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Jacques Derrida, l’ultimo filosofo.

Jacques Derrida

Jacques Derrida è stato probabilmente l’ultimo filosofo… morto nel 2004, agli inizi dunque di questo millennio che si apre all’insegna di un’episteme post-moderna e post-tutto di decostruzione e ricostruzione permanente. La politica, l’economia, la genetica, la fisica quantistica (e tutte le scienze umane e non) si muovono allo stato attuale in questo modello di interazione caotica.

Aveva annunciato la “morte della filosofia“. Considerava quest’ultima un “genere letterario”, una “avventura seminale” di tracce di pensiero, di concetti, di realtà (quel che la moda del tempo chiamava, con la prosopopea della linguistica, un “testo”). Pensiero quasi erotico e giocoso (proliferante, germinale), lontano dall’intenzionalità, dal “voler-dire”… che, in definitiva, non sapeva bene dove andare a parare… affidandosi ad un metodo (o uno stile) più che ad una finalità… la ricerca e il tentativo come gioco. Lo si può leggere direttamente nell’espressione del suo volto. Il suo divertimento nel decostruire tutto: la metafisica, l’ontologia, il logos… i fondamenti del “pensiero occidentale”… C’è la distruttività analitica di un bambino che smonta i suoi giochi in quello sguardo.

Mi vengono in mente brani musicali come “Las Vegas tango (part I)” di Robert Wyatt o “Dark star” dei Grateful dead, se penso al suo modo di procedere… citazioni, deragliamenti, strutture smontate fin nelle minime articolazioni, materiali vari assemblati, campo di possibilità perennemente rilanciate ad ogni accenno di codice o struttura linguistica.

Ma resta un professore. Resta iscritto all’interno di un’istituzione che ha spesso messo in discussione e interrogato… A che “titolo” può dirsi professore Derrida? Io lo noto nella sua insistenza a chiosare e commentare il pensiero e le arti… Nel suo essere interno ad un linguaggio che pur tenta di sovvertire (quello filosofico). Portandolo alle estreme conseguenze. Spezzettando le parole, usando neologismi… Molti lo trovano oscuro e incomprensibile… e per certi versi lo è. Ma il mio ricordo della lettura dei suoi scritti, la sperimentazione su di me dei suoi concetti, parla un linguaggio più comprensibile. Proverò a raccontarne gli “effetti” (mescolando citazioni a memoria e terminologia personale)…

