videomaker, fotografo, musicista e sound-designer

Articoli con tag “debito infinito

“Ogni promessa è debito” | un’esegesi eretica.

 

– Ti prometto che avrai un’identità, che sarai un individuo, una persona anche tu! ma sappi che, se non vi riuscirai (o se vorrai riuscirvi), dovrai contrarre un debito col signore (un qualsiasi signore, anche anonimo e in formato meccanico, digitale…) e non sarai degno di lui finché, proprio come una puttana nigeriana, non l’avrai estinto!

Così dice il padre delle moltitudini, l’Abrhamo maledetto… Peccato che il debito sia strutturato in modo da non estinguersi mai, dato che si tratta della potentissima evocazione del fantasma del valore. “Perché io valgo”… come il salvato dalle acque… acque che tutto mescolano (e che comunque fertilizzerebbero…), che vanno separate con simboli fallici eretti ad ogni pie’ sospinto (il bastone-serpente di Mosè, la colonna di fuoco durante l’esodo, ecc…), per portare gli esuli, i fantasmi del valore, nella “terra promessa” (il Denaro, la terra fantasma di un promessa mai mantenuta ).

Passeranno decenni prima che si estenda e sia comprensibile a molti la critica (non solo quella, più “tradizionale”, dell’identità e dell’universalismo, ma anche) dei processi di individuazione e del concetto (così poco di-vertente) di individuo… o che la Persona sia presa per il simulacro (la menzogna tattica) che è: il maledetto Terzo (che sovrasta con violenza l’incertezza inquantificabile dell’io-tu, delle relazioni senza vertice), il Denaro, l’equivalente generale di tutte le cose (anche profeticamente) mercificabili… il linguaggio che continuiamo a balbettare come scimmie estraendo un po’ più di senso, un po’ più di sperma (o di squirting, di eiaculazione fantasma) di quanto si possa sopportare… Più probabilmente parliamo di piscio, sangue e merda. Consumo, scarti, morti.

Annunci

“Noah”, il “caca-luce” e la partita doppia

(Dopo quella de “Il cigno nero”, un’altra recensione di un film di Aronofsky… Di “caca-luce”, ovvero del proiettore nelle sale cinematografiche, ho già scritto qui).

“Noah”, ovvero del fallimento di qualsiasi progetto elitista (con tanto di esito etilista…).

Ogni idea paranoide di perfezione, di destino, di completa distruzione e cambiamento rivoluzionario su basi utopiche, ideali, va incontro al fallimento. Viene tradita, in questo caso, da tutti i sodali familiari. Comunque questa genealogia (corrotta, a dispetto dell’idea nefasta di “purificazione”che pervade la mente di Noah) resta salva… la successione, la famigliola, la piccola sostanza sporca e maledetta del (soprav)vivere (sacra in tutti i film di Hollywood)… e l’oscuro disegno del “Signore”, questo disegnatore 3D, creatore e padrone virtuale di tutti i feticci (questi feti fetenti, risparmiati, saved, raddoppiati, piazzati in mezzo alle “cose” – surplus di codice raddoppiato… come nella partita doppia – che galleggiano sul mare della Crisi, nel finale). Dispotica e predestinante “mano invisibile” (o “ano invisibile” o qualunque altro oggetto parziale) che surcodifica e rimappa l’intero mondo, l’intero cosmo, anche in senso genesico (come si evince nella spettacolare sequenza dei noti 7 giorni)… ovviamente non riuscendoci (ormai neanche più nella finzione). Il Dominio che non può cogliersi nella sua totalità semplicemente perché non c’è (se non come effetto speciale senza causa, come pessima favola, come fantasmagoria stupefacente, istupidente). Su tutto il film pesa questo cupo destino mortifero del Potere cinematico statunitense… che brancola come un survivalist rintronato e assetato di sangue in tutte le caverne platoniche (o sale, stanze…) in cui si radunano gli incauti e ostinati spettatori-consumatori (anche quelli gratis… quelli “cattolici”, non paganti, non “protestanti”, per Grazia ricevuta di qualche server…).

L’Eroe-Coglione… quello che lavora, paga, si sacrifica, si indebita, fino alla fine… anche dopo che è fallito.


ovvero

Le avventure del Capitale e della partita doppia sotto forma di gemelline

Per gli appassionati di metafore ardite, quasi acrobatiche… Deleuze-Guattari ne l’Anti-Edipo specificano cosa intendessi per partita doppia a proposito delle due gemelle (intese come monete viventi e merce su due gambe) che Noah risparmia (i grassetti sono miei):

Prima della macchina capitalistica, il capitale commerciale e finanziario stanno solo in un rapporto di alleanza con la produzione non capitalistica, ed entrano nella nuova alleanza che caratterizza gli Stati precapitalistici (donde l’alleanza della borghesia mercantile e finanziaria con la feudalità). Insomma, la macchina capitalistica comincia a funzionare quando il capitale cessa di essere un capitale d’alleanza per diventare capitale filiativo. Il capitale diventa un capitale filiativo quando il danaro genera del danaro, o il valore un plusvalore, «valore progressivo, danaro sempre germogliante che spunta, e come tale capitale… Il valore si presenta tutt’a un tratto come una sostanza automotrice, per la quale merce e moneta non sono che pure forme. Essa distingue in sé il proprio valore primitivo e il proprio plusvalore, cosi come Dio distingue nella propria persona il padre e il figlio, ed entrambi non fanno che uno ed hanno la stessa età, poiché le prime cento lire anticipate diventano capitale solo grazie al plusvalore di dieci lire».

[…]

Il celebre problema della caduta tendenziale del saggio del profitto, cioè del plusvalore rispetto al capitale totale, non può essere compreso se non nell’insieme del campo d’immanenza del capitalismo, e nelle condizioni in cui un plusvalore di codice viene trasformato in plusvalore di flusso. Appare innanzitutto (conformemente alle osservazioni di Balibar) che questa tendenza alla caduta del saggio del profitto non ha fine, ma si riproduce da sé riproducendo i fattori che la contrastano. Ma perché non ha fine? Probabilmente per le stesse ragioni che fanno ridere i capitalisti e i loro economisti, quando constatano che il plusvalore non è matematicamente determinabile. Tuttavia non han tanto di che rallegrarsi. Dovrebbero piuttosto concludere con quel che tengono a nascondere: che cioè non è lo stesso danaro ad entrare nelle tasche del salariato e ad iscriversi nel bilancio di un’impresa. Nel primo caso, segni monetari impotenti di valore di scambio, un flusso di mezzi di pagamento relativi a beni di consumo e a valori d’uso, una relazione biunivoca tra la moneta e una gamma imposta di prodotti (« a cosa ho diritto, ciò che mi spetta, è dunque mio…»); nell’altro caso, segni di potenza del capitale, flussi di finanziamento, un sistema di coefficienti di produzione differenziali che manifestano una forza prospettica e una valutazione a lungo termine, non realizzabile hic et nunc, e funzionante come un’assiomatica delle quantità astratte. In un caso il danaro rappresenta un taglio-prelievo possibile su un flusso di consumo; nell’altro una possibilità di taglio-stacco e di riarticolazione di catene economiche nel senso in cui flussi di produzione si adattano alle disgiunzioni del capitale. Si è potuto mostrare nel sistema capitalistico l’importanza del dualismo bancario tra la formazione di mezzi di pagamento e la struttura di finanziamento, tra la gestione della moneta e il finanziamento dell’accumulo capitalistico, tra la moneta di scambio e la moneta di credito.


