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Contro il Valore | verso la fine del capitalismo

Più che disinvestimenti libidici, libido del disinvestimento.

Certi marxisti ragionano come spettri assai presuntuosi, come se vivessero puri con tutto il corpo (rapiti in cielo come i profeti Elia o Enoch), in un regime comunista liberato, “umano”, magicamente non sovietico… Criticano l’autopoiesi del plusvalore confuso con l’interesse, che falsificherebbe e occulterebbe il presunto valore (plus o meno, vai a capire quando inizia l’uno e finisce l’altro esattamente) della loro chiavata lavorativa. Oppure blaterano di concetti metafisici come “lavoro sociale astratto”… frementi nella speranza di contare e valere di più, per compenso soteriologico, quando sorgerà il chimerico sol dell’avvenire.

“Monete viventi” che si ribellano a loro stesse… senza mai mettere in discussione le categorie cui fingono di contrapporsi… fornendo addirittura dei supporti sostanziali (…fantasmatici) al Capitale.

Non c’è niente di più patetico di un automa che si crede e si dice “umano”.

Al di là del plusvalore estorto con la violenza o col piacere masochistico del dipendente, del sottoposto, del lavoratore, del prostituto, ciò che produce valore aggiunto al prezzo di una merce è la sua rarità, unicità… la sua difficile o impossibile riproducibilità (es.: più di 3 cazzi nel culo, ecc…). La non estensibilità ad altri del lavoro (che accrescendo la reperibilità di quella merce in breve tempo ne abbasserebbero il prezzo). Quindi: un lavoro ad alta intensità artigianale, che le macchine non possono fare… In pratica: l’arte (è chiaro poi che l’opera è il marketing che ci gira intorno. L’arte di incontrare la domanda di arte. Insomma, la para-arte… dato che l’arte non esiste… esistono sequenze di gesti vagamente coerenti e sensati, sensi che brancolano tra le qualità delle cose variamente assemblate, geometrie più o meno presenti nei movimenti di danza dell’artista, dell’illusionista…).
Oppure la furbata dei brevetti, come suggeriscono gli americani del (fallito?) TTIP, finché riescono a far valere questo diritto (“io progetto, deposito… voi investite e lavorate”).
Si potrebbe pensare che persino la rilevazione dell’antimateria e dei neutrini degli scienziati possiedano le caratteristiche di merce ad altissimo valore aggiunto.
In definitiva: il valore non è legato all’uso… anzi, l’utilità (e la conseguente riproduzione seriale) di un determinato bene o servizio ne diminuisce il valore di scambio.
Il Valore (al netto delle lotte salariali e delle lotte di classe che sono un po’ come la vita chiusa in gabbia che scalpita ma poi lecca il padrone) è logoramento e distruzione anche di ciò che è utile. Ciò detto, qualsiasi discorso che lo erige a senso delle cose, è serialmente distruttivo.
Sostenere dunque che le cose non hanno valore (e che andrebbero disinvestite economicamente e libidinalmente) sarebbe un buon punto di partenza…

La morte del valore (lo zero, non isonomico, come tendenza generale) nella logica degli scambi… accordi dividuali a scadenza breve e accordi dividuali collettivi a scadenza più lunga.

Dopo l’assetto feudale, l’assetto statale, l’assetto internazionale-sovranazionale-transnazionale, ecc… cosa altro il rapporto sociale capitalista automatizzato e decentralizzato potrà ancora scomporre sino ai minimi termini e gassificare? Giusto se stesso.

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Genealogia del “rispetto”

illustrazione tratta da "Una settimana di bontà" di Max Ernst (1934)

Scrissi questo post molto tempo prima che mia madre morisse, il 18 marzo 2017.