Leggevo, quando avevo 18 anni, sul balcone della casa dei miei, una raccolta di saggi dal titolo “Scrittura e rivoluzione” (con altri testi del gruppo di intellettuali di “Tel Quel”, tra cui una fine filosofa-psicanalista-semiologa, Julia Kristeva, che tanto ha influenzato le vite dei miei amici, nonché la mia…). Il saggio di Jacques Derrida era “La différance“… un errore ortografico in francese… non si scrive con la “a”, si scrive “différence”, con la “e”. Ma si legge uguale. Su questa differenza tra pronuncia fonetica e scrittura parte una giaculatoria contro la diffidenza (socratica) nei confronti dello scritto su cui secondo Derrida si fonderebbero tutte le magagne del pensiero occidentale, la violenza di quest’ultimo contro l’articolazione (le “giunture”) del concetto. I latini direbbero: “Verba volant, scripta manent“… E le cose scritte, si sa, stanno là… danno fastidio. Non si può imbrogliare, semplificare… inceppano il discorso sciolto di Socrate e Platone, che per lo più erano interessati a inchiappettarsi i discepoli tra un dialogo e l’altro… (sia ben inteso che la presenza nel testo di Derrida di Socrate e Platone credo di essermela immaginata). Ma c’è di peggio. Derrida intende far tremare tutto l’edificio dell’essere, del discorso meta-fisico (=al di là della natura), probabilmente in nome di un materialismo che egli, a sua volta, mette in crisi… Che differenza ci sarebbe tra materia e spirito o tra qualunque altra opposizione (soggetto/oggetto, io/altro, intellegibile/sensibile, ecc…) se la différance testè inventata è il terreno comune (tellurico, mai fermo) che queste opposizioni o differenze genera? e che a sua volta non ha origine alcuna?… Derrida sostiene che non esiste niente di puro… Né un fuori puro, né un dentro puro… Né un origine pura, né un essere puro. Nè una “traccia pura” (tanto cara ad Heidegger)… Solo differenze e “tracce di tracce” in una “struttura di rimando generalizzato”. E dunque? cosa caspita pensiamo? Pensiamo di avere una realtà definita e invece non ci sono che “presenze”… che si definiscono in base alla differenza l’una con l’altra invece che ad un senso logico che le attribuisca un significato. Presenze fittizie dunque… come il tempo. Che anticipa (passato) o ritarda (futuro) le sue tracce nello spazio della “presenza” (=l’essenza del presente), di ciò che avvertiamo come coscienza. Lo spazio del presente… riuscite a immaginarlo? La “spaziatura” di una traccia temporale, il divenire spazio del tempo… “Ecco!”, esclamo mentre sono sulla sdraio a righe verdi sul balcone… “sono i miei neuroni!”… sembra quasi di vederli. Andare a tentoni, anticipare movimenti e pensieri prima di pensarli, protendersi e ritrarsi… E subito dopo leggo della “protensione e ritensione della traccia”. Sì, è così… Questo buontempone fa degli sforzi incredibili per discutere dei concetti filosofici e non sta pensando altro che i suoi pensieri. Nel suo compiersi “fisico”… nei suoi neuroni… nel loro codificarsi senza un senso che non sia dato dal gioco delle differenze. Un po’ per caso, un po’ per necessità… Un po’ per gioco, un po’ per regola… noi pensiamo, giochiamo a dadi con la “différance”, con [per dirla con parole mie] l’ec-centricità e l’ec-cezione che mantiene e supera costantemente il codice (del linguaggio, delle classificazioni, delle informazioni). Una sorta di irriducibile animalità fulminea del pensiero


CONSIDERAZIONI PERSONALI E CRITICHE AL PENSIERO DI DERRIDA. L’etimo di “differenza” nasce dal latino “dif+ferre” che vale “portare lontano”, “procrastinare”, “rinviare”. Insomma quello che genera il senso di ciò che diciamo qui e ora (nello spazio della “presenza”, nel tempo “presente”) è a-venire, è re-inviato, ri-mandato… Dunque il presente è questa “breccia” (come diceva la Arendt o… Michaux) che ri-manda in qualche modo ciò che era stato anti-cipato (=”preso prima”), previsto sulla scorta di esperienze ripetute, e che si augura di “giungere a destinazione” nel presente, nel luogo in cui può esser-ci un senso (che emergerebbe come da quello che definisco un varco, “filtrato” dalle differenze e dagli “scarti” che lo precedono). Ma la frattura del presente c’è. Derrida infatti espone la questione che questa “cartolina postale” del passato, qualunque significato o verità, “giunge e non giunge a destinazione”… Che significa? Che non è scontata la continuità temporale. E’ un continuo rilancio, una scommessa… Del resto anche la fisica quantistica pone la questione della relatività del tempo come legata al paradigma dell’universo che esploriamo e per come lo esploriamo. La luminosa scena del presente è costantemente travagliata dalla possibilità che il passato venga smentito dall’a-venire, dal futuro. Ragioniamo secondo i parametri della materia (spazio-tempo, massa)… Ma che senso ha la posizione “materialista” e “anti-metafisica” di Derrida a questo punto se la materia non è che uno dei paradigmi possibili? Lui sposta nel luogo oscuro dell’assenza la questione di Dio, della coscienza, del significato, che metterebbe in ordine le “cose”, darebbe loro un senso… dice che l’Essere (o Dio) è impossibile, che non c’è, è un’assenza… e se c’è gioca a fare “cucù-sèttete” (il gioco di Freud, che Derrida cita, del “Fort-da”). Il segno per eccellenza sarebbe una “piramide”… una tomba. Un significante senza significato… Come non vedervi una “teologia negativa“? Una posizione che nega ogni possibile esistenza assoluta (“ab-soluta”=libera da, sciolta) per lanciare l’assoluto movimento del differire (e dunque del rimanere im-plicati e com-plicati) anziché l’assoluta presenza dell’Essere, è comunque un ritorno sotto mentite spoglie della meta-fisica. Derrida sembra dire: “Dio non c’è, ma lasciamoci travagliare dalla sua dissoluzione, lasciamoci essere nella nostra complicazione”. Perché invece non prendere nulla dal “fuori” paradigma, dall’aldilà, non considerare gli accidenti che aristocraticamente Aristotele scartava e le ec-cezioni? Davvero non c’è nulla da ec-cepire (=prendere da fuori) in questo nostro essere “originariamente complicati”?… Perché vincolarsi così pervicacemente a quella materia (anche se solo alla sua traccia) sulla cui natura gli attuali fisici gettano pesanti dubbi? il fatto che non ne conosciamo che il 16%, che un elettrone possa essere simultaneamente in due luoghi diversi, che il tempo a certe condizioni sia reversibile,  che sia impossibile decidere la posizione corpuscolare di una particella sub-atomica, che tutto ciò che avvertiamo della materia siano nubi elettroniche, campi di forza, qualità di un essere che non c’è, che viene fermato su lastra come traccia, esistenza “probabile”… tutti questi fatti pongono seri dubbi sul paradigma che viviamo e di cui discorriamo. Certe osservazioni sperimentali eccedono ad ogni livello il principio di identità e qualsiasi logica univoca…

