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A proposito di french & italian theory

Nei contenitori approssimativi di “french theory” e “italian theory” quello che non va è sia la determinazione nazionale (“french” o “italian”, comunque declinata all’angloamericana, vista cioè da quell’angolazione) che la “theory”, la processione, la passerella, la sfilata di pensieri… belle analisi (e neanche tanto) ma (che rendono) incapaci di una costruzione pratica (o, più semplicemente, di una prassi qualsiasi) che abbia un senso indipendente dal sistema vigente (che nutre e si serve sapientemente e ferocemente anche del pensiero opposto ai propri interessi… compreso quello della french o italian theory). Io ammiro invece la capacità degli “americani” di pensare e progettare strategicamente la complessità… (guarda un po’ che ti dico!…). Non mi piacciono chiaramente le premesse “cristiane” di quella strategia totalitaria da “glory, glory, hallelujah” (che ingloba la violenza del sacrificio, in ogni aspetto della vita e della visione del mondo), ma non si può non fare chapeau di fronte ad una simile tremenda efficacia… Loro ci insegnano che non è possibile trascurare nessun aspetto… che non ci si può limitare all’economia o all’ideologia… infatti hanno costruito per ogni disposizione umana un dispositivo… che, in ciascun caso, riconferma e generalizza la santità della proprietà, della violenza individuale ed universale… anche contro l’identità e i suoi software collaterali (Amore, Libertà, ecc… che i “soci” devono continuare ad avvertire come “naturali” e come le sole cose che contano…). Il “figlio di puttana” (“rovinare i propri amici è la regola numero uno”) non ha ideologia… crea (e detta) le condizioni perché vi sia quella che più gioca a suo favore… costruisce contenitori di contenitori (es.: navi, treni, ecc… con container… ma anche scuole, con classi, con libri, con studenti che diventano figli quando sono nel contenitore-famiglia, ecc… e finanziamenti, database, centrali energetiche, che inscrivono il tutto… questa totalità dall’esistenza probabile fatta statisticamente, equivalentemente e generalmente di bei rapporti sociali tra individui che si vendono, si alleano, si succedono e si replicano, al di qua di un filo spinato e con le armi del loro o dell’altrui fortino perennemente puntate contro… anche se si fa finta di niente, per non farsi troppo ribrezzo).  Mai ci fu un padrone più servo o un servo più padrone. E, a cascata o per contagio, in quanto più o meno consapevolmente assediati o in ostaggio, lo siamo diventati un po’ tutti…


PS: Un erede di quella bizzarra scuola (mi riferisco alla french…), come l’equilibrista e clownesco (“universalista”, pseudo-hegeliano, leninista!…) Žižek provò a spingere l’idea degli “organi senza corpo (OsC)” in polemica con certe stagnazioni dello schizofrenico ed artaudiano “corpo senza organi (CsO)”, divenuto una delle figure predilette dal duo Deleuze-Guattari, che vi avevano montato su nientemeno che macchine desideranti!… A dispetto di certi amanti del corpo pieno, continuo a preferire quell’impensabile aborto concettuale freudiano che fu la pulsione di morte (con il Lyotard della “circonversione” e la Kristeva del “soggetto zerologico”) e le sue vitalissime pulsazioni ritmiche, le sue forme insensate quanto apollinee, “barocche”, il -getto, il futuro, ecc… la relazione che spezzetta, divide i sog-getti senza individuarli… di-vergente, di-vertente, munista, de-capitalizzata, de-centralizzata, ecc… (le cose, tra l’altro, sarebbero molto più semplici di quanto sembrino a parole… ma va bene così, per ora…).


L’a-linguistica

«Le langage est fait de lalangue; c’est une élucubration de savoir sur la langue»

(Jacques Lacan)

Per porre un argine alla sovrapproduzione di segni, alla semiosi infinita, ecco, sulla falsa riga delle teorie di De Saussure, una nuova ipotesi di non-segno: l’in-significante fratto l‘in-significato (in questo caso, la funzione divisiva della barra si perde… salta l’in dell’in/dividuo al numeratore… liberando – o, viceversa, trattenendo, compattando – quelle possibilità, quelle tensioni, irriducibili alla funzione segnica… in una sorta di catatonia espressiva…).

(Da quale abisso o zero assoluto mai potrebbe emergere questo “senso”, questa gravità negativa, questa re-pulsione dell’essere, questa freccia, questo -getto?).

Solo l’in-significabile non-segno potrebbe cingere d’assedio e stanare le Strutture e le Funzioni (rispetto alle quali si definisce un segno)… ciò che appare insensato di per sé non basta… è infatti relegato alla religione, all’arte, alla magia, alla poesia… tutta robaccia sbavante, assolutamente organica… (ancora materna?… che fa lingua in bocca ad una lingua madre?).

comme encastré dans la terre mère,
désencastré de l’étreinte immonde de la mère
qui bave

Le relazioni in-significabili contro il rapporto significante/significato.

– Ma che cazzo significa?

– Qui non c’è un “cazzo, infatti, che significa

L’a-linguistica (l’a-lingua non è “lalingua” di Lacan) libera il senso del non-segno.

(Artaud parlava di un corpo senza organi).

L’inorganico (*) si muove… “parla”.

Municare invece di co-municare.

(*) …non il “referente”, in quanto non riferisce proprio niente alla polizia del segno… (niente banconote segnate, né alcuna firma) è una piega che non si s-piega… un labirinto che si invagina, si apre e si chiude, prima che qualcosa si muova, pensi o parli.


PS: Con l’a-linguistica si allunga la serie delle scienze e delle ideologie da me inventate o abbozzate (che molto probabilmente mai si studieranno in un’uni-versità… essendo più che altro di-versioni, di-vertimenti…): psicanalogica, munismo, dividualismo, de-capitalismo, ecc…


Per farla finita con il debito infinito

“In tutto il territorio dove regna il despota , dai confini fino al centro: tutti i debiti di alleanza vengono convertiti nel debito infinito della nuova alleanza, tutte le filiazioni estese sussunte dalla filiazione diretta”.

(A proposito della macchina dispotica, cristica o tirannica, ne “L’anti-Edipo” di Deleuze-Guattari, pag. 236)

Dalla tribù al tributo… Tutti figli del despota, tutti figli di Dio… Più avanti, con la dissoluzione del dispotismo feudale sotto i colpi degli esclusi dal maggiorascato, si passerà dalle obbligazioni ai diritti… e ritorno (dal 1400 circa al 2012). Parentesi di un paio di secoli quella dei diritti (proprietari soprattutto, privati, pubblici o dell’Uomo che siano), finzioni giuridiche, temporanea concessione che ora un po’ alla volta viene revocata… ed evidentemente occorre che siano rispettati degli obblighi… che la malia degli atti giuridici (non delle “persone”) che siamo in quanto individui, dei nostri “privilegi”, della sovranità anche se nulla che ci anima, ci venga ritorta contro.

