videomaker, fotografo, musicista e sound-designer

Articoli con tag “cristianesimo

Inumanisti

copertina del reportage

…non condivido affatto queste usanze barbare di seppellire i defunti… né quella di porre lapidi, identità fittizie, scolpite sulla pietra come se dovessero durare per sempre, labili memorie kitsch di corpi che, nel frattempo, nella realtà, si decompongono e si sbriciolano rinchiusi in contentitori… come i vivi nelle loro case, nelle loro auto… Nomi, identità, contenitori… questo chiamano “civiltà” gli “inumanisti”… quelli che si aspettano che lieviti, risorga qualche surplus (o surpus) di vita dal liquame ben conservato delle loro anime…


S’appagan di pagare

Attenti a ricevere troppe palme, che si fa una brutta fine…

Anche se, sotto sotto, tutti vogliono fare una brutta fine… magari gloriosa… Da queste parti (Roma e dintorni) per lo più prevale la prosaica finaccia brutta zozza, qulla che si esorta con espressioni maledicenti quali: possino ammazzatte, va’ a mori’ ammazzato… rivolte in ispecie a chi supera una certa soglia di fastidio, a chi vuole essere più di quanto sopportabile per gli altri… a chi ambisce a qualche forma di fama o di riconoscimento… sia pur come Vittima… che, appunto, per definizione, va a morire ammazzata… subisce la Legge per erotizzarla, privandola della sua sterilità, diventando carne, corpo nudo martoriato di colpi, partorendo orride coscienze contaminate da questa idea del “di più” che esistere… del ri-tornare, ri-sorgere, come ogni mattina dai sogni, sempre Se Stessi… nella fabbrica d’anime individuali, inossidabili, cristi fatti in serie, con lo stampino, fastidio e debito infinito che si maschera da guscio di cioccolata.

paga e gnamme gnamme
paga e gnamme gnamme
paga e gnamme gnamme


Teologia erotica

“Dio sarà tutto in tutti” (1 Cor 15,28), cita il papa per evangelizzare Scalfari. Teologicamente è un argomento debole… perché non è già ora tutto in tutti se è tanto onnipotente? Perché collocare la volontà (non onnipotente, depotenziata…) dell’ipotetico creatore del tempo, nel tempo a venire, separando il presente-passato dal futuro ma, contraddittoriamente, sotto le insegne dell’Eterna Presenza? Se egli fosse già ora questa Totalità, e lo è se no non è dio, non sarebbe se non in tutto e in tutti. Se questo (l’olografico e frattale “tutto in tutti”) è il punto di vista soteriologico, palingenetico ed escatologico (che non mi pare così secondario da essere relegato nel posteriore, inteso sia come tempo che come questione scatologica…) dio esisterebbe nei suoi simulacri (di relazione non assoluta, cioè d’Ammore, sempre secondo il papa… che alla “luce” di questa escatola vuota che si riversa in tutti, svuotandoli a loro volta, mi pare piuttosto “ateo”…) senza essere. E tutti i cristiani graviterebbero da millenni intorno ad un Grande Zero, amandolo, credendo sia tutto, ma tenendosene il più possibile a distanza “catecontica” (come una stella da un buco nero) e come anche il Caput (la Grande Testa Vuota) capit-alista suggerisce in questi ultimi secoli… “Nel lungo periodo siamo tutti morti”, pensava Keynes… conta solo il gaudeamus igitur in vista di una panzana colossale (la Crescita o, dall’altro lato, la gloriosa Rivoluzione… o ancora: il di più divino, l’“id quod maius cogitari nequit”, la Coscienza – anche “di classe” – riconciliata, fintamente o a forza, con una presunta Origine pura, naturale o, ancora peggio, sociale…). Una panzana colossale, dicevo, che deve contagiare tutti delle fantasie più strampalate, nel frattempo che egli si decide a venire, tutte ordinate secondo questa strategia mefitica di Dominio di un Centro Vuoto su teste e testicoli a loro volta svuotati…. Ora io non sono certo per la “pienezza”… ma per una modulazione… Una scansione, un ritmo, una tensione contro il Caput che miri a impedire che sorga ovunque esso ci provi e in qualsiasi modalità… una resistenza infinita a questa integrazione nella Totalità che vorrebbe venirci dentro in un cosmico cream pie


“UMANISTI” CONTRO “NICHILISTI”

E’ in atto un tentativo, da più parti (cristiane e marxiste, grosso modo…) di contrapporre un fronte di “umanisti” contro quelli che chiamano i “nichilisti”… Io trovo che sia solo finalizzato a lasciare in piedi l’orrida e tragicomica visione soteriologica, palingenetica ed escatologica che ci vorrebbe rendere tutti vittime, carnefici, colpevoli, graziati, vendicatori, risentiti, creditori, debitori, ecc… e lasciarci marcire finché siamo in vita in questo carcere (psichico, sessuale, politico, economico, ecc…), in questa squallida dialettica della Salvezza (ben evidente in qualsiasi trama narrativa, specie su quella parete di caverna platonica che è il cinema)… Non c’è niente da salvare (o risparmiare, si penserebbe in anglo-americano con “save”), dato che si muore… (o dato che, con un processo simultaneo, si vive… finché non prevale il movimento che ci solca, ci piega, ci scinde, ci dividua, anche prima della nascita e del concepimento).

Anche io, come il papa, salvo la relazione (contro il rapporto sociale in particolare e in generale), ma non certo quella mediata dal Terzo…  sono per la relazione “assoluta” (nel senso di libera, svincolata, sciolta, come il trattino dell’io-tu… ludica, con regole del gioco… non: contrattatasocialmente per giunta! come avviene, per esempio, nella famiglia nucleare borghese, “prima società naturale”, dice questo papa e la sua chiesa,  o nei rapporti di Lavoro – con dei fantasmi o con dei replicanti, delle macchine che si credono “umane”…).


(Con)siderazioni sulla “guerra civile” e la “guerra chimica”

SQUADRE DI DEMOLIZIONE

Le città (come Damasco ora o Sarajevo in passato) in cui si svolge quello che chiamano “guerra civile” sembrano un immenso cantiere con squadre di demolizione che pianificano il loro lavoro. Le esplosioni non sono mai ovunque, ma solo dove serve. E’ guerra di condomini, di cittadini che insistono a voler essere cittadini, misti a operai demolitori sul campo (comunque contractors, anche se si tratta di eserciti nazionali…) molto poco raccomandabili… messi apposta per convincere i pervicaci cittadini a mollare, ad andarsene, a cedere quel pezzetto di proprietà privata che avevano prima. Una volta finito il lavoro si farà una tregua più o meno duratura, si sminerà e si ricostruirà… per questo si fanno gli edifici in cemento armato. Il metallo si può riciclare, il cemento si sgretola in nubi di polvere. E’ un materiale fatto apposta per essere distrutto e rimpiazzato… Basta un bulldozer e via… altre colate, altre merci, ricchi premi e cotillons… speranze, sorrisi, bambini… e poi ancora booooom, badabang, ratatatatatatata
Quel che voglio dire è che la “guerra civile” non è una cosa così diversa da quello che succede in qualsiasi città. A Damasco si usano solo metodi più sbrigativi. E’ una questione di urgenza, di fretta dei costruttori di cose che per essere costruite devono necessariamente distruggerne altre, persone comprese. Qua ce la si prende con più calma. Ma anche qui ci sono case e persone distrutte, tendenti al crollo. Basta osservare meglio gli sguardi e le crepe… Qui prevale il perfido porfido. Nero come le carogne. Buono per le sassaiole. In fondo siamo sopra al Vulcano Laziale

vistose tracce, a Velletri, del “recente” conflitto mondiale…

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INTERCETTAZIONI TELEFONICHE

Uno statunitense parla con un italiano.

