deve essere qualcosa che proprio interessa, da quelle parti)… Mariem Hassan, che in questo video, che incrocia in modo un po’ forzato blues e litanie saharawi, canta accompagnata da chitarra elettrica, dai campi profughi è finita a fare concerti in giro per il mondo…

A proposito di fronte frattale del conflitto.

Anche io mi sono dedicato ad “Alchimie etniche” in musica, ma più per trovare punti di contatto tra culture e sensibilità diverse, aprire le limitate strutture occidentali ad elementi nuovi o, più probabilmente, per mischiare materiali sonori senza un centro che si potesse definire “etnico” o “world” (anche se oggi avrei chiamato il CD “Alchimie modali” per non incorrere in equivoci)… e “world” è una sorta di “centro di recupero” globale per anomie locali… queste operazioni le fanno altri per colonizzare… per assimilare culture e popoli nella Grande Macchina della Competizione… Così come fecero con gli schiavi negri nei campi di cotone: come hanno confezionato tessuti dal cotone raccolto, hanno anche confezionato il blues da chi raccoglieva cotone… e comunque sempre roba grezza per farci altre robe più raffinate su cui farci soldi è (nel mio caso, il mio pezzetto di cervello in affitto, la percentuale coloniale del 50% sull’insano privilegio dei diritti di proprietà intellettuale del “vivaio di musicisti” della Rai, come lo chiamava un funzionario di quelle parti…). Non posso dirmi “innocente”… gli “scopi nobili” vanno sempre a farsi benedire, quelli ignobili restano… (del resto alla Rai non potevano essere interessati se non avessero percepito un principio di malvagità in quello che ascoltavano… “più percussioni”, suggerivano… “più musica suonata con le mani, meno loop”… ma io non avevo nulla di autoctono, di originale, di tradizionale, da proporre… la mia immaginazione non ha un territorio, una legge (forse delle regole del gioco, sempre mutevoli)… mi avevano scambiato per qualcosa che non sono (non avevo alcuna intenzione di travestirmi da arabo o turco o indiano come si usa fare tra molti musicisti attratti dall’esotico per estrarre tradizioni pure con lo stesso spirito del WWF nei confronti degli animali in via d’estinzione… o sistemare tappetini da ginnastica e altarini Ikea come fanno certi fissati con lo yoga e le religioni orientali… che non sono certo sadu)… ma senza né Tradizione, né piena conformità alla moda – o allo sfruttamento – del momento si rimane in una terra di nessuno, che è appunto la mia… e quella del branco di post-moderni sparsi per la società postindustriale con tante idee e capacità, ma poche relazioni produttive indipendenti… e non parlo di nicchiette culturali… Insomma più che un “vivaio”, a me sembra una tonnara… o un deserto).


Complicare o semplificare? | L’ambivalenza della guerra in corso

Il nostro edificio è bellissimo, perfetto… Non riuscirete mai a farne uno simile… Occorrono decine, centinaia di anni per pensare un’architettura così complessa e condivisa… e comunque, con-dividui, nel caso aveste idee diverse, abbiamo i droni…
[…]
Provate a tornare a casa… non ce l’avete una casa!… e allora provate a vagare fino a trovarne una… nomadi pezzenti.

(da “Adaequatio rei ad imaginem” di Valerio Mele)

Innanzitutto bisognerebbe capire a quale guerra in corso mi riferisco… Forse alla IV Guerra Mondiale di cui parlava Baudrillard?

“La prima [guerra mondiale] aveva posto fine alla supremazia europea e all’era del colonialismo; la seconda al nazismo; e la terza al comunismo. Ciascuna ci ha portato sempre più vicini all’ordine mondiale unitario di oggi, che si sta ora avvicinando alla sua fine, in ogni parte, ad ogni lato in lotta contro forze ostili. Questa è una guerra di complessità frattale, condotta su scala mondiale contro realtà singole ribelli che, come gli anticorpi, oppongono resistenza in ogni cellula”.

1 – Rassegna di blog sulla guerra in Mali e non solo…

(consiglio di prendere fiato prima di leggere: vi sono domande molto lunghe e piene di parentesi)

…o mi riferisco a questa nuova guerra in Mali (che pur ho cominciato a seguire in un commento che ho intitolato  “L’ITALIA E’ IN GUERRA (di nuovo) MA LA CHIAMANO “SUPPORTO LOGISTICO” in cui narro le gesta e le opinioni di Prodi, Terzi, Leon Panetta, Bersani e alcuni giornalisti inqualificabili… azzardando alcune ipotesi circa la nuova strategia indiretta del dominio statunitense),  le cui motivazioni reali [più che appassionandosi agli scontri tra i ribelli Touaregs del Mouvement National de Libération de l’Azawad MNLA, forze governative invocanti l’aiuto del protettore globale, fantomatici integralisti-terroristi-alquaidisti dai metodi talebani come Ansar Dine, il Mouvement pour l’Unicité et le Jihad en Afrique de l’Ouest (MUJAO), Al-Qaïda au Maghreb Islamique (AQMI) e Boko Haramvenuti fuori non si sa da dove e finanziati non si sa da chi, di cui si sa solo quello che passa la propaganda guerrafondaia occidentale – e chissà quante altre ulteriori etnie e gruppi maliani…] si spiegano comunque in buona parte dando un’occhiata alla mappa di uno stato posticcio (messo su da un golpe militare per rimpiazzarne uno corrotto, marionetta ultraliberista dell’IFI) sezionato dai diritti di esplorazione (concordata evidentemente da team multinazionali, da squadre munite di squadrette) delle compagnie petrolifere?…

…o [le motivazioni reali di questa guerra in Mali] si spiegano meditando sulle altre risorse naturali di cui il paese è ricco (“fosfati, ferro, molto oro estratto dalle sabbie del Sahel, diamanti, petrolio, uranio, bauxite, manganese, ecc.”)… o su questo movente da società gassosa che suggerisce Olympe de Gouges?

Il ministro delle miniere del Mali, Amadou Baba Sy, ha firmato, il 18 dicembre 2012, un decreto attestante l’acquisizione da parte dello Stato del blocco 4 del bacino di Taoudeni, precedentemente concesso a ENI e Sonatrach (Sipex), multinazionale algerina (2° esportatore di GNL e GPL e 3° esportatore di gas naturale del mondo) dallo spodestato presidente Amadou Toumani Touré.

Di quale guerra in corso stiamo dunque parlando?… Un post notevole di Miguel Martinez inquadra il fenomeno Mali per come lo possiamo leggere in questo momento, con tre racconti, un’ipotesi e due vie, fornendo una lettura per certi versi in trasparenza dei mutamenti del mondo e delle società (anche “occidentali”) nell’epoca del superamento della forma stato-nazione… nell’epoca della “globalizzazione” intesa come smaterializzazione dei confini dello sfruttamento:

  • Racconto primo, che è l’unico che sentirete nei media o dai politici. Ci sono i soliti Pazzi Terroristi Islamici, che questa volta agiscono nel Mali, che sta da qualche parte tra l’Afghanistan e l’Iran, forse. Sgozzano, vietano i film, picchiano le donne. Due minuti d’odio. Ma ecco che si alzano in volo i nostri luccicanti bombardieri dotati di insetticida, evviva!

  • Racconto secondo, leggibile in represensibili angoli di Internet. Ci sono, è vero, i Pazzi Terroristi Islamici, solo che sono al servizio dell’Emiro del Qatar, che è amico dell’Occidente, e quindi è tutta una truffa.

  • Racconto terzo, reperibile anch’esso solo in luoghi reconditi. Ci sono i saccheggiatori francesi, o americani, che stanno facendo un’ennesima guerra per riportare a casa un carico di… segue un lungo elenco di risorse naturali, tratto da Wikipedia.