Il “Giudizio Universale” sempre rinviato, ingolfato ormai in una derridiana “struttura di rimando generalizzato”, è quel che si potrebbe definire il “debito infinito”… La questione “economica” della “crisi” è cioè in realtà una politicissima questione di “privilegi” (si badi bene: non solo di una minoranza sfruttatrice, paranoica e avara, ma anche delle masse di arroganti prostituti protetti dai protettori globali) campati in aria, un po’ come come questo dio maschio-femmina che aleggia sull’Abisso, nominando, in questo caldissimo scorcio di fine estate, dei fenomeni meteorologici con nomi a casaccio come Caligola, Lucifero, Beatrice (suggerendoli infine tramite Spirito Santo ai falsi profeti delle previsioni meteo…).
E costui pretenderebbe pure di giudicare? Chi? Perché? Cosa avremmo fatto a parte respirare o rantolare per qualche decennio? Gli interessa qualcosa?

Ma Scalzone legge “Per farla finita col giudizio di Dio” di A. Artaud:

Cos’è più importante per questo “individuo”, obbLIGATO e reLIGATO da obbligazioni e religioni, comunque legato e imbastito, giudicato e indebitato? Cos’è più importante? Essere “sog-getti” al giudizio del despota o non pagargli tributi? (Già da tempo non siamo più sog-getti… dunque…).

Cosa sarebbe meglio che finisse? il “giudizio di Dio” o il “debito infinito”? Senza giudizio finale (che è comunque una montatura fantasmatica) si potrebbe in effetti (anche paradossalmente, schizofrenicamente e artaudianamente) continuare a campicchiare del proprio nulla condensato (di “vagina cotta in salsa verde” direbbe il poeta)… ma senza debito, non funzionerebbe più niente come prima… che è decisamente una cosa più auspicabile…

Non pagare più… né in tempo di lavoro, né in tributi… Estinguere il debito… de-capitalizzazione.


“Peto della mia verga”

Quando dico:
Merda, peto della mia verga,
(con tono imprecatorio, quel peto, eruttando sotto i colpi di stivale della polizia),
quando dico orrori della vita, solitudine di tutta la mia vita,
cacca, segreta, veleno, GENIA DI MORTE,
scorbuto di sete,
peste d’urgenza,
dio risponde sull’Himalaya:
Dialettica della scienza,
aritmetica del tuo usufrutto, esistenza, dolore, osso raspato dello scheletro del vivere contro Aziluth
al quale,
io,
io dico ZUT

(Antonin Artaud)

“Lunga storia che condurrà il corpo del despota assassinato, disorganizzato, smembrato, limato, nelle latrine della città. Non era già l’ano a staccare l’oggetto delle altezze e a produrre la voce eminente? La trascendenza del fallo non dipendeva forse dall’ano? Ma esso si rivela solo alla fine, come ultima sopravvivenza del despota scomparso, il retro della sua voce: il despota non è più altro che questo «culo di topo morto appeso al soffitto del cielo». Gli organi hanno cominciato con lo staccarsi dal corpo dispotico, organi del cittadino drizzati contro il tiranno. Poi diventeranno quelli dell’uomo privato, si privatizzeranno sul modello e sulla memoria dell’ano destituito, estromesso dal campo sociale, assillo di puzzare. Tutta la storia della codificazione primitiva, della surcodificazione dispotica, della decodificazione dell’uomo privato è inclusa in questi. movimenti di flusso: l’influsso germinale intenso, il surflusso dell’incesto reale, il riflusso d’escremento che conduce il despota morto alle latrine, e ci conduce tutti all’«uomo privato» di oggi – la storia abbozzata da Artaud in quel capolavoro che è Eliogabalo. Tutta la storia del flusso grafico va dal flutto di sperma nella culla del tiranno, fino al flutto di merda nella sua tomba-fogna – «ogni scrittura è porcheria», ogni scrittura è questa simulazione, sperma ed escremento.
Si potrebbe credere che il sistema della rappresentazione imperiale sia malgrado tutto più mite di quello della rappresentazione territoriale. I segni non vengono più iscrittti nella viva carne, ma su pietre, pergamene, monete, liste. Secondo la legge di Wittfogel della «redditività amministrativa decrescente», ampi settori vengono lasciati semiautonomi, in quanto non compromettono il potere di Stato. L’occhio non trae più un plusvalore dallo spettacolo del dolore, ha cessato d’apprezzare; si è piuttosto messo a «prevenire» e sorvegliare, a impedire che un plusvalore sfugga alla surcodificazione della macchina dispotica”.

(da “L’anti-Edipo” di Deleuze-Guattari)

“Ti hanno tagliato la parte…”, diceva un tale nelle pause di non-lavorazione di un film.
Il punto è che nessuno saprebbe cosa fare nella vita reale… sembra che ci sia solo questa recita, questo récit, questo gioco di ruolo, la cui regola principale è:
“Non si esce…”.
La seconda è ri-petere (ri-chiedere-per-ottenere), più che ri-cantare la me-lo-dia del se-lo-prenda. O forse si dovrebbe dire più propriamente “ri-petare”… se è vero (come notavano Deleuze e Guattari) che ad ogni elevazione corrisponde un peto.

Insomma ci si aspetta sempre qualcosa di consonante, melodioso, armonico… il che vuol dire con ogni evidenza che ci si eleva su una base di dissonanze, ensemble pletorici, disarmonie… o meglio, proprio di rumore… scorreggioni insomma. Non si canta (o recita) di testa, di gola o di diaframma… ma di culo. La prima divisione del /dividuo è questa: Io e Cacca. Non dunque i vapori acquei e l’anidride carbonica della voce, ma i gas sulfurei e il metano della fermentazione intestinale… (che è più o meno quello di cui odorerebbero i panciuti pianeti gassosi… o la flautulenta, corrosiva e nuvolosa Venere… mitologicamente nata dai genitali recisi del Tempo… da cui la sintesi poetica di Artaud… circa il “peto della mia verga”…).

La tempesta su Saturno, per esempio, è un immenso peto pluri-tonante che si avvolge in spirali e perturbazioni titaniche…

Ebbene sì… il sublime Saturno, divoratore dei suoi figli, dio dell’età dell’oro, Tempo personificato, depressione plumbea, falciatore di gambe (specie quando si tratta di fissare il volatile Mercurio), scorreggia come un colossale ragazzino impertinente…

Per fortuna ci sono i fulmini


Fermo immagine | Discontinuità

Fermo immagine.

 Il Colosseo visto dalla Domus Aurea

Su di una panchina vicino al Colosseo, viale della Domus Aurea… Lei sdraiata con la testra poggiata sulle cosce di lui, che è seduto…

LEI – Ma cosa rimarrà di questo istante?…

IO – Quale istante?

LEI – Questo… Non lo possiamo fermare… A questo istante succede un altro istante e poi un altro…

IO – Beh… diciamo che è un’impressione… quella che il tempo scorra… noi ci siamo immersi… ma non è detto che un istante non sia “sospeso” tra presente-passato e futuro, tra ordine e caos entropico… e ogni istante non sia scomponibile… all’infinito… Si, ma in effetti il tempo scorre… e non possiamo farci niente…

LEI – Sì… e poi moriamo… E che senso ha tutto questo?

IO – Tutto questo cosa?