– Cioè, forse non avete capito… La guerra in Iraq è finita da tempo, in Libia è durata troppo poco ed è stata solo di aria, per quanto ci riguarda… Nel frattempo abbiamo costruito armi di tutti i tipi… se non svuotiamo i magazzini, prima o poi la nostra industria bellica si ferma, il PIL cala… Se non possiamo bombardare la Siria, dobbiamo bombardare qualcos’altro… Siamo parte essenziale del processo… Se fermate la distruzione, potete scordarvi la “crescita”…
– Potreste bombardarvi da soli, ma prima occorre una apposita riforma strutturale di qualche emendamento… Anzi, visto che ci siamo, facciamo prima noi questo esperimento… cambiamo qualche articolo della costituzione… aggiungiamo qualche leggina… e poi fanculo Isernia!
– Eh, sì… senza contare che è pure pericoloso avere gli arsenali pieni… Da qualche parte tocca svuotarli… Vediamo il lato positivo: sarà una festa di luci!… illumineremo la notte a giorno!…
– Ahahahahah! Voi sì che siete “illuministi”!

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“GUERRA GIUSTA” AD USO INTERNO

Del resto anche a noi ci gasano con i pesticidi, gli inceneritori, le raffinerie, le acciaierie, le cokerie, ecc… è solo un processo un po’ più lento e omeopatico.
L’ONU, per (sua) logica, dovrebbe dare il via libera per una “missione di pace” contro l’ILVA di Riva o cose così… (violato l’ultimo confine, quello della differenza tra fronte interno ed esterno, come si può leggere tra le righe di un famoso discorso di un noto Nobel per la Pace alla riscossione del premio, questo dovrebbe accadere…).

Ah… e i gas di scarico dei veicoli a motore, il fumo delle sigarette?… sono la forma più decentralizzata di guerra chimica.

Forse c’è una “verità” più semplice: ci odiamo e vogliamo morire.

(…Questo accanto e dentro “ci amiamo e vogliamo vivere”).

L’ANTI-EDIPO E LA PULSIONE DI MORTE

“La questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza”.
(Papa Francesco I)

(Ovviamente non sono d’accordo con la questione di coscienza punibile, risentita e cristiana che vorrebbe universalmente porre il Papa…).

Secondo Deleuze e Guattari (ne l’Anti-Edipo, paragrafo: La rappresentazione barbarica o imperiale, che cito qui, in esergo, e continuo qui sotto, dopo i versi e i gatti intorno al buco…) era una “macchina dispotica” interiorizzata, una macchina repressiva a rendere violente (risentite perché rimosse-represse) le macchine desideranti… dal momento che egli tendeva a neutralizzare in un ipotetico corpo pieno del Desiderio la “pulsione di morte” (connotandola appunto come un effetto della vendetta del despota che  imponeva i suoi codici linguistici, la sua surcodifica dei corpi, triangolava con madre e sorella contro qualsiasi manifestazione di risentimento… o come un effetto della triangolazione edipica successiva che triangolava con mamma-papà, in pieno ressentiment cristiano)… Non mi sembra affatto così. Non è solo una questione di despoti o di edipi accecati, castrati… è proprio che non si gode senza morte. Non c’è niente di pieno né sul versante del piacere, né su quello del dolore. Vivere e morire, memorizzare e dimenticare, sono processi simultaneianche senza quell’eccesso surcodificante, dispotico e repressivo di cui Deleuze scrive. La pulsione di morte, a mio avviso, non è questione di “latenza” (di colpi a vuoto, di rimozione e repressione)… è ben scandita e modulata… è nel ritmo che ci attraversa, che solca anche gli orgasmi. Si gode a reprimere, si gode a rimuovere, si gode a liberarsi, si gode ad uccidere, si gode comunque… modulando le pulsazioni velocemente o ritenendole… accumulandole il più possibile, nel caso dell’economia capitalista, per accentrare potere e accrescere il potenziale (di riserva e sperpero)… gestendo i flussi sia nella distruzione che nella prosperità, a valle come a monte… evitando come la peste l’equilibrio, il pareggio, il Grande Zero centrale (sogno riconciliante, immobilizzante e concentrazionario di marxisti e fourieristi, per Lyotard… ma anche dio nascosto ebraico, motore immobile aristotelico, ecc…), il buco nero da cui fuggono tutti i simulacri e tutti i discorsi, compreso questo, come accade tra i bracci di una vertigine galattica.

Tendimi la mano
e facciamo surf
sull’onda cosmica.

Il centro non tiene,
il centro non c’è.

Restiamo qui, sospesi
a modulare i campi,
da bravi hortolani.

Con il grassetto sottolineo i temi chiave, con il rosso i punti di divergenza con quel che penso.