Voglio però costruire lo stesso un’ipotesi, magari piena di bachi. I paesi che si definiscono “civili” hanno avuto negli ultimi due secoli come caratteristica fondamentale lo Stato Nazione. Si tratta di un immenso dispositivo impersonale che tiene insieme la società.
[…]
Il Mali, disegnato sulla carta da qualche amministratore francese poco amante dell’arte, è uno dei paesi più poveri del pianeta.
[…]
Le ricche risorse minerarie non solo non danno lavoro, ma provocano la cacciata dei contadini dai loro villaggi.
E il paese è popolato da almeno tre grandi etnie che non si amano affatto. Quindi, uno Stato Nazione semplicemente non ci può essere nel Mali.
[…]
Il Mali si trova su due vie fondamentali. La prima è quella dell’emigrazione dei nigeriani verso nord. La seconda, a sorpresa, è la nuova grande via della cocaina sudamericana verso l’Europa, per valori che superano quello di tutto il prodotto interno lordo di molti paesi della regione. Quindi, ciò che succede nel Mali si ricollega sempre alla Grande Idrovora, al nucleo del dominio che risucchia il mondo, e alle incessanti lotte per attaccarsi alle sue tubature. Quando non c’è uno stato nazione, o c’è solo per finta, la società si organizza in altri modi. Questa è ormai la regola in vaste aree del mondo, forse la maggioranza.
[…]
Tutto questo diventa interessante, se ci rendiamo conto che si tratta di un processo mondiale. Lo Stato Nazione inizia a crollare in realtà a partire dal centro del dominio: lo constatiamo tutti anche qui, dalle infinite piccole crepe.
[…]
Una vicenda come quella del Mali diventa così di enorme interesse, ma non per il gusto di fare il tifo di squadra. Per capire il futuro del mondo.

Alessandra Corrado di Uninomade, dopo aver descritto in modo chiaro e lineare la situazione attuale in Mali e le ragioni che avrebbero portato popolazioni nomadi ad alzare il tiro delle rivendicazioni territoriali fino a chiedere l’indipendenza dei territori a nord del Paese, giunge a queste conclusioni che sottolineano un iniziale e forzato processo di “semplificazione” del fronte da un lato e dall’altro (pur finendo per schierarsi in favore di fumose ed improbabili rivendicazioni sociali che dovrebbero salvare il paese dalle parti in conflitto… prospettiva irrealistica che fa quasi desiderare la fine dello stato del Mali e il trionfo dei gruppi armati anti-occidentali…):

La guerra senza fine mossa dall’Occidente contro il terrorismo sta avendo l’effetto paradossale di rafforzare e unire le organizzazioni fondamentaliste, producendo come si legge su Le Monde diplomatique una «autostrada dell’internazionale sovversiva», che va dal Pakistan al Sahel, passando per l’Irak e la Somalia e attraverso la quale circolano combattenti, idee, tecniche di lotta, armi, in una guerra contro le “nuove crociate”. Si rileva infatti che dal 2001 queste nuove guerre hanno avuto luogo in paesi musulmani – Afghanistan, Irak, Somalia, Libano, Mali, e non dimenticando Gaza. Ma individuando solo nella motivazione cultural-religiosa l’elemento di scontro e lotta si occultano quelli che sono i veri interessi in gioco fra le parti – quelli di una economia mineraria ed espropriatrice – e le strategie di mobilitazione sociale attivate, anti-occidentali da un parte e securitarie e islamofobiche dall’altra.

Scrive invece Sebastiano Isaia circa la guerra in corso, a suo avviso sociale e sistemica, su cui stiamo indagando (che costituisce la precondizione dell’intervento militare in Mali, come di altri passati e futuri interventi “umanitari” e che parla più di ciò che accade e accadrà qui in Europa):

Qui fa capolino la vecchia illusione europeista, ridicolizzata a suo tempo da De Gaulle, teorico dell’«Europa delle patrie», di chi immagina possibile la creazione di uno spazio politico-istituzionale di tipo federale (gli Stati Uniti d’Europa) attraverso una pacifica e totale cessione di sovranità da parte di tutti i Paesi europei. E quando dico pacifica non intendo alludere solo alla guerra di tipo tradizionale, quella che ha sconvolto e insanguinato periodicamente l’Europa, ma anche alla guerra di tipo economico-sociale, che infatti è in pieno corso nel Vecchio Continente. Anche qui, la guerra degli eserciti in armi non è che la continuazione della guerra sociale incardinata sul solito mantra capitalistico: profitti, profitti, profitti! La guerra sistemica (economica, scientifica, tecnologica, politica, culturale, psicologica) è la guerra peculiare dei nostri disumani tempi. I raid aerei “umanitari” ne sono solo l’ultima manifestazione. Ma può capirlo questo chi ha in testa gli Stati Uniti – e capitalistici! – d’Europa come il massimo di “utopia” possibile nel XXI secolo?

Un noto Institut infine, cui si abbevera la sapienza filo-atlantica della pregiatissima dirigenza politica italiana (e cui è doveroso far riferimento per capire le intenzioni da questo lato del campo, tese a quanto pare a non compattare e semplificare gli schieramenti come sostiene Alessandra Corrado), lascia intuire tra le righe (scritte in inglese) a che serve “il processo di frammentazione in corso dei gruppi jihadisti” (ops! ma non si stavano ricompattando?) e la proliferazione di “nuovi gruppi di insurgent con figure regionali sul modello di Bin Laden”… e cioè (questo è quel che penso) ad una rinascita della (bushiana) “guerra al terrorismo” sotto una nuova forma (obamiana) di guerra strutturale, di guerra preventiva, di “guerra giusta” con un fronte interno ed esterno, non più localizzabile ai confini dell’Impero, ma ovunque e ad ogni livello, con nemici più o meno arbitrari, che gestisca il caos non risolvendo più il conflitto in senso classico, clasusewitziano (data la crisi irreversibile degli stati-nazione), ma preferendo operare anche come i terroristi (il che potrebbe far capire come mai al Quatar, per esempio, secondo alcuni, sia stato lasciato il compito di appoggiare sia il “terrorismo” che gli interessi NATO), sollecitando e sostenendo un conflitto asimmetrico o “a bassa intensità” (includendo cioè il “rischio” di schegge impazzite come Mohamed Merah per convincere l’opinione pubblica interna della necessità e legittimità della guerra) e generando un fronte frattale, complesso fino all’impossibilità cioè di un esito che possa dirsi positivo o negativo… una strategia di governance del caos, da stato d’eccezione permanente che solleciti continuamente l’appoggio di un’opinione pubblica tenuta in costante stato d’allerta, che includa mezzi (come riassume Mazzetta) di libero bombardamento con dronikilleraggio mirato di qualunque cittadino, anche straniero… che cerchi “nuovi modi di cooperare con i governi locali anche in situazioni in cui non ci si fida pienamente di loro, replicando in qualche modo la corrente relazione USA-Pakistan in un contesto differente”, come si legge nell’articolo originale:

The decision by Mokhtar Bel Mokhtar to target the BP plant and attack Algeria’s strategic interests seems to be a reaction to France’s intervention in Mali, but in fact it stems from an ongoing fragmentation process among jihadi groups that are probably going to take the initiative with new attacks and kidnappings. The ensuing dynamic among terrorists in the Sahel and the governments fighting them will mark the beginning of a new phase in the “war on terror”, with the proliferation of insurgent groups and regional Bin Laden-like figures. Western countries, in turn, will need to learn new ways to cooperate with local governments also in situations where they would not fully trust them, somehow replicating the current US-Pakistan relation in a different context.

