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Articoli con tag “dividuo

Siete una piaga!

studenti mettono in scena il noto quadro del Caravaggio "Incredulità di san Tommaso"

Cos’è uno spettro? Un eccessivo ritardo nella latenza delle percezioni. “Dài, su! soffia! espira! svegliati!”.
Cos’è uno spettro? Una coscienza (spettro raddoppiato) prima di ri-tornare, ri-trovarsi, re-inventarsi e ri-conoscersi.
Cos’è uno spettro? Un doppio senza (rad)doppio.
Cos’è uno spettro? Il presente-passato che si presenta come (o passa per) futuro, divenuto da-venire.
Cos’è uno spettro? Frame del’io che rivela di essere scomposto in un noi, in un loro, in qualcosa (onde, flussi, tracce, -getti).

(ce l’avete proprio davanti agli occhi in questo momento, mentre legg

Masticare la luce e sputacchiarla. Curvare la radiazione cosmica di fondo alle cosucce che possiamo toccare, far co-incidere, tra-scrivere.

un classico di Escher...

Che la coscienza, cane da ri-porto di ogni rap-porto e re-lazione, senta di cosa è fatta prima di vigilare sugli spettri delle cose, prima di ri-disporre e pre-disporre l’in-disponibile con i suoi dispositivi.

In poche parole: qualcosa accade prima che sentiamo. Tocca prima di vedere. Qualcosa tocca comunque prima del tuo tocco. Una piccolissima piega, un tempo infinitesimale, potentissimo, nodi semplici che generano tutti i nodi complessi successivi.

Accadàvera la co-scienza.

Tocca la piaga, la piega, come Tommaso (il tomo, non l’a-tomo… il dividuo, non l’in-dividuo… il Gemello, il Doppio… Fa che ciò che si spaccia per ri-sorto, ri-svegliato, non valga più dei suoi simili e delle cose da cui sorge).


Cristiano Mancini, Arcimboldo pop della materia invisibile.

(…anche se non vuol essere ascritto al genere pop… Infatti io qui lo intendo più come “pop up”, per i suoi colori che saltano agli occhi, che nel senso di Warhol & soci…)

In questo video, il mio reportage di una mostra a casa di un talentuoso pittore, che, sperimentando la sua arte in un angolo incantato della campagna velletrana (o “veliterna” che dir si voglia), si muove tra figurazioni astratte, ben delineate e coloratissime, che si animano sulla tela come moltitudini di singolarità che distruggono, corrodono, le identità tassonomiche di animali a rischio d’estinzione, creature mitologiche e veri e propri mostriciattoli… feroci e giocose parodie delle rassicuranti iconizzazioni cui certi cartoni animati (giapponesi, per lo più) ci hanno abituato negli ultimi decenni. Corrosione delle identità (che presumono) normalizzanti dunque, ma senza drammaticità, giocando piuttosto con le forme al punto tale da rendere indistinguibili se non per vaghe allusioni i soggetti/oggetti rappresentati… Sono piedi? occhi? fantasmini? gocce? bolle? fluidi? L’allegra psicosi che devasta le identità dell’illuministico quadrillage (inquadrate perfettamente o quasi dalla forma quadro) e che irride le tavole di Linneo, non arriva subito all’osservatore… Sono opere che sedimentano, alterano la “normale” percezione dei segni, rassicurano dell’instabilità del tutto… decorano lo sfacelo con gioia. Avanti così. Pattern decorativi caoticamente e armonicamente insieme per sorprendenti affinità e contrappunti cromatici. Senza rumore, tagli o graffi… Arcimboldo pop della materia invisibile. Dividui negli individui che si moltiplicano a dismisura, incomprensibili ai più, per ora… ma non per molto… La bella costruzione di linee e colori di Cristiano è in quelle “forme di vita”, pronte ad esplodere ovunque e gioiosamente in superficie, che la contemporaneità si ostina a negare.

PS: Si è mangiato benissimo al buffet… Memorabile il rustico della zia della ragazza di Cristiano!

Tutti i dettagli su questa pagina Facebook.


The divided self-publishing | l’I/O pubblico

(il titolo è la paronimia – o un paragramma kristeviano o un mash-up linguistico – di un noto libro sulla schizofrenia “L’io diviso” dell’antipsichiatra Ronald Laing)

Alla fine l’ISBN turco gratis e la distribuzione sulle più vaste piattaforme online di vendita al dettaglio di ebook, m’ha fatto narcisistizzare… anche io Narcissus (come si evince dal link presente anche nella colonna a destra…).