L’affermazione di un in-finito travaglio cosmico (la différance) è un paradigma meta-fisico, che in-forma la materia pur in assenza di un logos. Vi si potrà scorgere una certa ec-centricità, ma non è centri-fuga… è centripeta. Come le volute del cervello, come il garbuglio degli intestini, come i vortici, gli uragani… Ma come non leggere in questi movimenti anche una resistenza ad una forza centripeta e che porta fuori, ec-cede? Il criterio dell’accendersi delle “luci” neuronali è estraneo a questa dimensione spazio-temporale, al paradigma entro cui ci muoviamo… questo non vuol dire che abbia un origine “meta-fisica”. E’ “fisico” anche ciò che non conosciamo ancora e che segue un paradigma differente e sconosciuto. Che senso ha allora la critica della “meta-fisica” se non si sa ciò di cui si parla, in quanto illeggibile dal nostro pensiero ed apparentemente estraneo alla nostra stessa vita? E’ forse una critica dell’al di qua… di certe idee e sistemi filosofici che insistono nel cercare un senso pieno a questo mondo. Ancora non si è inteso lo strappo che comporta essere “eccezionali”, “presi fuori”, da un altro paradigma che non conosciamo, ma che si muove che è una bellezza… Quel che io dico è che siamo preveggenti e profeti e non ce ne accorgiamo perché diamo per scontato che il movimento del nostro pensiero (che a sua volta non è che un movimento) cada sotto l’egida delle leggi spazio-temporali.

L’alchimia nel suo doppio movimento di “spiritualizzazione della materia” e “materializzazione dello spirito” e, soprattutto nel considerare la materia come “materia densa” e lo spirito come “materia sottile” è già al di là del pensiero occidentale, che divide la “natura” in corpo e spirito, per giungere infine con Derrida, suo ultimo filosofo, a rinviare, differenziare e complicare il più possibile… Per di più l’alchimia dà vita a delle sfere di influenza energetica sulla materia sottile, che possono essere ec-cepite e discusse tra alchimisti… L’Arte è proprio qui. Spingere verso l’ec-cezione… spostare con un soffio le regole e i codici (farle giocare con un “fuori-paradigma”) che, raccolto l’emblema (=”ciò che è gettato dentro”), risponderanno in modo nuovo e imprevisto. Dirigere queste eccezioni e questi movimenti imprevedibili è sempre stato il cruccio e la speranza degli alchimisti.