S’appagan di pagare

Attenti a ricevere troppe palme, che si fa una brutta fine…

Anche se, sotto sotto, tutti vogliono fare una brutta fine… magari gloriosa… Da queste parti (Roma e dintorni) per lo più prevale la prosaica finaccia brutta zozza, qulla che si esorta con espressioni maledicenti quali: possino ammazzatte, va’ a mori’ ammazzato… rivolte in ispecie a chi supera una certa soglia di fastidio, a chi vuole essere più di quanto sopportabile per gli altri… a chi ambisce a qualche forma di fama o di riconoscimento… sia pur come Vittima… che, appunto, per definizione, va a morire ammazzata… subisce la Legge per erotizzarla, privandola della sua sterilità, diventando carne, corpo nudo martoriato di colpi, partorendo orride coscienze contaminate da questa idea del “di più” che esistere… del ri-tornare, ri-sorgere, come ogni mattina dai sogni, sempre Se Stessi… nella fabbrica d’anime individuali, inossidabili, cristi fatti in serie, con lo stampino, fastidio e debito infinito che si maschera da guscio di cioccolata.

paga e gnamme gnamme
paga e gnamme gnamme
paga e gnamme gnamme


Basilea III vs la materia oscura dei “derivati”

Molto “brevemente” (in parole più semplici anche se approssimative, in quanto non sono un “esperto”1 o un “fottitore” sadiano di professione, per cercare di capire perché si sono chiesti soldi pubblici per ricapitalizzare Bankitalia imponendo quote azionarie non superiori al 3% ai privati che partecipano del suo capitale…):
1) Dopo la crisi del 2008 (che non era una semplice crisi dei mutui sub-prime come vorrebbe la sineddoche delle versioni ufficiali) si è percepito come “problema” per le banche europee (come anche altrove, ma non in modo così paranoicamente burocratico e fintamente moralista) il fatto che siano piene, piene, piene di derivati (compresa la Deutsche Bank2) il cui conteggio è praticamente impossibile e potrebbe dar luogo a sbalzi di bilancio imprevedibili, essendo obbligazioni ad orologeria, spesso informali e poco trasparenti (vedi OTC, etc)… cui si aggiungono altre obbligazioni incerte, data l’usura del termine “derivati”, impacchettate come “debito subordinato” per ristrutturare i debiti senior dilazionando gli junior… come spiega Draghi più avanti…
2) Con Basilea III dal 2014 in poi si prepara un rientro, in nome di una presunta “austerità” di facciata (in realtà mascherando la generalità del “problema”), dall’abisso di obbligazioni incontrollabili su cui poggiano i bilanci delle banche europee. Si dispone cioè un FALLIMENTO ordinato (un ossimoro…), controllato nel caso si aggravi la crisi del sistema finanziario, scaricato sugli azionisti e le banche minori (che Draghi tempo fa aveva lasciato libere di capitalizzarsi al di fuori del controllo della BCE), salvando le banche principali e centrali (le istituzioni finanziarie di rilevanza sistemica dette “SIFI”) anche con denaro pubblico. Basilea III si aggiunge alle definizioni restrittive e prescrittive del capitale delle banche (CORE TIE 1, 2 e 3 che impongono priorità, scadenze di rimborso e pongono in ordine gerarchico eventuali insolvenze…).
3) Draghi scrive una letterina pubblicata da Repubblica (ma che non trovo online nell’originale), con toni a tratti apocalittici, nell’autunno dell’anno scorso in cui si dice molto preoccupato per la cosiddetta “stretta al credito” (il credit crunch):

“L’idea nasce dalla Germania. Sarebbe una cancellazione del valore di certi bond, che così andrebbero in insolvenza. La Commissione europea ha fatto propria quest’idea in un documento di tre mesi fa, che stabilisce una regola: prima che una banca in difficoltà possa rafforzare il capitale tramite un aiuto di Stato pagato dai contribuenti, deve esserci il “coinvolgimento” («bail-in») dei creditori privati; i più esposti fra questi, i cosiddetti creditori subordinati, devono rinunciare al rimborso dei bond nei quali hanno investito. E prima di loro lo stesso deve accadere per gli azionisti. Per questo, su spinta tedesca, si prospetta già una quadrupla linea di intervento, in base a una precisa gerarchia. In primo luogo VENGONO SPAZZATI VIA I DIRITTI DEGLI AZIONISTI E DEI CREDITORI SUBORDINATI, per aumentare il capitale in proporzione ai debiti. Quindi, se il DEFAULT PARZIALE non basta, diventa possibile per uno Stato METTERE FONDI PUBBLICI nella banca. La terza linea di difesa sarebbe poi il fondo salvataggi europeo, l’Esm, ma ora Berlino chiede che ANCHE I CREDITORI PRIVILEGIATI VENGANO COLPITI prima che si possa attingere alle risorse comuni dell’area euro. Tutto dipenderà dai risultati dell’esame delle banche e da come saranno condotti. Ma un sistema del genere, se mal gestito, può generare un crollo di fiducia degli investitori nelle banche e un’impennata del debito per sostenerle con aiuti di Stato”.

Dev’essere stato preso in seria considerazione il passo in cui Draghi sosteneva che si violassero i diritti di azionisti e creditori, che son stati risparmiati… a discapito dell’impiego di denaro pubblico con cui nel passato recente è stato aiutato anche il Monte dei Paschi di Siena… mettendolo, come spesso accade, metaforicamente nel culo all’intera collettività nazionale che, si sa, di queste cose non capisce un cazzo e può tranquillamente garantire quei miliardi con quel metodo obsoleto e volgare di valorizzazione che è il (surplus dei surplus da) lavoro (ossia le tasse… lo sgobbo dei lenoni sui prostituti).
4) La necessità di ricapitalizzare Bankitalia votata l’altro giorno in Parlamento con qualche pacata reazione è ispirata dal principio prudenziale di aumento del capitale che garantisce i prestiti, in quanto si prevede burrasca (e non a caso si conducono i famosi “stress test” che piacciono tanto anche al FMI). Con la soglia del 3% forse si intendono alleggerire le posizioni pesanti (di banche piene di crediti deteriorati?) presenti nel capitale di Bankitalia, sperando nell’afflusso di capitale fresco di nuovi privati… (cosa molto improbabile, in quanto non credo che i titoli di Bankitalia sarebbero così appetibili in questo momento… Si dovrà ricorrere prima o poi allo strozzino capo, o quasi, cioè all’ESM… come ha già fatto Grecia e Spagna…).