LEI – Tutto questo: il sole che ci scalda, la panchina, l’amore…

IO – Nessuno… C’è… Dà l’impressione che ci sia un senso, solo per il fatto che (probabilmente) ci siamo… siamo catturati in questa vibrazione più o meno armonica… Ci siamo ritrovati da questa parte… Ma il senso esiste solo in quanto vi è un non-senso… Te lo domandi quando sei viva… te lo domandi da sveglia… ma se dormi non ci sono più queste domande… Dunque quando ti poni queste domande, dormi…

Si appoggia con una guancia sulla mia coscia destra. Le scosto i capelli con la mano sinistra e le accarezzo la nuca, mentre il sole le illumina l’altra guancia… Si addormenta. Prima di cadere nel sonno mi stringe la mano per un istante. Poi quel che io vedo (il tizio che fa 太极拳, l’uomo seduto di fronte con gli occhiali da sole, i due che si riprendono a turno con una steady-cam dotata di braccio meccanico) lei non lo vede… Probabilmente neanche io.

Sole tra gli archi del Colosseo

Discontinuità.

Dopo quello che ho chiamato l’ultimo filosofo, dopo l’apertura decostruttiva (Derrida) o macchinica (Deleuze) del post-strutturalismo… dal piano della riflessione, si è passati alla realtà. Nelle fondamenta del mondo si aprono voragini, tutto quel che era crolla e va in frantumi… impossibile recuperarne il senso passato, impossibile costruirne uno futuro. Non possiamo percepire l’85% della materia (il fantasma fecale del nostro cosmo), siamo ciechi per 4 ore al giorno per via delle saccadi, ascoltiamo musica con 44.000 silenzi al secondo che non percepiamo, tra un atomo e l’altro vi sono spazi, campi, relativamente immensi, tra le stelle e le galassie vi è una dimensione spazio-temporale discontinua… granulare, a brane, a più dimensioni… abbiamo un genoma spazzatura che sta lì senza un perché (e questo solo perché non trasmetterebbe “informazioni”…), un chilo e mezzo di batteri nel nostro corpo, vediamo il flusso di immagini senza vedere i singoli fotogrammi, vediamo l’immagine sullo schermo senza vedere i pixel RGB.

In economia la valorizzazione che conta è in negativo… è il buco di bilancio a creare valore… buco che si è ormai diffuso (“spread”) ovunque… e ce l’hanno un po’ tutti (e questo alla lunga rende impossibile il capitalismo, che può perpetrarsi solo crinandosi in crisi, accumulando con ferocia o sopprimendo i creditori di volta in volta… Dunque compaiono buchi e distorsioni anche nel Diritto e nelle democrazie… nelle ideologie come nelle esistenze messe precariamente a lavoro… Ma la violenza è un lusso che è possibile fino a un certo punto…).

Infine, viviamo morendo progressivamente

L’informatica sembra consacrare una cospirante assenza di spazi di ambiguità, obbedendo solo alla logica binaria di input/output (I/O) il nuovo soggetto monadico, computante e paranoico inventato da Leibniz, che magari Freud provò ad investire di (s)cariche libidiche, di giubilo di fronte al rocchetto che compare e scompare davanti agli occhi dell’infante (il gioco del fort-da, una specie di cucù-sèttete), ma che, dato il numero incredibile di ripetizioni di impulsi I/O che quella logica gestisce, per esempio, in un processore, è più un rumore disarmonico, il ron ron della macchina di cui delirava Antonin Artaud… quello che ci svuoterebbe appunto di quello che c’è in mezzo tra un sì e un no, tra un vivente e un morto… quello che continuiamo ad affermare contro Tutto, ad ogni passo, ad ogni impulso elettrico della nostra chimica (dis)organica… tra scosse, brividi, contrazioni, decontrazioni e fasci di nervi…

Insomma questa vita quantizzata, digitalizzata, discontinua è insopportabile. Spossessa continuamente di sé… ma in un modo che non è quello proprio della naturaBataille avvertì che siamo accomunati intimamente dalla “continuità” (la “sozzura”, la morte, il sesso)… io non avverto niente di tutto ciò. Non ho niente in comune con niente e nessuno… mi percepisco come una discontinuità imprevedibile e radicale, priva di appartenenza… un vivente assolutamente contingente. “Sentirai di appartenere al tutto quando non sentirai più”, mi dicevo l’altro giorno alle 5 di notte, senza capire il senso di questa frase… Questo tutto di cui sarei parte dunque non esiste che a condizione di morire e non è conoscibile… Resto dunque una parte eccedente… schizzata fuori di -getto dal Tutto, che è infinitamente meno di quel che c’è ora, nei pressi, in questa stanza, tra le mie dita sulla tastiera illuminate da uno schermo a 60 Hz di refresh… prima di chiudere gli occhi come Shiva e far scomparire questo misero assoluto in un sonno incomunicabile… anche a “me stesso”, a questo nodo attorcigliato… in procinto di sciogliersi.

Buonanotte… zzzzzz.


Orgasmi e glossolalie

Dopo il mio primo orgasmo, ricordo che mi distesi sul letto con molte questioni nella mente che non riuscivano a trovare una risposta a parole… ma che pure una risposta ce l’avevano. Così, disteso sul letto e con l’accappatoio, guardando in su verso il soffitto, cercai di liberare in una lingua le costellazioni che mi avevano attraversato dischiudendo ben oltre me stesso il flusso dei pensieri e del tempo. Ricordo che predominavano sillabe con la L… probabilmente perché è la lettera che frusta dal palato al fondo della bocca… e ciò dà un certo gusto… come di goccia che cade. Gli ebrei la chiamano “frusta” (lamed).

laie laie lalla
ielà lallà
iela
ralla lalài lalaiei
leilo leilo leila leilo
lai lallai laralei laralelai

Disarticolare la lingua è un buon esercizio per articolare il senso anche in assenza di significato e con una coerenza provvisoria… ovvero secondo il ritmo e la materia che suggeriscono le consonanti e le vocali. La L era solo un esempio… ogni suono ha sfumature diverse, ssssibila, vibrrrrrra, sffffffiata, ronzzzzza (TRRRR, CRRRRR, GRRRR, CLA, ARRRRT, FFFFFF, SSSSSSS, VVVVVVV, ZZZZZZZ). Ovvio che occorre fare attenzione a non lasciare che altri spiriti parlino con la propria bocca…
Vi sono esempi di glossolalie in Artaud, Robert Wyatt (per es.: in “The end of an ear”), Lisa Gerrard… nella stessa “Saaeee”

Anche all’inizio di “Speed of light” degli Asian Dub Foundation… o nei vagabondaggi lisergici di questo signore:


Il feto-monolito e lo schizo-capitalismo

Perché non l’uomo, ma il mondo è diventato un anormale.
(da “Van Gogh, il suicidato dalla società” di Antonin Artaud)
Stanotte, dopo aver letto le terribili storie intorno ad Antonin Artaud, di torture, elettroshock, quando era in vita… e delle aspre contese, seguite alla sua morte, tra la sua famiglia e i suoi amici surrealisti, per contendersene i deliri e i segreti, raccontate da Sylvère Lotringer (e ripensando ai deliri del poeta francese circa madri, sorelle e feti, ai tentativi disperati di ricostruzione di un io, dopo i mancamenti a se stesso impostigli elettricamente in manicomio) ho fatto un sogno. Ecco un esempio di “maculata concezione”(come scriveva Artaud): Ero nella stanza da letto, la mia, ma era anche quella di mia madre… così, in un angolo a destra della testata del letto avevo il mio alambicco e nell’angolo a sinistra la foto del Matrimonio di mia Madre poggiata su un comò… Mia Sorella è accanto al letto in piedi a far da testimone, come fosse un mio Doppio al femminile. Ad un certo punto, al posto dell’alambicco, mia Sorella vede qualcosa, che mi indica… Mi giro e vedo un Feto in levitazione. Stessa cosa dall’altro lato al posto della foto del Matrimonio. Il fatto è che questo feto (che era unico anche se erano due) si muove, ma è invisibile… pur conservando la “tangibilità”. Intuendo questo, cerco di fermarlo prima che mi raggiunga (il suo potere è quello di paralizzare, impedire di parlare o gridare… oltre a quello consueto di “cinturare elettricamente” il ventre come descrisse Strindberg in “Inferno”). Al tatto è come un parallelepipedo… la cui luce nera mi ricorda il monolito di “2001 odissea nello spazio”… Vedo chiaramente che (l’evento palingenetico, l’ecce puer) la nascita del Messia è in realtà un incubo spaventoso… che si dilegua quando Mia Sorella mi conferma di aver assistito anche lei all’orribile prodigio… smentendo così ogni possibile ipotesi di un mio personale delirio. Io arresto la scena con un “Nel nome del Padre…” di rito (sembra essere tutt’ora il metodo più efficace per imporre un ritmo ternario al Dualismo insorgente), che riporta tutto all’ordine e al risveglio.

Giger - "Dead babies"

Ne derivano alcune considerazioni. Non trovo in questo alcuna novità rilevante circa la mia composizione simbolica di fondo (fatta di insofferenza nei confronti delle logiche patriarcali e di orripilazione per le poltiche del desiderio materno di fallicità – di gestione del Figlio come fosse un Fallo – vissute come minaccia alla mia stessa Vita, tramite un mio rimpiazzo con un Sostituto… il FETI-cismo insomma, la merce al posto di ME)… ma vi è piuttosto la suggestione di un Dualismo senza ordine, né condizione sopportabile, che si oppone con tutte le forze ed in modo imprevedibile, irragionevole, distruttivo, invisibile e spettrale (quasi come incarnasse un principio del Male) ad un Sistema teso (sino allo spasimo, fino a lacerarsi) alla pacificazione, basato sul Terzo (ciò che possiamo immaginare come lo Stato, un ordine simbolico, la perfetta costruzione di una metafisica come quella di S. Tommaso d’Aquino, ecc…). E questo scenario non è… personale.   E’ lo scenario messo in campo, per esempio, dalla Guerra al Terrorismo, in cui, dietro un’apparente gestione razionale degli eventi, si cela un mostro di innesti e proliferazioni (traffico d’armi, patti trasversali, campi di reclutamento, centri di addestramento, ma anche, sul fronte interno… “comunità”, sette, gang, bande…) nel tessuto stesso della società, che si pretende Razionale e che si suppone esista (pur essendo una sorta di finzione scenica, la rappresentazione di un ordine semi-naturale, un sostrato mitico su cui adagiare il corpo-in-frammenti del sistema; a mio avviso non vi è mai stato alcun “contratto sociale”… come sostengo in questo commento 22). Dunque questo Dualismo terrorista, questa Eccezione del Diritto, quando rivela la sua verità oscena, nascosta dal Sistema che la copre e la supporta occultamente, sembra presentarsi come fosse la Realtà… Ma è un mostro creato in laboratorio… Ora, nel mio sogno, questo mostro, voleva sostituirsi al MIO laboratorio, alla mia coscienza (rimbalzata tra maschile e femminile e che trova la sua provvisoria unità nell’uovo alchemico). Ma non c’è risucito, evidentemente…  In quale scenario ci si muove? Più o meno quello labirintico, spettrale e cannibalico di Pacman… che ha in sé la simpatia finta di uno smile. E’ il capitalismo… che mira ad integrare nella sua composizione onnivora, come di una zucca decomposta che rinasce da sé materializzandosi qua e là, anche i deliri della schizofrenia, una volta letti come rivoluzionari (da Kristeva, Deleuze, per esempio) ed ora integrati (in qualche modo) nei circuiti del sistema. Sylvère Lotringer scrive una sorta di requiem della resistenza possibile (prendendo le distanze dagli inviti insurrezionali di qualche “invisibile” gnostico contemporaneo, che pur conserva un notevole acume… se non fosse che è il capitale stesso a spingere verso le barricate e ad inventare scenari alla “Terminator”):“Cosa si può intendere con resistenza? Resistenza al capitalismo? Ma con il capitalismo abbiamo a che fare con una nozione molto artaudiana: è ovunque e in nessun luogo, si tratta infatti di un concetto confuso, anarchico, come Eliogabalo, ti volti e non è più lì dove si trovava. Non si ha nel capitalismo una progressione logica o prevedibile, è qualcosa di affine alla follia. E come si può pensare di combattere la follia? Ci si può solo rendere conto che non si ha a che fare con qualcosa di umano, perché non è un sistema concepito per essere al servizio dell’umanità. Tutto ciò ricorda la storia dell’apprendista stregone: il capitalismo, si badi bene, è sempre esistito, ma nelle società primitive era sottoposto a tutta una serie di limiti e costrizioni, ma noi abbiamo, per così dire, lasciato uscire il genio dalla lampada e finirà per distruggere l’intero pianeta. L’avidità di profitto, la speculazione rovinano anche le migliori intenzioni, per cui anche un’industria ecologica, nonostante i suoi obiettivi positivi, viene sovvertita dalla logica cui obbedisce, logica che finisce per rafforzare il capitalismo. Gli stessi concetti con cui si confrontavano Artaud e Bataille risultano obsoleti rispetto al capitalismo contemporaneo, che finisce per produrre degli zombie soddisfatti di sé, i quali non si chiedono neppure in che direzione procedono. Ne risulta una sorta di Grand Guignol dove nessuno ha più coscienza, ad esempio, del fatto centrale che la sua vita è limitata. C’è qualcuno che prevede ancora fasi di rivolta, come ne l’Impero di Antonio Negri, ma non condivido questa visione ottimistica poiché, nonostante vi possano essere evoluzioni inattese come imprevisto fu il maggio del Sessantotto e il mito che ne originò, oggi mancano dei miti sufficientemente forti. Il capitalismo stesso si presenta come un mito e riesce a suscitare, come tale, degli affetti ma non si tratta di affetti che posseggono alcunché di autentico”.


Eremiti metropolitani

Antonin Artaud ne "La passione di Giovanna d'Arco" di Dreyer

“Sì, ecco ora il solo uso cui possa servire il linguaggio, uno strumento di follia, di eliminazione del pensiero, di rottura, il dedalo delle derisioni e non un Dizionario dove certi pedanti canalizzano i loro restringimenti spirituali”.

