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“Ogni promessa è debito” | un’esegesi eretica.

 

– Ti prometto che avrai un’identità, che sarai un individuo, una persona anche tu! ma sappi che, se non vi riuscirai (o se vorrai riuscirvi), dovrai contrarre un debito col signore (un qualsiasi signore, anche anonimo e in formato meccanico, digitale…) e non sarai degno di lui finché, proprio come una puttana nigeriana, non l’avrai estinto!

Così dice il padre delle moltitudini, l’Abrhamo maledetto… Peccato che il debito sia strutturato in modo da non estinguersi mai, dato che si tratta della potentissima evocazione del fantasma del valore. “Perché io valgo”… come il salvato dalle acque… acque che tutto mescolano (e che comunque fertilizzerebbero…), che vanno separate con simboli fallici eretti ad ogni pie’ sospinto (il bastone-serpente di Mosè, la colonna di fuoco durante l’esodo, ecc…), per portare gli esuli, i fantasmi del valore, nella “terra promessa” (il Denaro, la terra fantasma di un promessa mai mantenuta ).

Passeranno decenni prima che si estenda e sia comprensibile a molti la critica (non solo quella, più “tradizionale”, dell’identità e dell’universalismo, ma anche) dei processi di individuazione e del concetto (così poco di-vertente) di individuo… o che la Persona sia presa per il simulacro (la menzogna tattica) che è: il maledetto Terzo (che sovrasta con violenza l’incertezza inquantificabile dell’io-tu, delle relazioni senza vertice), il Denaro, l’equivalente generale di tutte le cose (anche profeticamente) mercificabili… il linguaggio che continuiamo a balbettare come scimmie estraendo un po’ più di senso, un po’ più di sperma (o di squirting, di eiaculazione fantasma) di quanto si possa sopportare… Più probabilmente parliamo di piscio, sangue e merda. Consumo, scarti, morti.


L’ipotesi perversa II

[Qui la prima parte].

Questi («ma chi?… i “cittadini”? i “consumatori”? i “lavoratori”? gli “utenti”? i “pro-sumer”?») non sono dei sentimentali (niente tragedie, sacrifici, violenze, paure, sacralità, Girard, Hobbes…), ma dei goduriosi (che godono per conto terzi senza venire mai, fingono grottescamente di godere o, dato che sono finzioni essi stessi, è di questo che godono)… governano coi tasti “mi piace” e “condividi”La macchina statale s’è fatta social. Ci aderisce per trasparenza, come un layer sovrapposto personalizzato, ci fotoritocca, ci sottopone al riconoscimento facciale, ci simula…

…una palpatina, una molestia, un insulto, un furto d’identità, un drone con cannoncino… Non si incarcera e non si uccide più: si banna (occultando le spiacevoli conseguenze di cui sopra che di tanto in tanto riemergono come snuff…).

Le telecamere piazzate un po’ ovunque sono per voyeurismo simulato non per controllo… Alla lunga ci si stanca pure a sorvegliare o sorvegliare diventa impossibile (addio Foucault e Deleuze) e si ricorre ad algoritmi interpretativi, macchine predisposte all’eccitazione. L’importante è (far) godere dell’attimo intenso in cui viene ripreso l’atto sanzionato dalle leggi-LOL. Possibilmente sgranato e fuori fuoco al punto giusto… con un tocco di mistero… qualche pixel di desiderio da aggiungere (voglia di hi-res, HQ, iconcine animate, loop). Il massimo sarebbe riprendere alieni, mostri, zombie, vampiri, mutanti… erotizzerebbero anche l’orrido… anzi, l’hanno già fatto.

Un capitolo a parte meriterebbero le simulazioni audio (musica, colonne sonore, muzak, jingle, suonerie, bip, etc…). Ma ci sono anche odori, superfici tattili, sapori… tutto concorre a renderci una finzione (“ciò che viene plasmato”) adeguata al modello perverso totalitario… Il brutto è che alla perversione sembra che non si sfugga se non a costo di disordini schizofrenici… di distruzioni strutturali. Io stesso parlo a partire da una posizione “perversa”. Non c’è un’origine pura… Non sto predicando come un Ezechiele biblico. Tutto ciò è preziosa conoscenza… da utilizzare eliminando (rendendo ancora più astratto e inefficace) il Terzo che gode al posto della finzione che siamo o moduliamo. È la sola follia (“gnostica” e dualista senza trascendenza) che vorrei.

Dal “perverso polimorfo” al feticismo fuori standard

Non ci sono che “oggetti parziali”… e sarebbero da mettere in relazione anomica (anti-identitaria, deterritorializzata, dividuale, modulare, ricombinabile) tra loro, con degli spartiti variabili che modulino produzione e consumo senza troppe dilazioni, tramite accordi politico-economici dividuali, rendendo progressivamente inutile e inefficace il Tutto (il fantasma d’Origine, il Padre Immaginario, l’Immagine del Corpo, la Persona, la Grande-Testa-fabbrica-organi) che li avrebbe parzializzati.

Non si capisce?… Non fa niente. Avete già afferrato abbastanza.

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Mani occhi testa bocca tetta piedi figa cazzo culo… il “perverso” qualcosa (per esempio mangiando con gli occhi, mantenendosi al di qua del cannibalismo) afferra e incorpora (come “antropologicamente” suggeriva un bellissimo capitolo, “Afferrare e incorporare”, di “Massa e potere” di Elias Canetti che sembra coinvolgere chi legge in una lotta corpo a corpo tra cacciatore e preda)… c’è solo qualcosa

…che si stacca dal fantasma totalitario (pur necessario, ma solo come fantasma, a mantenere una sorta di equilibrio non solo psichico) dell’immagine del corpo.  Diversamente, cosa più che comprensibile, ci si rifiuta di camminare e di collaborare pur di non sorreggere l’eccitazione erettile… le gambe cedono… ci si rannicchia come pupetti, irrigiditi come catatonici. Politica decisamente più intransigente e in accordo con le più potenti devastazioni cosmiche, ma del tutto immobile, negatrice anche di quel poco che ci anima in quanto animali o animazioni cinematiche…

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Com’è l’amore tra “falsi sembianti”?

Si ama per riconoscere (ri-presentare) la propria e l’altrui immagine allo specchio, per proteggerla dall’abisso di “nulla” (di incoscienza, di “non Io”) che quella sostituisce, tracciando approssimativamente o marcando dei segni (un corpo, un volto, una bocca, un occhio, un seno… penso al trucco, alle statue greche colorate, alle ragazze divinizzate, alle divinità divenute umane, al porno… una pantomima che nasconde il vuoto… giusto gli Aztechi, quando spellavano vive le vittime sacrificali e se ne vestivano, potevano indicare qualcos’altro, di più orribile, di irriducibile alla coscienza, che giace nel mezzo della carne e delle cellule che muoiono e si rigenerano più volte durante una vita).

Ovvio che sia molto meglio gioire perversamente dei dettagli, delle parzializzazioni che siamo… delle intensità ibride intagliate sul vuoto, sulla vertigine, sulla confusione… ma quella paura resta sul fondo di ogni ritaglio… di ogni angolino tranquillo che ci si ritaglia per far circolare delle intensità.
Ecco, le intensità… i -getti nei sog-getti… schizzi di nessuno… inorganico che sprizza… Chi mai può pensare di mettere tutto ciò in un recinto, in un serraglio? Non siamo capi di bestiame, caro capitalista… né vi è pro(i)stituzione ab origine. Non tutte le nostre membra sono organiche al tuo organico.

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Fonmaentadmlente caiapmo l’izinio e la fnie delle praloe

Stessa cosa dei corpi (da capo a piedi o tra capo e coda) e delle case (tra porta e finestre). Il contenitore viene intuito fantasmaticamente prima delle parti. Ma sono le parti ad essere più del tutto. Non ci sono che parzializzazioni e feticci (anche svincolati dal tutto).
Le intensità semplici (es. quelle individuabili, contenibili tra inizio-fine) fanno il gioco della forma complessiva.
Solo le intensità complesse non si lasciano sussumere e comprendere dalla forma complessiva.

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15/03/2014

Ci voleva Lyotard stanotte (causa insonnia… Capitolo “il Negozio” di “Economia libidinale” in cui tratta della cerchia dei sapienti-froci-guerrieri greci che avevano costruito il centro della polis e il loro pregiatissimo “logos” su di un grande zero, a forma di moneta, per tutti coloro che erano fuori dal cerchio – stranieri e donne compresi – o a forma di buco di culo, annullatore e appagatore dei loro bisogni) per farmi notare come l'”ANello” fosse un “piccolo ANO”… Anche la “collANA” magari, con un calibro più grosso, proviene dalla stessa ANALogia…

Egli vedeva inoltre, nella tensione e nella scarica, le potenze che attraversano la banda pulsionale (con un solo lato, senza un interno ed un esterno, come il nastro di Moebius)… Figura del polimorfo su cui si innestano i vari oggetti parziali… alcuni dei quali forniscono lo spunto per i deliri totalitari che Lyotard tanto detestava (che nell’antica Grecia sono appunto incentrati sull’ano, sulla pulsione sterile che azzera gli scambi e scarta l’eteronomo e il barbaro). Anche io sono della stessa opinione…

Per non parlare dei giochi di parole tra “annullare” e “anulare”…
L’idea che la “culla” della civiltà occidentale fosse in realtà un “culo” è assai comica…

08/05/2014

Il carry trade, il godimento dei differenziali di titoli e divise monetarie intorno al Grande Zero (orrido e attraente insieme… buco nero, buco di culo). L’intero sistema capitalista fa il surf su quest’onda… C’avevano visto giusto i Butthole surfers

Hanno solo imitato la “natura”… questa morte-che-vive piazzata dentro ogni vivente… sabotata, bistrattata, scongiurata, esorcizzata, crocifissa, surrogata da suoi simulacri depotenziati…


E se fosse tutta solo “muzak”?

Insomma, facendo un rapido giro (tra noti, meno noti o del tutto sconosciuti) tra le musichette più originali che si sentono ultimamente, direi che si viaggia un po’ barcollanti tra dark dubstep piuttosto sexy (come quella di FKA Twigs, con look da cosplayers…), elettronica molto analogica dall’immaginario goth sadomaso…

…e dream pop (qui in un video dei “Washed out” al minuto 1:38 , anche se il gruppo non mi entusiasma in quanto detesto ciò che assomiglia anche vagamente al brit pop, che ci ha ammorbato per un paio di decenni, sembra che parta un ritornello con battimenti binaurali sui 4 cicli al secondo – potenziate da un autopan che rimbalza il suono tra i due canali stereo – come le onde theta, quelle che normalmente produce l’attività elettrica celebrale nel sonno profondo… Per una persona in stato di veglia una brusca immersione che sottolinea quella frase melodica in modo più psicoacusticamente incisivo… Ma a proposito di dream pop mi viene in mente anche l’ultima fatica dei Goldfrapp, più folk, malinconica, sinfonica e vintage o gli ultimi scampoli dell’etichetta 4AD, che tanto ha influenzato noi musicisti 40enni, con i Grimes)… o comunque suoni elettronici iper-compressi, frequenze pompate a tutte le altezze, nuovi synth a layer di campioni disegnabili e manipolabili a piacimento (come in Iris di iZotope, per esempio), tanti trucchetti sulla fase per spazializzare i suoni ben al di là del tradizionale doppio canale stereo e tanto becero erotismo… vedi pure le robe commerciali (Britney Spears, Miley Cyrus, Rihanna, ecc…). Ed ora si aggiunge anche Asia Argento (con un penoso CD di collaborazioni dal titolo comicamente pretenzioso: “Total entropy”!) che per l’ANSA sarebbe “rock duro”… una roba da licenziare l’esperto che ha commentato l’evento epocale

E va be’… poi ci sono i rumori indistinti della drone music (tipo la segheria davanti a casa mia) di cui abbonda la produzione indipendente (non quella truccata da indie ma facente capo alle major che riciclano anche l’immondizia musicale, ma quella che nessuno produrrebbe… a volte perché priva di un valore conforme al mercato della morale acustica comune… o perché il valore della musica su supporto digitale in generale, per svariati motivi, è prossimo allo zero, dunque ci si può permettere, finché ce lo si può permettere, di esplorare orizzonti più ampi e casuali o inventare sonorità estreme…) cui si può attingere, per esempio, su piattaforme come Bandcamp… (tra rumori analogici piuttosto scorrettiossessioni metal drone di Gnaw their tongues, un tipo olandese che mixa il caos con sonorità da death metal suonato in un garage e ascoltato da sottoterra…). Oppure, senti un po’ che delirio questi Æthenor

Ah… a parte tanto ritorno dell’analogico (simulato dal digitale o meno)… c’è un certo ritorno della psichedelia più o meno esagerata (vedi i lunghissimi e a tratti durissimi trip dei Flaming lips, dei Causa sui o degli In Zaire…). Comunque, per il resto, un più generale ammosciamento e ripiego intimista, esclusa qualche rabbiosità industrial stile Nine Inch Nails o EBM… tipo Diezel Xzaust

Insomma forse sarebbe meglio suonare e mixare a cazzo… come viene viene… (e visto che il messaggio sembra essere il media che usiamo, come diceva Mc Luhan, forse sarebbe proprio il caso di sabotare il messaggio per renderlo mediaticamente e mediamente inservibile… certo, purché costruisca relazioni, più o meno sghembe, al di là dei rapporti sociali dati e consolidati nel campo di concentramento in cui ci ritroviamo, ecc…).


E se fosse tutta solo Muzak? anche quella che ascoltiamo di proposito o produciamo?… Neanche col silenzio ci si può liberare… perché “Silence is sexy”, come cantava Blixa Bargeld (dunque anche gli spazi vuoti, la morte che si insinua nel circuito produttivo, le battute a vuoto, persino le negazioni del capitalismo… possono piacere e divenire merce). E lui faceva parte di un gruppo, gli Einstürzende Neubauten che, apparentemente, sembrava l’antitesi della muzak, specie dopo il film-manifesto “Decoder”

I dispositivi acustici svolgono così lo stesso ruolo che nell’arredamento si definisce di «prevenzione situazionale»: essi organizzano i comportamenti nello spazio pubblico, forzano i riluttanti all’evitazione e operano infine – afferma il compositore e ricercatore del Cresson Henry Torgue – per «una modulazione attraverso il suono della condotta, del consumo e dei flussi».

Siamo forse diventati tutti situazionisti preventivi?… come Lynch?… come coloro che invece di carcerare preventivamente ciò che puzza da lontano di disarmonia e sabotaggio delle regole costituite (come sembra andare di moda, a prima vista), preferiscono codificarle, impacchettarle e rivenderle?…  Insomma… quanto siamo estranei al pizzardone virtuale, alla psicopolizia, ai precog, ecc…?


uSSSy riot!

E poi (con la modernizzazione rapidissima di certe terre di confine) c’è un vero ritorno del rimosso centrasiatico e post-sovietico (di cui avevo già scritto… potrei giusto aggiungere le ipnotiche litanie armene dei Deti Picasso, un gruppo vagamente ethno-prog che mi piaceva molto finché cantava in armeno – lo ascoltavo per ore in cuffia sugli autobus – poi ha preso un’altra strada, con l’avventura dei fratelli Arutyunyan nei Wattican Punk Ballett), questa volta in salsa noise (psichedelica e pure piuttosto espressionista e dissacrante)… Vedi un po’ che “chitarra elettrica”! e che accordatura!

Questo disco ha momenti persino solenni in mezzo al casino… tipo un’incredibile Internazionale di Tuva


POSTLUDIO

La musica è aria che vibra, sollecitata da corpi elastici che vibrano… energia meccanica… imitabile per analogia dalle frequenze elettriche, dagli amplificatori… e codificabile, digitalmente, con campionamenti di singoli istanti, di discontinuità (44.000 o 48.000 volte al secondo, comunemente, come spiega una mia canzone… probabilmente basandosi sulla frequenza – convenzionale, e di riferimento per l’intonazione delle scale – del LA a 440 Hz…) che l’orecchio umano non percepisce… forse le cellule, sì… ma cosa importa delle mutazioni e delle sofferenze cellulari in un contesto di generale indifferenza alla distruzione delle forme di vita?… Ad ogni modo è una vibrazione capace misteriosamente (in realtà secondo precise regole, ignote ai più…) di modificare il nostro umore (più di qualsiasi sequenza di vita simulata cacata dal caca-luce al cinema).