IL FUTURO (INSTABILE) “DEFICIT SPENDING” TRUCCATO DA “AUSTERITY” E “STABILITÀ” NEL PRESENTE
(17 febbraio 2014)

Mi viene il dubbio che le ricapitalizzazioni delle principali banche del circuito europeo (volute dagli accordi di Basilea III) non servano tanto a garantire “solidità” in caso, per esempio, di corsa agli sportelli o per reagire positivamente a “stress test” (bella invenzione letteraria… per distogliere l’attenzione e conservare pubblicamente il mito della prudenza dell’etica protestante, ecc…), quanto ad aumentare la portata del leverage bancario per prestare o stampare più “moneta” (come si usa dire semplificando un po’ troppo). Voglio dire… magari non è come la raccontano… non è per prudenza la raccolta di capitali “sicuri”, ma per un’intenzione di alzare ulteriormente la posta… facendo dell’euro una moneta “derivata” a tutti gli effetti. Instabile e gonfiata a dismisura di capitalismo terminale.
(Altra panzana incredibile, a mio avviso, è quella di quegli economisti mainstream che arrivano a dire che il rientro dei capitali dai paesi emergenti dipenda dal fatto che “gli investitori” trovino convenienti i titoli di stato europei… Questa contrazione, ben orchestrata da chi gestisce fondi e titoli per qualche trilione e non dagli “investitori”, prelude solo ad una più ampia espansione del credito – come ad una sistole segue una diastole… – serve ad allontanare il collasso col solo modo che è proprio del capitalismo, cioè il rilancio del rischio…).
E’ solo la rana che continua a gonfiarsi sempre più… (si legga la fine del link…). Segno che continuano a navigare a vista e prendere tempo (e a capitalizzare un’incredibile ma insufficiente mole di lavoro sottopagato altrui)… sperando nell’impossibile “ripresa” (su queste basi, su questo castello di carte del tutto sproporzionato e in bilico… e lo sanno perfettamente… ma finché dura…).

_________________________

1L’esperto… parla veloce di cose complicatissime inzeppate di termini tecnici e anglofoni, sbeffeggiando a priori eventuali critici e detrattori e, in virtù della divisione del lavoro che l’ha reso così edotto nel suo specifico settore, in men che non si dica s’incula tutti coloro che, rimasti a bocca aperta, si chiedono interdetti: “Ma che ha detto?”.
Taluni preferiscono il blow job… che sembra quasi un impiego.
E comunque piace… fa sentire attivi… parte di qualcosa più grande.

2 L’incredibile mole di derivati OTC nel bilancio annuale del 2012 della Deutsche Bank:
55.6 TRILIONI DI EURO… una roba da record mondiale… ciò che vediamo del mondo è solo la punta di un iceberg… In fondo anche i fisici sostengono che il 95% della materia è oscura… E’ l’episteme contemporanea…
E se va male qualcosa… con quelle cifrette lì?
L’ironia al riguardo di un americano che osserva che DB ha battuto persino JP Morgan.


(Con)siderazioni sulla “guerra civile” e la “guerra chimica”

SQUADRE DI DEMOLIZIONE

Le città (come Damasco ora o Sarajevo in passato) in cui si svolge quello che chiamano “guerra civile” sembrano un immenso cantiere con squadre di demolizione che pianificano il loro lavoro. Le esplosioni non sono mai ovunque, ma solo dove serve. E’ guerra di condomini, di cittadini che insistono a voler essere cittadini, misti a operai demolitori sul campo (comunque contractors, anche se si tratta di eserciti nazionali…) molto poco raccomandabili… messi apposta per convincere i pervicaci cittadini a mollare, ad andarsene, a cedere quel pezzetto di proprietà privata che avevano prima. Una volta finito il lavoro si farà una tregua più o meno duratura, si sminerà e si ricostruirà… per questo si fanno gli edifici in cemento armato. Il metallo si può riciclare, il cemento si sgretola in nubi di polvere. E’ un materiale fatto apposta per essere distrutto e rimpiazzato… Basta un bulldozer e via… altre colate, altre merci, ricchi premi e cotillons… speranze, sorrisi, bambini… e poi ancora booooom, badabang, ratatatatatatata
Quel che voglio dire è che la “guerra civile” non è una cosa così diversa da quello che succede in qualsiasi città. A Damasco si usano solo metodi più sbrigativi. E’ una questione di urgenza, di fretta dei costruttori di cose che per essere costruite devono necessariamente distruggerne altre, persone comprese. Qua ce la si prende con più calma. Ma anche qui ci sono case e persone distrutte, tendenti al crollo. Basta osservare meglio gli sguardi e le crepe… Qui prevale il perfido porfido. Nero come le carogne. Buono per le sassaiole. In fondo siamo sopra al Vulcano Laziale

vistose tracce, a Velletri, del “recente” conflitto mondiale…

* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *

INTERCETTAZIONI TELEFONICHE

Uno statunitense parla con un italiano.

– Cioè, forse non avete capito… La guerra in Iraq è finita da tempo, in Libia è durata troppo poco ed è stata solo di aria, per quanto ci riguarda… Nel frattempo abbiamo costruito armi di tutti i tipi… se non svuotiamo i magazzini, prima o poi la nostra industria bellica si ferma, il PIL cala… Se non possiamo bombardare la Siria, dobbiamo bombardare qualcos’altro… Siamo parte essenziale del processo… Se fermate la distruzione, potete scordarvi la “crescita”…
– Potreste bombardarvi da soli, ma prima occorre una apposita riforma strutturale di qualche emendamento… Anzi, visto che ci siamo, facciamo prima noi questo esperimento… cambiamo qualche articolo della costituzione… aggiungiamo qualche leggina… e poi fanculo Isernia!
– Eh, sì… senza contare che è pure pericoloso avere gli arsenali pieni… Da qualche parte tocca svuotarli… Vediamo il lato positivo: sarà una festa di luci!… illumineremo la notte a giorno!…
– Ahahahahah! Voi sì che siete “illuministi”!

* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *

“GUERRA GIUSTA” AD USO INTERNO

Del resto anche a noi ci gasano con i pesticidi, gli inceneritori, le raffinerie, le acciaierie, le cokerie, ecc… è solo un processo un po’ più lento e omeopatico.
L’ONU, per (sua) logica, dovrebbe dare il via libera per una “missione di pace” contro l’ILVA di Riva o cose così… (violato l’ultimo confine, quello della differenza tra fronte interno ed esterno, come si può leggere tra le righe di un famoso discorso di un noto Nobel per la Pace alla riscossione del premio, questo dovrebbe accadere…).

Ah… e i gas di scarico dei veicoli a motore, il fumo delle sigarette?… sono la forma più decentralizzata di guerra chimica.

Forse c’è una “verità” più semplice: ci odiamo e vogliamo morire.

(…Questo accanto e dentro “ci amiamo e vogliamo vivere”).

L’ANTI-EDIPO E LA PULSIONE DI MORTE

“La questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza”.
(Papa Francesco I)

(Ovviamente non sono d’accordo con la questione di coscienza punibile, risentita e cristiana che vorrebbe universalmente porre il Papa…).

Secondo Deleuze e Guattari (ne l’Anti-Edipo, paragrafo: La rappresentazione barbarica o imperiale, che cito qui, in esergo, e continuo qui sotto, dopo i versi e i gatti intorno al buco…) era una “macchina dispotica” interiorizzata, una macchina repressiva a rendere violente (risentite perché rimosse-represse) le macchine desideranti… dal momento che egli tendeva a neutralizzare in un ipotetico corpo pieno del Desiderio la “pulsione di morte” (connotandola appunto come un effetto della vendetta del despota che  imponeva i suoi codici linguistici, la sua surcodifica dei corpi, triangolava con madre e sorella contro qualsiasi manifestazione di risentimento… o come un effetto della triangolazione edipica successiva che triangolava con mamma-papà, in pieno ressentiment cristiano)… Non mi sembra affatto così. Non è solo una questione di despoti o di edipi accecati, castrati… è proprio che non si gode senza morte. Non c’è niente di pieno né sul versante del piacere, né su quello del dolore. Vivere e morire, memorizzare e dimenticare, sono processi simultaneianche senza quell’eccesso surcodificante, dispotico e repressivo di cui Deleuze scrive. La pulsione di morte, a mio avviso, non è questione di “latenza” (di colpi a vuoto, di rimozione e repressione)… è ben scandita e modulata… è nel ritmo che ci attraversa, che solca anche gli orgasmi. Si gode a reprimere, si gode a rimuovere, si gode a liberarsi, si gode ad uccidere, si gode comunque… modulando le pulsazioni velocemente o ritenendole… accumulandole il più possibile, nel caso dell’economia capitalista, per accentrare potere e accrescere il potenziale (di riserva e sperpero)… gestendo i flussi sia nella distruzione che nella prosperità, a valle come a monte… evitando come la peste l’equilibrio, il pareggio, il Grande Zero centrale (sogno riconciliante, immobilizzante e concentrazionario di marxisti e fourieristi, per Lyotard… ma anche dio nascosto ebraico, motore immobile aristotelico, ecc…), il buco nero da cui fuggono tutti i simulacri e tutti i discorsi, compreso questo, come accade tra i bracci di una vertigine galattica.

Tendimi la mano
e facciamo surf
sull’onda cosmica.

Il centro non tiene,
il centro non c’è.

Restiamo qui, sospesi
a modulare i campi,
da bravi hortolani.

Con il grassetto sottolineo i temi chiave, con il rosso i punti di divergenza con quel che penso.