(Antonin Artaud, “A table”)

Gli spazi tra le maglie si restringono ogni giorno di più. Siamo al parossismo della paranoia di stato. Ma cos’è “stato”?… Il participio passato del verbo essere, del verbo stare o di statuere? E’ il sogno folle di un “soggetto universale”… Un passato che… participia, “prende una parte”, si abbarbica, si mette alle nostre calcagna e non ci vuole più lasciare… Il Matto dei tarocchi (figura del "cittadino" contemporaneo) con la lince del Padrone (privato... anche del "fallo" di stato, stabilizzatore, che ormai non c'è più - lo si deduce dall'obelisco spezzato sullo sfondo) alle calcagnaIn cambio di che? servizi?… sempre meno… la loro gestione è per lo più in mano a privati (acqua compresa). Che si ricordano di noi solo per farcela pagare (la bolletta). Centrali d’energia e risorse, nelle mani di estorsori. Ti tengono saldamente stretto per il primo chakra!… Se dovessi decidere di isolarti, le bollette sarebbero l’unico contatto con il mondo: ti vogliono bene e si ricordano sempre e comunque di te… E lo stato? Tasse, multe, manganelli, prigione, armi, truffe, stragi, crimini… e ARCHIVIO. Catalogo delle merci che siamo. Merci masturbate con ogni mezzo, compreso questo, la Rete. Sani, belli, positivi, coccolati, tantrizzati, con scuola di danza e corsi di pittura, bricolage e circoli culturali.

BASTA PRODURRE SENSO!

E’ l’unica forma di contrattacco possibile, per noi “eremiti metropolitani“… natura inafferabile nelle maglie larghe di una cultura bucata, di un tessuto sociale lacerato. Occorre: prendere una spada ben affilata, rispolverare il senso reale dell’espressione “complesso di castrazione” e cominciare a tagliare e trinciare cultura e detersivi, condizioni e condizionamenti, pattume e pezzi di ricambio, telegiornali e bomboniere, segnare il proprio confine intorno a sè ogni volta… a fil di spada! Di qui non si passa: qui si smonta e si rimonta, qui è il regno del riassemblaggio, qui finisce la catena di montaggio… non c’è una cosa uguale all’altra. L’arte! l’artefatto! l’invenzione!

Teseo il "flessibile" viaggia a ritroso nel futuro.Macché! La vita, i ruggiti, i fulmini, la lava! La singolarità… non l’unità. I vortici… non l’Uno.

Io sono un (sog)getto singolare.

E ditelo a chi incarna lo stato: il vigile urbano, il tabaccaio, la televisione, la patria potestà e tutti quelli che ti ricordano della salma che “sarai stato” (detesto il futuro anteriore)… Saremo così ambigui da non essere più distinguibili e definibili, così reversibili da far slogare le categorie di Aristotele, gli assi di Cartesio e il codice binario 0-1 di Leibniz (quello che muove questi processori di nulla nel silicio)!… Saremo così REALI da non essere più SOGGETTI.

REALTA’! REALTA’! REALTA’!

Alcuni intellettuali mormorano nel sonno che l’individualismo, l’atomizzazione e la frantumazione sociale sono il riflesso dell’immaginario delle economie liberali. Dove credono di essere? Ancora a blaterare di comunità, contratto sociale e “buon selvaggio”? Non sono forse anche loro reclusi e schermati? A recitare all’infinito la tragica farsa del “soggetto universale”, come se esistesse: normative, diritti, legge, valute, simboli, bene comune… ESSENZE!!! CRISTIANESIMO! Ma basta!

Imparate a smontare il soggetto che siete e inventate una nuova lingua. Seguendo sempre il filo. Non perdendolo mai di vista. Lasciate parlare la pianta che è in voi. Come si ammazza quella bestia cornuta al centro del Labirinto se non spezzettando tutto, rimontando e spezzettando ancora? Impareremo a leggere dalle figure che verranno fuori. Come per i fumetti quando si è troppo piccoli. Riconosceremo al volo tutte le genealogie… Anche le più oscure e nascoste. Mascherine.

“Non abbiate paura”.

Decondizionatevi! Imbrogliate più che potete, depistate, predite, mentite, dite la verità, seminate emblemi… e risate… Siate tattici.

L’importante è non perdere il filo… (di Arianna… e della lama).


Insomma, a differenza del pensiero “catalogico” (che nutre la passione per i cataloghi), la psicanalogica prevede l’impiego di figure più che ideologie, dell’immaginario più che del simbolico (per usare il linguaggio di Lacan). Dunque non arretra di fronte al “ricondizionamento” e al ruolo tattico dell’inganno consapevole. Ci si racconta una bugia e la si porta alle estreme conseguenze, deducendone le possibili figurazioni. Il metodo è: prassi-teoria-prassi-teoria-prassi-ecc… (Ecco cosa è la Rivoluzione. Ciò che non è “stato”. Ciò che viene. L’a-venire. L’orbita. Le stagioni. Le estinzioni. Le mutazioni…).

Il “potere” (l’istanza definita dalla spada di Damocle, che castra random) cerca di appropriarsi dell’inappropriabile. Nessuna singolarità sarà mai annullata dalle statistiche e  dagli “user generated contents”. Ci provano a farci fare le cavie del loro laboratorio. Non lo siamo. E’ il “potere” (il sopruso potenziale e imminente) ad essere un cattivo esperimento della natura. Un nostro esperimento. La spada deve stare nelle nostre mani, non sulla nostra testa!

(Il “soggetto universale” e lo “stato” sono invenzioni umane destinate a passare. Istanze paranoidi da spuntare. Zac).


Nel commento n°3 al post “Il regno contraffatto” di Eschaton, una mia riflessione sul potere come “finzione tattica”, arbitrio, censura e contromisura d'”emergenza”.


Chi è senza mercato scagli la prima pietra…

Io, qualche anno fa...come al solito, prima di una qualsiasi azione (compreso il lancio di questa pietra filosofale), ci penso un bel po'...

“Comprendere significa inquinare l’infinito, e l’essere dell’infinito è stato sempre di non essere un essere se non a condizione di essere finito”.

(Antonin Artaud)

Capita a volte di imbattersi, leggendo i blog altrui, in post interessanti, filologicamente rigorosi e con pari (se non superiore) dignità rispetto a libri e autori accreditati… Eschaton è uno di questi.

Quel che mi ha colpito della sua riflessione sulla mercificazione universale (nicchie di mercato e negatività comprese) è il suo non lasciare scampo. Ammiro la sua attenzione genealogica alle tentazioni risorgenti della “metafisica” (e della proteiforme e strisciante cultura di “destra”). E’ un “derridiano ortodosso” (archivista e “neo-kantiano”, promotore di un “neo-soggetto-trascendentale” con grande passione per la catalogazione… e tanto di cappottone alla Matrix). Quando leggo i suoi post mi risuona il ritornello che tanto mi fa dannare: “Non esiste alcun fuori testo”… Che Eschaton estende al mercato capitalistico e a tutti i possibili sistemi. Dunque: nulla sarebbe estraneo al sistema…neanche (e soprattutto) ciò che gli si oppone…

Nell’esergo del suo post sottolinea sardonicamente il suo essere inscritto nelle logiche di mercato sottese anche alla fruizione di un oggetto culturale quale può essere un suo post, nella speranza che qualcuno noti le sue innegabili doti, quel che lui stesso definisce le sue “non comuni qualità”… Leggo un po’ inquieto (ma divertito) la sua dichiarazione circa “l’impiego prolungato e sapiente di una massiccia quantità di violenza” su chi svolge in sua vece le “attività produttive primarie” onde garantirgli “ampio tempo libero”…

Insomma un certa ironia narcisistica la fa da padrona come nei proclami di Tristan Tzara… Narcisismo da cui neanche io in parte mi esento, per carità… fa parte della “governamentalità”… (dall’altra parte, ripenso alla ferita al capo dei personaggi del film di Ruiz che ho visto l’altra notte).