Ci si potrebbe chiedere quale possa essere lo scopo di una guerra sistemica, generalizzata, preventiva“giusta”, frattale, permanente, ecc… è ancora guerra?… o è semplicemente l’impossibile governance globale che si rivela per quello che è?… e cioè una gestione violenta dello stato d’eccezione permanente determinato dalla difesa ad oltranza degli interessi del capitale “globale” nell’epoca della crisi del dominio imperialista americano, coperti in modo sempre più approssimativo dai fantasmi (che ancora incredibilmente dominano le allucinazioni collettive della pubblica opinione occidentale) della Democrazia e dei Diritti Umani?…

E’ lo scenario messo in campo, per esempio, dalla Guerra al Terrorismo, in cui, dietro un’apparente gestione razionale degli eventi, si cela un mostro di innesti e proliferazioni nel tessuto stesso della società, che si pretende Razionale e che si suppone esista (pur essendo una sorta di finzione scenica, la rappresentazione di un ordine semi-naturale, un sostrato mitico su cui adagiare il corpo-in-frammenti del sistema). Dunque questo Dualismo terrorista, questa Eccezione del Diritto, quando rivela la sua verità oscena, nascosta dal Sistema che la copre e la supporta occultamente, sembra presentarsi come fosse la Realtà… Ma è un mostro creato in laboratorio…

(da “Il feto-monolito e lo schizo-capitalismo”)

Vengo a sapere oggi che la guerra in Mali sembra sia “finita” (o forse è solo un’impressione di qualche commentatore), che le truppe franco-maliane abbiano sfilato per le strade festanti di Timbuctù, che ci saranno nuove elezioni per mettere un fantoccio più conciliabile con gli interessi delle multinazionali dell’estrazione mineraria, che Leon Panetta ha ammesso il coinvolgimento statunitense nell’operazione e che gli stessi USA intendono costruire una base aeronautica per i droni (come del resto accadrà anche in un’altra colonia, l’Italia, col progetto MUOS), dicono, per sorvegliare i fantasmi alqaidisti (da loro stessi invocati…) che dovrebbero arrivare dal deserto…

2 – Teoria e prassi dei conflitti contemporanei

dalla rottura della linearità del conflitto tra stati-nazione alla dimensione frattale, labirintica, aleatoria, deterritorializzata, spettacolare, proliferante, contagiosa dei conflitti (sociali, economici, politici).

Dalla rassegna riportata nella prima parte emerge una differenza di opinione sui conflitti… in particolare tra la posizione di Alessandra Corrado e il post del noto Institut… Quest’ultimo, pur rispolverando la roboante “war on terror” scrive di una visione complessa del conflitto (che include terminologie come proliferazione, processo di frammentazione…) che si suppone di poter controllare (ma vedremo in quale modo schizo-paranoide, caotico, segreto e ben oltre gli ormai sostanzialmente superati limiti moderni del conflitto convenzionale…), mentre la prima sostiene che una reazione militare di un certo peso compatti una resistenza, delineando un andamento schmittiano del conflitto, fatto cioè di semplificazioni di un fronte più complesso. Dunque cosa accade: si semplifica o si complica all’infinito in modo proliferante e frattale questo fronte?

Sebastiano Isaia ci ricorda il pensiero di Schmitt e le semplificazioni del potere (nazional-socialista o liberale-capitalista poco importa… parliamo di tecnologie di controllo e di strategie di dominio – comuni a dittature e democrazie – volte a difendere proprietà, beni, capitali, rendite, profitti, rapporti sociali dati, ecc…, che oggi sembrano essersi nebulizzate tra le teorie cognitiviste e il marketing, rese fruibili anche dagli infanti, più che essere espresse con la propaganda paranoide che costruisce il “nemico”):

Nel 1932 Carl Schmitt, teorico della dialettica amico-nemico (Legalità e legittimità), scrisse che la contesa politica nella moderna società della tecnica si svolgeva ormai quasi completamente attorno alla figura del nemico di turno descritto ossessivamente come brutto e cattivo, come una «entità esistenziale» irriducibilmente «altra»: è questa caricatura «umana» che infatti si dà in pasto al popolo assetato di «senso» («che senso ha tutto ciò?, di chi è la colpa?») per riceverne l’appoggio e la legittimazione politica, ed esso mostra di gradire una tale «semplificazione». Chi non ha «denti critici», preferisce ingoiare le pappe «predigerite» – più spesso già defecate.. – amorevolmente cucinate dagli altri.

Ma senza incartarci nella costruzione del nemico o dell’amico o della vittima o nelle empasse della logica ricorsiva della ricerca di una impossibile (e dunque finta, arbitraria) giustizia ultima e neutrale così ben raccontate e illustrate da RAV

(“Questa è una guerra in cui nessuno ha diritto di vincere” […] “Soprattutto, l’inganno della prima vittima si basa sull’inganno del soggetto politico. Per costruire un’unità politica – un popolo, ad esempio – a partire da un aggregato di singoli è spesso necessario «semplificare» la complessità dell’aggregato in questione” […]  “Se la prima vittima non esiste, o meglio esiste soltanto come mito, appare del tutto vana la pretesa di rivendicare un ordine politico neutrale o una soluzione neutrale del conflitto”)

riprenderei dal rovesciamento del noto motto di Clausewitz (“La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”) da parte di Foucault e di Deleuze-Guattari, per i quali il motto diventa: “Il potere è la guerra, la guerra continuata con altri mezzi” (Difendere la società di Foucault) oppure in Capitalismo e schizofrenia di Deleuze-Guattari:E’ la politica che diventa continuazione della guerra, è la pace che libera il processo materiale illimitato della guerra totale. La guerra smette di essere la materializzazione della macchina da guerra, è la macchina da guerra stessa che diviene guerra materializzata”. Oltre ad evidenziare il carattere generalizzato e microfisico del conflitto contemporaneo, dunque rintracciabile in tutti i rapporti di potere o sul piano molare della rappresentazione, Deleuze-Guattari scrivono in particolare dell’indisciplina della macchina da guerra, che in qualche modo rischia sempre la fuga dal controllo della macchina statale:

Non si può certo dire che la disciplina sia la caratteristica della macchina da guerra: la disciplina diviene il carattere indispensabile degli eserciti quando lo stato se ne appropria; ma la macchina da guerra risponde ad altre regole […] che animano un’indisciplina fondamentale del guerriero, una continua messa in discussione delle gerarchie, un ricatto perpetuo all’abbandono e al tradimento, un senso dell’onore spiccatamente suscettibile che contrasta con la formazione di stato. (cap. Capitalismo e schizofrenia, in Millepiani)

per poi giungere al paradigma contemporaneo del “nemico qualunque” (fissato dal controllo totalitario o, se si preferisce, dal dominio reale del capitalismo):

Abbiamo visto la macchina da guerra mondiale prendere proporzioni sempre più grandi [..]; l’abbiamo vista attribuirsi come obiettivo una pace ancora più terribile della morte fascista; l’abbiamo vista mantenere o suscitare le più terribili guerre locali […] l’abbiamo vista fissare un nuovo tipo di nemico che non era più un altro stato, e nemmeno un altro regime, ma il ‘nemico qualunque’ […] multiforme, manovriero e onnipresente[…], d’ordine economico, sovversivo politico, morale”. (ibidem)

Nemico qualunque di cui anche io scrivevo quasi un anno fa a proposito di questa guerra frattale, totale praticata per lo più in modo non convenzionale, da terroristi, mercenari, traditori, doppiogiochisti infiltrati, agenti dei servizi segreti, trafficanti, sovversivi, folli armati, ecc:

I sospettati siamo tutti noi… “colpevoli” semplicemente in quanto coupable, “colpibili”… da un potere che per funzionare non deve reprimere secondo un criterio logico, razionale, ideologico, punitivo, castratore (che ritagli i suoi particolari capri espiatori per assoggettare o soggettivare delle masse produttive, rincoglionendole a suo comodo), ma statisticamente, in modalità random, senza che si produca alcun soggetto (se è vero che vi è una «crisi della produttività di soggettività»)… La nube (di connessioni possibili e tecnologie di controllo) che chiamiamo, semplificando, “potere” è così che agisce quando performa al meglio… quando è al passo coi tempi. Il minimo dispendio col massimo profitto. Non c’è nemmeno bisogno di mobilitare reti terroristiche, investire in infiltrazioni, attentati, corpi speciali, mettere su complotti, logge segrete, ecc… Il sistema è abbastanza schizofrenico da mettere direttamente d’accordo il dispositivo di controllo e la sua eccezione terroristica, senza che sia necessario un complotto o una stretta di manoLa produzione di discorsività individuali sovversive è un effetto collaterale (e fortemente invocato e incentivato) dai meccanismi di controllo totalitario già in atto. […] Il fantoccio del terrorismo potenziale sembra funzionare in qualche modo… in pensieri, parole, opere e omissioni… Ormai sembra che la dinamica di ogni conflitto sia disinnescata a monte… (a me sembra che si impedisca con ogni mezzo il sorgere di nuovi modi di produzione, spostando continuamente il conflitto su un piano simbolico, metaforico… in una sandbox di conflittualità su base etnica, religiosa, nazionalista, ecc… è solo di questo che si ha paura… che si tocchino i modi di produzione, la proprietà privata/pubblica, i metodi di estrazione di plusvalore, difesi dagli apparati e dalle macchine umane che ne fanno la guardia… Si ha paura che riprenda in concreto questo discorso… per questo la si butta sulla follia, sulla schizofrenia… che ormai è sistemica… è il cuore del sistema, che reagisce col suo criterio paranoide di auto-legittimazione… Si fa di tutto purché scompaia la realtà e non sia possibile un’azione con una qualche efficacia, che produca una trasformazione dell’esistenza cibernetica o miserabile che ci si prospetta…).