La legge non comincia con l’essere ciò che diverrà o pretenderà di diventare più tardi: una garanzia contro il dispotismo, un principio immanente che riunisce le parti in un tutto, che fa di questo tutto l’oggetto d’una conoscenza e di una volontà generali, le cui sanzioni non fanno che derivare per giudizio e applicazioni sulle parti ribelli. […] La legge non fa conoscere nulla e non ha oggetto conoscibile, il verdetto non preesistendo alla sanzione, e l’enunciato della legge non preesistendo al verdetto. L’ordalia presenta questi due caratteri allo stato puro. […] E’ la sanzione a scrivere e il verdetto e la regola. Il corpo ha un bell’essersi liberato dal grafismo che gli era proprio nel sistema della connotazione; esso diventa ora la pietra e la carta, la tavola e la moneta su cui la nuova scrittura può segnare le sue figure, il suo fonetismo, il suo alfabeto. Surcodificare, questa è l’essenza della legge e l’origine dei nuovi dolori del corpo. Il castigo ha cessato di essere una festa, donde l’occhio trae un plusvalore nel triangolo magico di alleanza e filiazione. Il castigo diventa una vendetta, vendetta della voce, della mano e dell’occhio ora riuniti nel despota, vendetta della nuova alleanza. […]
Vendetta, e come vendetta che si esercita in anticipo, la legge barbarica imperiale schiaccia tutto il gioco primitivo dell’azione, dell’agito e della reazione. Occorre ora che la passività diventi la virtù dei soggetti attaccati al corpo dispotico. Come dice Nietzsche, quando appunto mostra come il castigo diventi una vendetta nelle formazioni imperiali, bisogna che “una prodigiosa quantità di libertà sia scomparsa dal mondo, o almeno scomparsa agli occhi di tutti, costretta a passare allo stato latente, sotto l’urto dei loro colpi di martello, della loro tirannia d’artisti…”. Si produce un’esaustione dell’istinto di morte, che cessa di essere codificato nel gioco di azioni e di reazioni selvagge ove il fatalismo era ancora qualcosa di agito, per diventare il cupo agente della surcodificazione, l’oggetto staccato che plana su qualcuno, come se la macchina sociale si fosse sganciata dalle macchine desideranti: morte, desiderio del desiderio del despota, latenza iscritta nel profondo dell’apparato di Stato. Piuttosto che un solo organo si svincoli da quest’apparato, o scivoli fuori dal corpo dispotico, non ci saranno sopravvissuti. In realtà, non c’è più altra necessità (altro fatum) tranne quello del significante nei suoi rapporti con il significato: tale è il regime del terrore. Quel che si suppone la legge significhi, non lo si conoscerà che più tardi, quando si sarà sviluppata ed avrà assunto la nuova figura che sembra opporla al dispotismo. Ma, sin dall’inizio, essa esprime l’imperialismo del significante che produce i suoi significati come effetti tanto più efficaci e necessari in quanto si sottraggono alla conoscenza e devono tutto alla loro causa eminente. […] Ma tutto questo, lo sviluppo del significato democratico o l’avvolgimento del significante dispotico, fa tuttavia parte della questione, ora aperta ora sbarrata, identica astrazione continuata, o macchinario di rimozione che ci allontana sempre dalle macchine desideranti. Non è mai esistito che un solo Stato. A cosa serve? sfuma sempre più, e scompare nelle brume del pessimismo, del nichilismo, Nada, Nada! […] L’istinto di morte è, nello Stato, ancor più profondo di quanto non si credesse, e che la latenza non solo travaglia i soggetti, ma è all’opera nei congegni più elevati. La vendetta diventa quella dei soggetti contro il despota. Nel sistema di latenza del terrore, ciò che non è più attivo, agito o reagito, “ciò che è reso latente dalla forza, rinserrato, rimosso, rientrato all’interno”, è ora risentito: l’eterno risentimento dei soggetti risponde all’eterna vendetta dei despoti. […]
Hanno fatto passare tutto allo stato latente, i fondatori di imperi; hanno inventato la vendetta e suscitato il risentimento, questa controvendetta. E tuttavia Nietzsche dice ancora di loro quel che diceva già del sistema primitivo: non è presso di loro che la “cattiva coscienza” – intendiamo Edipo – ha attecchito e si è messa a spuntare, l’orribile pianta. Solo, è stato fatto un passo in più in questo senso: Edipo, la cattiva coscienza, l’interiorità, essi li ha resi possibili… […] E’ certo la storia del desiderio e la sua storia sessuale (non ce ne sono altre). Ma tutti i pezzi qui funzionano come congegni dello Stato. Il desiderio non opera certo tra un figlio, una madre e un padre. Il desiderio procede ad un investimento libidinale di una macchina di Stato, che surcodifica le macchine territoriali, e, con un giro di vite supplementare, rimuove le macchine desideranti. L’incesto deriva da questo investimento, non il contrario, e non mette in gioco dapprima che il despota, la sorella e la madre: è lui la rappresentazione surcodificante e rimovente. Il padre non interviene che come rappresentante della vecchia macchina territoriale, ma è la sorella il rappresentante della nuova alleanza, e la madre il rappresentante della filiazione diretta. Padre e figlio non sono ancora nati. Tutta la sessualità è in gioco tra macchine, lotta tra esse, sovrapposizione, muratura. Stupiamoci una volta di più della narrazione portata da Freud. In Mosé e il monoteismo, egli avverte certo che la latenza è affare di Stato. Ma allora essa non deve succedere al “complesso di Edipo”, segnare la rimozione del complesso o addirittura la sua successione. Essa deve risultare dall’azione rimovente della rappresentazione incestuosa che non è per nulla ancora un complesso come desiderio rimosso, perché al contrario essa esercita la sua azione di rimozione sul desiderio stesso. Il complesso di Edipo, come lo chiama la psicanalisi, nascerà dalla latenza, dopo la latenza, e significa il ritorno del rimosso nelle condizioni che sfigurano, spostano ed anzi decodificano il desiderio. Il complesso di Edipo non appare se non dopo la latenza; e quando Freud riconosce due tempi da essa separati, solo il secondo merita il nome di complesso, mentre il primo non ne esprime che i pezzi e i congegni che funzionano da un tutt’altro punto di vista, in tutt’altra organizzazione. E’ questa la mania della psicanalisi con tutti i suoi paralogismi: presentare come risoluzione o tentativo di risoluzione del complesso ciò che ne è l’instaurazione definitiva o l’installazione interiore, e presentare come complesso ciò che ne è ancora il contrario. Cosa occorrerà infatti perché l’Edipo diventi l’Edipo, il complesso di Edipo? Molte cose in verità, quelle stesse che Nietzsche ha parzialmente presentito nell’evoluzione del debito infinito.
Bisognerà che la cellula edipica termini la sua migrazione, che non si acconsenta a passare dallo stato di rappresentazione spostato allo stato di rappresentazione rimovente, ma che, da rappresentazione rimovente, diventi infine il rappresentante del desiderio stesso. E che lo diventi a titolo di rappresentante spostato. Bisognerà che il debito diventi non solo debito infinito, ma che come debito infinito venga interiorizzato e spiritualizzato (il cristianesimo e quel che segue). Bisognerà che si formino padre e figlio, cioè che la triade regale si “mascolinizzi”, come conseguenza del debito infinito ora interiorizzato [n.d.a. Gli storici della religione e gli psicanalisti conoscono bene questo problema della mascolinizzazione della triade imperiale, in funzione del rapporto padre-figlio che vi è introdotto. Nietzsche vi intravede a ragione un momento essenziale nello sviluppo del debito infinito: “Questo alleviamento che fu il colpo di genio del cristianesimo… Dio che paga a se stesso, Dio che riesce da solo a liberare l’uomo da ciò che per l’uomo stesso è diventato irremissibile, il creditore che si offre per il suo debitore per amore (chi lo crederebbe), per amore per il suo debitore!” (Genealogia della morale, II, § 21)]. Bisognerà che Edipo-despota sia sostituito da Edipi-soggetti, da Edipi-padri e da Edipi-figli. Bisognerà che tutte le operazioni formali siano riprese in un campo sociale decodificato e risuonino nell’elemento puro e privato dell’interiorità, della riproduzione interiore. Bisognerà che l’apparato repressione-rimozione subisca una riorganizzazione completa. Bisognerà dunque che il desiderio, finita la sua migrazione, faccia l’esperienza di questa estrema miseria: essere rivolto contro di sé, il rivolgimento contro di sé, la cattiva coscienza, la colpevolezza, che lo aggrega tanto al campo sociale più decodificato quanto all’interiorità più morbosa, la trappola del desiderio, la sua pianta velenosa. Finché la storia del desiderio non sperimenta questa fine, Edipo assilla tutte le società, ma come l’incubo di ciò che non è ancora capitato loro – l’ora non è ancora venuta”.

Hai letto? Beh… dimenticalo.

Anzi, ricordati anche di quest’altro passo (più condivisibile, sempre dall’Anti-Edipo), prima di dimenticare già quando riprende a parlare della staffetta comico-“futuristica” (patafisica come nella corsa dei ciclisti morti ne “Il Supermaschio” di Jarry) tra macchine desideranti (grassetti e link sono miei):