– Ma allora questa pietra la vogliamo lanciare o no? E contro chi o cosa soprattutto?

Dicevo, quel che non mi scende giù e mal sopporto (direi a livello personale, delle mie pratiche quotidiane), è l’affermazione che non ci sia un “fuori” (“[…] non è detto che esista qualcosa al di fuori di essa [dell’industria culturale]”). Perché, se da un lato sono favorevole ad un tentativo di comprensione generale delle genealogie e della struttura dei prodotti culturali e dei segni (“Se non i segni, cos’altro ci muove?”) e di attenzione al livello di compromissione del proprio agire, dall’altro mi chiedo che ne è di ciò che è singolare… Non riconoscendo alcuna universalità (dunque opposizione universale/particolare) e preferendo la coppia generale/singolare (o plurale/singolare), mi chiedo:

 “Che ne è di me?
…delle dita che digitano in questo momento
e che pur ci sono in qualche modo,
indipendentemente dal loro impiego?”.

Che ne è del terzo lato della moneta, che oltre a mostrare l’effigie dell’autorità da un lato ed il suo valore nominale dall’altro, resta pur sempre un dischetto di metallo?…

Non sono “consustanziale” al sistema che contesto (non riconoscendone neanche la “sostanza”). Il sistema che fa sì che il mondo sia a noi comprensibile, la razionalità dell’Occidente e del capitalismo globale, si sovrappone ma non coincide col (sog)getto che sono. Non vendo i miei sogni, la mia (in)coscienza, la mia carne, le mie molecole, anche se son già pronti a prelevarmi DNA o a espiantare i miei organi! C’è qualcos’altro che resiste, c’è tutto che resiste (e non è il lacaniano oggetto “piccolo a”, nè un tag “a”) . L’eccezione che (io) sono (o suono?) al sistema (anche se partecipo alla sua sostanza ovvero alla sua finzione, al suo spettacolo) non verrà più reintegrata. Come non sono reintegrabili le stelle e l’intero deserto che è la Realtà, per una posizione pur così intransigente e desiderosa di reinvestire.

Occorre a mio avviso fare (anche) un passo indietro rispetto alla razionalità strumentale, scientifica, tecnologica, economica, informatica, capitalistica, democratica, etc… Il nostro terreno comune è fatto di ciò che non è catalogabile, della forza… che certo è misurabile in joule, ma, così considerata, non è l’indefinibile “forza”. Il movimento che precede e anticipa i segni. Ecco cos’altro ci muove. Oltre che l’assoluta contingenza di QUESTO corpo, di QUESTO verbo che siamo, di QUESTO mondo che viviamo (nel mio linguaggio: non ci sono che varchi, fulmini e -gettitraducibili, per esempio, nella lingua di Derrida con l’“enigma di carne” di cui parlava a proposito di Artaud ne “La scrittura e la differenza”).

Certo, mi si potrebbe dire che cerco scuse nobili per sottrarmi ad un sistema di cui non voglio essere complice (pur essendolo ovviamente)… Anticipo questa ipotesi definendomi “ibrido” per costituzione. Per questo insisto nel ritmare, ripetere, cantare, far risuonare, ciò che non può essere catturato dalla prigione del “soggetto universale”. Amo ciò che non si scambia. Il “questo” di ogni cosa.

Detto ciò, ribadisco la stima nei confronti di chi si sforza di rintracciare le provenienze e le genealogie di ogni linea di pensiero. Ma non basta per uscirne.

Io gradirei un (sog)getto eccentrico, spiraliforme, centrifugo, “eccezionale”, in linea col pensiero necessario di una “decentralizzazione” generale.

– Lei che prende?


 Verticalmente:

Jim Carey in "The Truman show"

Il Cielo si stende su Questo Mondo come un coperchio su una pentola piena d’acqua in putrefazione. E’ un Cielo fatto di paradisi fiscali e di una fede che è anche moneta, per la gente là sotto.

Del resto si dice: “Il Diavolo fa le pentole non i coperchi”…

Ci sarebbe una grossa esigenza di prendere una boccata d’aria e distillare l’acqua…

 



PS: “Il migliore dei mondi” è la risposta di Raffaele Ventura (“Eschaton”) a questo post.


Psicanalogica – l’Embolon contro il Symbolon

In questo post si parlerà dell’Analogica applicata alla psiche umana, ovvero della Psicanalogica e dell’oggetto (o piuttosto dell’ in-getto, em-bolo o em-blema) del suo studio. Poichè, per inventare una nuova “scienza”, occorre prima decidere di cosa si occupi…

Io, suo fondatore, sarei dunque uno psicanalogista?… Non so, forse è un po’ presto per definire i titoli d’onore e i diritti di esistenza di una “scienza” che deve ancora nascere… Ma l’ho già tutta in mente, quindi non resta che inventarmela (da “invenio”=scopro) man mano…

Jacques Lacan con sigaro storto

Questo signore, Jacques Lacan, parlava, finché era vivo, con voce cavernosa, producendosi in discorsi spesso oscuri e incomprensibili, ma la moda dei pensatori francesi dell’epoca faceva sì che lo si stesse ad ascoltare molto attenti, ripetendo le sue oscure formule e spesso  complicandole ulteriormente… Era uno “sciamano” che magnetizzava l’attenzione sulla sua rilettura di Freud. Insomma era uno psicanalista, non uno “psicanalogista” come me… e aveva l’intenzione di rivelare la “verità” dell’inconscio. E di definire, nel corso dei peregrinamenti teorici di una ventina di seminari, la “posizione del soggetto” nello spazio psichico che aveva disegnato:

il "nodo borromeo", incontro dei tre piani RSI (Reale, Simbolico, Immaginario) che per Lacan definiscono il soggetto della psicanalisi

E’ il nodo che intreccia “Reale, Immaginario e Simbolico” (tipicamente lacaniani) e fa emergere nell’intersezione il sintomo (quello che gli psicanalisti dovrebbero curare…). Bello vero? Pare una fede turca (quella fatta da 3 anelli incastrati tra loro) aperta in tre. A suo modo un emblema… E questa sarebbe la mappa del suo campo d’azione. Qui ci sarebbe il famoso “soggetto”… Sub-jectus dal latino. Che vale “gettato sotto, sotto-posto”. Dunque… cominciamo male. Io sarei un “soggetto”? Una persona risibile, una caricatura, un dipendente? Una  specie di Fantozzi? Nooo… Ma la moda strutturalista dell’epoca non vedeva di buon occhio l’Uomo. Al punto da porlo come “soggetto”, strutturato dal linguaggio di cui non era che un effetto. “Ciò parla”, diceva Lacan.

E che ci dice?… io e la mia mania di scomporre etimologicamente le parole (che hanno una vita animale e una genealogia) diciamo, prima ancora che io ci capisca qualcosa, che si parla di “-getto“. Parlerò dunque di getto, senza pensarci troppo.