E’ chiaro che in questa prospettiva, dal punto di vista dello spettatore-killer “occidentale”, siamo di fronte anche ad una simulazione di guerra, quasi un videogame… cosa che fece affermare a Baudrillard che la guerra in Iraq non ci fosse stata, scomparsa come era dietro la fantasmagoria iperreale della sua sovraesposizione mediatica… Baudrillard si dimostrò più volte abile nel destreggiarsi tra i paradossi e le allucinazioni del mondo contemporaneo… Memorabili anche la sua descrizione dell’America come traversata nel deserto a folle velocità, come scomparsa del reale in una dimensione deterritorializzante in cui sprofondano e si s-terminano tutti punti fermi della modernità…

“La velocità è creatrice di oggetti puri, è essa stessa un oggetto puro, perché cancella il suolo e i riferimenti territoriali, perché risale il corso del tempo per annullarlo, perché va più in fretta della propria causa e ne risale il corso per annientarla. La velocità è il trionfo dell’effetto sulla causa, il trionfo dell’istantaneo sul tempo come profondità, il trionfo della superficie e dell’oggettualità pura sulla profondità del desiderio. La velocità crea uno spazio iniziatico che può implicare la morte e la cui sola regola è quella di cancellare le tracce. Trionfo dell’oblio sulla memoria, ebbrezza incolta, ebbrezza da amnesia. Superficialità e reversibilità di un oggetto puro nella geometria pura del deserto. Correre in macchina crea una sorta di invisibilità, di trasparenza, di trasversalità delle cose attraverso il vuoto. E’ una sorta di suicidio a rallentatore, attraverso l’estenuazione delle forme, una forma deliziosa del loro sparire. […] Nostalgia dell’immobilità delle forme dietro l’esacerbazione della mobilità. Analoga alla nostalgia delle forme vive nella geometria”

(Da “L’America” di Jean Baudrillard)

E nel deserto ci si ritrova anche in Mali… in una guerra lampo, annunciata ed evocata da tempo (senza vittoria possibile perché i “nemici” sembrano fantasmi del deserto,  come ne Il deserto dei Tartarirevenant… scomparsi chissà dove, così come erano giunti)… mancava giusto la passerella dei soldati francesi a Timbuctù, supportata dagli alleati, figuranti di interessi osceni, volti ad accrescere l’obesità ubuesca di un sistema capitalista ipertrofico… che si muove non per un senso qualsiasi, ma per l’inerzia dei suoi contratti e obbligazioni, dei suoi business siderali, desertici, votati ad una distruzione sempre sospesa, quanto insensata (…relativamente… c’è sempre bisogno di riprodurre il rapporto sociale alla base del capitalismo quando questo va in crisi o genera crisi… e ricomincia sempre dai margini del vivibile e dell’abitabile… facendo il deserto… tendendo fino allo spasimo le potenzialità dello sfruttamento intensivo ed estensivo, agendo la morte, o la caduta tendenziale, che scaccia da sé).

Interno alle figure de “Le strategie fatali” (come quella dell’ostaggio) sembra essere anche l’assalto al compound in Algeria… in cui la posizione indefinibile degli ostaggi (multinazionali) nega qualsiasi funzionalità e senso alla rappresaglia (clausewtziana non direi proprio a questo punto…) che si era tentato di mettere in atto… Ognuno si è rivelato ostaggio di qualcosa, compresi i guerriglieri, ostaggi degli ostaggi… che il governo algerino, ostaggio dell’intervento francese, si è trovato a gestire a modo suo, per evitare di essere coinvolto maggiormente nel conflitto… I maliani del nord ostaggi di alcuni di gruppi armati che i paesi del blocco NATO sono corsi a “liberare”, il Mali “ufficiale” a sud ostaggio delle politiche coloniali “occidentali” (si veda il paragrafo “Notre triste statut d’otages in questo articolo critico dell’intervento militare “per procura” scritto da Aminata Traoré, una femminista maliana, come ricorda il blog Marginalia), noi stessi ostaggi dei sistemi di approvvigionamento energetico che la nazione cui apparterremmo ci ha approntato con altri stati-nazione fantoccio potenzialmente ostili… Siamo in una logica costantemente reversibile e ambivalente… in cui sembra decisamente naufragare il progetto di Edgar Morin di voler affrontare, pensare e gestire la complessità del reale a colpi di pedagogia ed epistemologia… ma ancora in nome di un umano ormai improponibile o divenuto regno del kitsch, sentimentalismo da soap opera… spalmato come marmellata su una distesa di macchine da guerra.

Non ci si può voltare dall’altra parte. Il campo di battaglia pieno di morti che è il fine di ogni guerra secondo Elias Canetti (in Massa e potere) è un campo di segni. I nostri discorsi, i nostri concetti, giacciono su un campo di battaglia, ordinati e contenuti da confini mobili che ne determinano la praticabilità, li suddividono in categorie, evocano significati o fantasmi di senso… la guerra ci insegue ovunque, fin dentro i pensieri (finzioni tattiche intagliate da una finalità strategica che ci sfugge e che cerchiamo se non altro come direzione, se non vi è più da tempo un centro che tiene… campo di battaglia del -getto nel sog-getto, del /dividuo nell’in/dividuo, futuro che brucia il margine del presente/passato, caos entropico che si condensa in materia ordinata e visibile), determina contro ogni possibile autonomia o anomia il nostro essere residenti, cittadini, viventi in quanto ostaggi di uno stato (o lavorate alle nostre condizioni… o crepate!)… la morte ci incalza nelle retrovie sempre, schierata sul campo come fosse qualcosa che ci è estraneo… Non c’è migliore definizione della guerra (e della vita) che questa di Canetti, questa assurda lotta tra vivi e morti:

Peculiarità di questo particolare tipo di lotta fra morti e vivi è il suo carattere intermittente. Non si sa mai quando accadrà nuovamente qualcosa. Forse non accadrà nulla per molto tempo. Ma non vi si può contare. Ogni nuovo colpo giunge improvvisamente dalle tenebre. Non c’è alcuna dichiarazione di guerra. Dopo una sola morte, tutto potrebbe essere finito. Ma potrebbe anche continuare a lungo, come nei contagi e nelle epidemie. Si è sempre in ritirata, e non è mai davvero la fine.

Noi “occidentali” ragioniamo come un esercito. “Sussumiamo” le nostre sensazioni e i dati esperienziali in un presunto ordine (che visivamente è sempre una “griglia“… di concetti, di soldati, di operai, di fabbriche, fabbricati, campi, isolati… che tende sempre a quadrare). In logica, per sussunzione, un gruppo diviene parte di una insieme ad esso gerarchicamente superiore. Nel caso di un individuo è necessario diventi “studente” tra i banchi, “militare” eventualmente o “impiegato”, ecc… e, in tutti i casi, un “cittadino” sottoposto al quadrillage delle leggi e del pattugliamento poliziesco e all’esposizione delle videocamere di sorveglianza… La sua natura di libero animale bipede, che vaga liberamente, senza precise traiettorie e senza confini viene sussunta in una cultura che ritaglia e (ri)definisce gli spazi e i tempi del suo agire (e del suo pensare) in continuazione. Lo scrivevo qui

Dunque la guerra è morte che si vuole allontanare da sé come se fosse il nemico, assecondando un delirio paranoide (più anima, più proprietà, più profitti) di immortalità, di accumulazione perenne. Lotta per un’universalità impossibile.