Inoltre, non sono soddisfatto dal definire un “oggetto” in base alla differenza con tutti gli altri. Questa rete o “struttura di rimando generalizzato” che si costruisce e decostruisce ed è sempre esposta al travaglio della sua complessità, somiglia tanto alla politica italiana. E non mi pare accettabile come modello. Come è successo per tante avanguardie, le idee migliori, le più innovative e rivoluzionarie vengono inglobate e neutralizzate dal sistema dei poteri. Niente di più “derridiano” dell’attuale economia finanziaria, delle politiche decostruttive-costruttive dei governi, dell’indecidibilità delle posizioni politiche… delle crisi-ristrutturazioni, della riforma permanente delle istituzioni… E’ finita l’epoca dei lumi, della certezza del Diritto e del trionfo dell’Uomo, ma quest’altra, che genera crisi e soggettività debolissime e incerte (facili al raggiro), non mi piace ugualmente…

Sono convinto che un pensiero venga delimitato dall’ambiente e fissato dall’energia emotiva (relazionandosi a percezioni e immaginazioni), scrivendosi con un linguaggio analogico di rassomiglianze e non si produca per logiche differenziali (una foglia non è un albero, non è un animale, non è un minerale, non è un triangolo, un’ellisse, ecc…) se non in un successivo scartare per meglio ascoltare ciò che sovviene. Non è questione di pensare “né… né”… né questo, né quello, ma la sorpresa in positivo della rassomiglianza… Le classi, le categorie, gli archivi, i codici, vengono giocati a dadi e restituiti come previsto o secondo modalità diverse, sorprendenti, “eccezionali”… Ragioniamo un po’ per caso e un po’ per necessità. Un po’ per imprevisti, un po’ per strutture consolidate, percorsi già tracciati e ripetuti finché la memoria (cerebrale o scritta, storica) li mantiene in vita. Non c’è pensiero che non sia legato alla vita. Anche il più astratto dei pensieri non può dissociarsi dall’essere seduti a pensare e dal maggiore afflusso di sangue al cervello… né, per me, dalla sedia a sdraio a righe verdi dove leggevo Derrida… Dove sono in questo le categorie, le classi e le sottoclassi e le strutture del pensiero? Puf!… svanite… solo tante immagini, suoni, sensazioni e… frecce a bersaglio prima di essere scoccate.

L'ottava delle "Dodici chiavi" di Basilio Valentino

Nella scienza (?) che avevo annunciato, l’analogica, e nella psicanalogica, sua ovvia branca che studia (“fisicamente”) il movimento del pensiero e dell’anima, risiedono i principi di un nuovo discorso, emblematico, che nasce per negarsi alla logica dell’identità e della verità (non più struttura architettonica, pensiero-strumento, ma libera deriva di associazioni ed esperienze, aperta a ciò che viene e sovviene)… per non dilazionare più la vita, ma per assecondarne sempre il movimento. Incompatibile con qualunque “teoria” (sfilata, processione) di idee che presuma di farsi sistema e scienza delle risposte definitive…

Non c’è pensiero che non sia esperienza.

…E lei, somigliante e differente, mi dice: “Io sono te”.


P.S.: Scopro solo ora (è il 9 ottobre 2008) l’esistenza di un seminario-blog su Derrida qui su splinder [n.d.r.: che nel frattempo ha chiuso], in particolare su un suo scritto (“La metafora nel testo filosofico”) in cui posso rintracciare diversi spunti di grande interesse. Non sono affatto d’accordo invece sulla perentoria affermazione derridiana: “Non c’è alcun fuori testo”. S’è garantito il suo titolo di professore… Tutto testo, tutto complicato, tutto usurato all’infinito… che tristezza entropica (nel tropo). Molto meglio il Nastro di Moebius II di Escher… ove si passeggia amabilmente tra il dentro e il fuori in compagnia di formiche rosse:

Forse un po’ troppo perfetto nella sua anomalia… ma decisamente divertente.