“Meglio un triste accordo che una causa vinta”, ripeteva spesso mia madre, educata da sua zia ad una morale ottocentesca che si voleva immutabile, diffidente nei confronti di qualsiasi novità, amante di sonate chopiniane e sospiri leopardiani, inserita in un’economia meridionale prevalentemente latifondista, agraria, con i privilegi dei nobili o dei ricchi possidenti ancora anacronisticamente ben radicati nella fitta rete di accordi informali per stretta di mano e levate di cappello. Si faceva passare questa violenza sociale per “rispetto”. La sua stessa madre (mia nonna) fu cacciata, per alcune dicerie, quando mia madre aveva sei anni, dal palazzo della nonna-matriarca (la mia bisnonna)… Quel che volevo dire è che quella morale, che esigeva un rispetto “d’altri tempi” per i “signori”, fu sconfitta anche legalmente… e il proverbio riferito da mia madre qui svela tutta la sua impotente diffidenza. I “mezzadri” trovarono il modo di vincere le (suddette) diffidenze per la nuova legge, intentando cause, aggrappandosi a cavilli e fregando tutte le proprietà dei “signori” in questione, del tutto persi in anacronistici (e spesso millantati) privilegi aristocratici o dignità di pezzenti (specie dopo che i capifamiglia si erano assentati qualche anno per appoggiare e servire le velleità imperialiste del regime fascista… spartiacque tra la fine dei residui feudali e una modernità rapinatrice senza più alcun “rispetto”… quella dell’urbanizzazione e dell’industrializzazione).

IL “RISPETTO” TRA “COSPLAYER”

Dal canto mio, l’unico rispetto che riconosco è per le nostre miserie (“dividuali”… quasi fossimo famigli, schiavi affrancati, saltimbanchi, folli, streghe o contadini… rimasti senza padroni, tagliati fuori da proprietà, diritti, successione, società, “identità”), qualora riuscissimo a metterle in qualche forma di mutua relazione (chiamo “munismo” questo possibile gioco di ruolo dal vivo, questo possibile complesso o insieme di accordi)… Di sicuro non condivido il rispetto per i privilegi e le ricchezze dei proprietari (degli “idioti”, degli “individui”…) e delle loro culture e morali antiche, moderne e post-moderne.


L’ipotesi perversa III

non un “di più”, una finzione, una plasmazione, un’aggiunta… ma un reiterato lavorio della morte applicato a punti precisi secondo un pro-getto (non un sog-getto o un og-getto) emblematico d’e-sistenza (stesso etimo di “estasi”: ēx=«da» o «a partire da» + sistere, forma secondaria del verbo sto, -as, stĕti, stātum, -are=«stare»)… non una genesi d’argilla, ma sculture, disgiunzioni, divisioni, insiemi complessi scavati nei sistemi… tutt’altra cosa che, semplicemente, sfasciare, devastare, distruggere, annichilire

qui la prima e la seconda parte

Una certa nausea e un certo disgusto 

Come fanno i pensatori critici quando scrivono di rapporto di “dominio” (accanto al meno equivocabile “sfruttamento”) a non leggervi qualcosa di perverso?… è scandaloso (o, meglio, noioso e prevedibile) che alla fine, per lo più, si goda di ciò che si critica (=si declina in tutte le salse, moltiplicandone le possibilità, le affinità, la capacità penetrativa… ops!). Per fare un esempio di dividue tra le più dominate: non intrattenevano forse le streghe (nel demanio) rapporti col demonio-dominio? Parte dell’energia impiegata nel dominare viene scaricata (con brevi soddisfazioni che si pagano care prevalentemente per chi è dominato) in sesso, orge preparate, organizzate, pianificate  (come per esempio nelle dark pool o nelle rivoluzioni colorate o nei bombardamenti, nelle stragi mirate)… va a puttane. Ma solo per ricaricarsi, per pompare nuova tensione da scaricare. Le politiche della dilazione libidica, della sua negazione fino allo spasimo (dal sesso taoista all’austerity, etc…), degli strozzamenti (“breath control”) o strozzinaggi, servono a questo.
Verrebbe voglia di non godere (e criticare) più… e non so se per troppo appagamento o troppa lucidità. Altri comunque, più sprovveduti e ingenui o affamati, sognerebbero ad occhi aperti rapporti “kinky” o “fetish” e ripartirebbe la sex machine. Anche dopo milioni di morti, se dovesse prevalere temporaneamente la soluzione frigida (più che finale) tra chi comanda e domina.