La legge non comincia con l’essere ciò che diverrà o pretenderà di diventare più tardi: una garanzia contro il dispotismo, un principio immanente che riunisce le parti in un tutto, che fa di questo tutto l’oggetto d’una conoscenza e di una volontà generali, le cui sanzioni non fanno che derivare per giudizio e applicazioni sulle parti ribelli. […] La legge non fa conoscere nulla e non ha oggetto conoscibile, il verdetto non preesistendo alla sanzione, e l’enunciato della legge non preesistendo al verdetto. L’ordalia presenta questi due caratteri allo stato puro. […] E’ la sanzione a scrivere e il verdetto e la regola. Il corpo ha un bell’essersi liberato dal grafismo che gli era proprio nel sistema della connotazione; esso diventa ora la pietra e la carta, la tavola e la moneta su cui la nuova scrittura può segnare le sue figure, il suo fonetismo, il suo alfabeto. Surcodificare, questa è l’essenza della legge e l’origine dei nuovi dolori del corpo. Il castigo ha cessato di essere una festa, donde l’occhio trae un plusvalore nel triangolo magico di alleanza e filiazione. Il castigo diventa una vendetta, vendetta della voce, della mano e dell’occhio ora riuniti nel despota, vendetta della nuova alleanza. […]
Vendetta, e come vendetta che si esercita in anticipo, la legge barbarica imperiale schiaccia tutto il gioco primitivo dell’azione, dell’agito e della reazione. Occorre ora che la passività diventi la virtù dei soggetti attaccati al corpo dispotico. Come dice Nietzsche, quando appunto mostra come il castigo diventi una vendetta nelle formazioni imperiali, bisogna che “una prodigiosa quantità di libertà sia scomparsa dal mondo, o almeno scomparsa agli occhi di tutti, costretta a passare allo stato latente, sotto l’urto dei loro colpi di martello, della loro tirannia d’artisti…”. Si produce un’esaustione dell’istinto di morte, che cessa di essere codificato nel gioco di azioni e di reazioni selvagge ove il fatalismo era ancora qualcosa di agito, per diventare il cupo agente della surcodificazione, l’oggetto staccato che plana su qualcuno, come se la macchina sociale si fosse sganciata dalle macchine desideranti: morte, desiderio del desiderio del despota, latenza iscritta nel profondo dell’apparato di Stato. Piuttosto che un solo organo si svincoli da quest’apparato, o scivoli fuori dal corpo dispotico, non ci saranno sopravvissuti. In realtà, non c’è più altra necessità (altro fatum) tranne quello del significante nei suoi rapporti con il significato: tale è il regime del terrore. Quel che si suppone la legge significhi, non lo si conoscerà che più tardi, quando si sarà sviluppata ed avrà assunto la nuova figura che sembra opporla al dispotismo. Ma, sin dall’inizio, essa esprime l’imperialismo del significante che produce i suoi significati come effetti tanto più efficaci e necessari in quanto si sottraggono alla conoscenza e devono tutto alla loro causa eminente. […] Ma tutto questo, lo sviluppo del significato democratico o l’avvolgimento del significante dispotico, fa tuttavia parte della questione, ora aperta ora sbarrata, identica astrazione continuata, o macchinario di rimozione che ci allontana sempre dalle macchine desideranti. Non è mai esistito che un solo Stato. A cosa serve? sfuma sempre più, e scompare nelle brume del pessimismo, del nichilismo, Nada, Nada! […] L’istinto di morte è, nello Stato, ancor più profondo di quanto non si credesse, e che la latenza non solo travaglia i soggetti, ma è all’opera nei congegni più elevati. La vendetta diventa quella dei soggetti contro il despota. Nel sistema di latenza del terrore, ciò che non è più attivo, agito o reagito, “ciò che è reso latente dalla forza, rinserrato, rimosso, rientrato all’interno”, è ora risentito: l’eterno risentimento dei soggetti risponde all’eterna vendetta dei despoti. […]
Hanno fatto passare tutto allo stato latente, i fondatori di imperi; hanno inventato la vendetta e suscitato il risentimento, questa controvendetta. E tuttavia Nietzsche dice ancora di loro quel che diceva già del sistema primitivo: non è presso di loro che la “cattiva coscienza” – intendiamo Edipo – ha attecchito e si è messa a spuntare, l’orribile pianta. Solo, è stato fatto un passo in più in questo senso: Edipo, la cattiva coscienza, l’interiorità, essi li ha resi possibili… […] E’ certo la storia del desiderio e la sua storia sessuale (non ce ne sono altre). Ma tutti i pezzi qui funzionano come congegni dello Stato. Il desiderio non opera certo tra un figlio, una madre e un padre. Il desiderio procede ad un investimento libidinale di una macchina di Stato, che surcodifica le macchine territoriali, e, con un giro di vite supplementare, rimuove le macchine desideranti. L’incesto deriva da questo investimento, non il contrario, e non mette in gioco dapprima che il despota, la sorella e la madre: è lui la rappresentazione surcodificante e rimovente. Il padre non interviene che come rappresentante della vecchia macchina territoriale, ma è la sorella il rappresentante della nuova alleanza, e la madre il rappresentante della filiazione diretta. Padre e figlio non sono ancora nati. Tutta la sessualità è in gioco tra macchine, lotta tra esse, sovrapposizione, muratura. Stupiamoci una volta di più della narrazione portata da Freud. In Mosé e il monoteismo, egli avverte certo che la latenza è affare di Stato. Ma allora essa non deve succedere al “complesso di Edipo”, segnare la rimozione del complesso o addirittura la sua successione. Essa deve risultare dall’azione rimovente della rappresentazione incestuosa che non è per nulla ancora un complesso come desiderio rimosso, perché al contrario essa esercita la sua azione di rimozione sul desiderio stesso. Il complesso di Edipo, come lo chiama la psicanalisi, nascerà dalla latenza, dopo la latenza, e significa il ritorno del rimosso nelle condizioni che sfigurano, spostano ed anzi decodificano il desiderio. Il complesso di Edipo non appare se non dopo la latenza; e quando Freud riconosce due tempi da essa separati, solo il secondo merita il nome di complesso, mentre il primo non ne esprime che i pezzi e i congegni che funzionano da un tutt’altro punto di vista, in tutt’altra organizzazione. E’ questa la mania della psicanalisi con tutti i suoi paralogismi: presentare come risoluzione o tentativo di risoluzione del complesso ciò che ne è l’instaurazione definitiva o l’installazione interiore, e presentare come complesso ciò che ne è ancora il contrario. Cosa occorrerà infatti perché l’Edipo diventi l’Edipo, il complesso di Edipo? Molte cose in verità, quelle stesse che Nietzsche ha parzialmente presentito nell’evoluzione del debito infinito.
Bisognerà che la cellula edipica termini la sua migrazione, che non si acconsenta a passare dallo stato di rappresentazione spostato allo stato di rappresentazione rimovente, ma che, da rappresentazione rimovente, diventi infine il rappresentante del desiderio stesso. E che lo diventi a titolo di rappresentante spostato. Bisognerà che il debito diventi non solo debito infinito, ma che come debito infinito venga interiorizzato e spiritualizzato (il cristianesimo e quel che segue). Bisognerà che si formino padre e figlio, cioè che la triade regale si “mascolinizzi”, come conseguenza del debito infinito ora interiorizzato [n.d.a. Gli storici della religione e gli psicanalisti conoscono bene questo problema della mascolinizzazione della triade imperiale, in funzione del rapporto padre-figlio che vi è introdotto. Nietzsche vi intravede a ragione un momento essenziale nello sviluppo del debito infinito: “Questo alleviamento che fu il colpo di genio del cristianesimo… Dio che paga a se stesso, Dio che riesce da solo a liberare l’uomo da ciò che per l’uomo stesso è diventato irremissibile, il creditore che si offre per il suo debitore per amore (chi lo crederebbe), per amore per il suo debitore!” (Genealogia della morale, II, § 21)]. Bisognerà che Edipo-despota sia sostituito da Edipi-soggetti, da Edipi-padri e da Edipi-figli. Bisognerà che tutte le operazioni formali siano riprese in un campo sociale decodificato e risuonino nell’elemento puro e privato dell’interiorità, della riproduzione interiore. Bisognerà che l’apparato repressione-rimozione subisca una riorganizzazione completa. Bisognerà dunque che il desiderio, finita la sua migrazione, faccia l’esperienza di questa estrema miseria: essere rivolto contro di sé, il rivolgimento contro di sé, la cattiva coscienza, la colpevolezza, che lo aggrega tanto al campo sociale più decodificato quanto all’interiorità più morbosa, la trappola del desiderio, la sua pianta velenosa. Finché la storia del desiderio non sperimenta questa fine, Edipo assilla tutte le società, ma come l’incubo di ciò che non è ancora capitato loro – l’ora non è ancora venuta”.

Hai letto? Beh… dimenticalo.

Anzi, ricordati anche di quest’altro passo (più condivisibile, sempre dall’Anti-Edipo), prima di dimenticare già quando riprende a parlare della staffetta comico-“futuristica” (patafisica come nella corsa dei ciclisti morti ne “Il Supermaschio” di Jarry) tra macchine desideranti (grassetti e link sono miei):

Il corpo senza organi è il modello della morte. Come han ben capito gli autori della letteratura del terrore, non è la morte a servire da modello alla catatonia, ma la schizofrenia catatonica a fornire il proprio modello alla morte. Intensità-zero. Il modello della morte appare quando il corpo senza organi respinge e depone gli organi – niente bocca, naso, denti… fino all’automutilazione, fino al suicidio. E tuttavia non c’è opposizione reale tra il corpo senza organi e gli organi in quanto oggetti parziali; la sola opposizione reale riguarda l’organismo molare che rappresenta il loro comune nemico. Si vede, nella macchina desiderante, lo stesso catatonico ispirato dal motore immobile che lo forza a deporre i suoi organi, ad immobilizzarli, a farli tacere, ma anche, spinto dai pezzi lavorativi che funzionano allora in modo autonomo e stereotipo, a riattivarli, a insufflare in essi movimenti locali. Si tratta di pezzi diversi della macchina, diversi e coesistenti, diversi nella loro stessa coesistenza. È perciò assurdo parlare di un desiderio di morte che si opporrebbe qualitativamente ai desideri di vita. La morte non è desiderata, c’è solo la morte che desidera, a titolo di corpo senza organi o di motore immobile, e c’è anche la vita che desidera, a titolo di organi di lavoro. Non si tratta qui di due desideri, ma di due pezzi, di due sorte di pezzi della macchina desiderante, nella dispersione della macchina stessa. Tuttavia, il problema sussiste: come possono funzionare insieme? Non si tratta ancora di un funzionamento, ma solo della condizione (non strutturale) d’un funzionamento molecolare. Il funzionamento appare quando il motore, nelle condizioni precedenti, cioè senza cessare di essere immobile e senza formare un organismo, attira gli organi sul corpo senza organi, e glieli attribuisce nel movimento oggettivo apparente.  La repulsione è la condizione di funzionamento della macchina, ma l’attrazione è il funzionamento stesso. Che il funzionamento dipenda dalla condizione, risulta evidente per il fatto stesso che tutto questo non funziona se non guastandosi. Si può dire allora in cosa consistano questo andamento o questo funzionamento: si tratta, nel ciclo della macchina desiderante, di tradurre costantemente, di convertire costantemente il modello della morte in qualcosa di assolutamente diverso, l’esperienza della morte. Di convertire la morte che sale dal didentro (nel corpo senza organi) in morte che arriva dal difuori (sul corpo senza organi).