Osservando la tendenza ostentatamente kitsch degli esempi che ho riportato nei commenti, penso che siamo di fronte ad una sorta di materialismo dei feticci... Non c’è più alienazione se si è alienati, se si gioca ad essere un personaggio dei manga, una pornostar o un avatar di chissà che… Alieni che si godono la “vita”… Restano solo il sesso e i soldi, lo scambio dei liquidi, il traffico di sostanze chimiche che ripetono lo stesso messaggio attraverso il medium del corpo, ovvero che il corpo è molecolare, modificabile, sotto l’involucro di pelle tesa che nasconde gli organi… anch’essi trafficabili con i paesi più poveri… o percepiti come pelle invaginata, superficie ripiegata, anch’essa visibile, monitorabile… è il vecchio Capitale che ti lecca la schiena… (che in realtà pensa di squartarti pur di ampliare i suoi orizzonti) che fa del sesso (ancora!.. oltre ogni soddisfazione, oltre ogni nausea!…) la sua arma d’appeal più riuscita… I ragazzi “nativi digitali”, sono campionabili come la musica… sono corpi elastici che vibrano… E’ come danzare sull’abisso senza vederlo… nessuna realtà se non “aumentata”… solo tante allucinazioni, ultimo escamotage per sopravvivere, nella consapevolezza (confessata solo in pochi squarci “rivelatori”, che sembrano apocalittici, perturbanti, ma che farebbero la nostra gioia…) che prima o poi (per collasso sistemico, sotto la spinta di nuovi “barbari” arrembanti o per somma di resistenze o per flussi più forti e intensi, regolati diversamente, che per ora non si vedono) tutto questo finirà (è già finito in realtà). Violenza fascista, informale, mafiosa, del rapporto prostitutivo di lavoro (You better work bitch!), che diventa superficiale, che viene diffusa come droga e sesso… per aumentarne la dipendenza… per creare bisogni più docili all’esigenza di estrazione del di più… Si dovrebbero moltiplicare i weak spot… i contro-memi… far saltare la pubblicità di questa Macchina (mutandone nello stesso tempo l’aspetto “privato”… rimontando i giunti con altre regole… altrimenti non collasserà mai, senza prima seppellirci…).


Il pene egoista

il titolo è un paragramma de “Il gene egoista” di R. Dawkins (per i resto si tratta del riassunto di una recente conversazione a ruota libera tra me e lei, scandita qua e là da titoletti aggiunti in seguito…)

Le donne come fabbrica: dalla produttività bruta all’omosessualità come finanziarizzazione del desiderio.

L’altro giorno discutevamo di questa proporzione metaforica: di come una moglie stia (o sia stata) al marito come una fabbrica al suo padrone… e di come (con un’altra proporzione) l’apparente autonomizzarsi della produzione di plusvalore nelle sempre più sofisticate (e deterritorializzate) tecnologie finanziarie si stia appaiando alla rivendicazione (che spesso cela a stento intenti neocolonialisti a danno di stati che resistono culturalmente a certe orgogliose quanto politicamente bizzarre penetrazioni filo-atlantiche) dei “diritti” individuali, umani, del sesso “non riproduttivo” (per lo più quello omosessuale… non tanto quello masturbatorio, forse per il suo carattere non abbastanza socializzabile…). Non che il sesso non sia in generale “non riproduttivo” (e solo molto occasionalmente “riproduttivo”)… ma ancora si usa in gran parte la tecnologia dell’accoppiamento maschio-femmina per riprodurre umani. Certo, potrebbero studiare metodi per bypassare l’uso dei “naturali” uteri femminili… disgiungendo la catena di montaggio consueta… e allora anche i maschi potrebbero diventare fabbriche di umani… assumendo il potere di generare in modo posticcio. O le femmine riprodursi senza maschi.

La “natura” come “cultura” e i tormenti schizo-paranoidi di Edipo.

Si discuteva poi di come non vi sia “natura”… e di come non ci si possa riposare neanche sulla sostanzialità scientista dei contemporanei quando parlano, in ultima istanza, di geni. “E’ scritto nel DNA”, dicono di qualunque fenomeno “naturale” (anche quelli più apparentemente “culturali”), questi nuovi integralisti. A mio avviso c’è solo “cultura”, o meglio l’ambiente (meglio ancora, l’inorganico) che la martella, l’accetta, la lavora, la riduce in poltiglia, la plasma, ecc… e a furia di martellate, nei millenni, anche il genoma diventa un libro scritto (certo, in più tempo, con più calma, tentativi, fallimenti… con una “tecnologia” più prudente di quella prodotta dagli uomini). Non tutte le specie sono mammifere e dispongono di una femmina più a rischio di morte durante il parto (dunque, nel caso degli umani intelligentoni), necessitante di maschi più robusti e capaci di compensare i rischi di sopravvivenza generale che comporta questo bug. Abbiamo vedove nere, mantidi religiose e cavallucci marini che ribaltano queste questioni… E non è che sia passato troppo tempo dacché le femmine (di insetti, anfibi, rettili e uccelli, per esempio…) deponevano le uova invece di spalancare le anche, lacerarsi la fica e scodellare bebè… Ma siamo animali a sangue caldo e ormai ci piace così da qualche centinaia di milioni di anni… Edipici perché costretti ad uscire dalla quiete dell’alimentazione amniotica attraverso budelli sanguinolenti misti alla merda che spesso esce dall’altro lato… e sognanti questo ritorno fusivo pre-simbolico, di tanto in tanto (paradiso terrestre? nirvana? psicosi?) contro il proliferare incessante dei segni… contro le ipocrisie del papà esploso (assai dispotico, patriarcale e maschilista, in realtà…) delle democrazie.

L’Uno allo specchio.

Così ci si trova costretti all’interno di precisi “contenitori” dalle tecnologie di costruzione della Persona (il processo di identificazione, di individuazione, legato allo spec-… dello specchio, dello spectacolo, della speculazione… per esempio di quei frocioni degli antichi greci, i padri ricchioni dell’Occidente (lo diciamo con un certo pessimo gusto parodistico e senza stigmatizzare alcunché) che tenevano le donne segregate nei ginecei, mentre inchiappettavano i discepoli, introducendoli con queste crude prime esperienze sessuali ai fantasmi dell’uni-versalità e dell’uni-cità del loro cazzo, alla vita politica, condita di vaga filosofia, tanto per ammorbidire gli animi e rilassare gli sfinteri… oppure all’arte della guerra (un po’ di violenza omeopatica prima della violenza per eccellenza, quella del corpo a corpo in battaglia). Ancora oggi riecheggiano tenere metafore nelle urla rivolte dagli sportivi ultras agli avversari, tipo “Ve famo er culo”, ecc… che sembrano scambi di minacce-promesse tra svariati sottoinsiemi di veri uomini gay… incroci di spranghe in luogo di spadoni… manganelli alzati che si interpongono… corpi sudati… goal!).

L’incesto.

Ah… e poi c’era la questione dell’incesto… ovvero di uno dei primi comandi dell’ordine sociale… che regola e organizza un certo potere maschile (di lenoni) sulla libera esplorazione sessuale femminile (altro che papale “prima società naturale”!). Si era esogamici perché necessitanti di conquistare nuove alleanze e territori… Non che nella discussione si sostenessero le ragioni dell’incesto, ma di certo la sua interdizione fu (ed è) una specie di serraglio in cui tenere buone le femmine (secondo Deleuze-Guattari l’incesto e la sua colpa nasce col dispotismo regale surcodificante… prima neanche sarebbe stato visibile… afferrabile come trasgressione di un codice ancora non scritto, raddoppiato nei segni non più incisi sul corpo “primitivo” ma su steli e pergamene, come leggi pronte a colpire i corpi, divenuti tutti potenzialmente sediziosi, dall’alto, come farebbe un’aquila…). E infine, parlando di matrimoni gay, si sosteneva anche l’estensione di quell’istituto alla poligamia (perché gay sì e tanti no?). Fermo restando che non mi piace affatto l’istituto del matrimonio in qualunque foggia.

Contro Dante, l’Autore, il filologicamente corretto e l’Umanesimo (e in definitiva contro Dio).

E pensare che si era partiti dalla critica del filologicamente corretto, dalla Letteratura e dall’Autore inventati da un certo punto in poi (volgarmente, con l’invenzione di Dante “padre della lingua italiana”, dell’Umanesimo, ecc…), riabilitando in qualche modo aedi, menestrelli, guitti, stornellatori e improvvisatori (con particolare riferimento ad un amico che recita poesie cambiando le parole, ma non il senso più di tanto)… per poi passare alla critica della “natura” come forma persistente di “cultura”… Di conseguenza si era giunti a mettere in crisi le differenze sessuali e di genere… scritte comunque da prassi viventi (e morenti, anche dal punto di vista cellulare, se non molecolare…) di milioni, se non miliardi, di anni…


Esci da questo Corpo™!

(E’ un consiglio più che un esorcismo).

Vale anche per Kurz, prigioniero del corpo “sociale” e “sostanziale”… nostalgico e un po’ depresso alla Debord, Adorno, ecc…

“Poiché l’indifferenza della forma capitalistica verso ogni contenuto sostanziale diventa insopportabile, il rapporto perduto con la qualità sensibile degli oggetti deve venir ripristinato in modo allucinatorio. Questo processo assume la forma di un gioco, ma non di un gioco intelligente, bensì infantile. Tutti sanno che per la maschera sociale del capitale, il carattere materiale, di volta in volta diverso, di cibi, vestiti o edifici e di tutte le altre cose è completamente nullo, perché appaiono tutti sempre come lo stesso oggetto del denaro che cambia la sua forma come Proteo. Poiché questa nullità del contenuto sociale non deve venir intaccata, la carica allucinatoria delle merci si deve riferire a qualcos’altro: la qualità sensibile persa viene simulata sul piano della forma estetica. Il totalitarismo della forma rimane dunque intatto; l’indifferenza della forma sociale non viene superata, ma travestita esteticamente”.

(“Sein come Design – Dall’estetica della merce all’estetica della crisi” di Robert Kurz)

Il problema di tanti “compagni” è proprio questo gingillarsi nel “popolo” o nel “sociale”, in questo caso… come se non fossero “trade mark” (loro credono che sia la verità che soggiace al perfido inganno)… Viviamo nell’allucinazione sempre (senza Sostanza… senza arte, creatività, spontaneità, umanità, amore, pace, tolleranza, bene e altre finzioni del genere…). Non è una questione di Spettacolo… Il problema è l’allucinazione della Sostanza, dell’Origine (supporti di cui si serve anche l’Allucinazione spettacolare – della “modernità”? – per meglio dispiegare “universalmente” il suo Dominio… se solo gli si togliesse questa capacità di mentire, miscredendo la Sostanza e l’Origine, vera o simulata, tanto per cominciare… ci si troverebbe subito su di un nuovo campo… quello che verrà, prima o poi…).


Snuff polity

(il titolo allude agli snuff movie… ormai divenuti realtà quotidiana tra le strade di ecumenopoli… e ad una certa cinematizzazione dei teatrini sociali… Il senso del termine polity è accennato qui)

La polizia turca estende la tassonomia dei “facial”

…e trasforma le piazze di Istambul (come la Taksim, termine che fino a pochi giorni fa pensavo indicasse delle improvvisazioni… suonate, per esempio, con l’ud turco) in acquafan gratuiti quanto non richiesti… per non parlare del condimento piccante.

Incredibile comunque come le coscienze occidentali siano più colpite dalla resistenza territoriale contro gli scempi urbani del capitalismo avanzato, che (per esempio) dal massacro senza fine in Siria, benedetto da europei, americani e russi… Ci si indigna per gli alberelli e quello che di “blandamente” ingiusto sembra accadere anche nelle metropoli occidentali, ma stupri, torture, gente sfigurata, rapita, fatta a pezzi, cannibalizzata sembrano ok… così come la sostanza del sistema in cui si esiste…

Ma poi, arriva il tensore che lacera la superficie… (“yummy, yummy… victims!” – sembra sottintendere la condivisione febbrile, sui social network, di corpi lacerati e teste spaccate… NON CLICCATE SUL LINK!)… giungono notizie dei primi morti…

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Ormai si prescinde da qualsiasi circostanza… l’importante è provare empatia per la pozza di sangue… fonte emotiva, sensologica, di qualsiasi posticcia legittimazione e consacrazione identitaria. Sembrerebbe che abbia ragione a prescindere la parte di chi può mostrare pubblicamente un martire, prima di qualsiasi analisi…

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A mente fredda, Miguel Martinez fa giustamente notare che occorre capire cosa sia un’“ecumenopoli” (e a cascata tutte le idiozie sulle smart city che tutt’ora ci perseguitano…) per il capitalismo terminale o neoliberista che dir di voglia, per poter inquadrare in una cornice più ampia quelle che, a mio avviso, sono rivolte con caratteri reazionari… come per esempio, oltre al caso turco, tutte quelle delle primavere “arabe”, rigorosamente dotate di bandierina nazionale

(Riuscireste a definire qualcosa del genere in Italia, con relativa bandiera bianca rossa e verde, come una manifestazione “rivoluzionaria”?… Molti media poi, insistono a sovrapporre forzatamente letture occidentali degli scontri: laici contro islamici, donne contro idranti, ecc… i più avveduti: ecologisti contro speculatori, oppositori secolaristi e nazionalisti contro Erdoğan, ecc…).

Le si potrebbe definire anche rivolte antimoderne 2.0 o anti(post)moderne (dunque un conflitto tra due tipologie di modernità, una sorta di reazione difensiva contro un’oligopolista e insensibile accumulazione primaria 2.0), forme di resistenza di una modernità e di una borghesia morenti (attaccate ad un’economia che si insiste a definire “reale”, ma che è la più spettrale e crudele delle simulazioni) contro il postindustrialismo, il postideologismo e l’anti-statalismo (ancora molto complice però, contraddittoriamente, di certi episodi di repressione dittatoriale a tutela degli “affari”, delle impopolari “grandi opere”, di imprese spesso energivore, mortifere, schiaviste…) che caratterizzano il capitalismo degli ultimi 40 anni… rivolte che sono simili per certi versi a quelle che di tanto in tanto si verificano anche in Italia, ma su un campo di battaglia frammentatissimo, privo (fortunatamente, a mio avviso…) di qualsiasi narrazione identitaria forte…

Personalmente, pur condividendo una certa preoccupazione per la fase terminale del “dominio reale” capitalista, non riesco a far scivolare sotto i miei occhi il nazionalismo (dovuto probabilmente al particolare percorso d’indipendenza nazionale turco che ha saltato a pie’ pari gli orrori nazionalisti della II Guerra Mondiale che hanno invece così caratterizzato la visione del mondo europea, per esempio…) nonché il richiamo implicito, moralista e religioso a ciò che dovrebbe essere un buon musulmano, ravvisabile in questa testimonianza diretta di un turco che sente in qualche modo tradito, da quanto sta accadendo, un certo spirito kemalista (conciliatore di più istanze fortemente contraddittorie, più o meno in accordo col temibilissimo Occidente capitalista, anti-comunista e spesso anti-islamico a prescindere):

“Il governo ha venduto la nostra nazione, la nostra libertà, i nostri diritti civili in cambio degli investimenti stranieri. Ovunque aprono centri commerciali di grandi marchi. Non ascoltano niente, non ascoltano la loro gente. Quando manifesti ti danno ragione, ma i soldi sono la loro religione, e poi dicono di essere musulmani tutti d’un pezzo.

Fanculo. Stronzate.

Sono venuti con 20 cannoni ad acqua nella più importante piazza storica di Izmir, dove è stata sancita l’indipendenza nazionale dalle forze dell’impero dopo la prima guerra mondiale…”.

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La mia personale resistenza si sintetizza in:
IO NON MI ENTUSIASMO PER UNA POZZA DI SANGUE.

Vi è molto di peggio prima che accada il “peggio”, il frame storico congelato dei metodi “nazisti”, ormai sovrapponibili a quelli democratici… e l’invasione non avviene tanto violando dei confini nazionali o i diritti del “privato” (dell’idiota aristotelico, del cittadino, dell’alienato, del feticcio, della merce-su-due-gambe, dello zombie…), quanto per contagio, per diffusione di pratiche elementari, comuni, iconizzazioni, semplificazioni immaginarie e simboliche che finiscono per ricodificare (o sussumere) qualsiasi tradizione e identità, dopo averla strappata a sé… (movimento deterritorializzante comunque interessante, se poi non si riterritorializzasse in memi e paranoia di massa…).