Una mega-selfie (nel senso di “sega”, come era un tempo… altro che “auto-scatto”…).

(Com’è patetica ‘sta cosa…). Prima o poi arriveremo a pubblicare anche il codice genetico in cambio di qualche gadget

Ciò che scrivevo ad un mio amico:

Ovvio che questa diffusione a costo zero uccide svariati passaggi, con tutte le professioni inutili che ci sono in mezzo, consegnando te, inerme dividuo (altro che Autore o “Narciso”), agli interessi della Grande Macchina o del Grande Lenone… ma qui stiamo parlando di ebook che fanno girare a vuoto la macchina, che non si vendono e di rendite pari a “0”, ove la morte di qualsivoglia profitto trionfa. E se non fosse così sarebbe alquanto contraddittorio (non dialetticamente, si spera) con i contenuti di certe pubblicazioni… e andrebbe bene lo stesso…

Ricordo che ai nostri concerti regalavamo scritti cartacei… come un gadget… un regalino velenoso… In effetti scrivere l’abbiamo sempre considerata un’attività a costo zero…

Del resto fare l’editore e operare una scelta tra autori è un po’ come pretendere che ci debba essere un solo modo di cacare.

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Amazon chiede (ed intima):
– Non sei Valerio? Esci

Metti, come è assai probabile, che non lo sia… dove vado? devo per forza identificarmi con me stesso per restare in un magazzino virtuale? Oppure metti che sia un millantatore… lo confesserei, e sloggerei solo perché lo suggerisce Amazon? Cosa poi imbarazzante è che da Amazon NON SI ESCE… non c’è un logout

L’altra possibilità è che nel magazzino virtuale finiscano (senza poter uscire, a meno che non rinneghino il loro nome) svariati Valeri casualmente loggati con la stessa ID e PSW

Il risultato è che si è assaliti da dubbi che si rifrangono in altri vaghi riflessi: sono davvero io? sono un millantatore? sono un mio omonimo?

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Divagazione

Se retribuissero il lavoro casalingo (questa enorme sacca di lavoro informale e non tassato) non ci verrebbe in mente di vendere le nostre opere a due spicci, ma produrremmo in modo decentralizzato focacce, torte, manicaretti e quant’altro… Per di più, si rilancerebbero i consumi… Non è quello che vanno cianciando tutto il dì?
Che lo stato metta il dito tra moglie e marito, che distrugga la Famiglia, se vuole davvero “liberalizzare”…
Controindicazioni: i ristoranti perderebbero gran parte della clientela e le case de* casalingh* si riempirebbero di ispettori del lavoro e della ASL… un’ipotesi da regime “sovietico” probabilmente (ma, del resto, è quella la china…). Alcuni preferirebbero svolgere i lavori casalinghi a nero… In tal caso fioccherebbero denunce e delazioni, da parte di chi è in regola, al primo odore di cibo cucinato.

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I mezzadri della cultura si comporteranno come si comportarono i mezzadri delle colture (ai tempi dell’urbanizzazione). Toglieranno tutto ai loro padroni (si spera, per non sostituirli). Anche perché il padrone attuale è automatico (prova ad esserlo) e rastrella cognizioni e linguaggi senza comprenderli e praticarli, ma solo per venderli (ad un prezzo sempre più svalutato, quasi senza mercato). Fugge in alto, nei paradisi fiscali, mentre la realtà prenderà un’altra piega (forse…).

Anzi… probabilmente la realtà prenderà una piega del tutto gratuita, di impossibile redistribuzione mediata dall’alto (probabilmente vi sarà un ritorno della violenza, ma anche il dischiudersi di possibilità inesplorate). Fine della dialettica padre-figlio, padrone-servo… non sarà questione di riappropriarsi di quello che apparteneva al padre-padrone. Semplicemente moltissime cose (e persone) non avranno più valore. Che è comunque un buon punto di partenza.