Sog-getto, og-getto=”gettato sotto”, “gettato innanzi”… evoca nella mia mente la scena di uno schiavo lanciato ai piedi di un Re. Possiamo sopportare ancora questo stato di sog-gezione? Seguendo la scia del latino dovremmo parlare di in-getto, ma questa parola evoca la puntura, l’in-iezione. Parliamo di qualcosa che ci viene scaraventato dentro. Non proiettato, introiettato… o inoculato. Una specie di sasso in uno stagno… Quiete turbata dal “fuori” e che riverbera… gran sollecitazione di neuroni, della memoria. Fuori di che? Fuori di chi? Fuori di noi. Fuori dal danni di un embolo...tempo. E cosa viene scagliato dentro? Un embolon (=”gettare dentro“, dal greco)… che a prima vista sembra una minaccia mortale. Nella nostra lingua lo intendiamo come un embolo, qualcosa che ostruisce le arterie e crea danni al cervello, per esempio con un ictus… Anticamente si intendeva con “embolon” il rostro, la punta della chiglia che si incuneava nelle navi nemiche per affondarle… o uno schieramento a V in guerra. Dunque appare come una minaccia mortale per il soggetto, sotto-posto alle classi e alle categorie che lui stesso s’è inventato al punto da essere determinato da queste. Minaccia di morte per la filosofia, perché in realtà l’embolon è un emblema (che permane nella sua natura emblematica, dunque non riducibile alla logica identitaria e copulante A=A… una rosa=una rosa, ma a quella più ambigua, della rassomiglianza, dell’analogia: A sembra A, ma anche un triangolo, una vocale…). Emblema che si oppone al symbolon, ovvero al “simbolico” con cui Lacan chiamava l’ordine del linguaggio, della società, sotto il vessillo trionfale del Nome-del-Padre… La chiave per accedere a questo castello di segni (o meglio di “significanti”) era il più ovvio “significante del desiderio”… più volgarmente, il Fallo… che ci liberava da quel terreno paludosamente insidioso del regno materno, della reggitrice oscura del gioco dello specchio che avrebbe fatto identificare il bambino che siamo stati tutti noi in un abbozzo di segno, una prima percezione di sé… l’Io ideale. L’immagine del corpo… allo specchio. Quello sei tu! Oh che sorpresa! Oh che emozione! Mi sposto a destra e lui si sposta… Ma come si fa a dire che questo è un segno primitivo? Un primo segnale di senso… solo per essere stato sottratto all’impossibile spazio del Reale (al di là del materno, dello schizoide, dell’ab-ietto … inaccessibile, indescrivibile, inimmaginabile, immemorabile)? L’incorporea immagine al di là dello specchio è un embolon. Ci viene scagliata dentro. Anticipa i nostri movimenti, li scrive nella memoria, li ripete… E’ il perenne anticipo del tempo che vivono gli animali, specie quelli autocoscienti come gli uomini. Un fuori-tempo che ci viene “scagliato dentro” nel nostro tempo psichico. L’embolon ovvero lo spazio embolico è reale, immaginario e simbolico in un unica soluzione… Dissolve la mappa (topologia) del soggetto di Lacan. Non è più possibile speculare senza sapere di mentire. Se dell’inconscio Lacan dice “ciò parla”… io aggiungo che piscia (in balistica, si parlerebbe di traiettoria),  getta, prende, canta, ascolta, ricorda, vede, ride, mangia, pensa, immagina, scrive, cancella, dimentica, sogna, dorme… spesso con una musica di fondo.

“Io” non è uno spazio chiuso. E’ un fuori “gettato dentro”.

Gli indiani non sbagliano a considerare la mente-corpo come una sola cosa. Il pensiero è un gesto, un movimento. Ci muoviamo nel nostro pensiero come in uno spazio fisico. I nostri stessi pensieri si muovono come in uno spazio fisico. Questo spazio fisico ci è stato scagliato dentro e ci “anticipa” continuamente, come a provenire da un fuori dello spazio-tempo che comprende la nostra percezione, con intuizioni, previsioni, schemi tattici, figure. Costruiamo un linguaggio solo per emblemi (o catene di associazioni), solo per questo continuo getto, dentro di noi, di immagini, suoni, odori, parole, carezze, fuoco, strepiti, ecc… Tra gli emblemi o emboli ve n’è uno particolarmente usato, che finisce per snaturare tutti i nostri possibili discorsi sulla psiche. Il symbolon. Definibile come il titolo esemplificativo di un oggetto, quello scambiabile per capirsi e farsi capire, è anche quello che ha dominato per secoli nelle teste fallocentriche e patriarcali dell’Occidente. Abbiamo il denaro e Dio Padre in testa. Una cosa ha valore se si scambia. Per esempio: nel sesso si scambiano cazzi? Il cazzo sarà l’equivalente generale del desiderio… si scambiano donne (come sosteneva Levi-Strauss ne “Le strutture elementari della parentela”)? La donna sarà la moneta vivente di scambio nelle società umane (forse da queste due equivalenze nasce la figura della “donna fallica” di Lacan?). E circolerà nelle società come il sangue nel corpo (finché non ci sarà un’embolia a rompere questo schema circolatorio, trasformandolo in una spirale emorragica che conduca altrove… ma subito si creerà un nuovo vortice e una nuova circolazione)… E’ un gioco che sminuisce qualunque -getto. Che sia seme, contrazioni vaginali, che sia polluzione di pensieri dentro di noi, che sia gioco del fuori col dentro, poco importa… Quel che conta si definisce con un patto chiaro. Infatti cos’era il symbolon (dal gr. syn+ballo=”metto insieme”) in origine? Una tessera che veniva gettata per terra, spezzata in due… e il margine di taglio, che solo poteva combaciare con l’altra parte, era garanzia del patto tra i due che rompevano il coccio. Su questo scambio è nato il segno, che sempre pretende di combaciare e significare altro, garantendo l’ordine (o la grande menzogna della “mente che mente”) come meglio può…

Ma il fatto è che non c’è ordine. L’ordine non è che un embolon. Un campo di forza che collega svariate percezioni e le inscrive in una “serie“: Padre-Dio-Logos-ordine sociale-territorio-soci-clan-stupro rituale-sfruttamento-patriottismo-guerrieri-ragione-linguaggio e così via… serie gettata dentro dall’ambiente circostante e non solo per patti, per convenzioni, ma anche da singole impressioni, da un’educazione al symbolon (fatta di convenzioni e classificazioni) che ci viene riproposta come una marziale e deviante palestra della mente-corpo. Muoviti così e dici “fallo”… Muoviti cosà e dici “fallimento”… Il symbolon è una particolare specie di embolon che si prende per vero, reale, chiaro, evidente, razionale, buono, incontrovertibile… è un embolon “presuntuoso”, che cerca costantemente di celare la sua natura emblematica. Necessario per il “progresso” e la “civiltà”, nega costantemente i suoi accidenti e le sue eccezioni… La Psicanalogica è qui per questo. Per “embolizzare” questo sistema proliferante e virale e bloccare la sua circolazione arteriosa e, nella sua accezione positiva, muovere il pensiero secondo la sua “natura”, ovvero il suo ritmo e il suo movimento. Vaglierà rassomiglianze e le inanellerà come in un diadema o in una collana. Cercherà di continuare ad accostarsi alla comprensione (e alla rigenerazione) dei sogni, delle analogie, delle intuizioni, delle trasmutazioni e del mondo non più scientifico e filosofico che ci attende. Continuerà il racconto interrotto (ma sempre rilanciato) delle donne-sacedotesse (delle verie  magdalene, pizie, bakhti, diane cacciatrici), delle radure dei boschi, dei desideri, delle leggende, dei sincretisti. Seguendo un’arte del “-getto” che sappia cosa “gettare dentro”… come masticare la luce, indirizzare i fulmini e i soffi e seguire le eccezioni. Nel tentativo di dischiudere il corpo-mente a quel “fuori” che ce lo re-invia costantemente mutato e modulato.

il -getto: movimento dell'embolon (gettare dentro) e dell'eccezione (prendere da fuori). Al centro la spirale del corpo-mente. Elaborazione grafica 3D di Valerio Mele.