E non esiste qualcosa come degli sbirri globali contro i popoli globalizzati (un “soggetto sociale universale”)… se non nelle cervella degli schiavi mediatizzati o nei sogni di egemonia globale dell’Occidente.

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Un mio amico al telefono definiva quanto sta avvenendo in Turchia “uno scontro tra due simulazioni” (cui evidentemente si sovrappongono anche le “nostre” simulazioni)…

Resta il fatto che la morte non simula… ma non per questo può essere costituita come origine del senso, “verità” delle simulazioni, scaturigine sacralizzata di ogni emozione e rimozione (nella nota forma abbacinante, sado-maso, del sacrificio, del martirio). E’ anche vero che quando vi è uno scontro vi sono sempre (almeno) due simulazioni. Forse dunque è più importante la modalità macchinica sottesa alle simulazioni, quella che non divide la “massa” in due fronti, ma divide ciascuno in specifiche inimicizie (le rende cinematiche, le sequenzia in video) tra sé e i propri atti, tra i propri atti e le loro conseguenze, ecc… è questo che chiamo fronte frattale… la cui (de)composizione (o smontaggio) potrebbe risultare illeggibile dal punto di vista delle vecchie simulazioni (teatrali, attoriali), ma che magari potrebbe risultare più efficace e imprevedibile in un’altra situazione, in un altro momento… magari senza lo sfondo stagionale, rituale, delle primavere e degli autunni caldi… e altre cavolate giornalistiche…

Restano molte cose fuori quadro, gesti dati per scontato, che andrebbero montati diversamente… mettendo da parte qualsiasi facile e oscena sollecitazione umorale.

Una nuova pratica diffusa, ben divisa e diversificata, relazionale, non “sociale”, burocraticamente illeggibile, invisibile e imprevedibile. Fuori dal co-mune… ben munita e premunita Im-mune al contagio semiotico, ecc…

(Altrove, semplificherò… per ora attendiamo l’ennesimo nulla di fatto, condito dalle onnipresenti simulazioni libertarie con relativo merchandising di mascherine di V per Vendetta, che seguirà a queste vacanze low cost in ecumenopoli col brivido splatter della pozza di sangue, dello snuff… e che chiamano, anche i turchi, all’americana, “occupy…”).

 


La guerra in Mali è dunque (in)finita?… ed è più “world” o “etno”?

Continuo le mie riflessioni sulla guerra in corso iniziate nel post precedente
Bisogna spulciare tra i video prodotti all’estero per poter vedere come sono abbigliati, quali bandiere sventolano e quali armi usano i fantasmi alqaidisti contro cui le forze armate francesi (con quelle italiane e statunitensi in appoggio) sono in guerra nel Mali (checché se ne dica…). Qui un riassunto dei prodromi di questo conflitto. Innanzi tutto sembra che non si tratti di fantasmi del tutto incorporei (probabilmente l’improbabile nettezza dello schieramento alqaidista così come viene narrato dai media internazionali, fa sembrare questi padroncini del deserto piuttosto  finti nel senso etimologico di plasmati… fabbricati e confezionati ad hoc per le TV e l’immaginario securitario di tutto il mondo, sempre oscillante tra il paranoide e il terrorizzato dal bau bau di turno). Certo, un news network “indipendente” (finto alternativo e un magari zeppo di “infiltrati”) come The real TV di stanza a Washington, con collaboratori come Chomsky, è da prendere comunque con le pinze… Per esempio, c’è l’idea ricorrente che i gruppi che hanno occupato il nord del Mali provenissero dalla Libia e siano stati armati dalla recente guerra per uccidere Gheddafi (probabilmente da inglesi, francesi e quatarini, su suggerimento della nuova strategia obliqua del Pentagono… la stessa che sembra aver ideato il recente colpo di stato in Mali, operato da ufficiali maliani formatisi in USA, come sostiene il video di the real TV…). Io credo che sia un po’ troppo complottista però l’idea che svariati gruppi di “integralisti islamici” siano tutti infiltrati dalle strategie oblique statunitensi… Si considera troppo potente un impero che si dimostra invece piuttosto “mean”, meschino, nei mezzi e, militarmente parlando, non troppo sagace e raffinato… è tutt’al più capace, anche per risparmiare qualche dollaro, di suscitare il caos – shakerando prima dell’uso le divisioni etniche (che hanno pur sempre una base razzista, sono un po’ il razzismo politically correct in tempi di democrazia…), nazionali e religiose di una data regione – vedere come evolve la situazione con i compagni di merende disposti o in azione sul campo e, giusto se le cose non vanno come pianificato, intervenire con la stessa enfasi che ultimamente pervade le previsioni meteo (tendono a dare nomi roboanti, tratti dalla mitologia o dal peggiore metaforismo, sia alle operazioni militari che alle perturbazioni o agli uragani, forse per suggerire un senso di ineluttabilità, astratta fatalità e predestinazione alle missioni “liberatrici” del complesso militare industriale o postindustriale)… o intervenire con la stessa logica fondante della civiltà sorta dopo Hiroshima… che solitamente prima bombarda e molto dopo sbircia coprendosi gli occhi o mangiando patatine, tutto ciò che si incenerisce per terra. Ritengo che in quella regione di nessuno che è il deserto, in questo caso il Sahara occidentale, dove per decenni  sono state ricacciate popolazioni (cui in alcuni casi è persino stata cancellata la nazione di provenienza con un tratto di penna, cui sono stati bombardati villaggi col napalm!), possano trovare temporanee alleanze moltitudini erranti (anche nomadi) di guerriglieri e individui che odiano di un odio viscerale gli “occidentali” (e dunque gli americani che ne sono il referente principale, più potente ed egemone), con le loro mire imperialiste, l’accaparramento delle risorse naturali e l’impoverimento programmatico delle popolazioni locali, che hanno la sventura di avere sotto il suolo giacimenti di petrolio, uranio, oro e compagnia bella… Sì, possono essere odiati… non sono irresistibili, non sono il mondo migliore che possa esistere, come si raccontano, quello che assimilerà tutto ciò che si oppone loro, non sono quel popolo benvoluto e continuamente god-blessed che credono di essere… tuttalpiù una moltitudine (pur sempre particolare e storicamente determinata) di macchine-umane variamente assemblate e in miserabile competizione tra loro. Si eccitano, si elettrizzano e si entusiasmano così…


Lyotardiano nello stigmatizzare gli africani, cui piacerebbe libidinalmente essere schiavi, diretto nell’accusare di terrorismo di Stati Uniti, sagace nel sospettare che il vero obiettivo degli USA è probabilmente l’Algeria di Bouteflika (aggiungerei io: dati i suoi rapporti con la Cina e la non sufficiente, secondo la strumentale opinione degli Stati Uniti, collaborazione nella “guerra al terrorismo”), feroce nei confronti del presidente del Mali installato dopo il golpe che ha subito invocato l’aiuto degli ex-colonizzatori, l’uomo nel video qui su (un simpatico africano residente in USA credo, dall’aspetto quasi presidenziale ma dai toni molto più incazzati dell’attuale comandante in capo delle forze armate USA) per altri versi pone le basi, con i suoi discorsi di autodeterminazione armata panafricana  (ma non c’è mai stata una comunità continentale africana, come del resto non è possibile che ci sia una comunità unita di tutti i viventi presenti un continente anche altrove…), di una potenziale guerra su basi etniche (se non razziali) o di un conflitto con gli arabi, che sarebbero senza alcun dubbio, secondo lui, tutti pagati dalla CIA per destabilizzare stati altrimenti pacifici…

Volevo solo far notare come anche nell’opporsi alla violenza globale del dominio statunitense e “occidentale” si rischia di formulare giudizi del tutto interni allo stesso paradigma che si intende contestare… si agitano sempre spettri, fantasmi di qualcosa che non c’è (come le etnie, le comunità, le identità, i generi, i diritti, le divinità varie) in nome del quale battersi, uccidere, morire… Semplificare in questo modo non è certo la via più efficace per uscire dall’attuale pantano… Ho un’altra idea di semplificazione, che magari tenterò di spiegare in altri post…


“In Mali non è finita”, dice il professore Chester Crocker dell’Università di Georgetown, assistente alla Segreteria di Stato per gli affari africani nel 1980 ed esperto di sicurezza internazionale e gestione dei conflitti.

“Se le forze africane presidiano le città, ciò significa che il resto del territorio sarà nelle mani del nemico”. Ecco come parlerebbe un vero paranoico…
Senza contare che “sarà fondamentale che i francesi, così come gli americani, i britannici e i vicini africani, siano in stretto coordinamento con gli algerini, essenziali in questa storia.
Naturalmente all’interno delle cellule islamiche di cui stiamo parlando molti sono algerini, non Tuareg del Mali o della Libia, sono algerini“. Lo dicevo che questi mirano a destabilizzare l’Algeria!… (del resto i media facevano il tifo per le primavere arabe e si dolevano per la poca spettacolarità e il fallimento delle sommosse in Algeria… o in Marocco).

Pure rousseaiano il professore yankee quando dice: “Quello che richiederà tempi lunghi sarà piuttosto la necessità di ricucire e ricostruire il tessuto politico e il contratto sociale del popolo”
Fino ad ora il Mali in America era conosciuto più che altro per il film in cui Martin Scorsese sosteneva la panzana che lì fosse nato il blues… (ma si sa, gli americani mandano avanti prima Hollywood… l’hanno fatto anche con noi… Pensano a come rendere profittevoli le risorse culturali locali… lo fecero col neorealismo… Prelevano solo quegli elementi che possono essere messi in comune col loro modo di vedere… danno una chance… e nel frattempo pensano a dove installare basi militari).

Tra l’altro questa faccenda del blues è stata impiantata pure nelle popolazioni saharawi (quelle di cui parlavo prima, bombardate col napalm dai marocchini nel 1975… dopo il dissolvimento della colonia spagnola del Sahara Occidentale)… Furono ricacciate in un campo profughi dipendente dagli aiuti ONU che si trova in Algeria poco sopra il Mali (ci deve essere qualcosa che proprio interessa, da quelle parti)… Mariem Hassan, che in questo video, che incrocia in modo un po’ forzato blues e litanie saharawi, canta accompagnata da chitarra elettrica, dai campi profughi è finita a fare concerti in giro per il mondo…

A proposito di fronte frattale del conflitto.

Anche io mi sono dedicato ad “Alchimie etniche” in musica, ma più per trovare punti di contatto tra culture e sensibilità diverse, aprire le limitate strutture occidentali ad elementi nuovi o, più probabilmente, per mischiare materiali sonori senza un centro che si potesse definire “etnico” o “world” (anche se oggi avrei chiamato il CD “Alchimie modali” per non incorrere in equivoci)… e “world” è una sorta di “centro di recupero” globale per anomie locali… queste operazioni le fanno altri per colonizzare… per assimilare culture e popoli nella Grande Macchina della Competizione… Così come fecero con gli schiavi negri nei campi di cotone: come hanno confezionato tessuti dal cotone raccolto, hanno anche confezionato il blues da chi raccoglieva cotone… e comunque sempre roba grezza per farci altre robe più raffinate su cui farci soldi è (nel mio caso, il mio pezzetto di cervello in affitto, la percentuale coloniale del 50% sull’insano privilegio dei diritti di proprietà intellettuale del “vivaio di musicisti” della Rai, come lo chiamava un funzionario di quelle parti…). Non posso dirmi “innocente”… gli “scopi nobili” vanno sempre a farsi benedire, quelli ignobili restano… (del resto alla Rai non potevano essere interessati se non avessero percepito un principio di malvagità in quello che ascoltavano… “più percussioni”, suggerivano… “più musica suonata con le mani, meno loop”… ma io non avevo nulla di autoctono, di originale, di tradizionale, da proporre… la mia immaginazione non ha un territorio, una legge (forse delle regole del gioco, sempre mutevoli)… mi avevano scambiato per qualcosa che non sono (non avevo alcuna intenzione di travestirmi da arabo o turco o indiano come si usa fare tra molti musicisti attratti dall’esotico per estrarre tradizioni pure con lo stesso spirito del WWF nei confronti degli animali in via d’estinzione… o sistemare tappetini da ginnastica e altarini Ikea come fanno certi fissati con lo yoga e le religioni orientali… che non sono certo sadu)… ma senza né Tradizione, né piena conformità alla moda – o allo sfruttamento – del momento si rimane in una terra di nessuno, che è appunto la mia… e quella del branco di post-moderni sparsi per la società postindustriale con tante idee e capacità, ma poche relazioni produttive indipendenti… e non parlo di nicchiette culturali… Insomma più che un “vivaio”, a me sembra una tonnara… o un deserto).


Complicare o semplificare? | L’ambivalenza della guerra in corso

Il nostro edificio è bellissimo, perfetto… Non riuscirete mai a farne uno simile… Occorrono decine, centinaia di anni per pensare un’architettura così complessa e condivisa… e comunque, con-dividui, nel caso aveste idee diverse, abbiamo i droni…
[…]
Provate a tornare a casa… non ce l’avete una casa!… e allora provate a vagare fino a trovarne una… nomadi pezzenti.

(da “Adaequatio rei ad imaginem” di Valerio Mele)

Innanzitutto bisognerebbe capire a quale guerra in corso mi riferisco… Forse alla IV Guerra Mondiale di cui parlava Baudrillard?

“La prima [guerra mondiale] aveva posto fine alla supremazia europea e all’era del colonialismo; la seconda al nazismo; e la terza al comunismo. Ciascuna ci ha portato sempre più vicini all’ordine mondiale unitario di oggi, che si sta ora avvicinando alla sua fine, in ogni parte, ad ogni lato in lotta contro forze ostili. Questa è una guerra di complessità frattale, condotta su scala mondiale contro realtà singole ribelli che, come gli anticorpi, oppongono resistenza in ogni cellula”.

1 – Rassegna di blog sulla guerra in Mali e non solo…

(consiglio di prendere fiato prima di leggere: vi sono domande molto lunghe e piene di parentesi)

…o mi riferisco a questa nuova guerra in Mali (che pur ho cominciato a seguire in un commento che ho intitolato  “L’ITALIA E’ IN GUERRA (di nuovo) MA LA CHIAMANO “SUPPORTO LOGISTICO” in cui narro le gesta e le opinioni di Prodi, Terzi, Leon Panetta, Bersani e alcuni giornalisti inqualificabili… azzardando alcune ipotesi circa la nuova strategia indiretta del dominio statunitense),  le cui motivazioni reali [più che appassionandosi agli scontri tra i ribelli Touaregs del Mouvement National de Libération de l’Azawad MNLA, forze governative invocanti l’aiuto del protettore globale, fantomatici integralisti-terroristi-alquaidisti dai metodi talebani come Ansar Dine, il Mouvement pour l’Unicité et le Jihad en Afrique de l’Ouest (MUJAO), Al-Qaïda au Maghreb Islamique (AQMI) e Boko Haramvenuti fuori non si sa da dove e finanziati non si sa da chi, di cui si sa solo quello che passa la propaganda guerrafondaia occidentale – e chissà quante altre ulteriori etnie e gruppi maliani…] si spiegano comunque in buona parte dando un’occhiata alla mappa di uno stato posticcio (messo su da un golpe militare per rimpiazzarne uno corrotto, marionetta ultraliberista dell’IFI) sezionato dai diritti di esplorazione (concordata evidentemente da team multinazionali, da squadre munite di squadrette) delle compagnie petrolifere?…

…o [le motivazioni reali di questa guerra in Mali] si spiegano meditando sulle altre risorse naturali di cui il paese è ricco (“fosfati, ferro, molto oro estratto dalle sabbie del Sahel, diamanti, petrolio, uranio, bauxite, manganese, ecc.”)… o su questo movente da società gassosa che suggerisce Olympe de Gouges?

Il ministro delle miniere del Mali, Amadou Baba Sy, ha firmato, il 18 dicembre 2012, un decreto attestante l’acquisizione da parte dello Stato del blocco 4 del bacino di Taoudeni, precedentemente concesso a ENI e Sonatrach (Sipex), multinazionale algerina (2° esportatore di GNL e GPL e 3° esportatore di gas naturale del mondo) dallo spodestato presidente Amadou Toumani Touré.