Il problema è dunque la macchina… da S-LOGARE, riassemblare con giunti diversi secondo un progetto (munista, dividualista, decentralizzatore, anomico, anti-identitario, anti-umanista, anti-universalista, ecc… illegibile per i fan dell’Essere e dei suoi sistemi, a-linguistico) che predisponga a RISLOGARE… non dando il tempo né di godere, né di criticare… mutando il giogo in gioco, senza lamentarsi amleticamente dei tempi “out of joint” in cui viviamo. Usare ripetutamente l’ascia (per spezzare i giunti e le articolazioni che impediscono o costringono i movimenti nel giogo della macchina o dividere i blocchi, squarciare i contenitori, insistendo con precisione sul punto che si è cominciato ad attaccare fino a liberare nuove forme) come suggerisce in questa intervista una incredibilmente sorridente Diamanda Galas (nonostante parli di morti violente, genocidi dimenticati e antiche maledizioni, del “crescere contro” qualcuno). Minuto 8:20 a proposito di Henri Michaux:

Dice così:

“It’s a axe. Michaux believed that in order to actually effect the axe you had to hammer it. He really tried to make it real, not just in artistic statement, but really…”.

Più o meno:

“[Defixiones] è un’ascia. Michaux, credeva che per rendere efficace un’ascia occorre martellare. Cercò realmente di rendere questo reale, non solo in senso artistico, ma realmente”.

 

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Allego una lettura da J.F. Lyotard, capitolo “Il Negozio” da Economia libidinale che mi ha fatto pensare sulla questione del meccanicismo (vi ho letto in tralice anche una critica al suo amico Deleuze) e del senso con cui non si dovrebbe intendere la “macchina”, come struttura in gioco  (si suppongono noti i termini “isonomia” rispetto all’anello centrale delle leggi, lo zero anale per Lyotard, dell’agorà che riunisce i guerrieri sapienti… così come la “circonversione”, etc):

In particolare, questa operazione politica determina l’istituzione del clivaggio fra valori d’uso e di scambio. I corpi in gioco nella politeia, e in Aristotele i beni e i bisogni in gioco nella koinonia, se possono essere scambiati in base alla legge dello zero finale, è perché hanno subito inizialmente la rigida «educazione» libidinale che permetterà di non lasciare in piazza, sull’agorà, sul mercato, che segmenti di banda in cui il godimento sarà istanziato convertibil­mente. L’equivalenza mercantile è il doppione dell’omosessualità politica; i segni del più e del meno possono essere applicati a questi pezzi di corpo e ai flussi che li attraversano, poiché, essendo stati posti come omogenei, sono quantitativamente stimabili. Quel che Aristotele, primo degli economisti politici, chiama bisogno, chreia, è ciò che la carica pulsionale che spinge al godimento diventa in un segmento del corpo isonomico, circonverso. E il valore d’uso di un bene, che nelle condizioni del cerchio è il suo valore in godimento, sarà la capacità che questo bene ha, innestan­dosi sul segmento del corpo desiderante, non solo di condurlo alla scarica, ma di rendere il prodotto di questa nuovamente ripiegabile sul mercato, e annullabile nella compensazione finale delle perdite e dei guadagni. Di conseguenza, valore d’uso immediatamente subordinato al valore di scambio, godimento più nel senso degli econo­misti che in quello degli erotologi.
Questo non vuol dire che non esista, che sia illusorio o alienato. Nient’affatto, e noi ostentatamente voltiamo le spalle a questa vecchia critica. Ancora una volta, per sostenerla, bisognerebbe poter parlare di un corpo libidinale totale di una banda o di una collezione di organi investibile in ogni punto, atta a godere ovun­que senza residuo, in rapporto alla quale ogni godimento istanzia­to qui o là non lo sarebbe che al prezzo di una vera e propria amputazione. La riconosciamo, questa vecchia fantasia, noi econo­misti libidinali, non si tratta tanto del godimento come fantasma (idea tutto sommato triste e nichilista), ma piuttosto dell’immagi­nario della totalizzazione, di un Eros senza pulsione di morte (o riconciliato con essa, Marcuse), di un’unità senza perdita. Idea non lontana, per strano che possa sembrare, dal meccanicismo: perché in questo, come in ogni teoria fisica del movimento, è assente l’ipotesi che un disordine insopprimibile, irreprimibile, possa, in momenti imprevedibili e secondo modalità non valutabili, sregolare le organizzazioni dei movimenti e smembrare i corpi meccanici. Al contrario, la pulsione di morte di cui parlava Freud, che sostiene il nostro economismo libidinale, implica un fantastico caso (non in se stessa, ma per la sua indiscernibilità), e Freud la chiamava di morte proprio perché questo caso comporta inevitabilmente la rottura dei dispositivi in atto, la loro necrotizzazione, così come il «buon funzionamento» di questi dispositivi – ad esempio quello dell‘isono­mia dei cittadini e delle merci – soffoca con la sua musica armoniosa lo stridere e le grida dei segmenti del corpo-banda, privati della circolazione dei flussi libidinali, prosciugati, sterilizzati, raggriccia­ti: gli evertiti fuori circonversione.