La questione di fondo non è solo come eliminare il privilegio del diritto d’autore, o di qualsiasi altro diritto particolare, ma come eliminare il privilegio indivisibile e individuale in generale, senza secondi fini che si pongano sullo stesso terreno di ciò che si intende destituire (che cioè non andrebbe abbattuto per essere soppiantato… non è una faccenda di cattiva amministrazione che assegna e difende privilegi, ma di un’intera rete dei rapporti sociali che si basa su quelle “proprietà” che comportano esclusione, schiavitù e soppressione scientificamente e proporzionalmente adeguata a seconda dei gradi di distanza dagli snodi centrali).


L’ipotesi perversa III

non un “di più”, una finzione, una plasmazione, un’aggiunta… ma un reiterato lavorio della morte applicato a punti precisi secondo un pro-getto (non un sog-getto o un og-getto) emblematico d’e-sistenza (stesso etimo di “estasi”: ēx=«da» o «a partire da» + sistere, forma secondaria del verbo sto, -as, stĕti, stātum, -are=«stare»)… non una genesi d’argilla, ma sculture, disgiunzioni, divisioni, insiemi complessi scavati nei sistemi… tutt’altra cosa che, semplicemente, sfasciare, devastare, distruggere, annichilire

qui la prima e la seconda parte

Una certa nausea e un certo disgusto 

Come fanno i pensatori critici quando scrivono di rapporto di “dominio” (accanto al meno equivocabile “sfruttamento”) a non leggervi qualcosa di perverso?… è scandaloso (o, meglio, noioso e prevedibile) che alla fine, per lo più, si goda di ciò che si critica (=si declina in tutte le salse, moltiplicandone le possibilità, le affinità, la capacità penetrativa… ops!). Per fare un esempio di dividue tra le più dominate: non intrattenevano forse le streghe (nel demanio) rapporti col demonio-dominio? Parte dell’energia impiegata nel dominare viene scaricata (con brevi soddisfazioni che si pagano care prevalentemente per chi è dominato) in sesso, orge preparate, organizzate, pianificate  (come per esempio nelle dark pool o nelle rivoluzioni colorate o nei bombardamenti, nelle stragi mirate)… va a puttane. Ma solo per ricaricarsi, per pompare nuova tensione da scaricare. Le politiche della dilazione libidica, della sua negazione fino allo spasimo (dal sesso taoista all’austerity, etc…), degli strozzamenti (“breath control”) o strozzinaggi, servono a questo.
Verrebbe voglia di non godere (e criticare) più… e non so se per troppo appagamento o troppa lucidità. Altri comunque, più sprovveduti e ingenui o affamati, sognerebbero ad occhi aperti rapporti “kinky” o “fetish” e ripartirebbe la sex machine. Anche dopo milioni di morti, se dovesse prevalere temporaneamente la soluzione frigida (più che finale) tra chi comanda e domina.

Il problema è dunque la macchina… da S-LOGARE, riassemblare con giunti diversi secondo un progetto (munista, dividualista, decentralizzatore, anomico, anti-identitario, anti-umanista, anti-universalista, ecc… illegibile per i fan dell’Essere e dei suoi sistemi, a-linguistico) che predisponga a RISLOGARE… non dando il tempo né di godere, né di criticare… mutando il giogo in gioco, senza lamentarsi amleticamente dei tempi “out of joint” in cui viviamo. Usare ripetutamente l’ascia (per spezzare i giunti e le articolazioni che impediscono o costringono i movimenti nel giogo della macchina o dividere i blocchi, squarciare i contenitori, insistendo con precisione sul punto che si è cominciato ad attaccare fino a liberare nuove forme) come suggerisce in questa intervista una incredibilmente sorridente Diamanda Galas (nonostante parli di morti violente, genocidi dimenticati e antiche maledizioni, del “crescere contro” qualcuno). Minuto 8:20 a proposito di Henri Michaux:

Dice così:

“It’s a axe. Michaux believed that in order to actually effect the axe you had to hammer it. He really tried to make it real, not just in artistic statement, but really…”.

Più o meno:

“[Defixiones] è un’ascia. Michaux, credeva che per rendere efficace un’ascia occorre martellare. Cercò realmente di rendere questo reale, non solo in senso artistico, ma realmente”.