Di quale guerra in corso stiamo dunque parlando?… Un post notevole di Miguel Martinez inquadra il fenomeno Mali per come lo possiamo leggere in questo momento, con tre racconti, un’ipotesi e due vie, fornendo una lettura per certi versi in trasparenza dei mutamenti del mondo e delle società (anche “occidentali”) nell’epoca del superamento della forma stato-nazione… nell’epoca della “globalizzazione” intesa come smaterializzazione dei confini dello sfruttamento:

  • Racconto primo, che è l’unico che sentirete nei media o dai politici. Ci sono i soliti Pazzi Terroristi Islamici, che questa volta agiscono nel Mali, che sta da qualche parte tra l’Afghanistan e l’Iran, forse. Sgozzano, vietano i film, picchiano le donne. Due minuti d’odio. Ma ecco che si alzano in volo i nostri luccicanti bombardieri dotati di insetticida, evviva!

  • Racconto secondo, leggibile in represensibili angoli di Internet. Ci sono, è vero, i Pazzi Terroristi Islamici, solo che sono al servizio dell’Emiro del Qatar, che è amico dell’Occidente, e quindi è tutta una truffa.

  • Racconto terzo, reperibile anch’esso solo in luoghi reconditi. Ci sono i saccheggiatori francesi, o americani, che stanno facendo un’ennesima guerra per riportare a casa un carico di… segue un lungo elenco di risorse naturali, tratto da Wikipedia.

Voglio però costruire lo stesso un’ipotesi, magari piena di bachi. I paesi che si definiscono “civili” hanno avuto negli ultimi due secoli come caratteristica fondamentale lo Stato Nazione. Si tratta di un immenso dispositivo impersonale che tiene insieme la società.
[…]
Il Mali, disegnato sulla carta da qualche amministratore francese poco amante dell’arte, è uno dei paesi più poveri del pianeta.
[…]
Le ricche risorse minerarie non solo non danno lavoro, ma provocano la cacciata dei contadini dai loro villaggi.
E il paese è popolato da almeno tre grandi etnie che non si amano affatto. Quindi, uno Stato Nazione semplicemente non ci può essere nel Mali.
[…]
Il Mali si trova su due vie fondamentali. La prima è quella dell’emigrazione dei nigeriani verso nord. La seconda, a sorpresa, è la nuova grande via della cocaina sudamericana verso l’Europa, per valori che superano quello di tutto il prodotto interno lordo di molti paesi della regione. Quindi, ciò che succede nel Mali si ricollega sempre alla Grande Idrovora, al nucleo del dominio che risucchia il mondo, e alle incessanti lotte per attaccarsi alle sue tubature. Quando non c’è uno stato nazione, o c’è solo per finta, la società si organizza in altri modi. Questa è ormai la regola in vaste aree del mondo, forse la maggioranza.
[…]
Tutto questo diventa interessante, se ci rendiamo conto che si tratta di un processo mondiale. Lo Stato Nazione inizia a crollare in realtà a partire dal centro del dominio: lo constatiamo tutti anche qui, dalle infinite piccole crepe.
[…]
Una vicenda come quella del Mali diventa così di enorme interesse, ma non per il gusto di fare il tifo di squadra. Per capire il futuro del mondo.

Alessandra Corrado di Uninomade, dopo aver descritto in modo chiaro e lineare la situazione attuale in Mali e le ragioni che avrebbero portato popolazioni nomadi ad alzare il tiro delle rivendicazioni territoriali fino a chiedere l’indipendenza dei territori a nord del Paese, giunge a queste conclusioni che sottolineano un iniziale e forzato processo di “semplificazione” del fronte da un lato e dall’altro (pur finendo per schierarsi in favore di fumose ed improbabili rivendicazioni sociali che dovrebbero salvare il paese dalle parti in conflitto… prospettiva irrealistica che fa quasi desiderare la fine dello stato del Mali e il trionfo dei gruppi armati anti-occidentali…):

La guerra senza fine mossa dall’Occidente contro il terrorismo sta avendo l’effetto paradossale di rafforzare e unire le organizzazioni fondamentaliste, producendo come si legge su Le Monde diplomatique una «autostrada dell’internazionale sovversiva», che va dal Pakistan al Sahel, passando per l’Irak e la Somalia e attraverso la quale circolano combattenti, idee, tecniche di lotta, armi, in una guerra contro le “nuove crociate”. Si rileva infatti che dal 2001 queste nuove guerre hanno avuto luogo in paesi musulmani – Afghanistan, Irak, Somalia, Libano, Mali, e non dimenticando Gaza. Ma individuando solo nella motivazione cultural-religiosa l’elemento di scontro e lotta si occultano quelli che sono i veri interessi in gioco fra le parti – quelli di una economia mineraria ed espropriatrice – e le strategie di mobilitazione sociale attivate, anti-occidentali da un parte e securitarie e islamofobiche dall’altra.

Scrive invece Sebastiano Isaia circa la guerra in corso, a suo avviso sociale e sistemica, su cui stiamo indagando (che costituisce la precondizione dell’intervento militare in Mali, come di altri passati e futuri interventi “umanitari” e che parla più di ciò che accade e accadrà qui in Europa):

Qui fa capolino la vecchia illusione europeista, ridicolizzata a suo tempo da De Gaulle, teorico dell’«Europa delle patrie», di chi immagina possibile la creazione di uno spazio politico-istituzionale di tipo federale (gli Stati Uniti d’Europa) attraverso una pacifica e totale cessione di sovranità da parte di tutti i Paesi europei. E quando dico pacifica non intendo alludere solo alla guerra di tipo tradizionale, quella che ha sconvolto e insanguinato periodicamente l’Europa, ma anche alla guerra di tipo economico-sociale, che infatti è in pieno corso nel Vecchio Continente. Anche qui, la guerra degli eserciti in armi non è che la continuazione della guerra sociale incardinata sul solito mantra capitalistico: profitti, profitti, profitti! La guerra sistemica (economica, scientifica, tecnologica, politica, culturale, psicologica) è la guerra peculiare dei nostri disumani tempi. I raid aerei “umanitari” ne sono solo l’ultima manifestazione. Ma può capirlo questo chi ha in testa gli Stati Uniti – e capitalistici! – d’Europa come il massimo di “utopia” possibile nel XXI secolo?

Un noto Institut infine, cui si abbevera la sapienza filo-atlantica della pregiatissima dirigenza politica italiana (e cui è doveroso far riferimento per capire le intenzioni da questo lato del campo, tese a quanto pare a non compattare e semplificare gli schieramenti come sostiene Alessandra Corrado), lascia intuire tra le righe (scritte in inglese) a che serve “il processo di frammentazione in corso dei gruppi jihadisti” (ops! ma non si stavano ricompattando?) e la proliferazione di “nuovi gruppi di insurgent con figure regionali sul modello di Bin Laden”… e cioè (questo è quel che penso) ad una rinascita della (bushiana) “guerra al terrorismo” sotto una nuova forma (obamiana) di guerra strutturale, di guerra preventiva, di “guerra giusta” con un fronte interno ed esterno, non più localizzabile ai confini dell’Impero, ma ovunque e ad ogni livello, con nemici più o meno arbitrari, che gestisca il caos non risolvendo più il conflitto in senso classico, clasusewitziano (data la crisi irreversibile degli stati-nazione), ma preferendo operare anche come i terroristi (il che potrebbe far capire come mai al Quatar, per esempio, secondo alcuni, sia stato lasciato il compito di appoggiare sia il “terrorismo” che gli interessi NATO), sollecitando e sostenendo un conflitto asimmetrico o “a bassa intensità” (includendo cioè il “rischio” di schegge impazzite come Mohamed Merah per convincere l’opinione pubblica interna della necessità e legittimità della guerra) e generando un fronte frattale, complesso fino all’impossibilità cioè di un esito che possa dirsi positivo o negativo… una strategia di governance del caos, da stato d’eccezione permanente che solleciti continuamente l’appoggio di un’opinione pubblica tenuta in costante stato d’allerta, che includa mezzi (come riassume Mazzetta) di libero bombardamento con dronikilleraggio mirato di qualunque cittadino, anche straniero… che cerchi “nuovi modi di cooperare con i governi locali anche in situazioni in cui non ci si fida pienamente di loro, replicando in qualche modo la corrente relazione USA-Pakistan in un contesto differente”, come si legge nell’articolo originale:

The decision by Mokhtar Bel Mokhtar to target the BP plant and attack Algeria’s strategic interests seems to be a reaction to France’s intervention in Mali, but in fact it stems from an ongoing fragmentation process among jihadi groups that are probably going to take the initiative with new attacks and kidnappings. The ensuing dynamic among terrorists in the Sahel and the governments fighting them will mark the beginning of a new phase in the “war on terror”, with the proliferation of insurgent groups and regional Bin Laden-like figures. Western countries, in turn, will need to learn new ways to cooperate with local governments also in situations where they would not fully trust them, somehow replicating the current US-Pakistan relation in a different context.

Ci si potrebbe chiedere quale possa essere lo scopo di una guerra sistemica, generalizzata, preventiva“giusta”, frattale, permanente, ecc… è ancora guerra?… o è semplicemente l’impossibile governance globale che si rivela per quello che è?… e cioè una gestione violenta dello stato d’eccezione permanente determinato dalla difesa ad oltranza degli interessi del capitale “globale” nell’epoca della crisi del dominio imperialista americano, coperti in modo sempre più approssimativo dai fantasmi (che ancora incredibilmente dominano le allucinazioni collettive della pubblica opinione occidentale) della Democrazia e dei Diritti Umani?…

E’ lo scenario messo in campo, per esempio, dalla Guerra al Terrorismo, in cui, dietro un’apparente gestione razionale degli eventi, si cela un mostro di innesti e proliferazioni nel tessuto stesso della società, che si pretende Razionale e che si suppone esista (pur essendo una sorta di finzione scenica, la rappresentazione di un ordine semi-naturale, un sostrato mitico su cui adagiare il corpo-in-frammenti del sistema). Dunque questo Dualismo terrorista, questa Eccezione del Diritto, quando rivela la sua verità oscena, nascosta dal Sistema che la copre e la supporta occultamente, sembra presentarsi come fosse la Realtà… Ma è un mostro creato in laboratorio…

(da “Il feto-monolito e lo schizo-capitalismo”)

Vengo a sapere oggi che la guerra in Mali sembra sia “finita” (o forse è solo un’impressione di qualche commentatore), che le truppe franco-maliane abbiano sfilato per le strade festanti di Timbuctù, che ci saranno nuove elezioni per mettere un fantoccio più conciliabile con gli interessi delle multinazionali dell’estrazione mineraria, che Leon Panetta ha ammesso il coinvolgimento statunitense nell’operazione e che gli stessi USA intendono costruire una base aeronautica per i droni (come del resto accadrà anche in un’altra colonia, l’Italia, col progetto MUOS), dicono, per sorvegliare i fantasmi alqaidisti (da loro stessi invocati…) che dovrebbero arrivare dal deserto…

2 – Teoria e prassi dei conflitti contemporanei

dalla rottura della linearità del conflitto tra stati-nazione alla dimensione frattale, labirintica, aleatoria, deterritorializzata, spettacolare, proliferante, contagiosa dei conflitti (sociali, economici, politici).

Dalla rassegna riportata nella prima parte emerge una differenza di opinione sui conflitti… in particolare tra la posizione di Alessandra Corrado e il post del noto Institut… Quest’ultimo, pur rispolverando la roboante “war on terror” scrive di una visione complessa del conflitto (che include terminologie come proliferazione, processo di frammentazione…) che si suppone di poter controllare (ma vedremo in quale modo schizo-paranoide, caotico, segreto e ben oltre gli ormai sostanzialmente superati limiti moderni del conflitto convenzionale…), mentre la prima sostiene che una reazione militare di un certo peso compatti una resistenza, delineando un andamento schmittiano del conflitto, fatto cioè di semplificazioni di un fronte più complesso. Dunque cosa accade: si semplifica o si complica all’infinito in modo proliferante e frattale questo fronte?

Sebastiano Isaia ci ricorda il pensiero di Schmitt e le semplificazioni del potere (nazional-socialista o liberale-capitalista poco importa… parliamo di tecnologie di controllo e di strategie di dominio – comuni a dittature e democrazie – volte a difendere proprietà, beni, capitali, rendite, profitti, rapporti sociali dati, ecc…, che oggi sembrano essersi nebulizzate tra le teorie cognitiviste e il marketing, rese fruibili anche dagli infanti, più che essere espresse con la propaganda paranoide che costruisce il “nemico”):

Nel 1932 Carl Schmitt, teorico della dialettica amico-nemico (Legalità e legittimità), scrisse che la contesa politica nella moderna società della tecnica si svolgeva ormai quasi completamente attorno alla figura del nemico di turno descritto ossessivamente come brutto e cattivo, come una «entità esistenziale» irriducibilmente «altra»: è questa caricatura «umana» che infatti si dà in pasto al popolo assetato di «senso» («che senso ha tutto ciò?, di chi è la colpa?») per riceverne l’appoggio e la legittimazione politica, ed esso mostra di gradire una tale «semplificazione». Chi non ha «denti critici», preferisce ingoiare le pappe «predigerite» – più spesso già defecate.. – amorevolmente cucinate dagli altri.

Ma senza incartarci nella costruzione del nemico o dell’amico o della vittima o nelle empasse della logica ricorsiva della ricerca di una impossibile (e dunque finta, arbitraria) giustizia ultima e neutrale così ben raccontate e illustrate da RAV

(“Questa è una guerra in cui nessuno ha diritto di vincere” […] “Soprattutto, l’inganno della prima vittima si basa sull’inganno del soggetto politico. Per costruire un’unità politica – un popolo, ad esempio – a partire da un aggregato di singoli è spesso necessario «semplificare» la complessità dell’aggregato in questione” […]  “Se la prima vittima non esiste, o meglio esiste soltanto come mito, appare del tutto vana la pretesa di rivendicare un ordine politico neutrale o una soluzione neutrale del conflitto”)

riprenderei dal rovesciamento del noto motto di Clausewitz (“La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”) da parte di Foucault e di Deleuze-Guattari, per i quali il motto diventa: “Il potere è la guerra, la guerra continuata con altri mezzi” (Difendere la società di Foucault) oppure in Capitalismo e schizofrenia di Deleuze-Guattari:E’ la politica che diventa continuazione della guerra, è la pace che libera il processo materiale illimitato della guerra totale. La guerra smette di essere la materializzazione della macchina da guerra, è la macchina da guerra stessa che diviene guerra materializzata”. Oltre ad evidenziare il carattere generalizzato e microfisico del conflitto contemporaneo, dunque rintracciabile in tutti i rapporti di potere o sul piano molare della rappresentazione, Deleuze-Guattari scrivono in particolare dell’indisciplina della macchina da guerra, che in qualche modo rischia sempre la fuga dal controllo della macchina statale:

Non si può certo dire che la disciplina sia la caratteristica della macchina da guerra: la disciplina diviene il carattere indispensabile degli eserciti quando lo stato se ne appropria; ma la macchina da guerra risponde ad altre regole […] che animano un’indisciplina fondamentale del guerriero, una continua messa in discussione delle gerarchie, un ricatto perpetuo all’abbandono e al tradimento, un senso dell’onore spiccatamente suscettibile che contrasta con la formazione di stato. (cap. Capitalismo e schizofrenia, in Millepiani)

per poi giungere al paradigma contemporaneo del “nemico qualunque” (fissato dal controllo totalitario o, se si preferisce, dal dominio reale del capitalismo):

Abbiamo visto la macchina da guerra mondiale prendere proporzioni sempre più grandi [..]; l’abbiamo vista attribuirsi come obiettivo una pace ancora più terribile della morte fascista; l’abbiamo vista mantenere o suscitare le più terribili guerre locali […] l’abbiamo vista fissare un nuovo tipo di nemico che non era più un altro stato, e nemmeno un altro regime, ma il ‘nemico qualunque’ […] multiforme, manovriero e onnipresente[…], d’ordine economico, sovversivo politico, morale”. (ibidem)

Nemico qualunque di cui anche io scrivevo quasi un anno fa a proposito di questa guerra frattale, totale praticata per lo più in modo non convenzionale, da terroristi, mercenari, traditori, doppiogiochisti infiltrati, agenti dei servizi segreti, trafficanti, sovversivi, folli armati, ecc:

I sospettati siamo tutti noi… “colpevoli” semplicemente in quanto coupable, “colpibili”… da un potere che per funzionare non deve reprimere secondo un criterio logico, razionale, ideologico, punitivo, castratore (che ritagli i suoi particolari capri espiatori per assoggettare o soggettivare delle masse produttive, rincoglionendole a suo comodo), ma statisticamente, in modalità random, senza che si produca alcun soggetto (se è vero che vi è una «crisi della produttività di soggettività»)… La nube (di connessioni possibili e tecnologie di controllo) che chiamiamo, semplificando, “potere” è così che agisce quando performa al meglio… quando è al passo coi tempi. Il minimo dispendio col massimo profitto. Non c’è nemmeno bisogno di mobilitare reti terroristiche, investire in infiltrazioni, attentati, corpi speciali, mettere su complotti, logge segrete, ecc… Il sistema è abbastanza schizofrenico da mettere direttamente d’accordo il dispositivo di controllo e la sua eccezione terroristica, senza che sia necessario un complotto o una stretta di manoLa produzione di discorsività individuali sovversive è un effetto collaterale (e fortemente invocato e incentivato) dai meccanismi di controllo totalitario già in atto. […] Il fantoccio del terrorismo potenziale sembra funzionare in qualche modo… in pensieri, parole, opere e omissioni… Ormai sembra che la dinamica di ogni conflitto sia disinnescata a monte… (a me sembra che si impedisca con ogni mezzo il sorgere di nuovi modi di produzione, spostando continuamente il conflitto su un piano simbolico, metaforico… in una sandbox di conflittualità su base etnica, religiosa, nazionalista, ecc… è solo di questo che si ha paura… che si tocchino i modi di produzione, la proprietà privata/pubblica, i metodi di estrazione di plusvalore, difesi dagli apparati e dalle macchine umane che ne fanno la guardia… Si ha paura che riprenda in concreto questo discorso… per questo la si butta sulla follia, sulla schizofrenia… che ormai è sistemica… è il cuore del sistema, che reagisce col suo criterio paranoide di auto-legittimazione… Si fa di tutto purché scompaia la realtà e non sia possibile un’azione con una qualche efficacia, che produca una trasformazione dell’esistenza cibernetica o miserabile che ci si prospetta…).