Ma sembra che l’oscurità si infittisca: cos’è infatti l’esperienza della morte, distinta dal modello? Si tratta ancora di un desiderio di morte? Di un essere per la morte? Oppure di un investimento della morte, magari speculativo? Niente di tutto questo. L’esperienza della morte è la cosa più consueta dell’inconscio, appunto perché ha luogo nella vita e per la vita, in ogni passaggio o in ogni divenire, in ogni intensità come passaggio e divenire. È caratteristico di ogni intensità investire in un attimo in se stessa l’intensità — zero a partire da cui è prodotta come ciò che cresce o diminuisce in un’infinità di gradi (come diceva Klossowski, «un afflusso è necessario solo per significare l’assenza di intensità»). Abbiamo cercato di mostrare, in questo senso, come i rapporti di attrazione e di repulsione producano stati, sensazioni, emozioni tali che implicano una nuova conversione energetica e formano il terzo tipo di sintesi, le sintesi di congiunzione. Si direbbe che l’inconscio come soggetto reale abbia fatto sciamare su tutto il contorno del suo ciclo un soggetto apparente, residuale e nomade, che passa attraverso tutti i divenire corrispondenti alle disgiunzioni incluse: ultimo pezzo della macchina desiderante, pezzo adiacente. Sono questi divenire e questi sentimenti intensi, queste emozioni intensive ad alimentare deliri e allucinazioni. Ma, in se stesse, esse sono quel che più si accosta alla materia di cui investono in sé il grado zero. Sono esse a condurre l’esperienza inconscia della morte, in quanto la morte è ciò che è sentito in ogni sentimento, ciò che non cessa e non finisce di succedere in ogni divenire — nel divenire-altro sesso, nel divenire-dio, nel divenire-razza, ecc., formando le zone d’intensità sul corpo senza organi. Ogni intensità affronta nella sua propria vita l’esperienza della morte, la avvolge, e certamente, alla fine, si spegne; ogni divenire diventa esso stesso un diveniremorto! Allora la morte giunge effettivamente. Blanchot distingue bene questo duplice carattere, questi due aspetti irriducibili della morte, l’uno nel quale il soggetto apparente non cessa di vivere e di viaggiare come Si, «non si cessa e non si finisce mai di morire», l’altro in cui lo stesso soggetto, fissato come Io, muore effettivamente, cioè cessa alla fine di morire poiché finisce col morire, nella realtà d’un ultimo istante che lo fissa cosi come Io disfacendo l’intensità, riconducendola allo zero ch’essa avvolge. Da un aspetto all’altro non c’è affatto approfondimento personologico, ma tutt’altro: c’è ritorno dell’esperienza di morte al modello della morte, nel ciclo delle macchine desideranti. Il ciclo è chiuso. Per una nuova partenza, poiché Io è un altro. Bisogna che l’esperienza della morte ci abbia appunto dato abbastanza esperienza allargata, perché si viva e si sappia che le macchine desideranti non muoiono. E che il soggetto come pezzo adiacente è sempre un «si» che conduce l’esperienza, non un Io che riceve il modello. Il modello stesso infatti non è maggiormente l’io, bensì il corpo senza organi. E Io non raggiunge il modello senza che il modello, di nuovo, riparta verso l’esperienza. Andare sempre dal modello all’esperienza e ripartire, ritornare dal modello all’esperienza: schizofrenizzare la morte, è questo l’esercizio delle macchine desideranti (il loro segreto, ben compreso dagli autori del terrore). Le macchine ci dicono questo, e ce lo fanno vivere, sentire, più profondamente del delirio e più lontano dell’allucinazione: sì, il ritorno alla repulsione condizionerà altre attrazioni, altri funzionamenti, l’avvio di altri pezzi lavorativi sul corpo senza organi, la messa in opera d’altri pezzi adiacenti al contorno, che hanno altrettanto diritto di dire Si quanto noi stessi. «Crepi nel suo balzo per mano di cose inaudite e innominabili; altri orribili lavoratori verranno; e cominceranno dagli orizzonti ove l’altro si è accasciato». L’eterno ritorno come esperienza, e circuito deterritorializzato di tutti i cicli del desiderio.


A proposito di french & italian theory

Nei contenitori approssimativi di “french theory” e “italian theory” quello che non va è sia la determinazione nazionale (“french” o “italian”, comunque declinata all’angloamericana, vista cioè da quell’angolazione) che la “theory”, la processione, la passerella, la sfilata di pensieri… belle analisi (e neanche tanto) ma (che rendono) incapaci di una costruzione pratica (o, più semplicemente, di una prassi qualsiasi) che abbia un senso indipendente dal sistema vigente (che nutre e si serve sapientemente e ferocemente anche del pensiero opposto ai propri interessi… compreso quello della french o italian theory). Io ammiro invece la capacità degli “americani” di pensare e progettare strategicamente la complessità… (guarda un po’ che ti dico!…). Non mi piacciono chiaramente le premesse “cristiane” di quella strategia totalitaria da “glory, glory, hallelujah” (che ingloba la violenza del sacrificio, in ogni aspetto della vita e della visione del mondo), ma non si può non fare chapeau di fronte ad una simile tremenda efficacia… Loro ci insegnano che non è possibile trascurare nessun aspetto… che non ci si può limitare all’economia o all’ideologia… infatti hanno costruito per ogni disposizione umana un dispositivo… che, in ciascun caso, riconferma e generalizza la santità della proprietà, della violenza individuale ed universale… anche contro l’identità e i suoi software collaterali (Amore, Libertà, ecc… che i “soci” devono continuare ad avvertire come “naturali” e come le sole cose che contano…). Il “figlio di puttana” (“rovinare i propri amici è la regola numero uno”) non ha ideologia… crea (e detta) le condizioni perché vi sia quella che più gioca a suo favore… costruisce contenitori di contenitori (es.: navi, treni, ecc… con container… ma anche scuole, con classi, con libri, con studenti che diventano figli quando sono nel contenitore-famiglia, ecc… e finanziamenti, database, centrali energetiche, che inscrivono il tutto… questa totalità dall’esistenza probabile fatta statisticamente, equivalentemente e generalmente di bei rapporti sociali tra individui che si vendono, si alleano, si succedono e si replicano, al di qua di un filo spinato e con le armi del loro o dell’altrui fortino perennemente puntate contro… anche se si fa finta di niente, per non farsi troppo ribrezzo).  Mai ci fu un padrone più servo o un servo più padrone. E, a cascata o per contagio, in quanto più o meno consapevolmente assediati o in ostaggio, lo siamo diventati un po’ tutti…


PS: Un erede di quella bizzarra scuola (mi riferisco alla french…), come l’equilibrista e clownesco (“universalista”, pseudo-hegeliano, leninista!…) Žižek provò a spingere l’idea degli “organi senza corpo (OsC)” in polemica con certe stagnazioni dello schizofrenico ed artaudiano “corpo senza organi (CsO)”, divenuto una delle figure predilette dal duo Deleuze-Guattari, che vi avevano montato su nientemeno che macchine desideranti!… A dispetto di certi amanti del corpo pieno, continuo a preferire quell’impensabile aborto concettuale freudiano che fu la pulsione di morte (con il Lyotard della “circonversione” e la Kristeva del “soggetto zerologico”) e le sue vitalissime pulsazioni ritmiche, le sue forme insensate quanto apollinee, “barocche”, il -getto, il futuro, ecc… la relazione che spezzetta, divide i sog-getti senza individuarli… di-vergente, di-vertente, munista, de-capitalizzata, de-centralizzata, ecc… (le cose, tra l’altro, sarebbero molto più semplici di quanto sembrino a parole… ma va bene così, per ora…).