Il “fuori” cui io alludo è dentro in ogni istante, animalesco e fulmineo.

P.P.S.: Altrove, commentando “Corpus” del suo allievo Nancy, Derrida scrive: Psiche, insomma, è la piegatura di un divenire dentro del primo fuori”. Detto così pare quasi una cucitura, una tessitura… un testo appunto. Che noia… Ma non è meglio una fonte? non origine, ma azione dello scorrere, che “getta dentro” e che e-siste solo in virtù del dentro… Dal dentro verrà scoccata di nuovo la freccia alla sorgente. Che ripete all’infinito ciò che sarà stato… con le opportune eccezioni che ne svelano l’inganno e il carnevale. Non è mai del tutto così. E’ un gran giocare di paradigmi e geometrie (anche non euclidee) simultanee, rassomiglianti e non coincidenti… E ora provate ricucire!…


D.e A.D. – decentralizzazione e anomia dividualista (ex D.A.I.)

 (“L’uomo rotola via dal centro verso la X”.
(Friedrich Nietzsche)

Aggiunta del 1 marzo 2013. La D.A.I., viste le ultime ricerche e ipotesi sul dividuo, è diventata DeAD – decentralizzazione e anomia dividualista. Si prendono in tal modo le distanze anche da una tradizione (individualista di qualsiasi tipo) in cui non è più possibile riconoscersi (dato che, a quanto pare, non ci sottrae dai rapporti sociali che ci imprigionano).

Quanto all’anomia (oltre al rifiuto della chiusura che l’auto- di “autonomia” implica) è uno sberleffo alle tesi di Durkheim al riguardo… è la macchina ludica delle “periferie” e delle pratiche produttive e riproduttive che rifiutano il centro, contrarie appunto al nomos (come all’identitarismo, all’universalismo, al territorialismo) e favorevoli al gioco delle regole, alla ricombinazione delle relazioni tra insiemi di dividui al di là della divisione del lavoro o attraverso di essa.

simbolo della Decentralizzazione e l'Autonomia Individualista

Aggiunta del 12 marzo 2013. La D. e A. D. (Decentralizzazione e Anomia Dividualista) discute le premesse e le regole di una sorta di GRV (“gioco di ruolo dal vivo”… con spunti da LARP o da Nomic…) che orbiterà attorno a due istituzioni provvisorie principali:
– le utòpie (nome provvisorio e casuale delle note dei muncipi virtuali – divisibili in due, tra i contraenti, come l’antico symbolon – che regolano gli scambi secondo principi mutualistici, che contrassegnano il tipo, la qualità e il tempo di lavoro… e che costituiscono un patto politico dividuale oltre che un mezzo di scambio o un accordo di produzione, distribuzione, consumo – ricongiungendo in tal modo la separazione dell’economico dal politico. Lo scambio e la registrazione delle utòpie , o p.d.t. – perdite di tempo – viene regolato, mediante una sorta di gioco a livelli crescenti di coinvolgimento e complessità, dai municipi virtuali)
– i municipi virtuali (…deterritorializzati e anti-identitari…  sono istituzioni-software, calibrate collegialmente, atte a regolare e pianificare l’attività di un gruppo di dividui aventi come finalità strategica la decentralizzazione di poteri, energie e risorse e l’autonomia e autosufficienza degli stessi municipi – da munus + cipium, “ricevere un dono, un incarico, un servizio, un prodotto, un’opera, ecc” – vedi i significati latini di “munus” anche qui – con l’impegno volontario di ricambiare e partecipare; differente dal senso del “com-munis”, del mettere in comune, accentrando, regolando con la forza della necessità lo scambio dei beni… dal valorizzare e porre l’isituzione al di sopra delle volontà dei singoli in/dividui istituenti).