E’ chiaro che in questa prospettiva, dal punto di vista dello spettatore-killer “occidentale”, siamo di fronte anche ad una simulazione di guerra, quasi un videogame… cosa che fece affermare a Baudrillard che la guerra in Iraq non ci fosse stata, scomparsa come era dietro la fantasmagoria iperreale della sua sovraesposizione mediatica… Baudrillard si dimostrò più volte abile nel destreggiarsi tra i paradossi e le allucinazioni del mondo contemporaneo… Memorabili anche la sua descrizione dell’America come traversata nel deserto a folle velocità, come scomparsa del reale in una dimensione deterritorializzante in cui sprofondano e si s-terminano tutti punti fermi della modernità…

“La velocità è creatrice di oggetti puri, è essa stessa un oggetto puro, perché cancella il suolo e i riferimenti territoriali, perché risale il corso del tempo per annullarlo, perché va più in fretta della propria causa e ne risale il corso per annientarla. La velocità è il trionfo dell’effetto sulla causa, il trionfo dell’istantaneo sul tempo come profondità, il trionfo della superficie e dell’oggettualità pura sulla profondità del desiderio. La velocità crea uno spazio iniziatico che può implicare la morte e la cui sola regola è quella di cancellare le tracce. Trionfo dell’oblio sulla memoria, ebbrezza incolta, ebbrezza da amnesia. Superficialità e reversibilità di un oggetto puro nella geometria pura del deserto. Correre in macchina crea una sorta di invisibilità, di trasparenza, di trasversalità delle cose attraverso il vuoto. E’ una sorta di suicidio a rallentatore, attraverso l’estenuazione delle forme, una forma deliziosa del loro sparire. […] Nostalgia dell’immobilità delle forme dietro l’esacerbazione della mobilità. Analoga alla nostalgia delle forme vive nella geometria”

(Da “L’America” di Jean Baudrillard)

E nel deserto ci si ritrova anche in Mali… in una guerra lampo, annunciata ed evocata da tempo (senza vittoria possibile perché i “nemici” sembrano fantasmi del deserto,  come ne Il deserto dei Tartarirevenant… scomparsi chissà dove, così come erano giunti)… mancava giusto la passerella dei soldati francesi a Timbuctù, supportata dagli alleati, figuranti di interessi osceni, volti ad accrescere l’obesità ubuesca di un sistema capitalista ipertrofico… che si muove non per un senso qualsiasi, ma per l’inerzia dei suoi contratti e obbligazioni, dei suoi business siderali, desertici, votati ad una distruzione sempre sospesa, quanto insensata (…relativamente… c’è sempre bisogno di riprodurre il rapporto sociale alla base del capitalismo quando questo va in crisi o genera crisi… e ricomincia sempre dai margini del vivibile e dell’abitabile… facendo il deserto… tendendo fino allo spasimo le potenzialità dello sfruttamento intensivo ed estensivo, agendo la morte, o la caduta tendenziale, che scaccia da sé).

Interno alle figure de “Le strategie fatali” (come quella dell’ostaggio) sembra essere anche l’assalto al compound in Algeria… in cui la posizione indefinibile degli ostaggi (multinazionali) nega qualsiasi funzionalità e senso alla rappresaglia (clausewtziana non direi proprio a questo punto…) che si era tentato di mettere in atto… Ognuno si è rivelato ostaggio di qualcosa, compresi i guerriglieri, ostaggi degli ostaggi… che il governo algerino, ostaggio dell’intervento francese, si è trovato a gestire a modo suo, per evitare di essere coinvolto maggiormente nel conflitto… I maliani del nord ostaggi di alcuni di gruppi armati che i paesi del blocco NATO sono corsi a “liberare”, il Mali “ufficiale” a sud ostaggio delle politiche coloniali “occidentali” (si veda il paragrafo “Notre triste statut d’otages in questo articolo critico dell’intervento militare “per procura” scritto da Aminata Traoré, una femminista maliana, come ricorda il blog Marginalia), noi stessi ostaggi dei sistemi di approvvigionamento energetico che la nazione cui apparterremmo ci ha approntato con altri stati-nazione fantoccio potenzialmente ostili… Siamo in una logica costantemente reversibile e ambivalente… in cui sembra decisamente naufragare il progetto di Edgar Morin di voler affrontare, pensare e gestire la complessità del reale a colpi di pedagogia ed epistemologia… ma ancora in nome di un umano ormai improponibile o divenuto regno del kitsch, sentimentalismo da soap opera… spalmato come marmellata su una distesa di macchine da guerra.

Non ci si può voltare dall’altra parte. Il campo di battaglia pieno di morti che è il fine di ogni guerra secondo Elias Canetti (in Massa e potere) è un campo di segni. I nostri discorsi, i nostri concetti, giacciono su un campo di battaglia, ordinati e contenuti da confini mobili che ne determinano la praticabilità, li suddividono in categorie, evocano significati o fantasmi di senso… la guerra ci insegue ovunque, fin dentro i pensieri (finzioni tattiche intagliate da una finalità strategica che ci sfugge e che cerchiamo se non altro come direzione, se non vi è più da tempo un centro che tiene… campo di battaglia del -getto nel sog-getto, del /dividuo nell’in/dividuo, futuro che brucia il margine del presente/passato, caos entropico che si condensa in materia ordinata e visibile), determina contro ogni possibile autonomia o anomia il nostro essere residenti, cittadini, viventi in quanto ostaggi di uno stato (o lavorate alle nostre condizioni… o crepate!)… la morte ci incalza nelle retrovie sempre, schierata sul campo come fosse qualcosa che ci è estraneo… Non c’è migliore definizione della guerra (e della vita) che questa di Canetti, questa assurda lotta tra vivi e morti:

Peculiarità di questo particolare tipo di lotta fra morti e vivi è il suo carattere intermittente. Non si sa mai quando accadrà nuovamente qualcosa. Forse non accadrà nulla per molto tempo. Ma non vi si può contare. Ogni nuovo colpo giunge improvvisamente dalle tenebre. Non c’è alcuna dichiarazione di guerra. Dopo una sola morte, tutto potrebbe essere finito. Ma potrebbe anche continuare a lungo, come nei contagi e nelle epidemie. Si è sempre in ritirata, e non è mai davvero la fine.

Noi “occidentali” ragioniamo come un esercito. “Sussumiamo” le nostre sensazioni e i dati esperienziali in un presunto ordine (che visivamente è sempre una “griglia“… di concetti, di soldati, di operai, di fabbriche, fabbricati, campi, isolati… che tende sempre a quadrare). In logica, per sussunzione, un gruppo diviene parte di una insieme ad esso gerarchicamente superiore. Nel caso di un individuo è necessario diventi “studente” tra i banchi, “militare” eventualmente o “impiegato”, ecc… e, in tutti i casi, un “cittadino” sottoposto al quadrillage delle leggi e del pattugliamento poliziesco e all’esposizione delle videocamere di sorveglianza… La sua natura di libero animale bipede, che vaga liberamente, senza precise traiettorie e senza confini viene sussunta in una cultura che ritaglia e (ri)definisce gli spazi e i tempi del suo agire (e del suo pensare) in continuazione. Lo scrivevo qui

Dunque la guerra è morte che si vuole allontanare da sé come se fosse il nemico, assecondando un delirio paranoide (più anima, più proprietà, più profitti) di immortalità, di accumulazione perenne. Lotta per un’universalità impossibile.

E ancora (lascio delle ultime riflessioni come appunti)… guerra di segni: andirivieni ambivalente di depistaggio-complottismo/sabotaggio-sovversione, paranoia/schizofrenia… E ancora: spazio dell’indisciplina… violenza eccedente che può sempre rivoltarsi controviolenza che risponde all’eccedenza di plusvalenze virtuali, di aspettative di utili già divenute titoli, la nuova terra di un capitalismo finanziario dai tratti “feudali”.

* * * * * * *

C’è poi chi, come Obama, dopo Hiroshima, ha ancora il coraggio di “scatenare “una campagna infinita per IMPORRE i nostri valori”… e ancora lui, sempre alla cerimonia di consegna del Premio Nobel per la Pace lancia intendere, tra le righe, l’annuncio degli eventi bellicosi che verranno: “Le guerre fra nazioni sono sostituite sempre più dalle guerre all’interno delle nazioni. La resurrezione di conflitti etnici o settari, la crescita di movimenti secessionistici, guerriglie e Stati allo sbando intrappolano sempre di più i civili in un caos senza fine“.

Le caratteristiche della guerra contemporanea per Alessandro Dal Lago, nel suo libro “Le nostre guerre”, sono la guerra globale, privatizzata, preventiva, asimmetrica:

Si è trattato di guerre di aggressione «asimmetriche», nelle quali l’uso di armi di distruzione di massa sempre più sofisticate e potenti ha reso soverchiante il potere distruttivo degli aggressori e sottratto agli aggrediti ogni speranza di salvezza. E molto spesso gli aggressori si sono fatti forti del proprio strapotere economico arruolando truppe mercenarie di contractors, alle dipendenze di grandi corporations globali, talora in numero superiore a quello dei combattenti di ruolo. E si è trattato di guerre «privatizzate» nelle quali non esiste più un «nemico legittimo», definito come tale dalle norme del diritto internazionale, come un tempo accadeva.
La logica delle guerre di aggressione contemporanee è la stessa di qualsiasi «guerra civile», nella quale si lotta fino all’estremo e non si fanno prigionieri. Per di più, si tratta di guerre che non hanno la finalità di una conquista territoriale: si combatte su scala globale coinvolgendo potenzialmente il mondo intero. La finalità è un obiettivo strategico di dimensioni planetarie che coincide con la volontà egemonica degli Stati Uniti e che si esprime attraverso la costante minaccia dell’uso della forza.

3 – SCENA FINALE

– Uscite fuori!
– Non ci fidiamo… ci volete ammazzare!
– Uscite fuori: lì siete reclusi! E se continuate a star lì morirete… il cibo scarseggia… qui sareste liberi!
(Si sentono spari dalla caserma)
– Ecco! Abbiamo ucciso chi voleva uscire… Smettetela di tormentarci, spiriti delle tenebre!…
– Pazzi!… Ma che fate?… Uscite fuori!…
– Voi non esistete… siete voci nella nostra testa!… E comunque abbiamo un regolamento da rispettare… Andatevene via!… via!
– Uscite fuori, se volete vivere!…
(Caricano i fucili… altri spari. Silenzio).

* * * * * *

Infine la canzone, dalle direzioni paradossali, che mi ha suggerito questo lungo post… che alla fine mi lascia con la sensazione che non si possa non sfidare la complessità con un’altra complessità… divergente… ogni tanto forse, al momento più propizio, occorrerebbe semplificare… (intensificare il conflitto)… ed è vero… forse la guerra è infinita… ma è anche vero che “noi” che non siamo il fantasma di una totalità maggiore della somma delle sue parti, abbiamo già vinto.

Left on man (di Robert Wyatt)
(che si potrebbe tradurre con A sinistra, amico… ma resta il sotto-significato di Lasciato per l’uomo… traduzione mia)

(Coro: Semplifica! Riduci! Semplifica di più!)

Quando si dice “Libertà”, qui a nord, si intende la nostra libertà di usarti
E se non collabori, ti tagliamo le linee di approvvigionamento
Ma sarai libero di riconnetterti, se ci chiedi perdono
Tu dici che semplifico un po’ troppo, beh… faceva così anche Albert Einstein
Non ci sono vie di mezzo: Pentagono über alles!
Non c’è mai stata una via di mezzo, è questo il punto
Non c’è mai stato un posto che potesse essere una via di mezzo
Sinistra o destra dell’equatore


Per una genealogia dell’in/dividuo (appunti) | prima parte

«Nietzsche in Umano, troppo umano accenna ad “un’autoscissione dell’uomo” attraverso la quale “l’uomo ama qualcosa di sé, un pensiero, un desiderio, un risultato più di qualche altra cosa di sé”, in questo modo tratta se stesso “non più come individuum, ma come dividuum”»

(Luther Blisset)


(mentre il suo tempo si sta dissolvendo, i morti, gli espropriatori del lavoro morto altrui, i borghesi che verranno, sottraggono al sovrano il suo oro… il patrimonio “immobile” diventa “mobile”… troppo mobile per un sovrano così ebete… che ci somiglia tanto… o sembriamo più degli scheletri? l’uno e gli altri… il fottuto e il fotti-fotti generale…)

Qualche secolo fa, nell’ambito di questioni relative alla successione e alla divisione delle proprietà e dei privilegi, era sorta la necessità di distinguere tra individui (gli aspetti “intellettuali” e “spirituali” di cose e persone) e dividui (gli aspetti corporei di cose e persone)… con i primi evidentemente privilegiati rispetto ai secondi da secoli di religioso lavaggio del cervello… Questo percorso si andò intensificando nella trattatistica giuridica specialmente nel periodo che va dal 1500 al 1700 e nelle regioni europee dove era più evidente l’emergere di quei soggetti che avrebbero dato vita alla moderna “borghesia”, evidentemente interessata alla de-territorializzazione del valore, all’autonomizzazione del valore di scambio, non più legato alla terra o alla nobiltà del lignaggio, quanto alle ricchezze equivalenti via via più facilmente e velocemente trasportabili, se non falsificabili… Questo libro è del 1670. O c’è anche Scipione Gentili… con questo libro o quest’altro: “De dividuis et individuis obligationibus” (pag.89).  Questo schema è del 1538e c’è anche questo libro del 1650.

La divisione delle proprietà e l’affermarsi della proto-borghesia rendeva evidentemente necessario privilegiare l’immateriale indivisibile sul corporeo divisibile… Già il paradigma metafisico dell’individuo, inteso come anima indivisibile e immateriale, teorizzato da S. Tommaso, dava un’impronta stabile a questo modello, che intendeva l’essere umano come un composto appunto indivisibile di materia e forma, in cui quest’ultima, che sarebbe l’anima appunto, dominava il complesso degli elementi corporei col suo principio trascendente, la sua sostanza spirituale, semplice e inestesa, analoga a quella divina… libera di intendere,  volere e… di far quel che vuole, aggiungerei io, proprio come un despota feudale o un sovrano con i suoi sudditi… il cui privilegio soprattutto (più che l’anima) sopravviveva al corpo… nelle successioni e nelle eredità.