Il corpo senza organi è il modello della morte. Come han ben capito gli autori della letteratura del terrore, non è la morte a servire da modello alla catatonia, ma la schizofrenia catatonica a fornire il proprio modello alla morte. Intensità-zero. Il modello della morte appare quando il corpo senza organi respinge e depone gli organi – niente bocca, naso, denti… fino all’automutilazione, fino al suicidio. E tuttavia non c’è opposizione reale tra il corpo senza organi e gli organi in quanto oggetti parziali; la sola opposizione reale riguarda l’organismo molare che rappresenta il loro comune nemico. Si vede, nella macchina desiderante, lo stesso catatonico ispirato dal motore immobile che lo forza a deporre i suoi organi, ad immobilizzarli, a farli tacere, ma anche, spinto dai pezzi lavorativi che funzionano allora in modo autonomo e stereotipo, a riattivarli, a insufflare in essi movimenti locali. Si tratta di pezzi diversi della macchina, diversi e coesistenti, diversi nella loro stessa coesistenza. È perciò assurdo parlare di un desiderio di morte che si opporrebbe qualitativamente ai desideri di vita. La morte non è desiderata, c’è solo la morte che desidera, a titolo di corpo senza organi o di motore immobile, e c’è anche la vita che desidera, a titolo di organi di lavoro. Non si tratta qui di due desideri, ma di due pezzi, di due sorte di pezzi della macchina desiderante, nella dispersione della macchina stessa. Tuttavia, il problema sussiste: come possono funzionare insieme? Non si tratta ancora di un funzionamento, ma solo della condizione (non strutturale) d’un funzionamento molecolare. Il funzionamento appare quando il motore, nelle condizioni precedenti, cioè senza cessare di essere immobile e senza formare un organismo, attira gli organi sul corpo senza organi, e glieli attribuisce nel movimento oggettivo apparente.  La repulsione è la condizione di funzionamento della macchina, ma l’attrazione è il funzionamento stesso. Che il funzionamento dipenda dalla condizione, risulta evidente per il fatto stesso che tutto questo non funziona se non guastandosi. Si può dire allora in cosa consistano questo andamento o questo funzionamento: si tratta, nel ciclo della macchina desiderante, di tradurre costantemente, di convertire costantemente il modello della morte in qualcosa di assolutamente diverso, l’esperienza della morte. Di convertire la morte che sale dal didentro (nel corpo senza organi) in morte che arriva dal difuori (sul corpo senza organi).

Ma sembra che l’oscurità si infittisca: cos’è infatti l’esperienza della morte, distinta dal modello? Si tratta ancora di un desiderio di morte? Di un essere per la morte? Oppure di un investimento della morte, magari speculativo? Niente di tutto questo. L’esperienza della morte è la cosa più consueta dell’inconscio, appunto perché ha luogo nella vita e per la vita, in ogni passaggio o in ogni divenire, in ogni intensità come passaggio e divenire. È caratteristico di ogni intensità investire in un attimo in se stessa l’intensità — zero a partire da cui è prodotta come ciò che cresce o diminuisce in un’infinità di gradi (come diceva Klossowski, «un afflusso è necessario solo per significare l’assenza di intensità»). Abbiamo cercato di mostrare, in questo senso, come i rapporti di attrazione e di repulsione producano stati, sensazioni, emozioni tali che implicano una nuova conversione energetica e formano il terzo tipo di sintesi, le sintesi di congiunzione. Si direbbe che l’inconscio come soggetto reale abbia fatto sciamare su tutto il contorno del suo ciclo un soggetto apparente, residuale e nomade, che passa attraverso tutti i divenire corrispondenti alle disgiunzioni incluse: ultimo pezzo della macchina desiderante, pezzo adiacente. Sono questi divenire e questi sentimenti intensi, queste emozioni intensive ad alimentare deliri e allucinazioni. Ma, in se stesse, esse sono quel che più si accosta alla materia di cui investono in sé il grado zero. Sono esse a condurre l’esperienza inconscia della morte, in quanto la morte è ciò che è sentito in ogni sentimento, ciò che non cessa e non finisce di succedere in ogni divenire — nel divenire-altro sesso, nel divenire-dio, nel divenire-razza, ecc., formando le zone d’intensità sul corpo senza organi. Ogni intensità affronta nella sua propria vita l’esperienza della morte, la avvolge, e certamente, alla fine, si spegne; ogni divenire diventa esso stesso un diveniremorto! Allora la morte giunge effettivamente. Blanchot distingue bene questo duplice carattere, questi due aspetti irriducibili della morte, l’uno nel quale il soggetto apparente non cessa di vivere e di viaggiare come Si, «non si cessa e non si finisce mai di morire», l’altro in cui lo stesso soggetto, fissato come Io, muore effettivamente, cioè cessa alla fine di morire poiché finisce col morire, nella realtà d’un ultimo istante che lo fissa cosi come Io disfacendo l’intensità, riconducendola allo zero ch’essa avvolge. Da un aspetto all’altro non c’è affatto approfondimento personologico, ma tutt’altro: c’è ritorno dell’esperienza di morte al modello della morte, nel ciclo delle macchine desideranti. Il ciclo è chiuso. Per una nuova partenza, poiché Io è un altro. Bisogna che l’esperienza della morte ci abbia appunto dato abbastanza esperienza allargata, perché si viva e si sappia che le macchine desideranti non muoiono. E che il soggetto come pezzo adiacente è sempre un «si» che conduce l’esperienza, non un Io che riceve il modello. Il modello stesso infatti non è maggiormente l’io, bensì il corpo senza organi. E Io non raggiunge il modello senza che il modello, di nuovo, riparta verso l’esperienza. Andare sempre dal modello all’esperienza e ripartire, ritornare dal modello all’esperienza: schizofrenizzare la morte, è questo l’esercizio delle macchine desideranti (il loro segreto, ben compreso dagli autori del terrore). Le macchine ci dicono questo, e ce lo fanno vivere, sentire, più profondamente del delirio e più lontano dell’allucinazione: sì, il ritorno alla repulsione condizionerà altre attrazioni, altri funzionamenti, l’avvio di altri pezzi lavorativi sul corpo senza organi, la messa in opera d’altri pezzi adiacenti al contorno, che hanno altrettanto diritto di dire Si quanto noi stessi. «Crepi nel suo balzo per mano di cose inaudite e innominabili; altri orribili lavoratori verranno; e cominceranno dagli orizzonti ove l’altro si è accasciato». L’eterno ritorno come esperienza, e circuito deterritorializzato di tutti i cicli del desiderio.