E ancora (lascio delle ultime riflessioni come appunti)… guerra di segni: andirivieni ambivalente di depistaggio-complottismo/sabotaggio-sovversione, paranoia/schizofrenia… E ancora: spazio dell’indisciplina… violenza eccedente che può sempre rivoltarsi controviolenza che risponde all’eccedenza di plusvalenze virtuali, di aspettative di utili già divenute titoli, la nuova terra di un capitalismo finanziario dai tratti “feudali”.

* * * * * * *

C’è poi chi, come Obama, dopo Hiroshima, ha ancora il coraggio di “scatenare “una campagna infinita per IMPORRE i nostri valori”… e ancora lui, sempre alla cerimonia di consegna del Premio Nobel per la Pace lancia intendere, tra le righe, l’annuncio degli eventi bellicosi che verranno: “Le guerre fra nazioni sono sostituite sempre più dalle guerre all’interno delle nazioni. La resurrezione di conflitti etnici o settari, la crescita di movimenti secessionistici, guerriglie e Stati allo sbando intrappolano sempre di più i civili in un caos senza fine“.

Le caratteristiche della guerra contemporanea per Alessandro Dal Lago, nel suo libro “Le nostre guerre”, sono la guerra globale, privatizzata, preventiva, asimmetrica:

Si è trattato di guerre di aggressione «asimmetriche», nelle quali l’uso di armi di distruzione di massa sempre più sofisticate e potenti ha reso soverchiante il potere distruttivo degli aggressori e sottratto agli aggrediti ogni speranza di salvezza. E molto spesso gli aggressori si sono fatti forti del proprio strapotere economico arruolando truppe mercenarie di contractors, alle dipendenze di grandi corporations globali, talora in numero superiore a quello dei combattenti di ruolo. E si è trattato di guerre «privatizzate» nelle quali non esiste più un «nemico legittimo», definito come tale dalle norme del diritto internazionale, come un tempo accadeva.
La logica delle guerre di aggressione contemporanee è la stessa di qualsiasi «guerra civile», nella quale si lotta fino all’estremo e non si fanno prigionieri. Per di più, si tratta di guerre che non hanno la finalità di una conquista territoriale: si combatte su scala globale coinvolgendo potenzialmente il mondo intero. La finalità è un obiettivo strategico di dimensioni planetarie che coincide con la volontà egemonica degli Stati Uniti e che si esprime attraverso la costante minaccia dell’uso della forza.

3 – SCENA FINALE

– Uscite fuori!
– Non ci fidiamo… ci volete ammazzare!
– Uscite fuori: lì siete reclusi! E se continuate a star lì morirete… il cibo scarseggia… qui sareste liberi!
(Si sentono spari dalla caserma)
– Ecco! Abbiamo ucciso chi voleva uscire… Smettetela di tormentarci, spiriti delle tenebre!…
– Pazzi!… Ma che fate?… Uscite fuori!…
– Voi non esistete… siete voci nella nostra testa!… E comunque abbiamo un regolamento da rispettare… Andatevene via!… via!
– Uscite fuori, se volete vivere!…
(Caricano i fucili… altri spari. Silenzio).

* * * * * *

Infine la canzone, dalle direzioni paradossali, che mi ha suggerito questo lungo post… che alla fine mi lascia con la sensazione che non si possa non sfidare la complessità con un’altra complessità… divergente… ogni tanto forse, al momento più propizio, occorrerebbe semplificare… (intensificare il conflitto)… ed è vero… forse la guerra è infinita… ma è anche vero che “noi” che non siamo il fantasma di una totalità maggiore della somma delle sue parti, abbiamo già vinto.

Left on man (di Robert Wyatt)
(che si potrebbe tradurre con A sinistra, amico… ma resta il sotto-significato di Lasciato per l’uomo… traduzione mia)

(Coro: Semplifica! Riduci! Semplifica di più!)

Quando si dice “Libertà”, qui a nord, si intende la nostra libertà di usarti
E se non collabori, ti tagliamo le linee di approvvigionamento
Ma sarai libero di riconnetterti, se ci chiedi perdono
Tu dici che semplifico un po’ troppo, beh… faceva così anche Albert Einstein
Non ci sono vie di mezzo: Pentagono über alles!
Non c’è mai stata una via di mezzo, è questo il punto
Non c’è mai stato un posto che potesse essere una via di mezzo
Sinistra o destra dell’equatore


L’osceno segreto della democrazia

Non esiste una democrazia “dal basso”. Semplicemente non esiste la democrazia. Quando si dice “popolo sovrano” si dice una doppia menzogna, una per parola. La democrazia è l’arte di estorcere (a quella massa che si recinta in una nazione o in una comunità di “cittadini” con la definizione di “popolo”) un consenso prezzolato (finché viene salariato, remunerato e corrotto a sufficienza) alla classe dirigente e di dominare le minoranze o il voto nullo dell’irrappresentabile con una pletorica ma comunque elitaria maggioranza parlamentare; è la messa in scena della polemica che copre distrattamente, ma anche comicamente e “simpaticamente”, ogni gioco di guerra e ogni decisione politica… che, tra l’altro, nel caso degli ultimi tempi, è chiaramente presa altrove rispetto alle istituzioni nazionali. Direi che le elezioni prossime venture sono inutili come non mai (ripulite come sono di qualsiasi ideologia diversa dal liberismo o dalla retorica reazionaria, “civile”, “civica”, giustizialista, populista o nazionalista che sia)… che senso ha eleggere dei servi rappresentanti di servi, ormai schiavizzati, amanti del bastone e della carota, tutti con l’identità in mano (o in culo?), pronti a farla venire segretamente su un simboletto-patacca delle schede elettorali?

Ecco… si potrebbero allestire le cabine elettorali come dei sexy shop… o farle diventare delle dark room con dei glory hole

dnaxchange glory hole

E poi… ma che è questa faccenda del “voto segreto“? o del segreto in generale (secrezione oscena del corpo elettorale o di qualche organo di stato, nella metafora organicistica delle istituzioni)… che ritroviamo anche nei “servizi segreti” o nel “segreto di stato”? Perché questo doppio movimento del rappresentato e del suo segreto, questo misterioso ed esoterico sdoppiamento del codice? Perché si dovrebbe essere obbligati ad avere un’identità se poi al momento decisivo dell’esercizio della “sovranità popolare” si compie un’azione anonima come il voto? E non è perché altrimenti ognuno potrebbe votare un numero indefinito di volte (cosa che comunque registrerebbe un’intensità e un’ostinazione oltre che alla mera conta dei capi di bestiame – “ognuno conta uno”)… è chiaro che vi è qualcosa di osceno nel voto o nei suddetti servizi, dal momento che son cose che vengono nascoste. Una sorta di illegittimità legalizzata… un po’ come darsi a rapporti sessuali orgiastici restando nell’alveo rassicurante del matrimonio.

Il segreto serve solo ad impedire un eventuale confronto o scontro reale, vis-à-vis… o, ancora meglio, ad impedire (confinando il non-rappresentato – l’incivile, anonimo, anomico, anomalo annullatore e il suo terribile segreto delegittimante – negli angusti e apparentemente legali confini delle segrete-cabine elettorali o nei misteri insondaggiabili dell’astensione) che si monti una macchina o si inventi un gioco che prescinda dalle identità… che a quanto pare piace tanto ostentare e mantenere esposte ed erette.