Dopo Hiroshima

“La critica della cultura si trova dinnanzi all’ultimo stadio di cultura e barbarie. Scrivere una poesia dopo Auschwitz è barbaro e ciò avvelena anche la stessa consapevolezza del perché è divenuto impossibile scrivere oggi poesie”

(T.W. Adorno, dal capitolo “Dopo Aushwitz” in “Dialettica negativa”)

Al di là delle esagerazioni dissonanti della notte trasfigurata che attraversarono gli intellettuali tedeschi scampati alla catastrofe nazista, c’è da interrogare ancora una volta il fondamento di quel che chiamiamo “democrazia” e che a mio avviso non è rintracciabile (secondo Benjamin e anche per me) nella dialettica diritto positivo/stato di polizia o, come Derrida chiama questa seconda istanza, il “peggio”, la “soluzione finale” (della quale ci ammoniva in “Forza di Legge”… un Derrida molto ammaestrato nel tempo e divenuto addirittura un difensore di una democrazia più immaginata che reale, che egli apparenta alla “decostruzione”, contrapponendola a quel cattivone di Benjamin, il quale intravedeva invece nel diritto positivo la stessa violenza contro la nuda vita scatenata poi da uno “stato di polizia” come quello del nazismo).

Non mi pare dunque Auschwitz il mito fondante della democrazia totalitaria attuale (in quanto in continuità sostanziale con le feroci burocrazie naziste… né vale la pena soffermarsi sulla RIDICOLA preoccupazione adorniana che si possano o meno scrivere poesie…), quanto Hiroshima… immenso flash fotografico, spettacolo esemplare, pietra di paragone di qualsiasi scempio che gli sarebbe comunque preferibile, evento che sospende e dissolve qualsiasi umanesimo, qualsiasi critica, qualsiasi diritto, qualsiasi burocrazia, qualsiasi fabbrica, qualsiasi stato, qualsiasi guerra clausewitsiana… Lo sterminio istantaneo del nemico, piovuto dal cielo, pone fine a qualunque confronto, dialettica, complementarità, confine, scelta tra civiltà o barbarie, ecc… è annientamento, nonsenso generalizzato, catastrofe (non soluzione) finale, evento senza causa, apocalisse senza rivelazione, minaccia non più legata ad un nomos, ad un territorio, ad un’identità, a fratellanze, filiazioni e altre cacate ammorbanti del genere… è l’equivalenza generale della vita di fronte al suo annientamento tecnico. Vero segreto del dominio mercantile (capitalistico, monetario) pienamente dispiegato (…mentre il lager era il modello dell’equivalenza generale dei corpi, vivi o morti, in quanto merci).

Non è neanche una metafora, una rappresentazione… è la fine delle metafore e delle rappresentazioni possibili… la fine dello stesso Terrore, della tentazione dispotica, che ha turbato sin dall’inizio le infauste pretese universalistiche dell’Illuminismo (che un Derrida kantianizzato in qualche modo difende, insieme alla critica, al processo di crisi infinito chiamato democrazia, innescato dal modo di produzione capitalista), il surclassamento dell’orrore dell’Olocausto, sventolato ad ogni pie’ sospinto come ciò che la Democrazia deve evitare se non vuole precipitare nell’Abisso… Dopo Hiroshima, la stessa violenza che l’ha distrutta perde di senso, non è più né divina, né politica. E’ il fondamento tecnico di una violenza insensata che ha contaminato tutti e che ha assunto le forme spettrali dell’Occidente… terra del lavoro morto, dei morti viventi, del “denaro morto” (Marx, pag. 67: “Laddove operaio e capitalista soffrono nella stessa misura, l’operaio patisce nella sua esistenza, il capitalismo nel guadagno del suo denaro morto“… o ancora meglio, nella definizione pokeristica: “Le chips di un giocatore inesperto che ha virtualmente nessuna chance di vincere un torneo, vengono chiamate denaro morto“… in pratica il mancato profitto, il debito, il deficit, gli investimenti improduttivi, ecc…).

Il disprezzo per la vita dimostrato dal complesso militare-industriale statunitense (è difficile pensare un soggetto dietro un simile evento catastrofico, anche se ci sono Truman, il suo entourage, fisici per eccellenza come Einstein che tuttora osanniamo ad ogni merdosa scoperta di particelle subatomiche, ad ogni meditazione psichedelica sulle foto di Hubble, ecc…) mette in secondo piano lo sterminio di alcune categorie (definito mitologicamente o religiosamente come “il male assoluto”) e i deliri razziali dei nazisti. E’ più spaventoso, è un orrore senza fine spacciato per prodigio della tecnica, per spettacolo, per inevitabile fine di una guerra che non poteva più esprimere un “peggio”, dopo Hiroshima… Ma non c’è giustificazione per gli statunitensi. L’orrore che hanno prodotto è stato nascosto solo dall’evidenza della loro vittoria e purtroppo sono i vincitori a riscrivere la storia (e siamo ancora una loro colonia)… E ancora oggi continuano a produrre catastrofi cinematografiche per potersi sottrarre a quello che si potrebbe definire una colpa imperdonabile (incommensurabile, a dismisura d’uomo… fotogramma sospeso e incombente della cancellazione della realtà, che cancella anche le dinamiche umane e sacrificali e l’immondizia religiosa relativa… per cui nessuna colpa o perdono può aver luogo, per mancanza di soggetti…) che viene narrata come un destino (“s’è accesa una stella sulla terra”) anziché come la minaccia fondante del totalitarismo… l’assoluto disprezzo per la vita spacciato per Bene, ordine mondiale, che comincia a dispiegarsi pienamente solo ora che la Democrazia si disvela sempre più come menzogna, truffa, inganno, vernice dorata sulle scorie… l’antico logos pienamente realizzato nel suo principio mortifero.

Dopo Hiroshima
l’in-dividuo di Cicerone
(evolutosi nei secoli
fino a diventare,
da liberto,
da famiglio,
da valvassino,
da figlio minore
escluso da privilegi e successioni,
da bottegaio,
un sog-getto privato,
un unico con la sua proprietà)
è ritornato ad essere
a-tomo,

ma dividuabile
in reazioni a catena
incontrollabili,
principio ambivalente
di schiavitù universale
e della fine del sistema,

la posta più alta,
paradigma
del rischio imprenditoriale.

Atomo con
le sue fissioni,
le sue fissazioni,
le sue fiction.

(Niente più croci-,
solo -fissioni…)

Il flusso di capitali
diventa fissile,
radiante,
parte infinitesimale
che distrugge il  Tutto
,
grado zero
del dominio della Tecnica
pienamente dispiegato.

La paura della bomba
che imponeva una
pace armata,
una guerra fredda,
sui due blocchi
che si spartirono il Mondo,
sembra essere scomparsa,

ma è sempre lì…
catastrofe sospesa,
manto nero disteso
sugli infiniti conflitti locali,
sulle operazioni di polizia,
sempre più crudeli,
sempre più insensate,
sempre più estese…

morte nelle nostre tasche,
morte nelle nostre teste,
schermi a bassa radiazione,
un gesto virtuale
un clic

lento processo di sparizione
per rimuovere la minaccia
di una sparizione improvvisa.