Un post moderno (l’ermafrodito Mosè-Miriam riemerge dalla forma-stato del codice napoleonico)

E’ la modernità che scrive post si “aggiorna” (dopo una lunga latenza di “pre-“, sfociata nell’invenzione dello stato napoleonico, dacché la Rivoluzione Francese fu solo un botto iniziale molto confuso)… non c’è qualcosa che si possa definire postmoderno o post-postmoderno o post-post-postmoderno, ecc… Siamo solo nell’era dell’assicurazione, del debito, dell’attesa della “terra promessa” come dice il caro leader… abolire le province in questo contesto, fare “le riforme”, inventarsi centri metropolitani sostenibili (o altre parole infilate a cazzo) è solo una riedizione del vecchio codice napoleonico… è solo un rassicurarsi che lo stato continui a fare da mamma-papà, da garante della successione di miserie e ricchezze (comunque individuae… individuabili e individuali, patri-matri-moniali…), da Mosè ermafrodito col suo bastone rigido (legnoso) o moscio (serpentiforme) che balla la tarantella come Miriam, suo soprannome, sull’altra sponda… E come si divertiva a far tormentare il suo popolo coi morsi dei serpenti… (si potrebbe leggere grottescamente e psicanaliticamente questa vicenda come un giocare a incularella…). Sono le gioie della trans-politica (TTIP e TPP), di chi passa allegramente dall’una all’altra sponda, purché vi sia diletto (sopra i “sacrifici” e le macerie che verranno) di un Terzo disincarnatoil Capitale transnazionale o Dio, poco importa…

PS: Di questa ambiguità ne avevo già parlato a proposito del mito di Attis


Per una genealogia dell’in/dividuo (appunti) | prima parte

«Nietzsche in Umano, troppo umano accenna ad “un’autoscissione dell’uomo” attraverso la quale “l’uomo ama qualcosa di sé, un pensiero, un desiderio, un risultato più di qualche altra cosa di sé”, in questo modo tratta se stesso “non più come individuum, ma come dividuum”»

(Luther Blisset)


(mentre il suo tempo si sta dissolvendo, i morti, gli espropriatori del lavoro morto altrui, i borghesi che verranno, sottraggono al sovrano il suo oro… il patrimonio “immobile” diventa “mobile”… troppo mobile per un sovrano così ebete… che ci somiglia tanto… o sembriamo più degli scheletri? l’uno e gli altri… il fottuto e il fotti-fotti generale…)

Qualche secolo fa, nell’ambito di questioni relative alla successione e alla divisione delle proprietà e dei privilegi, era sorta la necessità di distinguere tra individui (gli aspetti “intellettuali” e “spirituali” di cose e persone) e dividui (gli aspetti corporei di cose e persone)… con i primi evidentemente privilegiati rispetto ai secondi da secoli di religioso lavaggio del cervello… Questo percorso si andò intensificando nella trattatistica giuridica specialmente nel periodo che va dal 1500 al 1700 e nelle regioni europee dove era più evidente l’emergere di quei soggetti che avrebbero dato vita alla moderna “borghesia”, evidentemente interessata alla de-territorializzazione del valore, all’autonomizzazione del valore di scambio, non più legato alla terra o alla nobiltà del lignaggio, quanto alle ricchezze equivalenti via via più facilmente e velocemente trasportabili, se non falsificabili… Questo libro è del 1670. O c’è anche Scipione Gentili… con questo libro o quest’altro: “De dividuis et individuis obligationibus” (pag.89).  Questo schema è del 1538e c’è anche questo libro del 1650.

La divisione delle proprietà e l’affermarsi della proto-borghesia rendeva evidentemente necessario privilegiare l’immateriale indivisibile sul corporeo divisibile… Già il paradigma metafisico dell’individuo, inteso come anima indivisibile e immateriale, teorizzato da S. Tommaso, dava un’impronta stabile a questo modello, che intendeva l’essere umano come un composto appunto indivisibile di materia e forma, in cui quest’ultima, che sarebbe l’anima appunto, dominava il complesso degli elementi corporei col suo principio trascendente, la sua sostanza spirituale, semplice e inestesa, analoga a quella divina… libera di intendere,  volere e… di far quel che vuole, aggiungerei io, proprio come un despota feudale o un sovrano con i suoi sudditi… il cui privilegio soprattutto (più che l’anima) sopravviveva al corpo… nelle successioni e nelle eredità.

E qui, tra i nostri contemporanei, alcune curiose riflessioni di Caracci sulle implicazioni metafisiche e politiche dell’individualismo borghese che ridefinisce contrapponendovi il “dividente” e “dividendo”

Alcune citazioni latine a casaccio dai trattati citati:

“Est autem Dividuum, res quae apta nata est, ipso iure cum aliquo eius effectu partes accipere. Individuum, res, quae apta non est, ipso iure cum aliquo eius effectu partes accipere”.

“Omne illud in Legibus dicitur dividuum, cuius pars respectu partis tantam prestat utilitatem, quantam totum respectu totius”.

“De caetero partes recipit dominium, sed pro indiviso, quae magis habentur animo, quam corpore, quod vel maxime cernimus in re duobus pluribusque communi, cuius quidem singuli in solidum domini non sunt, cum naturalis ratio satis demonstrat hoc fieri non posse, ut si unus habeat totum jus libere disponendi de re aliqua, quod dominii est, alterum quoque eodem jure gaudere, sed singuli partes eius rei habent, ita tamen confusas et commixtas, ut una ab altera separatim cerni tangique nequeat, h.e. indivisa”.


L’AUTONOMIZZARSI DELL’INDIVIDUO E LA RIMOZIONE DEL DIVIDUO

Ah, questi junker… che continuavano a porsi, con più cinismo, l’antico problema di spartirsi gli schiavi ereditati… “li seghiamo in due non traendone alcun vantaggio? li lasciamo vivi sotto un dominio incorporeo individuale o ne dividiamo i servigi?”.

«Recte dividimus contractus in dividuos et individuos. Utrum autem stipulatio, vel alius contractus dividuus sit, vel individuus, ex natura rei in contractum deductae, vel facti promissi aestimandum erit»
(da “De divisionibus contractuum” di Torrascassana)

Prima dell’invenzione del “contratto sociale” era l’in/dividuo stesso ad essere oggetto di contratto… (si può notare una vera e propria rimozione della trattatistica giuridica pre-moderna – in un arco, come dicevo, che va dal 1500 al 1700, con propaggini fino al Terzo Reich – la quale mira a regolare diritti di junkers o di nuovi feroci proprietari di fondi che cominciavano ad armarsi di obbligazioni, note di banco, fideiussioni, aggirando l’odioso maggiorasco, secondo Marx “il senso politico della proprietà”, o i fidecommessi che tutt’ora sopravvivono con il nome di “trust”, ecc… pur continuando comunque a far “religiosamente” riferimento all’interpretazione metafisica dell’individuo della scolastica… che perdura tutt’ora, anche se secolarizzata, parcellizzata come le proprietà fondiarie nel codice napoleonico… Cicerone che scriveva, riferendosi a persone viventi, di “dividuus” e “individuus” era un avvocato, del resto, prima e oltre che un filosofo… e nel diritto romano la distinzione tra dividuum e individuum riguarda più che altro le obbligazioni). Nelle citazioni in latino che ho disseminato qua e là e nei trattati (che non sto qui a tradurre…) è chiaro che la nascita del debito è connaturata al concetto tutt’altro che astratto di individuo (proprietario, possessore non solo di beni ma anche di /dividui viventi, come i servi per esempio, parte divisibile in caso di successioni o debiti… col corollario, paradossale ma non troppo, della minaccia della shakespeariana “libbra di carne” da asportare sempre in agguato: se il debito è inesigibile, si divida l’individuo… che in fondo tale non è, anche quando lo è, se non formalmente).