 

 


Deposizioni muniste

…continuando con le decostituzioni e le destituzioni…

A proposito di divisione del lavoro… Non è che si è contro la divisione, ma contro la sua organizzazione, contro le sue giunture, contro certi movimenti meccanici che stritolano. Non vi è mai stata qualcosa come un’attività indivisa, un’origine non alienata (senza la quale non è possibile evidenziare alcuna alienazione), come presuppone un certo co-munismo (che pone segretamente al suo centro un idillio umano inesistente se non in certi sentimentalismi settecenteschi, quando pianta l’orrore sociale come prima natura nel bel mezzo di ognuno).
Il munismo, tagliando il “co-“, si pone in contrasto con qualsiasi origine e individua(lizza)zione… è attività dividuale regolata per gioco, “meccanismo” ricombinante,  in cui il giogo gioca. Depositivo, non “dispositivo”. Cadavere (ciò “che cade”), scarto (ciò che è “messo fuori”), escremento (ciò “da cui ci si separa”), dall’inizio alla fine… comunque sempre rinnovato. Genesi fluttuante.

Perdita di tempo incalcolabile (se non sommariamente, da un Terzo virtualizzato, da un muni-cipio, che “non conta”) in ogni suo momento. Produzione regolata, più che per volontà, “a naso”… o, piuttosto, per noia (da νοῦς – impropriamente? -… ma s-logata, senza λόγος… non in-tuizione – “guardare dentro” -, ma em-bolo – “ciò che si getta in mezzo” – che impedisca a qualsiasi totalità fantasmatica di organizzarsi e dispiegarsi sistematicamente contro i suoi insiemi non omologhi, eteronomi, eterodossi, eterogenei, difformi (è così che il logos vede, sorveglia, controlla, incarcera, sopprime, corteggia, incorpora, sussume, ciò che non comprende)… E non mi si prenda per platonico neanche per scherzo… qui non ci sono idee.


Inoperosità decostituente (impressioni sul pensiero di Agamben)

All’atelier autogestito ESC (un “centro sociale”? troppo fighetto per potersi definire tale…) in S. Lorenzo, a Roma, è arrivato Lui (come lo chiamavano questi strani compagni del “comune” che in sua attesa gli riservavano un posto auto davanti al locale con due fusti vuoti di birra)… accompagnato da una compagna hostess inviata ad accoglierLo in minigonna e tacchetto… E s’è capito subito che era venuto a seminare zizzania, specialmente contro l’infelice idea del “potere costituente” di Negri…
Titolo della lezione serale: “Che cosa significa usare?”.
Alla domanda (si) risponde con una puntuale, serrata, accademica e decostruente analisi etimologica e filosofica del termine “uso” che Agamben contrappone alla “cura” (di sé) in Foucault e (dell’Esserci) in Heidegger… invitando a superare la distinzione tra soggetto e oggetto, a sentirsi immanenti alla relazione che l’uso (né attivo, né passivo, ma “medio” in senso greco) di qualsivoglia oggetto (o soggetto) comporta. Insomma invitava a destituire qualsiasi istituzione precostituita (di sé, del “proprio”). Invitava ad usare questo potere destituente… fuori da qualsiasi diritto.

Agamben e il suo potere destituente in un mio ipotetico manifesto...