Per l’abolizione del valore legale delle firme

Ma come si fa a dar credito ad un sistema che crollerebbe miseramente dalle fondamenta, come un castello di carte, se non venisse riconosciuto il valore legale delle firme?

“Castello di carte” di Vito Giarrizzo

Collateralmente, insieme alle firme, per riprodurre e legittimare l’edificio cartaceo, proliferano processi di identificazione a volte lunghi e penosi per costruire gli individui, i “giochi” di ruolo (forse nomic ma non anomic) delle famiglie e in generale di ogni ambiente sociale… C’è sempre:

  • un pubblico,
  • un giudice (o un direttore, un presidente, un capo, ecc…),
  • un attore (protagonista, comparsa o s-comparsa, poco importa, dipende dalla m.d.p.).

…ovunque si vada: in ufficio, al cinema, in Parlamento, in un processo, a scuola, in caserma, in carcere, in fabbrica, in un campo di concentramento, all’anagrafe, ecc…

In tutto ciò il desiderio (incanalato dalla lacaniana “mancanza ad essere” che comporterebbe ad ogni passo la firma di se stessi o del “Nome-del-Padre” per poter godere di qualunque cosa o relazione) sostiene la domanda/offerta di identità (certo, sulla base di un bi-sogno della forma data del vivente). Eppure non c’è niente di più campato in aria, aleatorio e fluttuante del de-siderio (che etimologicamente viene dal cielo… dal caos gassoso, dal disordine entropico che sorge brancolando nella periferia di ogni cosa o vivente).

Insomma, secondo me, si dovrebbe smetterla con la menzogna di essere qualcuno o qualcosa, di essere identificabili, identici a qualcosa o qualcuno, coincidere con se stessi.

Propongo di chiamarsi con una o più sequenze di note (es: C3-D4-F#4), anche variabili nel tempo. Chiamarsi con un fischio, con strumenti musicali o dispositivi audio, insomma. “Mettersi d’accordo” smetterebbe così di essere una metafora musicale… suonerebbe per davvero.


La “questione femminile” sepolta tra legislazioni d’emergenza, retorica dei “diritti umani” e “riformisti”.

Io sono stata sempre contraria all’introduzione del femminicidio come reato in Italia, così come dell’aggravante di femminicidio, per i motivi, di carattere giuridico, sociologico e politico che ho ampliamente spiegato in varie mie pubblicazioni.
Gli interventi adeguati che dovrebbero essere posti in essere in materia, sono quelli già segnalati come urgenti alle Istituzioni italiane dal Comitato per l’applicazione della CEDAW nel luglio 2011.
Ritengo tuttavia, sotto il profilo della tutela penale, che la legge Mancino andrebbe estesa anche alla discriminazione basata sul genere e sull’orientamento sessuale. […]

Se oggi l’ONU (e di conseguenza l’informazione di massa) parla di femminicidio anche in relazione all’Italia, è perché ci sono state donne che qui ed oggi, da anni, hanno reclamato il riconoscimento anche per le donne, in quanto donne, di quei i diritti umani affermati a livello universale, ed in particolare del diritto inalienabile alla vita e all’integrità psicofisica.  […]

 E allora il nostro ruolo è fondamentale per far si’ che la violenza contro le donne rimanga tra le priorita’ dell’agenda nazionale.

(da “Perché si chiama femminicidio” di Barbara Spinelli)

Basta anche leggere solo le conclusioni (o le citazioni qui sopra) di questo articolo sul “femminicidio”… per capire che si insiste troppo (del resto è una giornalista di Repubblica… e non solo!…) sulla questione dei diritti umani universalmente riconosciuti (a prescindere da una certa enfasi emotiva sul dispositivo vittima/colpevole che piace tanto al mainstreamsensologico a 360°)… che sarebbe una testa di ponte per porre la violenza contro le donne all’attenzione dell'”agenda nazionale”… Io temo che le donne rischino di dimenticare completamente la loro questione (ma è senza dubbio questo lo scopo recondito), se rincorrono tali “riconoscimenti”… Ma qual’è la “questione femminile” (che evidentemente non tutto il femminismo pone) se non il conflitto contro la riproduzione del dispotismo patriarcale, dell’ordine familiare e del capitalismo?… A me sembra che ormai quasi tutte le sedicenti “femministe” chic che si agitano per un posto a tavola, questo lo ignorino completamente… quando non cercano di neutralizzarlo con cagate imperialiste come l’ONU… che istituzionalizza la liberalizzazione o la lottizzazione degli orientamenti sessuali dei generi, in un senso che oscilla tra porno-catalogismo e nuova pedagogia sentimentale, con i corpi de-colonizzati dal patriarcato lasciati liberi di autodeterminare la loro nuova schiavitù, di rivendicarla… come buona norma universale di uguaglianza al cospetto di un mercato “globale”, decisamente iniquo e criminale o come grimaldello per il consenso interno in chiave anti-islamica, guerrafondaia o repressiva… Una duplice necessità di ristrutturazione basata sulla differenziazione delle merci e sull’allargamento al ribasso della base di capitale variabile, quello umano, di cui disporre… da tenere in waterboarding, tra l’universalità astratta dei “diritti umani” e la violenza fisica privata…).

 (Certo… Poi arriva l’ANSA, ripresa anche da altri giornali, come segnala FaS, che fornisce delle scuse incredibili ad un sarto che non avrebbe potuto trovare di meglio per uscire dal suo “tunnel” che accoltellare sua moglie infermiera che voleva tornare in Puglia… il lessico usato è davvero allucinato. E’ evidente dunque che c’è un problema di comunicazione… da parte dei media… che si fanno agenti di una continua intimidazione implicita rivolta a tutte le donne… come i femminicidi, gli assassini in questione, sono in fondo una sorta di corpo speciale di volontari, cani sciolti, agenti di una polizia privata irregolare, per il mantenimento di un ordine pubblico e simbolico che resta fondamentalmente, come si diceva una volta, fallogocentrico…).

 C’è poi chi scrive un manifesto (tradotto qui) che invoca un’internazionale femminista, contro il colonialismo, le destre risorgenti (un classico spauracchio dell’“intellighenzia”, che si solleva per lo più per far accettare i peggiori compromessi “riformisti”…) e le strumentalizzazioni neoliberiste (insomma si invoca ancora un welfare in decomposizione, inevitabilmente, per effetto della macchina capitalista, non solo neoliberista, inceppata… e che si vorrebbe infinito, nel tempo e nello spazio, indipendente dalla suddetta macchina… ancora il “diritto”, dunque ancora richiesta di leggi ad hoc, garantite nientedimeno che da s. Holland, dunque dalla marcita retorica del socialismo europeista, che si preferisce in questo caso alla forma astratta dei diritti fondamentali… che qui sono per lo meno messi tra virgolette…).
In Italia invece, a detta dell’ANSA, in modo decisamente delirante, si invoca l’ONU davanti a Montecitorio per i femminicidi…
La rete in questione è questa… che richiede, tra l’altro come molti altri (tra cui i negriani), il reddito di cittadinanza… ovvero la resa al totalitarismo che ingloba tempo di lavoro e tempo libero, patteggiata con un’elemosina di stato (certo… non dico che non risolverebbe qualche problemino… almeno distribuirebbero un po’ di fiches per partecipare a questa roulette… Ma per me il problema resta – e deve restare – quello di come non partecipare a questo gioco coatto, come rovesciare il banco, come non sedersi alla mensa del Signore in attesa della resurrezione del valore).


Incendio all’Anagrafe centrale | Al di là dell’Uno, del Nome e dell’Universale

“E in qualunque modo l’uomo
avesse chiamato ogni essere vivente,
quello doveva essere il suo nome”.

(Gen 1:21)
“Siamo almeno in due non appena comincio a parlare”
(da un manoscritto perduto di Valerio Mele)

Ci pensi?

Niente tasse, contratti, multe, debiti, bollette…

Sì, insomma… questi governano su dei dati non su delle persone. Nascita, stato civile, morte… A questi dati base si aggiunge poi il parassitismo delle varie amministrazioni. Che chiederanno vendetta della tua vita, facendoti pagare ad ogni pie’ sospinto e con ogni mezzo a loro disposizione.