E’ il vuoto stesso
del luogo della Verità,
di Dio, del Potere,
dell’universalismo
imperiale e cristiano,
che non ha saputo trovare
altra Forza
se non la distruzione totale
per poter giustificare
la persistenza del suo delirio.

Nessuna Democrazia moderna
potrà mai ricoprire
di astrazioni e “valori”
la contaminazione letale
su cui si è fondata.

E nessuna giustificazione
potrà mai esserci
per il canceroso ed orrido
Truman show
e per i meta-Stati Uniti
che verranno.


Valeriomelìa

E insomma, a scanso di equivoci, affermiamolo in modo definitivo:
Non siamo “persone”
Non esiste un’anima individuale o indivisibile (non esiste un anima, punto)… animelle? No, forse non ci siamo s-piegati
– Non c’è differenza, barra di-visiva, significante, tra movimenti animali e moti dell’anima, ma continuità, come su un nastro di Moebiusci si dividua e, solo dopo che ci si è piegati, ci si s-piega, ci si individua
– Come in ogni labirinto (anche impossibile, mutevole), è il percorso che fa la conoscenza, non la conoscenza che fa il percorso.
Capito coglione di un Teseo? al centro non c’è nessuna Bestia Mugghiante da uccidere… Hai perso il filo di Arianna, il filo della spada di castra-tori, il filo del desiderio e del discorso tutto insieme? Tu sei il labirinto che si piega e si s-piega, si apre e si chiude… continuamente. Tu sei un campo di battaglia.
– Che stavamo dicendo?

[…]

– Lo diciamo una volta per tutte: non c’è niente di amorevole o razionale che tiene in vita l’universoAmore, Ragione, Vita e Universo sono le più abusate e patetiche illusioni… tutte varianti, come anche l’Unità, la Totalità, della più grande delle menzogne, della Verità… Si fa di tutto per mantenere in vita artificialmente i rimasugli di umanesimo e antropomorfismo degli indivisibili individui spacciatori di religioni e dei seminatori di culture o colture infestanti… Siamo uno scherzo della natura, ripiegato, invaginato, annodato in uno degli infiniti eventi locali senza leggi assolute, un gioco miserabile, comunque di-vertente, che molti si ostinano a prendere per incontrovertibile, totale, unico, circondandolo di gendarmi e difendendolo fino alla morte… contro “se stesso”!…


“T.I.N.T.A.” o “T.I.N.A….T.D”

Sono acronimi da me inventati per l’occasione che stanno per:

There Is No Thatcher Anymore

o

There Is No Alternative… To Death

Era colei il cui ritornello più noto risuona ancora oggi nelle parole di Draghi, per esempio… quel reiterato:

There Is No Alternative

(“non c’è alternativa”)… o quell’altro aforisma (condivisibile, anche se dall’altra parte della barricata):

There is no such thing as society“.

(“Non esiste una cosa come la società”). Insomma un ipotetico generatore automatico di aforismi thatcheriani dovrebbe iniziare con “There Is No…” qualcosa.

Eccola qui sotto insieme all’altro morto con cui ha edificato il delirio neoliberista che, dopo un breve periodo di molto relative vacche grasse (per la borghesia capitalista o per i Paesi Occidentali: il cosiddetto welfare state sorretto dal deficit spending keynesiano, sostenuto dal parassitismo neocoloniale e dall’“estensione della riproduzione” del capitale), ha posto le basi (*) dell’attuale disperazione strutturale (frutto di un mix letale di nuove strategie militari, industriali, monetarie, finanziarie, cui hanno contribuito anche le teorie di economisti come Friedmanvon Hayek, ecc… nonché le ultime tentazioni anarcocapitaliste in pieno sviluppo, da Rothbard in poi…):

E qui qualche esempio in musica della gioia anticipata per la sua dipartita, da me velocemente raccolto in una playlist (play it loud, dance and have fun!):


(*) Per meglio dire: la strategia keynesiana precedente aveva già prodotto sicuramente pessime illusioni sulla natura “sociale” dello sviluppo capitalista… ciò non toglie che la Thatcher non sia stata una figura storica odiosa. In realtà, per trovare le “basi dell’attuale disperazione strutturale”, almeno per me, bisognerebbe scavare fino a strati risalenti a millenni prima… (che so? la nascita del cristianesimo… e più in là la trasformazione dell’individuo da anima indivisibile e contratto di successione in “cittadino”…).


L’osceno segreto della democrazia

Non esiste una democrazia “dal basso”. Semplicemente non esiste la democrazia. Quando si dice “popolo sovrano” si dice una doppia menzogna, una per parola. La democrazia è l’arte di estorcere (a quella massa che si recinta in una nazione o in una comunità di “cittadini” con la definizione di “popolo”) un consenso prezzolato (finché viene salariato, remunerato e corrotto a sufficienza) alla classe dirigente e di dominare le minoranze o il voto nullo dell’irrappresentabile con una pletorica ma comunque elitaria maggioranza parlamentare; è la messa in scena della polemica che copre distrattamente, ma anche comicamente e “simpaticamente”, ogni gioco di guerra e ogni decisione politica… che, tra l’altro, nel caso degli ultimi tempi, è chiaramente presa altrove rispetto alle istituzioni nazionali. Direi che le elezioni prossime venture sono inutili come non mai (ripulite come sono di qualsiasi ideologia diversa dal liberismo o dalla retorica reazionaria, “civile”, “civica”, giustizialista, populista o nazionalista che sia)… che senso ha eleggere dei servi rappresentanti di servi, ormai schiavizzati, amanti del bastone e della carota, tutti con l’identità in mano (o in culo?), pronti a farla venire segretamente su un simboletto-patacca delle schede elettorali?

Ecco… si potrebbero allestire le cabine elettorali come dei sexy shop… o farle diventare delle dark room con dei glory hole

dnaxchange glory hole

E poi… ma che è questa faccenda del “voto segreto“? o del segreto in generale (secrezione oscena del corpo elettorale o di qualche organo di stato, nella metafora organicistica delle istituzioni)… che ritroviamo anche nei “servizi segreti” o nel “segreto di stato”? Perché questo doppio movimento del rappresentato e del suo segreto, questo misterioso ed esoterico sdoppiamento del codice? Perché si dovrebbe essere obbligati ad avere un’identità se poi al momento decisivo dell’esercizio della “sovranità popolare” si compie un’azione anonima come il voto? E non è perché altrimenti ognuno potrebbe votare un numero indefinito di volte (cosa che comunque registrerebbe un’intensità e un’ostinazione oltre che alla mera conta dei capi di bestiame – “ognuno conta uno”)… è chiaro che vi è qualcosa di osceno nel voto o nei suddetti servizi, dal momento che son cose che vengono nascoste. Una sorta di illegittimità legalizzata… un po’ come darsi a rapporti sessuali orgiastici restando nell’alveo rassicurante del matrimonio.

Il segreto serve solo ad impedire un eventuale confronto o scontro reale, vis-à-vis… o, ancora meglio, ad impedire (confinando il non-rappresentato – l’incivile, anonimo, anomico, anomalo annullatore e il suo terribile segreto delegittimante – negli angusti e apparentemente legali confini delle segrete-cabine elettorali o nei misteri insondaggiabili dell’astensione) che si monti una macchina o si inventi un gioco che prescinda dalle identità… che a quanto pare piace tanto ostentare e mantenere esposte ed erette.