P.S.: Eccovi cosa c’è “in ballo”. Ed eccovi “imballata” la psicanalogia… (sono solo altri due termini derivati da “embolon“…).  Parleremo in seguito della pratica psicanalogica (inattendibilità della scienza, analisi dei sogni, amplificazione associativa e analogica, “sciamanesimo”, metodi e terapie, dono).


Sciamano

(parole e silenzio di Valerio Mele)

Si getta

dal fondo della notte

cascata oscura

incessante e banale

tuono mugghiante

nel pozzo di luce

dei mondi.

Sciama di nuovo indietro,

sfuggendo al terrore sismico

di miriadi di uccelli in volo,

verso la breccia impossibile

della sua sorgente…

e ritorna a cambiare le rotte

e rifrangere i raggi fulminei

delle cascate.

Mai sarà compreso

sempre sfuggirà,

sempre tornerà,

sempre (o quasi) a bersaglio.

Ogni volta differente.

Ogni volta diluito.

Ogni volta trasmutato.

Eccezione di Dio,

sabbia e sale,

fango e seme,

poi sciame,

eccezione dell’ eccezione,

e ancora e sempre…

-getto.


IL DI-VERSO DEI -GETTI

decomponendosicompongono


sog-getti, né og-getti!

PS: Cito da questo interessante articolo che cita il libro “Forsennare il soggettile” di Derrida… che scrive di “getto” (il grassettato è mio):

In Forcener le subjectile, Derrida elabora un’interpretazione complessiva della paradossale non-opera del poeta-artista francese, attraverso il grimaldello di un’antica e desueta parola, forse francese o italiana: subjectile, soggettile. Artaud la utilizza tre volte nei suoi scritti, per parlare dei suoi disegni (nel 1932, nel 1946, nel 1947). Infatti, il “soggettile” indica innanzitutto il “supporto” materiale dell’opera figurativa. Ma in Artaud assume connotazioni aggiuntive inedite. È sì supporto ma anche soggetto, indica la passività della materia ma anche quella del “soggetto” (nel senso dell’esser soggetto a); indica un “giacere” (dal latino iaceo-iacēre) ma anche, nello stesso tempo, un “lanciare” (dal latino iacio-iacĕre); ha a che fare, quindi con la “gettatezza” dell’essere al mondo e con il “gettare” (jeter) e il “progettare” (projeter).

Il soggettile cos’è? – si chiede Derrida. Qualsiasi cosa, tutto e qualsiasi cosa? Il padre, la madre, il figlio e io? Per fare buon peso, perché possiamo dire la soggettile, è anche mia figlia, la materia e lo Spirito Santo, la materia e la forma delle forme, il supporto e la superficie, la rappresentazione e l’irrappresentabile, una figura dell’infigurabile, l’impatto del proiettile, il suo bersaglio e la sua destinazione, l’oggetto, il soggetto, il progetto, il soggiacente di tutti questi getti, il letto del succube e dell’incubo […], ciò che porta tutto in gestazione, che gestisce tutto e partorisce tutto, capace di tutto. […] Tutto e il resto, ecco ciò che è senza esserlo.


Basta con la Filo-Sophia

Io con la mia chitarra rossaBasta con l’amare il sapere (significato etimologico di “filosofia”). Cosa è comprendere? E’ forse ragionare o… risuonare? (come ambiguamente poneva in francese Francis Ponge, il poeta del “partito preso delle cose”, parlando di réson e raison).

Fra ragionamento e risonanza scelgo la seconda. Vibra di più e privilegia l’Analogia rispetto alla Logica.

Forse non mi si capirà abbastanza. Ma il fatto è che io non voglio essere capito. Vorrei indicare piuttosto un metodo. Un deragliamento, una serie di link ben mirati.

Il collegamento (il link) è il nuovo logos. Decentrato ma rispettoso dell’altro, perché non si ferma mai troppo su se stesso.

Questo è il nostro Nuovo Rinascimento Informatico. Viviamo in un mondo estremamente frammentato, una specie di pattumiera… spazzatura e frammenti ovunque. Nella nostra sovrana, inutile e sottovalutata solitudine possiamo fare del bricolage e reincollare i pezzi. Come ci pare. Con libertà. Ritrovando magari chiavi antiche, un mondo da età dell’oro. In cui tutto era linkato, simbolico e ogni cosa era una coerente struttura di rimando generalizzato.
Il particolare, gli individui, vanno valorizzati fuori e dentro il corpo sociale. Le singolarità non possono appiattirsi in una genericità da comparse. Non siamo più “cittadini”? Siamo solo numeri di una statistica, consumatori, ostaggi di un’oligarchia di finanzieri corrotti? Siamo materia senza massa… neutrini?

No, siamo fatti di tre cose, come tutto il resto.

un po' di oro in foglie sul mio davanzale

Volontà=Zolfo=triangolo=spirito=…
Amore=Mercurio=cerchio=anima=…
Comprensione=Sale=quadrato=corpo=…

E poi potete disegnare tutti i mandala che volete. E siamo fatti di 4, 5, 6, 7 cose…

Quel che conta è l’ordine dei numeri naturali, l’armonia, la vibrazione. Il resto è difficile da contare. E stona. Dà fastidio.

Quindi basta con la filosofia.

Ho amato Sophia non per i suoi ragionamenti, quanto per come penetra nell’intero cosmo.

Occorrerebbe inventare un’ “Analogica“, che permetta ai sogni di essere capiti quanto la realtà e alla realtà di essere letta come un sogno. Qualcosa che veda i colori e le intenzioni dei ragionamenti, prima che possano sottrarre Vita, far perdere tempo e piantare grane.

Comprendere l’altro al volo. Imparare il punto di vista degli Angeli o Intelligenze.

Non dare dignità ai professionisti del pensiero. Niente sapere. Solo un viatico per non smarrirsi nella Mente e nei suoi labirinti.

Il sapere c’è fino a che non segue un’azione. E a quel punto si estingue. Diventa esperienza, pratica, laboratorio, vita.

Per farla finita con la filosofia, vi consiglio vivamente di ascoltare questa aria, tratta dal CD “Castiga ridendo mores”, realizzato con Ugo Innamorati.

Come diceva Antonin Artaud: “L’importante è fare bene la cacca”…