Il primo a destituirsi (ma lo dico con simpatia) forse avrebbe dovuto essere lui… che ha preteso uno scranno e un tavolino più alto (vedi foto accanto a Virno), rifiutando con sdegno tavolini IKEA e seggioloni in plastica che avevano predisposto i comunardi (pessimo anche il faretto che metteva in risalto la calvizie del filosofo, sovraesponendomi diverse foto che ho scattato). Poi ha anche sbeffeggiato dei sostenitori del “diritto del comune” lì presenti a porgli domande e criticare dandogli degli sciocchi che ripetevano concetti da scuole elementari… Non è certo il tipo che le manda a dire

Paolo Virno e Giorgio Agamben all'ESC per un incontro organizzato dalla LUM

Qualche ora più tardi, riflettendoci un po’ su, fantasticavo di un mio improbabile intervento per rompere la fastidiosa devozione verso il grande filosofo dell’italian theory (da me molto stimato, sia ben inteso) che s’era prestato a codesta lectio magistralis:
– Innanzitutto uso il suo concetto di uso per destituire me… proclamando di NON essere Valerio Mele… di non corrispondere a questo nome proprio. E poi sarebbe coerente che lei si destituisse da professore, nonché da Giorgio Agamben… Ecco. Da qualche parte bisogna pur cominciare. Ho usato i suoi concetti… Non mi interessa se adeguatamente o no. Anche perché non condivido l’aggettivo adeguato nell’espressione “uso adeguato” da lei usata, né gli usi “rituali” che lei propone (privi di ogni accenno alla prassi, meramente teorici). Non ho altro da dire…

Per non parlare del fatto che i termini “ontologia” e “immanenza” mi fanno venire l’orticaria… M’è rimasto il dubbio che volesse riesumare qualche forma di diritto consuetudinario… pre-moderno.

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Ho poi letto quello che è andato a dire in Grecia… Pare che egli vorrebbe rivolgere una anomia (termine, in questo senso, presente anche nella D.e A.D.) de-costituente contro l’anomia del potere dello stato d’eccezione.
Ma trovo comunque molto inquietante sia il richiamo ad imprecisate tradizioni e religioni (“Perciò ho fatto ricorso a questa idea di Kojève: è possibile un altro modello per l’Europa? Quel modello è interessante perché si basa non su una unità astratta, ma su una unità molto concreta, basata sulla tradizione, lo stile di vita, la religione”), sia la solita manfrina contro il “sistema delle banche”… nonché la strizzatina d’occhio al “comune” da giocare contro l’idea confusa di “comunismo”… (a me pare sin troppo confusa e fumosa la sua “strategia”… troppo teoretico nel suo approccio a questioni politiche… troppo filosofo…).


Pluriball, unabomboler e gasssssssss…

“Nella società del controllo l’impresa ha sostituito la fabbrica, e l’impresa è un’anima, un gas”.

(Gilles Deleuze)

Il corpo sociale putrefatto fermenta e il metano che si libera gonfia le bolle finanziarie. Ma prima o poi, quando il corpo si saponificherà, si sgonfieranno tutte… (già sulla superficie maleodorante si formano piccole reti informatiche che tentano di organizzare in produzione il tempo libero con lo stesso beneficio collettivo, reale o virtuale, che potrebbe avere far scoppiare le bolle d’aria degli imballaggi di plastica, del cosiddetto pluriball…). E’ chiaro che in questo caso la strategia dei funghi sarebbe la più lungimirante… Preparerebbe persino l’humus dell’erbetta nuova.


Se acciuffano l’unabomboler magari la “società civile” (quella del cordogliodei “piccoli angeli” e della Koesione®) avrà modo di cimentarsi in un linciaggio… (meglio espellere da sé quello che sotto sotto si è… meglio il gas in rete che quello delle bombole… fa niente se soccombono economie di interi paesi, per lucrare sui gasdotti).
Del resto il moto browniano delle molecole di gas mi pare una metafora (e non solo!) più idonea a definire i movimenti di compravendita di titoli (sotto “pressione”) sui mercati… la “liquidità” è cosa superata, roba da petrolio… roba da Bauman… Ora è il momento del gassssssssssssss… dalla società liquida alla società gassosa

C’è una guerra sottotraccia sul gas greco… per via di un paio o tre progetti di gasdotto (per le varie percentuali e destinazioni di sfruttamento dei progetti South Stream e Nabucco)… Quando si parla di crisi e di cifre miliardarie si parla di asset strategici, mica di somme di azionisti che piovono dal cielo… (la finanza si illuderà pure di essere autonoma, di produrre D’ da D, denaro dal denaro… ma sempre su un corpo mefitico si innesta).