E qui, tra i nostri contemporanei, alcune curiose riflessioni di Caracci sulle implicazioni metafisiche e politiche dell’individualismo borghese che ridefinisce contrapponendovi il “dividente” e “dividendo”

Alcune citazioni latine a casaccio dai trattati citati:

“Est autem Dividuum, res quae apta nata est, ipso iure cum aliquo eius effectu partes accipere. Individuum, res, quae apta non est, ipso iure cum aliquo eius effectu partes accipere”.

“Omne illud in Legibus dicitur dividuum, cuius pars respectu partis tantam prestat utilitatem, quantam totum respectu totius”.

“De caetero partes recipit dominium, sed pro indiviso, quae magis habentur animo, quam corpore, quod vel maxime cernimus in re duobus pluribusque communi, cuius quidem singuli in solidum domini non sunt, cum naturalis ratio satis demonstrat hoc fieri non posse, ut si unus habeat totum jus libere disponendi de re aliqua, quod dominii est, alterum quoque eodem jure gaudere, sed singuli partes eius rei habent, ita tamen confusas et commixtas, ut una ab altera separatim cerni tangique nequeat, h.e. indivisa”.


L’AUTONOMIZZARSI DELL’INDIVIDUO E LA RIMOZIONE DEL DIVIDUO

Ah, questi junker… che continuavano a porsi, con più cinismo, l’antico problema di spartirsi gli schiavi ereditati… “li seghiamo in due non traendone alcun vantaggio? li lasciamo vivi sotto un dominio incorporeo individuale o ne dividiamo i servigi?”.

«Recte dividimus contractus in dividuos et individuos. Utrum autem stipulatio, vel alius contractus dividuus sit, vel individuus, ex natura rei in contractum deductae, vel facti promissi aestimandum erit»
(da “De divisionibus contractuum” di Torrascassana)

Prima dell’invenzione del “contratto sociale” era l’in/dividuo stesso ad essere oggetto di contratto… (si può notare una vera e propria rimozione della trattatistica giuridica pre-moderna – in un arco, come dicevo, che va dal 1500 al 1700, con propaggini fino al Terzo Reich – la quale mira a regolare diritti di junkers o di nuovi feroci proprietari di fondi che cominciavano ad armarsi di obbligazioni, note di banco, fideiussioni, aggirando l’odioso maggiorasco, secondo Marx “il senso politico della proprietà”, o i fidecommessi che tutt’ora sopravvivono con il nome di “trust”, ecc… pur continuando comunque a far “religiosamente” riferimento all’interpretazione metafisica dell’individuo della scolastica… che perdura tutt’ora, anche se secolarizzata, parcellizzata come le proprietà fondiarie nel codice napoleonico… Cicerone che scriveva, riferendosi a persone viventi, di “dividuus” e “individuus” era un avvocato, del resto, prima e oltre che un filosofo… e nel diritto romano la distinzione tra dividuum e individuum riguarda più che altro le obbligazioni). Nelle citazioni in latino che ho disseminato qua e là e nei trattati (che non sto qui a tradurre…) è chiaro che la nascita del debito è connaturata al concetto tutt’altro che astratto di individuo (proprietario, possessore non solo di beni ma anche di /dividui viventi, come i servi per esempio, parte divisibile in caso di successioni o debiti… col corollario, paradossale ma non troppo, della minaccia della shakespeariana “libbra di carne” da asportare sempre in agguato: se il debito è inesigibile, si divida l’individuo… che in fondo tale non è, anche quando lo è, se non formalmente).

La durezza di questo e arbitrario passaggio violento dall‘individuo al dividuo (incombente come una spada di Damocle) si è ammorbidita col tempo, dopo una fase di crudele “accumulazione primaria”, in un’articolata “divisione del lavoro”… più simbolica e meno traumatica…
Dalle concezioni degli Junkers, secondo Engels (e Marx), avrebbe preso spunto anche quello che il malefico duo dileggiava come “socialismo utopistico” (di Proudhon) e che ipotizzava di trasformare il valore in ore di lavoro, saltando a piè pari (in questo i due arrogantoni avevano una certa ragione, comunque molto discutibile) le contraddizioni in esso inscritte: “I buoni di lavoro di Rodbertus mentono dunque nel modo più assoluto: ma bisogna appunto essere un Junker della Pomerania per immaginare che possa esistere una classe operaia la quale trovi conveniente lavorare 12 ore per avere un buono di lavoro di 4 ore”.
Comunismo, socialismo o capitalismo originavano tutti comunque da un possibile differente accordo /dividuale rimosso… senza il quale non vi sarebbe stato né plusvalore/forza-lavoro, né “divisione del lavoro” come la intendiamo modernamente… Tesi classicamente comunista marxiana (di un Marx ancora un po’ troppo hegeliano in questo) è quella secondo cui o c’è la divisione del lavoro, con tanto di “individui empiricamente universali”, o c’è “la vecchia merda” [MEOC, V, p. 31], la lotta per l’accaparramento di risorse, il dispotismo feudale (similmente, le democrazie totalitarie – quelle che si autodefiniscono liberali e moderne – si fondano sul pericolo del “peggio”, delle dittature, delle guerre, ecc… pur essendosi macchiate di crimini orribili). Non si pone mai un’altra possibilità…

LAVORO VIVO/LAVORO MORTO

Schrödinger, come è noto, scrisse del paradosso del gatto vivo/gatto morto… Cosa c’entra con l’in/dividuo?… ma d’altronde, cosa c’entrano con tutto ciò Salomone e Karl Marx?


(Nella vicenda del giudizio di Salomone vi è il paradosso del dividere una proprietà vivente… in questo caso è l’elemento terzo a trionfare, la spada, sulla disputa “territoriale”, l’emergere di una legittimità “naturale” mediante la minaccia della violenza, di una “divisio naturalis” nascosta, mediante una “divisio civilis” basata sulla minaccia del potere… tutto il meccanismo è comunque innescato dal concetto di proprietà… del figlio vivo/morto… I marxisti, per esempio, difendono il “lavoro vivo” allo stesso modo della madre disperata della vicenda biblica… dimenticando la sussunzione originaria, l'”obbligazione”, la distinzione delle identità, delle proprietà, dei ruoli “naturali” degli attori sociali, come premessa della divisione del lavoro… Insomma: invocherete e a viva voce le vostre catene, pensando di difendere un diritto acquisito… Altra questione: che ci guadagna il regno di Salomone? come estrae un “plusvalore” primitivo da questa vicenda?… Avrà rafforzato un principio di divisione dei compiti e delle proprietà, base imprescindibile per l’estrazione del plusvalore… A quei tempi andava tutto al regno, con le sue politiche d’alleanza, di prestigio ostentato in oro e di appropriazione anche improduttiva delle ricchezze, come osserva Bataille, ne “La sovranità”, a proposito di feudalesimo… in tempi moderni va tutto agli innumerevoli padroncini e, con svariate quanto opache mediazioni, alla rendita finanziaria… Complimenti a Salomone… “shalom”, appunto… la stessa “pace” che regna ancora adesso… Nell’era di Schrödinger però, forse la questione del figlio vivo/morto, del lavoro vivo/morto s’è un po’ complicata… stiamo lavorando? ci stiamo divertendo? ci appartiene qualcosa? non ci appartiene nulla? guadagnamo davvero qualcosa dal lavoro altrui? o perdiamo tutto?… probabilmente entrambe le cose… e questa legge vale anche per i grandi capitalisti, che pensano di farla franca… viviamo un’esistenza probabile… o improbabile…).

BANCAROTTA, DE-CAPITAZIONE E CAPITALE…

“Chi era così ricco da essere pieno di debito del sovrano francese aveva la sfortuna di rischiare la decapitazione, uno dei metodi preferiti per risolvere la crisi finanziaria del regno. Tra il 1500 ed il 1800 la Francia fece default per otto volte, un evento soprannominato salasso anche per il sangue che sgorgava”.

Più o meno la stessa epoca (1500-1700) che io indico come il periodo di trasformazione dell’individuo (e del “dividuo”) da obbligazione a soggetto per eccellenza del diritto privato e proprietario (come anche dell’esperienza filosofica, estetica, sensoriale, ecc)… Il “caput” del capitale una volta si decapitava (l’individuo era divisibile, con la violenza se occorreva)… non era il profitto di alcuni (che non erano il sovrano) a contare, ma solo quello (soprattutto simbolico, in termini di prestigio e supremazia) del re. Mano a mano gli intermediari e gli organi autonomizzati poi hanno preso a smembrare il regno, prendendosi ognuno un po’ di sovranità per sé e dando vita a questo “uomo privato”, questo “idiota” aristotelico che chiamiamo “individuo” (inteso anche come cittadino, borghese… beneficiario di diritti, sempre meno obbliganti), nel senso che non divide il suo piccolo gruzzoletto, il suo diritto relativo, la Merce o il Denaro che egli stesso è e che occulta irrimediabilmente dentro e fuori di sé il /dividuo… la traccia della sua antica schiavitù (…come anche della sua possibile libertà).


LE PLANARIE SONO /DIVIDUI?

Come le teste dell’Idra, come il Due nell’Uno, come il Doppio perturbante freudiano… ci sono anche questi vermi piatti, le planarie, che non fanno sesso… le tagli e si riproducono (c’è un video giapponese delirante in questo post)… o comunque si riproducono per scissione longitudinale!…

Anche Escher ne fu affascinato e le fa muovere, viventi e curiose eccezioni, tra solidi platonici:

Qui il senso della parola “individuo” si perde del tutto… come quando, prima di essere embrione e dopo essere stati morule, eravamo blastule… (pieni cioè di blastomeri… come le planarie… poi però ci differenziamo un po’ troppo, decadendo nella forma umana). Per di più, senza questa fase da vermi piatti, manco ci saremmo attaccati a parassitare l’utero di una donna… che infatti sanguina a causa di questo ancoraggio…


Fino all’Elsa…

“La vita non è che un’ombra che cammina; un povero commediante che si pavoneggia e si agita sulla scena del mondo, per la sua ora, e poi non se ne parla più; una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla”.
(Shakespeare, “Macbeth” atto V, scena V)

In un’intervista al WSJ Elsa Fornero afferma:

“Stiamo cercando di proteggere gli INDIVIDUI e non il loro lavoro. Il comportamento delle persone deve cambiare: lavorare non è un diritto, bisogna MERITARSELO, anche attraverso il SACRIFICIO PERSONALE”.

Ora… parlando da /dividuo, chi sarebbero questi INDIVIDUI, distinti dalle persone (sottinteso: “giuridiche”… poveri commedianti, ruoli precari in questo gioco di società…)? Chi o cosa non deve essere /dividuo, diviso, ma restare individuo? Chi dev’essere tutelato (contro altri che tutele non avranno mai, né ne hanno mai avute)?… E’ la fine del diritto come lo conosciamo… questo è neo-feudalesimo (altro che neo-liberismo o biopotere, nella versione colta!… anche se a differenza del feudalesimo non c’è nessun sovrano, con relativi immobili improduttivi, ad incarnare in un territorio un principio trascendente… il sovrano che ci meriteremmo, il denaro, questo Dio esploso, secolarizzato, è sparso ovunque… è mobilissimoin cielo come in terra, nei paradisi fiscali come nelle nostre tasche… e qui ce n’è sempre meno, sempre meno…

Anche se non tutte le perdite di sovranità vengono per nuocere… In mezzo a tutto questo parlare di “titoli sovrani”, di paranoide “sovranità monetaria”, di dismissione della “sovranità nazionale” è da ribadire quanto scriveva costui (onde evitare anacronistiche restaurazioni delle rovine presenti…): andrebbe ricordato, per placare gli animi belluini nazionalisti, che “la sovranità non è NIENTE” (da “La sovranità” di George Bataille)… Ma vi è purtroppo la tendenza a tornare ad una sorta di mai superato diritto obbligazionario… legato questa volta al territorio virtuale (ai titoli de-territorializzati) della finanza, che finisce per degradare la pur insensata persona delle democrazie liberali ad individuo, governato, vincolato, ob-ligato, re-ligato, per natura… Che l’individuo (l’obbligazione che consideriamo come una “persona”, ecc… per ignoranza, scarsa memoria, totale assenza di dignità o istrionismo da “commediante” shakespeariano) sia perduto per sempre… Che non vi sia più chi “obbliga” o chi è “obbligato”… e, più in là, neanche la sua mascherata: niente privato, niente pubblico… né proprietà.

Geometri… rompete le righe!

(Una CATASTOfe!).


“E adesso specchi riflettete”.

Per contrastare questo schermo, questa navigazione, questo net surfing, questo continuo al di là dello specchio (in perfetto stile Alice nel paese delle meraviglie) evoco un poeta surrealista suicida, attraverso le sue parole: “E adesso specchi riflettete”. (Jacques Rigaut)

Avanti… alzatevi dalla sedia… andatevi a sedere comodi da qualche parte e riflettete… invece di accettare questo piacere a dosi omeopatiche (un post, una foto, dei “commenti”… o, come su Facebook, un “mi piace”, un “condividi”…) che vi solleva (ma per quanto?) dalla difficoltà di vivere… Sottraiamo il tempo alla macchina globale, alla Grande Rete…

Per me la Rete serve per catturare più che mettere in comunicazione… limitare, virtualizzare e controllare gli spazi d’azione. E’ piacevole… ed è innegabile il suo fascino… Seguo questa metafora dello schermo che si comporta come uno specchio strano… che non rimanda la propria immagine, ma l’aldilà dello specchio (come nel Paese delle Meraviglie)… ci mostra che non siamo noi stessi… ma mille rivoli di pensieri, immagini, idee… si sostituisce all’analogo movimento reale che è dentro di noi… lo contamina, lo condiziona… Io navigo comunque, nella realtà… La Rete è come se inserisse nella mia interiorità un’esteriorità fatta di possibilità pressoché infinite…

Allo specchioMa se stacco… vado a dormire… o mi faccio una passeggiata… io sovranamente penso, vago e rifletto (o rifrango, se sogno)… sono in presenza di uno “specchio”… Mi piaceva l’idea di guarire dallo schermo, guardandomi allo specchio, in un riflesso… cercare un’immagine, incarnare una finzione, modificarmi, modificare il reale… visualizzare me e tutto quel che mi attraversa…
Gli specchi di Rigaut, in un certo senso erano posti davanti ad ognuno di noi (quasi con un senso di sfida)… per rimandare un’immagine (ma non solo…) che forse dimentichiamo troppo, che ci sembra noiosa… e che forse emerge davvero e si delinea solo andando nel mondo… scavalcando l’insopportabile Narciso, attraversando paesaggi urbani, strade, campi… incontrando i volti e i riflessi altrui… infinitamente rassomiglianti, infinitamente diversi…

Insomma mi chiedo se uno specchio non sia più istruttivo di uno schermo…

Da uno schermo ci si aspetta costantemente qualcosa… Gli specchi invece, aspettano costantemente qualcosa da noi…

Qui davanti allo schermo domandiamo… interroghiamo la macchina… che risponde (per modelli…).
Lì, davanti allo specchio, siamo interrogati, ci vengono poste domande… si avanzano miriadi di richieste… si focalizzano azioni… sulla soglia dell’immaginario (ideale dell’io o io ideale), di ogni immagine possibile, vi è della magia… la possibilità di mutare di-segno.


S-LOGARE L’ECONOMIA

Tratto da riflessioni tra me e me sulla bacheca di FB.

Quello che è da abbattere è la cornice, il “frame”, il contenitore… dunque la moneta (il contenitore vuoto, potenziale, di ogni cosa degradata a merce). E con esso ogni caposaldo dell’economia (domanda e offerta, prezzo, costo, mercato, merce, proprietà, lavoro) e della psicologia correlata (individuo, identità, bisogno, desiderio…). La prima “domanda” in economia sarebbe:

Di cosa abbiamo davvero bisogno?“…

Proudhon rispondeva: l’abitazione e i mezzi di produzione per il proprio sostentamento… Io aggiungerei la felicità (condivisione, riconoscimento, libertà, rispetto, mangiare, bere, dormire, scopare, ecc…). Il problema è soprattutto che la collettività (come in/dividui di un insieme locale, virtuale, in relazione) si garantisca anche il superfluo (senza schiavizzare o sfruttare nessuno o senza inscenare tragedie e sacralità improbabili), il sovrappiù da spendere in modo improduttivo (la festa, il gioco, l’arte… vedi Bataille, Caillois), ciò che si consuma senza reimpiego… non regalandolo ad una classe egemone (mediante estrazione di plusvalore trasformabile in rendita finanziaria, capitale o rendita tout court).