Dicono che la vita animale sia nata da piccoli organismi periferici che brancolavano incerti nei pressi del nulcleo delle cellule delle piante… Come parassiti parvenu, che volevano cambiare status. Si sono accasati, scambiando, derubando e replicando catene di proteine e amminoacidi… Da lì in poi, questi funghi malriusciti hanno cominciato a strisciare, nuotare, volare… Continuiamo ad ospitarli… Noi siamo questa colonia di cellule ostinate che aggrediscono batteri, larve e virus fino al giorno in cui questi prenderanno il sopravvento e prolifereranno senza più ostacoli… Come si fa a chiedere un documento di riconoscimento per questa bizzarra colonia vagante?
…E visto che con le buone recalcitriamo a secernere soldi, ce li spremono considerandoci del materiale biologico su cui fare esperimenti per poi venderci i loro portentosi rimedi farmaceutici…

Sconosciuti alla legge, alla scienza e a tutti i profittatori… mica male. Niente popolo, niente gente, niente più sondaggi. Tutti a spasso senza diritti e doveri… ignoti viventi. Uno diverso dall’altro e senza più un’identità.

Ah, ovviamente anche i database di tutti i conti correnti e di tutte le transazioni finanziarie dovrebbero incenerirsi… così tanto per completare il quadro di questa falsa notizia


D.e A.D. – decentralizzazione e anomia dividualista (ex D.A.I.)

 (“L’uomo rotola via dal centro verso la X”.
(Friedrich Nietzsche)

Aggiunta del 1 marzo 2013. La D.A.I., viste le ultime ricerche e ipotesi sul dividuo, è diventata DeAD – decentralizzazione e anomia dividualista. Si prendono in tal modo le distanze anche da una tradizione (individualista di qualsiasi tipo) in cui non è più possibile riconoscersi (dato che, a quanto pare, non ci sottrae dai rapporti sociali che ci imprigionano).

Quanto all’anomia (oltre al rifiuto della chiusura che l’auto- di “autonomia” implica) è uno sberleffo alle tesi di Durkheim al riguardo… è la macchina ludica delle “periferie” e delle pratiche produttive e riproduttive che rifiutano il centro, contrarie appunto al nomos (come all’identitarismo, all’universalismo, al territorialismo) e favorevoli al gioco delle regole, alla ricombinazione delle relazioni tra insiemi di dividui al di là della divisione del lavoro o attraverso di essa.

simbolo della Decentralizzazione e l'Autonomia Individualista

Aggiunta del 12 marzo 2013. La D. e A. D. (Decentralizzazione e Anomia Dividualista) discute le premesse e le regole di una sorta di GRV (“gioco di ruolo dal vivo”… con spunti da LARP o da Nomic…) che orbiterà attorno a due istituzioni provvisorie principali:
– le utòpie (nome provvisorio e casuale delle note dei muncipi virtuali – divisibili in due, tra i contraenti, come l’antico symbolon – che regolano gli scambi secondo principi mutualistici, che contrassegnano il tipo, la qualità e il tempo di lavoro… e che costituiscono un patto politico dividuale oltre che un mezzo di scambio o un accordo di produzione, distribuzione, consumo – ricongiungendo in tal modo la separazione dell’economico dal politico. Lo scambio e la registrazione delle utòpie , o p.d.t. – perdite di tempo – viene regolato, mediante una sorta di gioco a livelli crescenti di coinvolgimento e complessità, dai municipi virtuali)
– i municipi virtuali (…deterritorializzati e anti-identitari…  sono istituzioni-software, calibrate collegialmente, atte a regolare e pianificare l’attività di un gruppo di dividui aventi come finalità strategica la decentralizzazione di poteri, energie e risorse e l’autonomia e autosufficienza degli stessi municipi – da munus + cipium, “ricevere un dono, un incarico, un servizio, un prodotto, un’opera, ecc” – vedi i significati latini di “munus” anche qui – con l’impegno volontario di ricambiare e partecipare; differente dal senso del “com-munis”, del mettere in comune, accentrando, regolando con la forza della necessità lo scambio dei beni… dal valorizzare e porre l’isituzione al di sopra delle volontà dei singoli in/dividui istituenti).

Seguono i primi spunti dell’idea originaria…

A proposito del nuovo simbolo. Ho scelto colori che vanno alchemicamente dalla nigredo all’albedo (meglio un’ispirazione lunare e non-violenta, ma con una punta di corrosiva acidità, la freccia) e che indicano in modo inequivocabile la forza centripeta del movimento… ritratto di Alcuni potranno trovarvi la citazione della “giduglia”, la spirale disegnata sul ventre di Padre Ubu… altri l’eccentricità di alcune armonie naturali chiaramente osservabili nelle conchiglie o nelle galassie… altri una irresistibile attrazione, contrario della “logica stringente”…
Lascio qui sotto, invece, la spiegazione del precedente simbolo, per meglio comprendere la genesi del logo e i commenti che seguono al post… La rimozione del profilo di Stirner, oltre che per motivi squisitamente estetici, è anche dovuta ad una certa insofferenza nei confronti dei predecessori, che, per definizione, è meglio che rimangano nei loro libri. Altro importante motivo è che  una premessa essenziale della presente idea “politica” è la imprescindibile critica dell’identità e della metafisica (che va da Nietzsche a Derrida) e dunque anche dell’esaltazione dell’Ego così cara a Stirner. La verità e la metafisica (le ideologie e le religioni che vogliono un pensiero unico, fondante) sono ancora peggio delle strutture economiche che hanno ispirato… Non credo che l’uomo debba cercare un’unica logica. E’ semmai costretto (anche dalla sua stessa “natura”) a dover praticare più logiche, cambiare idea, confrontarsi o distrarsi… e  seguire paradossi, infiltrarsi e contaminarsi.
Mi concentro sulla spirale (per uscire dalla storia, dalla dialettica e dall’incubo illuminista…). Come un neutrino che sfugge ad una supernova.

La D.A.I. (Decentralizzazione e Autonomia In/dividualista) propone una forma di federalismo esasperato, volto alla progressiva scomparsa, oltre che degli apparati centralizzati dello Stato, della Società (intesa come astrazione sovra-individuale, mitologema fondante) per nuovi progetti di co-esistenza basati su un “accordo politico“, piuttosto che su un “contratto sociale”, tra individui energeticamente e politicamente autonomi.
Una sua premessa teorica (a differenza del socialismo, del comunismo o del cristianesimo e del Mulino Bianco) è il “pessimismo antropologico”, che ritroviamo in pensatori come Hobbes, Machiavelli, ma anche in scrittori come de Sade e Lautréamont.

L’uomo non è “buono” per natura. La sua inclinazione alla prevaricazione rende quest’ultima la tendenza generale della società, che è la somma dei singoli in/dividui, per il solo fatto di essere possibile… Così chi si afferma nella società sono solo i “cattivi” (dal latino “captivi”=prigionieri… di una società – il fantasma preferito della convivenza umana – che ne asseconda e ne amplifica le inclinazioni perniciose). Si può dunque dire che la società è intrinsecamente “cattiva” e incapace di esprimere una giustizia che rispetti tutti gli in/dividui nella loro singolarità e specialità, poiché in realtà afferma il principio contrario. Quello di una norma generale che si ispira a presunti valori universali. La DAI, riconoscendo il “male” come costitutivo dell’uomo e della società (ma non esaltandolo in alcun modo), sostituisce la legge morale “Ama il prossimo tuo” dell’era dei Pesci con il più realistico invito a “Non nuocere agli altri” (in/dividui o viventi che dir si voglia). Critica aspramente tutte quelle ideologie volte a considerare le società come superiori all’in/dividuo e fautrici del suo bene. E inoltre tutte quelle religioni che inneggiano acriticamente e ipocritamente all’amore reciproco come unica legge morale. Per la DAI il senso della responsabilità ed una progressiva educazione alla libertà in/dividuale e al suo valore, determinato da nuove regole di scambio e convivenza, dovrebbero bastare a bilanciare le tendenze alla prevaricazione. Tale “pedagogia” potrà essere messa in pratica da scuole, laboratori e gruppi di in/dividui liberi (soprattutto dal ressentiment).