PS: La decentralizzazione energetica diventerà sempre più una questione di vita o di morte… (non è solo una questione politica). Dovesse andar male potremo sempre consolarci facendo scoppiare le bolle del pluriball sotto i ponti, come in foto…


Note sparse a margine de “L’ipotesi cibernetica” di Tiqqun

‎”La legge fondamentale della socio-cibernetica è la seguente: crescita e controllo evolvono in ragione inversa. E’ dunque più facile costruire un ordine sociale cibernetico su piccola scala: “il ristabilimento rapido degli equilibri esige che gli scarti siano rivelati nei luoghi stessi in cui si producono e che l’azione correttrice s’effettui in maniera decentralizzata”. Sotto l’influenza di Gregory Bateson – il Von Neumann delle scienze sociali – e della tradizione sociologica americana ossessionata dalla questione della devianza, (il vagabondo, l’immigrante, il criminale, il giovane, io, tu, lui, ecc.), la socio-cibernetica si dirige prioritariamente verso lo studio dell’individuo come luogo di feedbacks, cioè come personalità autodisciplinata”. Bateson diviene il rieducatore sociale in capo della seconda metà del XX secolo, all’origine sia del movimento della terapia familiare sia delle formazioni alle tecniche di vendita sviluppate a Palo-Alto”.

  ‎”Ogni individuo è così soggettivato nel capitalismo cibernetico come dividuo a rischio, come il nemico qualunque della società equilibrata”.

 “L’ideale di democrazia diretta, di democrazia partecipativa, va compreso come desiderio d’una espropriazione generale da parte del sistema cibernetico di tutta l’informazione contenuta nelle sue parti. La richiesta di trasparenza, di tracciabilità, è una domanda di circolazione perfetta dell’informazione, un progressismo nella logica di flusso che regge il sistema cibernetico”.
“Noi non vogliamo più trasparenza o più democrazia. Ce n’è già abbastanza. Al contrario, vogliamo più opacità e più intensità”.

(citazioni tratte da “L’ipotesi cibernetica” di Tiqqun… i grassetti sono miei)

 Ciò che segue sono semplici appunti e note, scritte in primo luogo per me stesso. Prime impressioni dopo aver letto metà dell’articolo:

…e poi giù botte a Toni Negri, a Bataille, Mauss, Baudrillard, Proudhon, Fourier, l’economia generale che è comunque interna al paradigma cibernetico, Guyotat, Guattari… Insomma, con un certo furore iconoclasta, Tiqqun lancia alla fine l’idea di autonomia di dividui non collaborativi, di opacità, entropie“famo casino” che magicamente dovrebbe organizzare pratiche e coordinamenti… Questi francesi sono proprio inconcludenti… Ma devo dire che questo testo ha individuato bene il campo di battaglia social-capitalista nel quale si inserisce la “Decentralizzazione e Anomia Dividualista”… dal momento che si delinea la genealogia perversa dei termini “decentralizzazione”, “dividuo”… e il loro possibile riscatto nell’anomia, come intensità opaca che si oppone all’estensione della divisione del lavoro e della trasparenza di tutte le “connessioni”…

Riprendendo poi un confronto (anche polemico) a distanza con RAV, iniziato con questo mio commento e continuato, sugli argomenti de “L’ipotesi tecnologica” (ma non è la prima volta…), ecco cosa annotavo dopo aver letto l’articolo fino in fondo, nonché  questo post su Debord di RAV :