Altra domanda topica sarebbe:

“A cosa attribuire VALORE?”

Di certo non al denaro, alla merce o al lavoro. Allora torniamo (escludendo il “valore di scambio”, il mercato, la legge della domanda e dell’offerta) al “valore d’uso” delle cose? No… in quanto l’uso non è un valore, anzi… in nome dell’utile si distruggono e si disprezzano cose e persone… Ha valore quello di cui si ha bisogno e che non deve avere un prezzo, ma un COSTO in termini di forza impiegata, di tecnologie e risorse e di qualità prodotta. Dunque niente mercato (e neanche stato ovviamente) ma scambio di questi quattro elementi (se ci limitiamo alla sola produzione): forza lavoro, tecnologia, risorse e qualità prodotta.
Ma occorre anche uscire da un’analisi produttivista del costo (e pensare l’economia come il ciclo vitale di un “ambiente”… sia esso un in/dividuo, una regione o il pianeta intero)… Ricombinazione dell’intero ciclo economico in ogni suo punto e momento… Il costo non è costo di produzione soltanto, ma anche di distribuzione, scambio e consumo. E questo non può essere regolato a cazzo di cane, alla anarco-capitalista maniera, ma deve essere programmato… io, sostengo, da istituzioni, municipi virtuali, de-territorializzati (non dunque i nostri “comuni” e neanche il “comune” come lo intende Toni Negri)… software… produzioni immateriali convenzionalmente riconosciute, così come riconosciamo il denaro, accordi politici in/dividuali che valgano per un certo (o auspicabilmente per un gran) numero di persone e siano automatizzati e revisionati collettivamente (…municipalmente) per calibrarne e valutarne gli effetti collaterali.

DIFENDERE LA VITA DALLA SOCIETA’ (parafrasando l’imperativo “difendere la società” dal potere, che è di Foucault). Lo scopo di tutto questo marchingegno sarebbe quello di contenere la violenza e la sopraffazione, l’impiego della forza che espropria gli individui della loro proprietà “naturale”… che è quella dei bisogni (che etimologicamente è un “somnium” rafforzato dal “be” di derivazione germanica…) così come dei desideri (che sembrano derivare dal cielo, “de sidereo”). Con che cosa difendere dunque “sogni” e “cielo”, bisogni e desideri, questi fantasmi semi-aleatori, giocosi, che ci determinano? Con un esercito? nooooo… Allora solo con la sovrabbondanza di sogni e cielo, precipitati in una massa di persone, con nuovi linguaggi che sgominino l’inganno dell’identità dell’individuo come delle comunità (e degli stessi bisogni e desideri che, a quanto pare evidente dai dispositivi di controllo contemporanei, sono manipolabili e feticizzabili in funzione del mercato con tecniche sofisticate di psico-marketing… PNL, psicologia cognitivista, pubblicità e merda varia…). Insomma occorre una certa forza potenziale, di una certa massa critica, per poter difendere i “municipi”, i bisogni e i desideri dall’attacco insensato delle formiche del lavoro e del parassitismo del mercato e dello stato. De-mercificare, de-statalizzare le attività e il tempo (la quantità, l’intensità, la forza e la qualità) di lavoro il più possibile… (e qui è fondamentale riformulare la valorizzazione del tempo-di-lavoro inscritto in ogni processo economico come mera quantità!).

(Scrivo appositamente con un misto di “generi”, stili, che attraversano più campi del sapere… dal momento che non riconosco alcuna specializzazione o professione… l’importante è non escludere ciò che viene considerato eterogeneo, anomalo… altrimenti ci ritroviamo nuovamente in un carcere, in una clinica, in una città, in una centrale, ecc… in quella “divisione del lavoro“, che ha prodotto modelli e standard… dunque la fine dei giochi possibili…).

Tutto questo per far capire che non c’entro niente coi sostenitori del “libero mercato“, coi “libertarian“… l’unico “mercato” teoricamente accettabile, per me è lo scambio di prestazioni, servizi, prodotti, tempo, sforzi, idee, energie… senza alcuna mediazione di terzi (che siano il denaro o lo stato). Insomma non sono un neo-mutualista americano, non mi ispiro alla scuola marginalista austriaca e Rothbard mi fa cacare!… Meglio il mutualismo socialista a questo punto… ma senza “società”.
Il capitalismo di buono ha solo il movimento di DE-TERRITORIALIZZAZIONE degli scambi (che però vincola al prezzo e al denaro come linguaggio universale… bella porcheria!) e l’uso delle TECNOLOGIE IMMATERIALI (o meglio a bassissimo consumo e con grande pontenziale di relazione e ricombinazione, che però utilizza in una rete centralizzata, a fini di controllo)… Io smaterializzerei anche il potere e le istituzioni, che sono cosa decisamente pomposa, inutile e insopportabile (nonché violenta e militarizzata) a vantaggio della vita particolare di ciascuno articolata nella sua partecipazione (al gioco) degli insiemi asistematici, collettivi… quello che chiamo “municipi virtuali“.


Divagazioni sul porno e sul post-porno

Nate da una nota relativa ad un post di Fastidio, ecco le mie lunghe divagazioni sull’argomento…

La tesi dell’“autodeterminazione dei corpi” di Fastidio mi ha fatto venire in mente il principio di “autodeterminazione dei popoli” alla base della formazione del “corpo” delle nazioni. Credo che vi sia un equivoco territorialista da dissolvere… Non credo che si possa investire il porno di un ruolo emancipatorio, in quanto è fin da subito ricoperto di segni e feticci e appartiene al mercato (come tutto il resto… Inoltre nel porno vi è tutto un merchandising ad esso legato che continua a furoreggiare trasversalmente presso tutti i ceti sociali: nail art, tatuaggi, piercing, depilazione, palestre… ma si può estendere anche a lavande, clisteri, oli per il corpo, chirurgia plastica, ecc…). Il porno semmai è una forma d’arte fintamente realistica ed esprime questa o quella visione a seconda degli stili e delle mode che suggerisce nei suoi sottocodici (pompino-inculata-pompino è la tendenza media maggioritaria delle produzioni americane… ma anche variare sul tema è poca cosa, ai fini di un superamento delle logiche patriarcali, maschiliste, machiste, etc…). Il corpo a mio avviso esprime il suo desiderio scopando (ricevendo, ospitando, stringendo, infilando, sfregando, dando e prendendo… non ri-prendendo… spazializzando il tempo, non temporizzando lo spazio, uccidendolo nella successione dei frame, di istantanee)…

E il godimento femminile (…ma anche quello maschile)?
Non è questo… Non è la visione (mentale o su schermo)… questo è un gancio, un corollario che si lega al mercato, che erotizza la merce, che muta il paradigma sensoriale per innestarlo sulla macchina (da presa, quella sì puttana… orifizio che vorrebbe prendere e ri-prendere tutto)… L’immagine psichica promanata dallo schermo non è che un frame dominante con implicita voce fuori campo, che cerca di indicare: “Vedi, questo è scopare! Vedi, ecco cosa devi fare!”. E’ una forma di educazione (sensoriale, percettiva, prima che sessuale). Il porno è moralista più della Marzano, a mio avviso. Lascia penetrare i codici ben oltre il livello della significazione razionale…
Fece bene Lars Von Trier a far colpire senza pietà il fallo del protagonista di “Antichrist” giusto per dissolvere il feticcio visibile della sessualità. Ricordo che anche l’orgasmo maschile è invisibile: poiché non è dato dalla cappella, quanto dalle contrazioni della prostata… Qui si insiste invece nel voler far eiaculare anche le donne con lo squirt!!! E’ circo… è grottesco… passatempo per eterni adolescenti pipparoli. Qui si spruzza come dei bimbominkia all’acquafan
Il corpo a mio avviso non si può determinare, tanto meno auto-determinare… è infinito, senza territorio, diffuso come una nebulosa, privo di un centro… Ecco, il problema forse è la mania centripeta di fissare tutto in un centro (o in una messa a fuoco)… anche l’orgasmo… Ciò che fa più godere NON SI VEDE.
Ovvio che poi il porno può veicolare messaggi diversi da quelli patriarcali e maschilisti, poiché si tratta pur sempre di una forma d’arte (c’è un regista, un copione, dei close-up, dei tagli di montaggio). Io (delle produzioni fascio-americane che imperano, contraltare dei Mel Gibson, Madmax iperviolenti) troverei più interessanti, per esempio, proprio gli scarti di montaggio… quelli con la merda che guasta la pulizia artifiziale dei corpi… le risate della pornostar che si suppone (nella finzione idiota) vessata da uomini eiaculanti… le défaillance dei pornostar… le indicazioni del regista… le raccomandazioni per non farsi male… i certificati di sieronegatività… ecc… Quella è la sola esperienza reale di quei video. Per il resto è solo il trionfo della macchina da feticizzazione, l’ipertrofia da accrescimento e accumulazione, l’iperrealismo di cui parlava con grande lucidità Jean Baudrillard nei suoi scritti sul porno (vedi “Le strategie fatali” dove viene definito il porno come “più sesso del sesso”, sua simulazione, virtualizzazione e neutralizzazione…).
Dopodiché… il corpo si afferma più con la s-terminazione (dei segni che vi si sovrappongono) che con l’auto-determinazione. Spegnere lo schermo e risvegliare tutti i sensi. Il video dovrebbe rendere conto della sua violenza e della sua impotenza a fare sesso…

Il porno vero è forse più esteso ormai rispetto al ristretto ambito di alcuni video che vengono streammati gratuitamente e diffondono con piacere l’ipertrofia di segni e la produzione virtuale-desensualizzante della Santa Rete… ed è già nel corpo (di certi politici ben noti) costretto oltre la morte, dal viagra, a fingere desiderio… ad ammiccare al “fuori-scena” dell’o-sceno onnipresente (io sono voi, sento come voi, voi siete come me, yes we can…) per partecipare alla comunione della comunicazione, l’ostensione della merce. “Prendete e sborratene tutti”… e andate al supermarket.

Quanto alla donna-oggetto, di cui scrive Michela Marzano… è proprio un concetto da veterofemminismo. Anche gli uomini sono cazzi nei porno.

Qui siamo molto al di là del soggetto e dell’oggetto. E’ una macchina, la sua simulazione di produttività, la virtualizzazione dei corpi, la sua inerzia distruttiva e desensualizzante, che lavora incessante, automatica, “autodeterminata”… sussumendo a sé tutta la vita che trova davanti.

A questo si può reagire facendo risuonare fragorosamente nel visibile e nell’immagine tutti gli altri sensi… E, comunque, riprendendo corpo, con la sensualizzazione di tutto ciò che ci circonda. L’arte e l’estetica (che è disciplina dei “sensi” appunto) dovrebbero esplodere, donandosi ovunque… travolgendo anche il porno e le logiche del profitto… e le carceri (Famiglie e Coppie) cui viene delegata (specie alle donne) la cura e il desiderio… sotto gli auspici dell’altra pornografia, quella della retorica kitch dell’AMMORE, del Mulino Bianco, ecc…


Basta con la società

Sulla via del ritorno da casa di mia madre, sul treno, ho ripreso a leggere dopo alcuni anni un libro, un classico degli anni ’70: L’Anti-Edipo di Gilles Deleuze e Felix Guattari. Decisamente un libro anti-familista (come lo erano anche “La morte della famiglia” di David Cooper, certi scritti di Marcuse, di Laing… certi libercoli sulle comuni agricole e urbane). E’ un libro senz’altro sagace e un po’ paraculetto. Pure un po’ edipico e “neo-futurista”… Giusto per capire quello che andava di moda a quei tempi, c’è da osservare che si faceva un gran parlare di repressione e rimozione… Il freudo-marxismo imperante connetteva il personale al sociale criticando gli assiomi di un sistema da abbattere, quello capitalistico… insieme al suo sottoinsieme privato, la famiglia. Si inscenava la Rivoluzione, l’eterno presente del Desiderio… Per fortuna allora la “castrazione” (termine che trovo perentorio e per lo meno realistico, privo di ipocrite attenuazioni) era ancora una parola che aveva un senso e un diritto di cittadinanza testuale in psicanalisi (e oltre…). Ed il libro è pieno di “tagli” un po’ ovunque… Siano essi tagli di cazzi, cacca, segmenti, spazi istituzionali, territori, tempi, traffico, flussi, ecc…
Quel che proprio non va più di moda delle agitazioni e dei tumulti di quei tempi assurti a paradigma di ogni contestazione ricorrente è il potere visto come repressione, oppressione, controllo. E’ ormai chiaro a tutti (anche dopo “Dimenticare Foucault” di Jean Baudrillard, vero requiem di un’epoca di grandi ingenuità ideologiche) che ogni discorso sulla Liberazione s’è rivelato come l’anticipazione di una nuova deterritorializzazione da riterritorializzare (per usare termini antiedipici), di una nuova terra di conquista, di una nuova opportunità (di sfruttamento, di cablaggio), di un nuovo programma di incentivi, di una nuova strategia del sistema per ripiegarsi su se stesso e fregare il rivoluzionario schizo (schizofrenico, ma per finta… si tratta di una colossale mistificazione, quella di Felix e Gilles, una politicizzazione impossibile del “limite”, della follia). uomini in canottiera già pronti inconsapevolmente per D&GIn altre parole ci si liberava del tutto dalle ancore patriarcali per consegnare l’individuo nudo e senza appendici familiari (che non fossero meri simulacri o fantasmi di un passato da far scomparire tra gli aratri, le cinghiate, i baffetti e le canottiere bianche) alle circuitazioni, sussunzioni e connessioni della macchina capitalista. In definitiva, si consegnava l’individuo al mercato (venduta la rabbia, venduti i gadget del Che, i dischi della psichedelia, i francobolli di LSD, le varie saghe del rockettaro Ribelle, i memoriali delle fabbriche occupate, i fallimenti delle esperienze comunitarie, il look floreale, l’amore libero, ecc, ecc…), il bio-capitalismo rendeva artificiale qualunque verità del desiderio, della libertà, dell’amore, libero o meno che fosse…
Era già l’alba del punk. Di Johnny Rotten contro la Regina… E di quel punk, inteso come individualismo da spillette, di volgarità gratuite, di calcolate enterprise, che non è affatto morto. La realtà comincia a rumoreggiare col suo ron-ron di macchina erotica, sotto i codici belli e virtuosi della società e della morale… e anche la faccia plastificata e il sorriso (ammaccato alla Joker) dell’attuale premier precario è punkin un certo senso. I ruoli si confondono. Tra psicolabili e “psiconani”. Ruoli istituzionali che divengono amichevoli, erotizzabili… si qualunquizzano, per conquistarci dall’interno o per inorridirci fino all’accesso di follia.
Michel FoucaultChe siamo diventati? Fuggiti alle relazioni stabili, con divorzi e vite sentimentali caotiche… sfuggite all’obbligo di portar dote e sposarsi… Alla ricerca di un centro cittadino foriero di trasgressioni dionisiache, politiche e sessuali… Sfuggiti all’ingranaggio familiare (alla sua macchina molare) per cosa? Per diventare individui-mercato, il bersaglio (target) preferito delle pubblicità… Chi l’avrebbe mai detto che la trasgressione di Georges Bataille si sarebbe trasformata in “Lucignolo” su Italia 1? Deleuze sostiene che il Capitale (considerato un’astrazione che si fa soggetto) generi il problema e con esso, successivamente, la risoluzione, sia nevrotico, distribuisca colpe e trovi capri espiatori, lasci andare dei flussi deterritorializzati per successivamente riterritorializzarli nel suo corpo macchinico (sembra un paesaggio alla Matrix... e per certi versi l’Anti-Edipo è come un film di fantascienza…). Come dire: se fai un macello, se metti sottosopra la società o la tua coscienza, poi ci pensa papà-mammà a reintegrarti e a renderti funzionale… un “bravo figlio”, un “buon lavoratore”.
Il punto è che ora non siamo in una società poi così dispoticamente patriarcale… Anzi a dire il vero non c’è più la società (la più ingannevole delle mitologie rivoluzionarie o “di sinistra”), né vi sono gruppi, né amicizie, né amori… Sono tutti sussunti, raddoppiati, divenuti immagini di immagini, simulacri. I social network pullulano di groups, friends e spingono, spingono l’individuo a bastare a se stesso, splendidamente isolato, schermato, connesso, integrato e circuìto in un circùito integrato. Le tecnologie del sé sono molteplici. Anche la scrittura rivoluzionaria è una di queste (è un dato di fatto che “L’Anti-Edipo”, spacciato per libro terribile, è, nel suo genere, un best seller).Dunque cosa fare? Come sfuggire a questa griglia che ci pervade e persuade, piuttosto che ingabbiarci? Che ci impone immagini e frammenti già predisposti all’incastro, come in un puzzle?
Io ho suggerito di imparare a dissodare il terreno paludoso dell’immaginario, che parla una lingua vaga, blurred, sfocata… su cui nessun potere può aver presa certa… Forse la pubblicità può aver provato a giocare le sue sclerotiche figure retoriche su questo terreno… ma è impossibile disinnescare il potenziale delle analogie, delle onde portanti che formano i concetti, che ne spostano montagne.
La lezioneè la libertà intesa come libera deriva, libertà dal consumo e dalla produzione alienata, fine dell’universalità e della centralità. Privilegio del futuro, dell’avvenimento, di ciò che risulta imprevedibile a partire da qual si voglia paradigma…-getto nel mezzo della notte, che ci impone di roteare e disperdere, di accogliere e raccogliere. E di rispondere velocemente, come l’arciere che sa di essere il bersaglio.
Si potrà riprendere il cammino rivoluzionario quando si sarà rinunciato alla chimera della “società” per una relazione nuova tra individui, priva di qualunque illusione… quando gli
eremiti metropolitani si incontreranno per discutere di dettagli che si riveleranno finalmente maggiori del Tutto.
Nel frattempo continuiamo a seminare
s-ragionamenti, scoprire intensità e aprire le gabbie, ridisegnando nuove mappe immaginarie. Gettando alle nostre spalle questa schizofrenia capitale che dobbiamo imparare a scansare e mutare secondo nuove geometrie.
Nel momento della massima virtualizzazione della realtà, la guerra si gioca proprio sul piano immaginario… e prepara il terreno all’emergere della realtà, che a quel punto non si potrà più negare e contenere.