Seguono i primi spunti dell’idea originaria…

A proposito del nuovo simbolo. Ho scelto colori che vanno alchemicamente dalla nigredo all’albedo (meglio un’ispirazione lunare e non-violenta, ma con una punta di corrosiva acidità, la freccia) e che indicano in modo inequivocabile la forza centripeta del movimento… ritratto di Alcuni potranno trovarvi la citazione della “giduglia”, la spirale disegnata sul ventre di Padre Ubu… altri l’eccentricità di alcune armonie naturali chiaramente osservabili nelle conchiglie o nelle galassie… altri una irresistibile attrazione, contrario della “logica stringente”…
Lascio qui sotto, invece, la spiegazione del precedente simbolo, per meglio comprendere la genesi del logo e i commenti che seguono al post… La rimozione del profilo di Stirner, oltre che per motivi squisitamente estetici, è anche dovuta ad una certa insofferenza nei confronti dei predecessori, che, per definizione, è meglio che rimangano nei loro libri. Altro importante motivo è che  una premessa essenziale della presente idea “politica” è la imprescindibile critica dell’identità e della metafisica (che va da Nietzsche a Derrida) e dunque anche dell’esaltazione dell’Ego così cara a Stirner. La verità e la metafisica (le ideologie e le religioni che vogliono un pensiero unico, fondante) sono ancora peggio delle strutture economiche che hanno ispirato… Non credo che l’uomo debba cercare un’unica logica. E’ semmai costretto (anche dalla sua stessa “natura”) a dover praticare più logiche, cambiare idea, confrontarsi o distrarsi… e  seguire paradossi, infiltrarsi e contaminarsi.
Mi concentro sulla spirale (per uscire dalla storia, dalla dialettica e dall’incubo illuminista…). Come un neutrino che sfugge ad una supernova.

La D.A.I. (Decentralizzazione e Autonomia In/dividualista) propone una forma di federalismo esasperato, volto alla progressiva scomparsa, oltre che degli apparati centralizzati dello Stato, della Società (intesa come astrazione sovra-individuale, mitologema fondante) per nuovi progetti di co-esistenza basati su un “accordo politico“, piuttosto che su un “contratto sociale”, tra individui energeticamente e politicamente autonomi.
Una sua premessa teorica (a differenza del socialismo, del comunismo o del cristianesimo e del Mulino Bianco) è il “pessimismo antropologico”, che ritroviamo in pensatori come Hobbes, Machiavelli, ma anche in scrittori come de Sade e Lautréamont.

L’uomo non è “buono” per natura. La sua inclinazione alla prevaricazione rende quest’ultima la tendenza generale della società, che è la somma dei singoli in/dividui, per il solo fatto di essere possibile… Così chi si afferma nella società sono solo i “cattivi” (dal latino “captivi”=prigionieri… di una società – il fantasma preferito della convivenza umana – che ne asseconda e ne amplifica le inclinazioni perniciose). Si può dunque dire che la società è intrinsecamente “cattiva” e incapace di esprimere una giustizia che rispetti tutti gli in/dividui nella loro singolarità e specialità, poiché in realtà afferma il principio contrario. Quello di una norma generale che si ispira a presunti valori universali. La DAI, riconoscendo il “male” come costitutivo dell’uomo e della società (ma non esaltandolo in alcun modo), sostituisce la legge morale “Ama il prossimo tuo” dell’era dei Pesci con il più realistico invito a “Non nuocere agli altri” (in/dividui o viventi che dir si voglia). Critica aspramente tutte quelle ideologie volte a considerare le società come superiori all’in/dividuo e fautrici del suo bene. E inoltre tutte quelle religioni che inneggiano acriticamente e ipocritamente all’amore reciproco come unica legge morale. Per la DAI il senso della responsabilità ed una progressiva educazione alla libertà in/dividuale e al suo valore, determinato da nuove regole di scambio e convivenza, dovrebbero bastare a bilanciare le tendenze alla prevaricazione. Tale “pedagogia” potrà essere messa in pratica da scuole, laboratori e gruppi di in/dividui liberi (soprattutto dal ressentiment).