La DAI intende sostituire gli accordi politici in/dividuali alle Società e ai poteri centrali. Intende rimpiazzare il diritto (borghese, nato dalla Rivoluzione francese) di essere un “cittadino” con la possibilità di essere un “in/dividuo”, un “vivente”, libero e rispettato anche al di fuori delle logiche statali e nazionali.
In un contesto di dissoluzione dei principi che hanno fondato le democrazie liberali, di violazione programmatica del diritto internazionale, di messa in discussione delle norme costituzionali e della forma-stato, la DAI cavalca l’onda del cambiamento, piuttosto che attestarsi su posizioni giacobine di più di due secoli fa… che suonano come restauratrici e reazionarie (vedi i partiti e i molti movimenti a favore del “cittadino” che nascono sempre più numerosi). Non difendiamo né il diritto, né la prigione…

DECENTRALIZZAZIONE va intesa come allontanamento sia dai poteri centrali che dal modello energetico centralizzato. E anche dal modello bancario centralizzato. Come da quello architettonico, urbanistico… La DAI respinge l’idea di centrale. Invece di centralizzare tutto il potere (poteri centrali), l’energia (centrali energetiche), il denaro (banche centrali) e  le informazioni (nei database delle centrali informatiche), si dovrebbe tendere a non superare di molto la misura dell’in/dividuo. Devo poter toccare e conoscere chi amministra e accumula. Devo poter partecipare alle decisioni che riguardano la mia stessa sussistenza. Devo avere io stesso, eventualmente, questo potere (dividuabile, de visu, prima che individuale). Questo processo di decentralizzazione rappresenta un’istanza e non importa quale apparato possa essere considerato provvisoriamente più idoneo… purché si tenda a far coincidere il potere (inteso come principio di responsabilità e  rispetto oltre che come possibilità e capacità) con l’in/dividuo. Decisioni collettive nelle mani di ognuno. Niente elezioni e principio di delega. Si intende tracciare una via. Che dovrebbe condurre ciascuno a chiedere il minimo sforzo possibile ad altri in/dividui. E tendere all’autonomia…
AUTONOMIA energetica e autonomia, sperimentale e concordata, dalle Leggi, cui vanno affiancate (o che andrebbero sostituite con) delle più snelle e revocabili regole del gioco. Le Leggi (anche “costituzionali”) delle attuali democrazie sono contratti (anche millantati, non scritti come nel caso del “contratto sociale” e ad ogni modo mediati in modo troppo articolato e tramite deleghe troppo dilazionate per non risultare in realtà unilaterali) temporanei e convenzionali tra più insiemi di in/dividui (che altri chiamano classi)… e possono essere considerate come giuste nella misura della convenienza complessiva della moltepliclità degli in/dividui che ne riconoscono una qualche importanza o che vi sono sottomessi. Se nuocciono a troppi, o comunque nuocciono (com’è scontato) a coloro che non l’hanno redatta, non sono leggi giuste e perdono di legittimità e di forza. Nessuna legge è comunque legittima se non per convenzione (Diritto)… e, soprattutto, per Forza. Insomma il mitologico e fantomatico “contratto sociale” è una finzione tattica per dominare l’insieme complesso degli in/dividui, stipulato da una classe che domina degli insiemi… Per ridurre al minimo il rischio di interazioni conflittuali e favorire la tenuta degli insiemi, in assenza di una Legge e in presenza di un municipio virtuale deterritorializzato, decentralizzato e diviso secondo il volume e la sufficienza degli accordi, con delle regole del gioco valide tra chi le condivide, dovrebbe essere garantita come regola iniziale ad ogni individuo l’autonomia della produzione e degli scambi e la possibilità di istituire una serie di accordi politici in/dividuali regolati collettivamente, in senso municipale e tramite software decentralizzato (di un “hardware” da riprogettare). In questo senso la tecnologia (anche digitale) potrebbe essere intesa in senso virtuoso, invece che come strumento di dominio e sfruttamento da parte di un potere centrale. Così come, sul piano dell’esistere (ove si territorializzasse), le abitazioni dovrebbero essere costruite per far vivere autonomamente (con laboratori, fabbriche, orti, piantagioni e mezzi di produzione, anche di energia, a disposizione di tutti) il minimo numero possibile di in/dividui, ecc… Il consumo superfluo, distruttore di risorse, dovrebbe essere rimpiazzato da pratiche di s-valorizzazione come le feste, l’arte, ecc… (che possano creare spazi di potlach e libertà carnevalesca anche dall’equilibrio di bilancio continuo che richiederebbe il munus degli accordi politici in/dividuali).
E’ chiaro che queste due direttive non sono realizzabili nell’immediato, ma come ho detto, tracciano una linea di tendenza… che passa innanzitutto per un mutamento spirituale, per percorsi cognitivi singolari e differenti che prendano le distanze dalle falsità delle religioni e di alcune ideologie para-religiose e dogmatiche. Fine del contratto sociale, dell’Illuminismo e del sogno del “buon governo” (non esiste!). Fine della divisione del lavoro. Siano favorite le eccezioni, sfavorito il pregiudizio e il mimetismo. Al centro dell’attenzione ci siano l’in/dividuo e la sua autonomia. E la varietà del mondo. Una struttura decentralizzante estremamente capillare, simile ad una rete o, piuttosto, a un labirinto, con snodi centrali sempre più piccoli, svincolabili ma non isolati (con una comunicazione “da punto a punto”), dovrebbe garantire la complessità dello sviluppo collettivo e la qualità degli scambi. Nell’ibrido immediato sarebbe auspicabile la sburocratizzazione e la detassazione del lavoro autonomo (inteso anche come progettazione dell’autonomia dal lavoro salariato) e di nuove forme “societarie” o “associative” non padronali o a vocazione imprenditoriale ancora da istituire (che operino specialmente nel settore produttivo, alimentare, manifatturiero e della distribuzione)… La liberazione dalle retoriche identitarie, territorialiste e nazionaliste… La costituzione parallela del mutualismo sotto forma di municipi virtuali” e di un nuovo paradigma del denaro (inteso come “accordo politico in/dividuale” in luogo di “equivalente generale della merce”, che la D.A.I. chiama “utòpie”, moneta divisibile in due come l’antico symbolon)… Finanziamenti alla ricerca (o autogestione della ricerca) nel senso dell’autonomizzazione energetica e alimentare di ciascun dividuo (energie alternative, accumuli di scorte energetiche locali, diffusione dei mercati alimentari a vendita diretta, ecc…). Accanto alla ripresa e alla radicalizzazione di una nuova forma di resistenza dei viventi contro le politiche neo-liberiste, la mercificazione globale e la società del controllo tecnocratico e mediocratico.
C’è un immenso lavoro di distruzione da compiere. Anche se, molto probabilmente, il capitalismo ci sta già pensando da solo ad annientarsi… Il suo progetto di espansione globale fallirà in pochi decenni. Nel frattempo occorre rimpiazzare un po’ alla volta, con nuove relazioni, i rapporti di produzione e il deserto che avanza, sottrarci al lavoro dipendente e non far funzionare più la fabbrica ideologica della società. Fare di tutti noi degli in/dividui singolari e non ricattabili… non più prigionieri di costruzioni mentali e architetture discutibili…
C’è un immenso lavoro di riciclaggio delle materie e delle idee, reinvenzione, alchimia, mutazione e bricolage da compiere.
Ognuno resti al suo posto, piuttosto che innestare reazioni a catena già scritte e prevedibili, e “decostruisca” ed “eccepisca” il suo mondo più possibile.

NO FRENCH REVOLUTION.

Libertà, Uguaglianza e Fratellanza
diventano
Responsabilità, Rispetto e Giusta Distanza.