Madri, mogli e figlie del Despota

(In questa epoca idiota in cui si disquisisce di laicità e fondamentalismo e c’è chi difende l’indifendibile da entrambi gli schieramenti, preferisco la libertà di deriva analogica alla Bestemmia gratuita, sghignazzante, provocatoria… ma di che?… Meglio l’apostasia definitiva di qualsiasi religione, anche laica… il discredito, il disconoscimento, il disprezzo e il disinteresse per certi imbrogli colossali, irricevibili, senza recupero possibile, neanche per vie traverse… piddine, pretastre o fallaciane che siano…).

Prendo spunto dalla scoperta di un manoscritto riguardante un possibile Cristo sposatoTeologicamente, in realtà, non farebbe una piega. Maria era madre, moglie e figlia rispettivamente del Figlio, dello Spirito Santo e del Padre (le tre persone divine dei cristiani)… e sempre di marie (sia pur proiettate su altri corpi e vicende) si parla anche quando si parla di Maddalena… Il punto oscuro è semmai perché il nome “Maria” provenga dall’ebraico “Ribellione”1. “Ribellione” alla terra nera degli idoli, alle piaghe penitenziali (quelle d’Egitto, 10 quante sono le sephirot), alla nuova vita alchemicamente trasformata con una separazione e una successiva soluzione acida2… Seguiranno, nel racconto biblico, svariati prodigi, colonne di fuoco, ןמ ovvero “manna” (=“che cos’è?”) bianca, cibo più o meno spirituale che cade dal cielo (albedo, mercurio sublimato, rugiada…), serpenti “fiammeggianti” (ףרשׂ, serafiche quanto velenose rubedo nel deserto)… e giù, giù, attraverso diverse vicissitudini di opere cominciate e abbandonate, templi costruiti e distrutti… fino all’athanor (Magdala=”torre”) della tintrice-prostituta liberata dai 7 demoni e che va con tutti i metalli-animepolvere di proiezione del Cristo, “l’unto” appunto dagli unguenti di quella… divenuto Oro (Aur=ebr. Luce), Cristo solare, sacrificio di Dio stesso, la dismisura disumana per eccellenza, senso delle cose espropriate di ogni altro senso possibile (…denaro), sovranità nulla, campata in aria, modellata sugli alchimismi psichici di qualche patriarca paranoide o di qualche sacerdote che ne fece le veci… oppure di qualche eremita delirante per la fame, che abbraccia in un tutt’uno, universale quanto incestuoso, la stirpe immaginaria del Despota… e che inchioderà per millenni gli uomini alla loro condanna (un “debito infinito”) al cospetto del Signore di turno. Poiché il Verbo che si è fatto carne questo vuol dire: che da quel momento in poi non sfuggirà più niente alla presa del Paranoico3, alla grammatica dei suoi predicati e declinazioni… e i corpi4 saranno organicamente da lui posseduti5… persino dopo la morte, con le obbligazioni delle successioni proprietarie… individuae come l’anima, parcella dell’Orco divino.


NOTE

1 םירמ, “Miriam”, come la sorella “profetessa” di Mosè, questa specie di םימ , maym=ebr. “acqua” – fig. “urina”, “sperma”! –  ma con una ר, “testa”, che danza e canta una volta separate e richiuse le acque del Nilo e approdati sull’altra sponda… o הרמ, Marah=”l’amara”… come la fonte amara resa dolce con un legno inviato da Dio a Mosè, subito dopo la vicenda dei canti di gloria dopo l’attraversamento del Nilo… analogia da cui deriva anche il culto della Madonna legato a tante sorgenti d’acqua

2 Simbolicamente, immagino, le lance degli egiziani sui loro carri (“affondati come piombo in acque profonde”, Esodo 15, 10) dietro il mercurio ebraico in fuga.

3 …e monoteista che trascende la comunità disordinata, clanica, immanente, nomadica, dalle alleanze e dalla filiazione fluttuante.

4 …di quell’ecclesia che etimologicamente chiama fuori dal mucchio o dentro l’adunanza.

5 …anche in modo odiosamente fraterno, ipocritamente e sentimentalmente “francescano”, mentre già l’Inquisizione arroventava i suoi attrezzi di tortura… “fraternité” da cui non sarà esente neanche la Rivoluzione francese.


E’ ri-morto.

“Questo quadro!…”, gridò il principe, come colpito da un’idea improvvisa. “Questo quadro!…”, ripeté.
“Ma questo quadro può far perdere la fede!”
“Infatti la si può perdere”, confermò inaspettatamente e all’improvviso Rogòzin.

(F. Dostoevskij – L’idiota)

In effetti è un quadro che va persino oltre i peggiori incubi di Quentin Tarantino (poiché rimane indefinitamente lì, in un teatro misero di cui sfonda la quarta parete, senza redenzione alcuna)… Un quadro ateo. La Kristeva ha scritto un saggio a tal proposito in “Sole nero – depressione e malinconia”

RESTIAMO UMANI.

Basta discorsi vittimari. Non c’è bisogno dei “nostri morti” e tanto meno di fratellanza per poter parlare, pensare, emozionarsi, agire. Questo è pasto totemico, necrofilia… quello che il cristianesimo chiama “comunione”. Non vedere il contesto generale, incantarsi a guardare un dettaglio… seguire lo sversamento del mainstream. Sentirsi fratelli. Essere conformisti.

Basta leggere o rileggere qualcosa di Nietzsche, Stirner, Lautréamont o Foucault… per capire come l’umanità sia un’invenzione… una divinità subdola.

Giustamente Nietzsche collocava il tentativo fallito di superamento dell’umano al mercato, in Così parlò Zarathustra… “Tutti gli uomini sono uguali” lo dice il mercato… e lo sono davanti alla merce (prima che alla Legge, anch’essa una merce ideologica, usata da una classe che nasconde continuamente i rapporti di disuguaglianza profonda, se non la violenza più efferata, dietro concetti astratti e “umanitari” appunto). E non a caso Marx parlava del denaro come dell’equivalente generale di tutte le merci… L’uomo liberale, in quanto misura di tutte le merci (più che di tutte le cose), diventa il denaro stesso (o, nella forma peggiore, il capitale, soggettivandolo)… Per l’uomo liberale, borghese, gli uomini diventano il prezzo giusto… merce o denaro equivalente. E si può acquistare il loro tempo e la loro vita, in maniera più o meno giusta. A questo punto la legge della domanda e dell’offerta, la “mano invisibile”, farà il resto… e alcune vite umane finiranno per non valere niente…

L’Umanità, la Fratellanza, le Famiglie, le Nazioni sono delle prigioni, dei bracci della morte… Viviamo in degli “isolati” che ricordano le baracche dei campi di concentramento e ancora parliamo di umanità senza vedere cosa abbia comportato questa livella insensata e indiscutibile… o questa bandiera comune che spesso si sventola, come se fosse neutrale e fosse cosa buona e giusta… Ognuno di noi è differente e singolare, speciale (anche senza specie, senza specchio), irripetibile… questo è il bello. Le combinazioni sono incalcolabili. Eccedono l’immaginazione e le categorie. Questo traboccare scioglie i recipienti astratti, li rovescia sui pessimi inventori delle barriere, dei confini, delle composizioni di classe… Prima di porre l’umanità al servizio della “lotta di classe”, occorrerebbe rivedere le tassonomie di Linneo e quanto siano cadute in disgrazia, grazie all’inclassificabilità dei funghi, per esempio… Ecco, mi cito: “Siamo saprofiti temporaneamente umani”.