La durezza di questo e arbitrario passaggio violento dall‘individuo al dividuo (incombente come una spada di Damocle) si è ammorbidita col tempo, dopo una fase di crudele “accumulazione primaria”, in un’articolata “divisione del lavoro”… più simbolica e meno traumatica…
Dalle concezioni degli Junkers, secondo Engels (e Marx), avrebbe preso spunto anche quello che il malefico duo dileggiava come “socialismo utopistico” (di Proudhon) e che ipotizzava di trasformare il valore in ore di lavoro, saltando a piè pari (in questo i due arrogantoni avevano una certa ragione, comunque molto discutibile) le contraddizioni in esso inscritte: “I buoni di lavoro di Rodbertus mentono dunque nel modo più assoluto: ma bisogna appunto essere un Junker della Pomerania per immaginare che possa esistere una classe operaia la quale trovi conveniente lavorare 12 ore per avere un buono di lavoro di 4 ore”.
Comunismo, socialismo o capitalismo originavano tutti comunque da un possibile differente accordo /dividuale rimosso… senza il quale non vi sarebbe stato né plusvalore/forza-lavoro, né “divisione del lavoro” come la intendiamo modernamente… Tesi classicamente comunista marxiana (di un Marx ancora un po’ troppo hegeliano in questo) è quella secondo cui o c’è la divisione del lavoro, con tanto di “individui empiricamente universali”, o c’è “la vecchia merda” [MEOC, V, p. 31], la lotta per l’accaparramento di risorse, il dispotismo feudale (similmente, le democrazie totalitarie – quelle che si autodefiniscono liberali e moderne – si fondano sul pericolo del “peggio”, delle dittature, delle guerre, ecc… pur essendosi macchiate di crimini orribili). Non si pone mai un’altra possibilità…

LAVORO VIVO/LAVORO MORTO

Schrödinger, come è noto, scrisse del paradosso del gatto vivo/gatto morto… Cosa c’entra con l’in/dividuo?… ma d’altronde, cosa c’entrano con tutto ciò Salomone e Karl Marx?


(Nella vicenda del giudizio di Salomone vi è il paradosso del dividere una proprietà vivente… in questo caso è l’elemento terzo a trionfare, la spada, sulla disputa “territoriale”, l’emergere di una legittimità “naturale” mediante la minaccia della violenza, di una “divisio naturalis” nascosta, mediante una “divisio civilis” basata sulla minaccia del potere… tutto il meccanismo è comunque innescato dal concetto di proprietà… del figlio vivo/morto… I marxisti, per esempio, difendono il “lavoro vivo” allo stesso modo della madre disperata della vicenda biblica… dimenticando la sussunzione originaria, l'”obbligazione”, la distinzione delle identità, delle proprietà, dei ruoli “naturali” degli attori sociali, come premessa della divisione del lavoro… Insomma: invocherete e a viva voce le vostre catene, pensando di difendere un diritto acquisito… Altra questione: che ci guadagna il regno di Salomone? come estrae un “plusvalore” primitivo da questa vicenda?… Avrà rafforzato un principio di divisione dei compiti e delle proprietà, base imprescindibile per l’estrazione del plusvalore… A quei tempi andava tutto al regno, con le sue politiche d’alleanza, di prestigio ostentato in oro e di appropriazione anche improduttiva delle ricchezze, come osserva Bataille, ne “La sovranità”, a proposito di feudalesimo… in tempi moderni va tutto agli innumerevoli padroncini e, con svariate quanto opache mediazioni, alla rendita finanziaria… Complimenti a Salomone… “shalom”, appunto… la stessa “pace” che regna ancora adesso… Nell’era di Schrödinger però, forse la questione del figlio vivo/morto, del lavoro vivo/morto s’è un po’ complicata… stiamo lavorando? ci stiamo divertendo? ci appartiene qualcosa? non ci appartiene nulla? guadagnamo davvero qualcosa dal lavoro altrui? o perdiamo tutto?… probabilmente entrambe le cose… e questa legge vale anche per i grandi capitalisti, che pensano di farla franca… viviamo un’esistenza probabile… o improbabile…).

BANCAROTTA, DE-CAPITAZIONE E CAPITALE…

“Chi era così ricco da essere pieno di debito del sovrano francese aveva la sfortuna di rischiare la decapitazione, uno dei metodi preferiti per risolvere la crisi finanziaria del regno. Tra il 1500 ed il 1800 la Francia fece default per otto volte, un evento soprannominato salasso anche per il sangue che sgorgava”.

Più o meno la stessa epoca (1500-1700) che io indico come il periodo di trasformazione dell’individuo (e del “dividuo”) da obbligazione a soggetto per eccellenza del diritto privato e proprietario (come anche dell’esperienza filosofica, estetica, sensoriale, ecc)… Il “caput” del capitale una volta si decapitava (l’individuo era divisibile, con la violenza se occorreva)… non era il profitto di alcuni (che non erano il sovrano) a contare, ma solo quello (soprattutto simbolico, in termini di prestigio e supremazia) del re. Mano a mano gli intermediari e gli organi autonomizzati poi hanno preso a smembrare il regno, prendendosi ognuno un po’ di sovranità per sé e dando vita a questo “uomo privato”, questo “idiota” aristotelico che chiamiamo “individuo” (inteso anche come cittadino, borghese… beneficiario di diritti, sempre meno obbliganti), nel senso che non divide il suo piccolo gruzzoletto, il suo diritto relativo, la Merce o il Denaro che egli stesso è e che occulta irrimediabilmente dentro e fuori di sé il /dividuo… la traccia della sua antica schiavitù (…come anche della sua possibile libertà).


LE PLANARIE SONO /DIVIDUI?

Come le teste dell’Idra, come il Due nell’Uno, come il Doppio perturbante freudiano… ci sono anche questi vermi piatti, le planarie, che non fanno sesso… le tagli e si riproducono (c’è un video giapponese delirante in questo post)… o comunque si riproducono per scissione longitudinale!…

Anche Escher ne fu affascinato e le fa muovere, viventi e curiose eccezioni, tra solidi platonici:

Qui il senso della parola “individuo” si perde del tutto… come quando, prima di essere embrione e dopo essere stati morule, eravamo blastule… (pieni cioè di blastomeri… come le planarie… poi però ci differenziamo un po’ troppo, decadendo nella forma umana). Per di più, senza questa fase da vermi piatti, manco ci saremmo attaccati a parassitare l’utero di una donna… che infatti sanguina a causa di questo ancoraggio…