 Secondo me l’articolo di Tiqqun (che verso la fine si squaqquera in una mistica nauseante, nell’esaltazione molecolare dell’orgia bellica…) nella prima metà descrive processi più che complotti… ed è difficile non vedere come il Capitale ragioni diffusamente e con più mezzi e risorse di noi… in qualche modo auto-coordinandosi, anche attraverso le varie “scienze”… (costruendo il sofware – “capitale variabile” soggettivato e oggettivato, magari anche fallato, “jazz”, ma sempre corregibile – di una macchina binaria, “capitale costante”, che garantisce transazioni efficienti, “techno”, per lo più… che non perdono colpi… E anche le persone che le dirigono in fondo, i tecnici che le progettano, non disfunzionano abbastanza, da provocare una débâcle evidentemente… per ora… La “catastrofe a rallentatore”, che stiamo comunque vivendo, dà tempo di ristrutturare, aggiustare, rattoppare… Questo rattoppo che chiamavano Progresso, io però lo chiamerei più propriamente declino… estinzione per eccesso di specializzazione…). [n.d.r.: RAV invece critica la critica della divisione del lavoro in Debord, che definisce in un crescendo: anti-moderna, anti-“scientifica” – in senso marxiano – e anti-industriale…].

Inoltre, il “Pericoloso Deficiente”  [n.d.r.: qui mi riferisco alla pittoresca teoria del “Principio di Incompetenza” ricordata nello stesso post di RAV, che sembra però sottrarre responsabilità alla violenza diffusa che permea le relazioni sociali]. (di cui scrivevo nel mio post sul “fascismo post-moderno”), a mio avviso non è tanto nell’apparato burocratico al posto di comando (che secondo me non è formato tanto da apparati ufficiali, quanto da determinati gruppi sociali – nel senso di “soci” – che continuamente si avvicendano e sovrappongono alla sede dell’apparato… una sorta di ellisse barocca della “barra del significante”, ma con più di due fuochi… un frattale con le variabili di base in mutamento continuo, un moto convettivo di una gigante rossa), quanto nel ruolo dell’Eroe (Neo di Matrix, per esempio, è comicamente idiota… più di Homer Simpson), del Ribelle, degli innumerevoli plot narrativi che ci attraversano e sospingono… nell’immaginario cioè di un sistema basato sulla concorrenza spietata e l’esaltazione mistica dell’aggressività (…da poveri frustrati… che è un po’ la “cattiveria furtiva” di cui scriveva Foucault…).

RAV: “No hai ragione sull’ipotesi umana: è ovvio che il problema non sono le persone, ma la macchina”. 

…poi per lo più ci sono persone-macchine, macchine di personificazione, macchinazioni personificate, ecc…

 Più in là, un po’ per conto mio, ripensavo a cosa ne è stato invece dello strutturalismo (e del post-strutturalismo) francese… ingarbugliando un bel po’ di concetti e termini… ma non era che un abbozzo: 

L’autonomizzarsi della moneta vivente.

 Gli strutturalisti, che negli anni ’50-’60 in Francia misero al centro delle loro analisi la linguistica (come disciplina di riferimento di tutte le scienze), fornirono un assist pazzesco a chi, di fronte alla débâcle delle tecnologie centralizzate di potere, utilizzò quelle ricerche e quei concetti (sussumendo le derive libertarie del post-strutturalismo), per una strategia generale, dispendiosadecentralizzata  (e sia la  différànce, che il fenotesto o, più in là, la seduzione, la simulazione, e altri concetti ameni introdotti in USA in vari modi, sarebbero serviti all’uopo…) di dominio basato sulla “comunicazione”, modulata tra funzionale e disfunzionale (ancora in fase di dispiegamento e soggetta a ritorni momentanei e simulati dei vecchi metodi)… Tale dominio non va però inteso come il dominio della macchina sulle “persone”, in quanto queste sono state progressivamente “macchinizzate” dalle varie discipline scientifiche, dalla differenziazione delle merci, dalla “pubblicitarizzazione” del reale, ecc… imparandone la lingua (piena, dello “spettacolo” e della rappresentazione, ma anche quella “vuota”, dei ritmi mortali, dei fallimenti che assediano e sostengono la composizione dei vari ruoli e funzioni). Sono le “persone” stesse, questi automi mascherati, questi depositari e spargitori di segni-monete e strutture elementari di grammatica economica, le “dominae” di questo dominio che, dissimulando la sua paranoia di fondo in una diffusa schizofrenia, prova a conservarsi universale, disseminandosi ovunque…