La DAI intende sostituire gli accordi politici in/dividuali alle Società e ai poteri centrali. Intende rimpiazzare il diritto (borghese, nato dalla Rivoluzione francese) di essere un “cittadino” con la possibilità di essere un “in/dividuo”, un “vivente”, libero e rispettato anche al di fuori delle logiche statali e nazionali.
In un contesto di dissoluzione dei principi che hanno fondato le democrazie liberali, di violazione programmatica del diritto internazionale, di messa in discussione delle norme costituzionali e della forma-stato, la DAI cavalca l’onda del cambiamento, piuttosto che attestarsi su posizioni giacobine di più di due secoli fa… che suonano come restauratrici e reazionarie (vedi i partiti e i molti movimenti a favore del “cittadino” che nascono sempre più numerosi). Non difendiamo né il diritto, né la prigione…

DECENTRALIZZAZIONE va intesa come allontanamento sia dai poteri centrali che dal modello energetico centralizzato. E anche dal modello bancario centralizzato. Come da quello architettonico, urbanistico… La DAI respinge l’idea di centrale. Invece di centralizzare tutto il potere (poteri centrali), l’energia (centrali energetiche), il denaro (banche centrali) e  le informazioni (nei database delle centrali informatiche), si dovrebbe tendere a non superare di molto la misura dell’in/dividuo. Devo poter toccare e conoscere chi amministra e accumula. Devo poter partecipare alle decisioni che riguardano la mia stessa sussistenza. Devo avere io stesso, eventualmente, questo potere (dividuabile, de visu, prima che individuale). Questo processo di decentralizzazione rappresenta un’istanza e non importa quale apparato possa essere considerato provvisoriamente più idoneo… purché si tenda a far coincidere il potere (inteso come principio di responsabilità e  rispetto oltre che come possibilità e capacità) con l’in/dividuo. Decisioni collettive nelle mani di ognuno. Niente elezioni e principio di delega. Si intende tracciare una via. Che dovrebbe condurre ciascuno a chiedere il minimo sforzo possibile ad altri in/dividui. E tendere all’autonomia…
AUTONOMIA energetica e autonomia, sperimentale e concordata, dalle Leggi, cui vanno affiancate (o che andrebbero sostituite con) delle più snelle e revocabili regole del gioco. Le Leggi (anche “costituzionali”) delle attuali democrazie sono contratti (anche millantati, non scritti come nel caso del “contratto sociale” e ad ogni modo mediati in modo troppo articolato e tramite deleghe troppo dilazionate per non risultare in realtà unilaterali) temporanei e convenzionali tra più insiemi di in/dividui (che altri chiamano classi)… e possono essere considerate come giuste nella misura della convenienza complessiva della moltepliclità degli in/dividui che ne riconoscono una qualche importanza o che vi sono sottomessi. Se nuocciono a troppi, o comunque nuocciono (com’è scontato) a coloro che non l’hanno redatta, non sono leggi giuste e perdono di legittimità e di forza. Nessuna legge è comunque legittima se non per convenzione (Diritto)… e, soprattutto, per Forza. Insomma il mitologico e fantomatico “contratto sociale” è una finzione tattica per dominare l’insieme complesso degli in/dividui, stipulato da una classe che domina degli insiemi… Per ridurre al minimo il rischio di interazioni conflittuali e favorire la tenuta degli insiemi, in assenza di una Legge e in presenza di un municipio virtuale deterritorializzato, decentralizzato e diviso secondo il volume e la sufficienza degli accordi, con delle regole del gioco valide tra chi le condivide, dovrebbe essere garantita come regola iniziale ad ogni individuo l’autonomia della produzione e degli scambi e la possibilità di istituire una serie di accordi politici in/dividuali regolati collettivamente, in senso municipale e tramite software decentralizzato (di un “hardware” da