D.e A.D. – decentralizzazione e anomia dividualista (ex D.A.I.)

 (“L’uomo rotola via dal centro verso la X”.
(Friedrich Nietzsche)

Aggiunta del 1 marzo 2013. La D.A.I., viste le ultime ricerche e ipotesi sul dividuo, è diventata DeAD – decentralizzazione e anomia dividualista. Si prendono in tal modo le distanze anche da una tradizione (individualista di qualsiasi tipo) in cui non è più possibile riconoscersi (dato che, a quanto pare, non ci sottrae dai rapporti sociali che ci imprigionano).

Quanto all’anomia (oltre al rifiuto della chiusura che l’auto- di “autonomia” implica) è uno sberleffo alle tesi di Durkheim al riguardo… è la macchina ludica delle “periferie” e delle pratiche produttive e riproduttive che rifiutano il centro, contrarie appunto al nomos (come all’identitarismo, all’universalismo, al territorialismo) e favorevoli al gioco delle regole, alla ricombinazione delle relazioni tra insiemi di dividui al di là della divisione del lavoro o attraverso di essa.

simbolo della Decentralizzazione e l'Autonomia Individualista

Aggiunta del 12 marzo 2013. La D. e A. D. (Decentralizzazione e Anomia Dividualista) discute le premesse e le regole di una sorta di GRV (“gioco di ruolo dal vivo”… con spunti da LARP o da Nomic…) che orbiterà attorno a due istituzioni provvisorie principali:
– le utòpie (nome provvisorio e casuale delle note dei muncipi virtuali – divisibili in due, tra i contraenti, come l’antico symbolon – che regolano gli scambi secondo principi mutualistici, che contrassegnano il tipo, la qualità e il tempo di lavoro… e che costituiscono un patto politico dividuale oltre che un mezzo di scambio o un accordo di produzione, distribuzione, consumo – ricongiungendo in tal modo la separazione dell’economico dal politico. Lo scambio e la registrazione delle utòpie , o p.d.t. – perdite di tempo – viene regolato, mediante una sorta di gioco a livelli crescenti di coinvolgimento e complessità, dai municipi virtuali)
– i municipi virtuali (…deterritorializzati e anti-identitari…  sono istituzioni-software, calibrate collegialmente, atte a regolare e pianificare l’attività di un gruppo di dividui aventi come finalità strategica la decentralizzazione di poteri, energie e risorse e l’autonomia e autosufficienza degli stessi municipi – da munus + cipium, “ricevere un dono, un incarico, un servizio, un prodotto, un’opera, ecc” – vedi i significati latini di “munus” anche qui – con l’impegno volontario di ricambiare e partecipare; differente dal senso del “com-munis”, del mettere in comune, accentrando, regolando con la forza della necessità lo scambio dei beni… dal valorizzare e porre l’isituzione al di sopra delle volontà dei singoli in/dividui istituenti).

Seguono i primi spunti dell’idea originaria…

A proposito del nuovo simbolo. Ho scelto colori che vanno alchemicamente dalla nigredo all’albedo (meglio un’ispirazione lunare e non-violenta, ma con una punta di corrosiva acidità, la freccia) e che indicano in modo inequivocabile la forza centripeta del movimento… ritratto di Alcuni potranno trovarvi la citazione della “giduglia”, la spirale disegnata sul ventre di Padre Ubu… altri l’eccentricità di alcune armonie naturali chiaramente osservabili nelle conchiglie o nelle galassie… altri una irresistibile attrazione, contrario della “logica stringente”…
Lascio qui sotto, invece, la spiegazione del precedente simbolo, per meglio comprendere la genesi del logo e i commenti che seguono al post… La rimozione del profilo di Stirner, oltre che per motivi squisitamente estetici, è anche dovuta ad una certa insofferenza nei confronti dei predecessori, che, per definizione, è meglio che rimangano nei loro libri. Altro importante motivo è che  una premessa essenziale della presente idea “politica” è la imprescindibile critica dell’identità e della metafisica (che va da Nietzsche a Derrida) e dunque anche dell’esaltazione dell’Ego così cara a Stirner. La verità e la metafisica (le ideologie e le religioni che vogliono un pensiero unico, fondante) sono ancora peggio delle strutture economiche che hanno ispirato… Non credo che l’uomo debba cercare un’unica logica. E’ semmai costretto (anche dalla sua stessa “natura”) a dover praticare più logiche, cambiare idea, confrontarsi o distrarsi… e  seguire paradossi, infiltrarsi e contaminarsi.
Mi concentro sulla spirale (per uscire dalla storia, dalla dialettica e dall’incubo illuminista…). Come un neutrino che sfugge ad una supernova.

La D.A.I. (Decentralizzazione e Autonomia In/dividualista) propone una forma di federalismo esasperato, volto alla progressiva scomparsa, oltre che degli apparati centralizzati dello Stato, della Società (intesa come astrazione sovra-individuale, mitologema fondante) per nuovi progetti di co-esistenza basati su un “accordo politico“, piuttosto che su un “contratto sociale”, tra individui energeticamente e politicamente autonomi.
Una sua premessa teorica (a differenza del socialismo, del comunismo o del cristianesimo e del Mulino Bianco) è il “pessimismo antropologico”, che ritroviamo in pensatori come Hobbes, Machiavelli, ma anche in scrittori come de Sade e Lautréamont.

L’uomo non è “buono” per natura. La sua inclinazione alla prevaricazione rende quest’ultima la tendenza generale della società, che è la somma dei singoli in/dividui, per il solo fatto di essere possibile… Così chi si afferma nella società sono solo i “cattivi” (dal latino “captivi”=prigionieri… di una società – il fantasma preferito della convivenza umana – che ne asseconda e ne amplifica le inclinazioni perniciose). Si può dunque dire che la società è intrinsecamente “cattiva” e incapace di esprimere una giustizia che rispetti tutti gli in/dividui nella loro singolarità e specialità, poiché in realtà afferma il principio contrario. Quello di una norma generale che si ispira a presunti valori universali. La DAI, riconoscendo il “male” come costitutivo dell’uomo e della società (ma non esaltandolo in alcun modo), sostituisce la legge morale “Ama il prossimo tuo” dell’era dei Pesci con il più realistico invito a “Non nuocere agli altri” (in/dividui o viventi che dir si voglia). Critica aspramente tutte quelle ideologie volte a considerare le società come superiori all’in/dividuo e fautrici del suo bene. E inoltre tutte quelle religioni che inneggiano acriticamente e ipocritamente all’amore reciproco come unica legge morale. Per la DAI il senso della responsabilità ed una progressiva educazione alla libertà in/dividuale e al suo valore, determinato da nuove regole di scambio e convivenza, dovrebbero bastare a bilanciare le tendenze alla prevaricazione. Tale “pedagogia” potrà essere messa in pratica da scuole, laboratori e gruppi di in/dividui liberi (soprattutto dal ressentiment).

La DAI intende sostituire gli accordi politici in/dividuali alle Società e ai poteri centrali. Intende rimpiazzare il diritto (borghese, nato dalla Rivoluzione francese) di essere un “cittadino” con la possibilità di essere un “in/dividuo”, un “vivente”, libero e rispettato anche al di fuori delle logiche statali e nazionali.
In un contesto di dissoluzione dei principi che hanno fondato le democrazie liberali, di violazione programmatica del diritto internazionale, di messa in discussione delle norme costituzionali e della forma-stato, la DAI cavalca l’onda del cambiamento, piuttosto che attestarsi su posizioni giacobine di più di due secoli fa… che suonano come restauratrici e reazionarie (vedi i partiti e i molti movimenti a favore del “cittadino” che nascono sempre più numerosi). Non difendiamo né il diritto, né la prigione…

DECENTRALIZZAZIONE va intesa come allontanamento sia dai poteri centrali che dal modello energetico centralizzato. E anche dal modello bancario centralizzato. Come da quello architettonico, urbanistico… La DAI respinge l’idea di centrale. Invece di centralizzare tutto il potere (poteri centrali), l’energia (centrali energetiche), il denaro (banche centrali) e  le informazioni (nei database delle centrali informatiche), si dovrebbe tendere a non superare di molto la misura dell’in/dividuo. Devo poter toccare e conoscere chi amministra e accumula. Devo poter partecipare alle decisioni che riguardano la mia stessa sussistenza. Devo avere io stesso, eventualmente, questo potere (dividuabile, de visu, prima che individuale). Questo processo di decentralizzazione rappresenta un’istanza e non importa quale apparato possa essere considerato provvisoriamente più idoneo… purché si tenda a far coincidere il potere (inteso come principio di responsabilità e  rispetto oltre che come possibilità e capacità) con l’in/dividuo. Decisioni collettive nelle mani di ognuno. Niente elezioni e principio di delega. Si intende tracciare una via. Che dovrebbe condurre ciascuno a chiedere il minimo sforzo possibile ad altri in/dividui. E tendere all’autonomia…
AUTONOMIA energetica e autonomia, sperimentale e concordata, dalle Leggi, cui vanno affiancate (o che andrebbero sostituite con) delle più snelle e revocabili regole del gioco. Le Leggi (anche “costituzionali”) delle attuali democrazie sono contratti (anche millantati, non scritti come nel caso del “contratto sociale” e ad ogni modo mediati in modo troppo articolato e tramite deleghe troppo dilazionate per non risultare in realtà unilaterali) temporanei e convenzionali tra più insiemi di in/dividui (che altri chiamano classi)… e possono essere considerate come giuste nella misura della convenienza complessiva della moltepliclità degli in/dividui che ne riconoscono una qualche importanza o che vi sono sottomessi. Se nuocciono a troppi, o comunque nuocciono (com’è scontato) a coloro che non l’hanno redatta, non sono leggi giuste e perdono di legittimità e di forza. Nessuna legge è comunque legittima se non per convenzione (Diritto)… e, soprattutto, per Forza. Insomma il mitologico e fantomatico “contratto sociale” è una finzione tattica per dominare l’insieme complesso degli in/dividui, stipulato da una classe che domina degli insiemi… Per ridurre al minimo il rischio di interazioni conflittuali e favorire la tenuta degli insiemi, in assenza di una Legge e in presenza di un municipio virtuale deterritorializzato, decentralizzato e diviso secondo il volume e la sufficienza degli accordi, con delle regole del gioco valide tra chi le condivide, dovrebbe essere garantita come regola iniziale ad ogni individuo l’autonomia della produzione e degli scambi e la possibilità di istituire una serie di accordi politici in/dividuali regolati collettivamente, in senso municipale e tramite software decentralizzato (di un “hardware” da riprogettare). In questo senso la tecnologia (anche digitale) potrebbe essere intesa in senso virtuoso, invece che come strumento di dominio e sfruttamento da parte di un potere centrale. Così come, sul piano dell’esistere (ove si territorializzasse), le abitazioni dovrebbero essere costruite per far vivere autonomamente (con laboratori, fabbriche, orti, piantagioni e mezzi di produzione, anche di energia, a disposizione di tutti) il minimo numero possibile di in/dividui, ecc… Il consumo superfluo, distruttore di risorse, dovrebbe essere rimpiazzato da pratiche di s-valorizzazione come le feste, l’arte, ecc… (che possano creare spazi di potlach e libertà carnevalesca anche dall’equilibrio di bilancio continuo che richiederebbe il munus degli accordi politici in/dividuali).
E’ chiaro che queste due direttive non sono realizzabili nell’immediato, ma come ho detto, tracciano una linea di tendenza… che passa innanzitutto per un mutamento spirituale, per percorsi cognitivi singolari e differenti che prendano le distanze dalle falsità delle religioni e di alcune ideologie para-religiose e dogmatiche. Fine del contratto sociale, dell’Illuminismo e del sogno del “buon governo” (non esiste!). Fine della divisione del lavoro. Siano favorite le eccezioni, sfavorito il pregiudizio e il mimetismo. Al centro dell’attenzione ci siano l’in/dividuo e la sua autonomia. E la varietà del mondo. Una struttura decentralizzante estremamente capillare, simile ad una rete o, piuttosto, a un labirinto, con snodi centrali sempre più piccoli, svincolabili ma non isolati (con una comunicazione “da punto a punto”), dovrebbe garantire la complessità dello sviluppo collettivo e la qualità degli scambi. Nell’ibrido immediato sarebbe auspicabile la sburocratizzazione e la detassazione del lavoro autonomo (inteso anche come progettazione dell’autonomia dal lavoro salariato) e di nuove forme “societarie” o “associative” non padronali o a vocazione imprenditoriale ancora da istituire (che operino specialmente nel settore produttivo, alimentare, manifatturiero e della distribuzione)… La liberazione dalle retoriche identitarie, territorialiste e nazionaliste… La costituzione parallela del mutualismo sotto forma di municipi virtuali” e di un nuovo paradigma del denaro (inteso come “accordo politico in/dividuale” in luogo di “equivalente generale della merce”, che la D.A.I. chiama “utòpie”, moneta divisibile in due come l’antico symbolon)… Finanziamenti alla ricerca (o autogestione della ricerca) nel senso dell’autonomizzazione energetica e alimentare di ciascun dividuo (energie alternative, accumuli di scorte energetiche locali, diffusione dei mercati alimentari a vendita diretta, ecc…). Accanto alla ripresa e alla radicalizzazione di una nuova forma di resistenza dei viventi contro le politiche neo-liberiste, la mercificazione globale e la società del controllo tecnocratico e mediocratico.
C’è un immenso lavoro di distruzione da compiere. Anche se, molto probabilmente, il capitalismo ci sta già pensando da solo ad annientarsi… Il suo progetto di espansione globale fallirà in pochi decenni. Nel frattempo occorre rimpiazzare un po’ alla volta, con nuove relazioni, i rapporti di produzione e il deserto che avanza, sottrarci al lavoro dipendente e non far funzionare più la fabbrica ideologica della società. Fare di tutti noi degli in/dividui singolari e non ricattabili… non più prigionieri di costruzioni mentali e architetture discutibili…
C’è un immenso lavoro di riciclaggio delle materie e delle idee, reinvenzione, alchimia, mutazione e bricolage da compiere.
Ognuno resti al suo posto, piuttosto che innestare reazioni a catena già scritte e prevedibili, e “decostruisca” ed “eccepisca” il suo mondo più possibile.

NO FRENCH REVOLUTION.

Libertà, Uguaglianza e Fratellanza
diventano
Responsabilità, Rispetto e Giusta Distanza.