Non “restiamo umani”. Noi moriamo. Allo stesso modo, viviamo… temporaneamente… e non c’è trascendenza che tenga…

Ciò che ci avvicina non sono delle finzioni (quelle servono ai p.r. del Circo Barnum della politica o dei social media), ma la consolazione reciproca e occasionale da questa disperazione (questa sì, umana e solo umana) di fondo… o le scosse mortali/vitali dell’orgasmo… Non sentite anche voi come vi lavorano dentro i funghi? Come voi stessi siete in qualche modo già ora i funghi che vi attraversano e vi trasformeranno in concime? Occorrerebbe una macchina per tagliare i nomi astratti dalle nostre teste…

De-composizione di classe…

“Dichiarazione universale dei diritti umani”:
« Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti.
Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza».
Fratellanza? Ragione? Coscienza? Nascono liberi e eguali di diritto, ma poi?… se non si sentono “fratelli”? se sono irragionevoli? Se sono incoscienti, matti, idioti?… C’è la galera, il manicomio, la guerra, la repressione, ecc… E quanto alla Costituzione Italiana: cos’è questo umano (che qui si circoscrive al pericoloso e semplice “cittadino”) “senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione” se non moneta vivente, merce su due gambe, merce al lavoro, uno schiavo col contentino della medaglia della “dignità”?… A me l’umanità fa orrore. Ci sono alcune persone… ecco tutto… ognuno si scelga quelle che ritiene più simpatiche e non pretenda di imporre la sua simpatia come un valore astratto valido per tutti… (diffidare dei simpaticoni…). La regola generale, per quel che so e ho visto sino ad ora, è che per lo più ci stiamo tutti reciprocamente sul culo… La fatica è non far sì che questa cosa diventi un problema, con “maggioranze” o “minoranze” (…rappresentanti di una classe) che intendano soggiogare a sé tutti gli altri (inclassificabili soprattutto)… con strumenti e linguaggi comuni (monete, etimi, simboli, immagini, memi, narrazioni, ideologie) concepiti fin dall’inizio per innescare e incentivare competizione, sopraffazione e sfruttamento…

“Per i vili e gli increduli, gli abietti e gli omicidi, gli immorali, i fattucchieri, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno di fuoco e di zolfo: questa è la seconda morte” (Ap 21,8).

Ma siamo così sicuri che la morte spirituale (la seconda morte, in quanto la prima sarebbe quella “corporale”) sia una brutta cosa? Forse il cristianesimo esperisce la morte in maniera poco onesta… la fiction improbabile e costruita su paure e puntelli ancestrali che edifica per far accettare l’inaccettabile forse cancella la realtà: la condizione miserabile dell’esistenza umana. Bella quanto effimera… nata come rottura di un equilibrio che non ci prevede mai come entità autonoma e assoluta, ma come vibrazione momentanea… come quella della codina perduta dello spermatozoo che eravamo. Io non credo in una folla di miliardi di spettri in attesa di giudizio. La sentenza è già scritta. Morirete punto e basta. Tutto questo non doveva esserci. Senza considerare che senza una perfetta morte o nerezza non rinasce proprio niente. La nigredo è nigredo. Non altro. Quel che muore è l’umano, la persona che egoisticamente vorremmo durasse in eterno… Ma perché poi? A far che?… Sopravvivono i funghi, le ife, le spore… e la polvere.


Liberarsi del cristianesimo… | Basta strategie vittimarie!

Una foto emblematica (circolata sul web) del perché la protesta tramite impilamento su torri, tetti o gru attecchisca nell’immaginario italiano, che tanto è catturato (per omnia secula seculorum) dall’immagine della sofferenza e della tortura.

Per quanto riguarda poi le proteste pro-regolarizzazione degli immigrati, c’è da ricordare che gli immigrati non sono entità astratte… e che la loro presenza in Italia è soprattutto evocata da esigenze imprenditoriali (incentivate certamente da politiche razziste, ma anche da quelle legalitarie, dato che la troppa burocrazia e l’eccessiva tassazione spinge comunque ad evadere verso forme di attività meno vincolate…) di schiavizzazione, di nuova manovalanza a basso costo (vedi le teorie di Von Hayek, che piace tanto a Porro, per esempio)… coperte (a sinistra) da vaghi sogni di solidarietà transnazionale senza alcuna realtà, atti ad coprire in realtà la cattiva coscienza della borghesia italiana… vago umanitarismo (il sogno ipocrita multiculturalista) che va a braccetto con il razzismo e lo schiavismo contemporanei…
La regolarizzazione vuol dire “integrazione”, quella stessa che tanto declama la nuova destra “liberale” (del sempre fascistone e “futurista” Gianfranco Fini). Un’altro topos della sinistra poi, la lotta al lavoro nero (che non vuol dire mafia o camorra ma è l’unica forma di lavoro possibile quando non c’è più lavoro), per lo più serve a sindacati (servi), alla ricerca di nuovi iscritti… oltre che a tassare il più possibile (senza restituire servizi ormai).

Ma come? Io non mi integro, non mi ritengo integrato (e non lo sono) e poi sento il prodursi di discorsi conservatori, di voglia di legalità (che introiettano, come fosse una cosa che parte da loro) proprio in bocca agli immigrati fermi a prendere l’autobus con me? La mia posizione al riguardo è quella di dis-integrare, quella di mettere in discussione l’attuale forma-lavoro (altrimenti siamo alle chiacchiere da salotto o da curia)… non chiedere, come di consueto fa questo cavallo morto della sinistra italiana, la legalità e lo stato contro il liberismo cattivo, cinico, padronale, ecc… Solo nello scambio solidale, nello scambio culturale, nell’invenzione di nuove forme di “socialità”, nella sessualità extra-clan ed extra-patriarcale, de-territorializzante, anti-identitaria, nel considerare gli stranieri davvero degli (in)dividui (non dei simboli cristici), nella creazione collettiva con gli stranieri potrebbe esservi una novità che rompa i confini… Non certo spiegando come ci si adegua alle leggi razziste italiane… o protestando per un’integrazione più facile…
Meno controlli e vessazioni, diritto di essere sans papier, casomai… non comportarsi filantropicamente come col figliol prodigo… Consideriamo la nostra mensa (anche mediatica) sempre qualcosa che sta sopra, che accoglie coloro che non sono come noi… che sono figliuoli sfortunati, che hanno vissuto troppo distanti dal Dio denaro, che vanno recuperati ed inscritti nel benessere di Crapulonia in crisi (che sogna disperatamente di essere ancora ricca e di mantenere i suoi privilegi sul resto del mondo senza cambiare assetto economico e politico… al limite spruzzando sopra un po’ di sentimentalismo e di afflato fintamente cosmopolita, che si rivela essere il solito abbraccio mortale, che NON VEDE L’ALTRO…).
Che porcata duplice il cristianesimo di sinistra!…

Puntare dritto contro la forma-lavoro contemporanea, il potere centrale, quello che manovra la fiction politica… De-centralizzazione e autonomia… relativista, anti-identitaria, individualista (nel senso di una sottrazione alla governamentalità (*) – che ora tende perfino e soprattutto ad appropriarsi dei discorsi antagonisti, d’eccezione o bizzarri, anomali – e alla disciplina dell’individuo, propagandata con tanto di pronomi personali – “Yes, WE can”, “I-pod”, “La coop sei TU, la “banca costruita intorno a TE, ecc… – che ricentra il mercato proprio sui singoli pro-sumer, convergendo su forme parodistiche di protagonismo, competitività, auto-promozione, cooperazione e perfino lavoro gratuito!… fino a pensare l’esternalizzazione definitiva dell’intera società, che chiamano, col solito termine anglofono che fa tanto eccitare le masse, crowdsourcing (**) Insomma tocca aggiornare le analisi e le vecchie dicotomie… se non si vuol finire con l’ascoltare le “narrazioni” di Vendola… manco fosse Gerard Genette).

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(*) Consiglio vivamente di vedere questo programma svizzero su Foucault… molto chiaro e riassuntivo. Qui altri programmi di MicroMacro.

(**) Un mio video, a proposito di crowdsourcing, che è stato escluso da Userfarm perché non dava un messaggio “positivo”… 🙂