riprogettare). In questo senso la tecnologia (anche digitale) potrebbe essere intesa in senso virtuoso, invece che come strumento di dominio e sfruttamento da parte di un potere centrale. Così come, sul piano dell’esistere (ove si territorializzasse), le abitazioni dovrebbero essere costruite per far vivere autonomamente (con laboratori, fabbriche, orti, piantagioni e mezzi di produzione, anche di energia, a disposizione di tutti) il minimo numero possibile di in/dividui, ecc… Il consumo superfluo, distruttore di risorse, dovrebbe essere rimpiazzato da pratiche di s-valorizzazione come le feste, l’arte, ecc… (che possano creare spazi di potlach e libertà carnevalesca anche dall’equilibrio di bilancio continuo che richiederebbe il munus degli accordi politici in/dividuali).
E’ chiaro che queste due direttive non sono realizzabili nell’immediato, ma come ho detto, tracciano una linea di tendenza… che passa innanzitutto per un mutamento spirituale, per percorsi cognitivi singolari e differenti che prendano le distanze dalle falsità delle religioni e di alcune ideologie para-religiose e dogmatiche. Fine del contratto sociale, dell’Illuminismo e del sogno del “buon governo” (non esiste!). Fine della divisione del lavoro. Siano favorite le eccezioni, sfavorito il pregiudizio e il mimetismo. Al centro dell’attenzione ci siano l’in/dividuo e la sua autonomia. E la varietà del mondo. Una struttura decentralizzante estremamente capillare, simile ad una rete o, piuttosto, a un labirinto, con snodi centrali sempre più piccoli, svincolabili ma non isolati (con una comunicazione “da punto a punto”), dovrebbe garantire la complessità dello sviluppo collettivo e la qualità degli scambi. Nell’ibrido immediato sarebbe auspicabile la sburocratizzazione e la detassazione del lavoro autonomo (inteso anche come progettazione dell’autonomia dal lavoro salariato) e di nuove forme “societarie” o “associative” non padronali o a vocazione imprenditoriale ancora da istituire (che operino specialmente nel settore produttivo, alimentare, manifatturiero e della distribuzione)… La liberazione dalle retoriche identitarie, territorialiste e nazionaliste… La costituzione parallela del mutualismo sotto forma di municipi virtuali” e di un nuovo paradigma del denaro (inteso come “accordo politico in/dividuale” in luogo di “equivalente generale della merce”, che la D.A.I. chiama “utòpie”, moneta divisibile in due come l’antico symbolon)… Finanziamenti alla ricerca (o autogestione della ricerca) nel senso dell’autonomizzazione energetica e alimentare di ciascun dividuo (energie alternative, accumuli di scorte energetiche locali, diffusione dei mercati alimentari a vendita diretta, ecc…). Accanto alla ripresa e alla radicalizzazione di una nuova forma di resistenza dei viventi contro le politiche neo-liberiste, la mercificazione globale e la società del controllo tecnocratico e mediocratico.
C’è un immenso lavoro di distruzione da compiere. Anche se, molto probabilmente, il capitalismo ci sta già pensando da solo ad annientarsi… Il suo progetto di espansione globale fallirà in pochi decenni. Nel frattempo occorre rimpiazzare un po’ alla volta, con nuove relazioni, i rapporti di produzione e il deserto che avanza, sottrarci al lavoro dipendente e non far funzionare più la fabbrica ideologica della società. Fare di tutti noi degli in/dividui singolari e non ricattabili… non più prigionieri di costruzioni mentali e architetture discutibili…
C’è un immenso lavoro di riciclaggio delle materie e delle idee, reinvenzione, alchimia, mutazione e bricolage da compiere.
Ognuno resti al suo posto, piuttosto che innestare reazioni a catena già scritte e prevedibili, e “decostruisca” ed “eccepisca” il suo mondo più possibile.

NO FRENCH REVOLUTION.

Libertà, Uguaglianza e Fratellanza
diventano
Responsabilità, Rispetto e Giusta Distanza.