 

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Allego una lettura da J.F. Lyotard, capitolo “Il Negozio” da Economia libidinale che mi ha fatto pensare sulla questione del meccanicismo (vi ho letto in tralice anche una critica al suo amico Deleuze) e del senso con cui non si dovrebbe intendere la “macchina”, come struttura in gioco  (si suppongono noti i termini “isonomia” rispetto all’anello centrale delle leggi, lo zero anale per Lyotard, dell’agorà che riunisce i guerrieri sapienti… così come la “circonversione”, etc):

In particolare, questa operazione politica determina l’istituzione del clivaggio fra valori d’uso e di scambio. I corpi in gioco nella politeia, e in Aristotele i beni e i bisogni in gioco nella koinonia, se possono essere scambiati in base alla legge dello zero finale, è perché hanno subito inizialmente la rigida «educazione» libidinale che permetterà di non lasciare in piazza, sull’agorà, sul mercato, che segmenti di banda in cui il godimento sarà istanziato convertibil­mente. L’equivalenza mercantile è il doppione dell’omosessualità politica; i segni del più e del meno possono essere applicati a questi pezzi di corpo e ai flussi che li attraversano, poiché, essendo stati posti come omogenei, sono quantitativamente stimabili. Quel che Aristotele, primo degli economisti politici, chiama bisogno, chreia, è ciò che la carica pulsionale che spinge al godimento diventa in un segmento del corpo isonomico, circonverso. E il valore d’uso di un bene, che nelle condizioni del cerchio è il suo valore in godimento, sarà la capacità che questo bene ha, innestan­dosi sul segmento del corpo desiderante, non solo di condurlo alla scarica, ma di rendere il prodotto di questa nuovamente ripiegabile sul mercato, e annullabile nella compensazione finale delle perdite e dei guadagni. Di conseguenza, valore d’uso immediatamente subordinato al valore di scambio, godimento più nel senso degli econo­misti che in quello degli erotologi.
Questo non vuol dire che non esista, che sia illusorio o alienato. Nient’affatto, e noi ostentatamente voltiamo le spalle a questa vecchia critica. Ancora una volta, per sostenerla, bisognerebbe poter parlare di un corpo libidinale totale di una banda o di una collezione di organi investibile in ogni punto, atta a godere ovun­que senza residuo, in rapporto alla quale ogni godimento istanzia­to qui o là non lo sarebbe che al prezzo di una vera e propria amputazione. La riconosciamo, questa vecchia fantasia, noi econo­misti libidinali, non si tratta tanto del godimento come fantasma (idea tutto sommato triste e nichilista), ma piuttosto dell’immagi­nario della totalizzazione, di un Eros senza pulsione di morte (o riconciliato con essa, Marcuse), di un’unità senza perdita. Idea non lontana, per strano che possa sembrare, dal meccanicismo: perché in questo, come in ogni teoria fisica del movimento, è assente l’ipotesi che un disordine insopprimibile, irreprimibile, possa, in momenti imprevedibili e secondo modalità non valutabili, sregolare le organizzazioni dei movimenti e smembrare i corpi meccanici. Al contrario, la pulsione di morte di cui parlava Freud, che sostiene il nostro economismo libidinale, implica un fantastico caso (non in se stessa, ma per la sua indiscernibilità), e Freud la chiamava di morte proprio perché questo caso comporta inevitabilmente la rottura dei dispositivi in atto, la loro necrotizzazione, così come il «buon funzionamento» di questi dispositivi – ad esempio quello dell‘isono­mia dei cittadini e delle merci – soffoca con la sua musica armoniosa lo stridere e le grida dei segmenti del corpo-banda, privati della circolazione dei flussi libidinali, prosciugati, sterilizzati, raggriccia­ti: gli evertiti fuori circonversione.

 

 


Deposizioni muniste

…continuando con le decostituzioni e le destituzioni…

A proposito di divisione del lavoro… Non è che si è contro la divisione, ma contro la sua organizzazione, contro le sue giunture, contro certi movimenti meccanici che stritolano. Non vi è mai stata qualcosa come un’attività indivisa, un’origine non alienata (senza la quale non è possibile evidenziare alcuna alienazione), come presuppone un certo co-munismo (che pone segretamente al suo centro un idillio umano inesistente se non in certi sentimentalismi settecenteschi, quando pianta l’orrore sociale come prima natura nel bel mezzo di ognuno).
Il munismo, tagliando il “co-“, si pone in contrasto con qualsiasi origine e individua(lizza)zione… è attività dividuale regolata per gioco, “meccanismo” ricombinante,  in cui il giogo gioca. Depositivo, non “dispositivo”. Cadavere (ciò “che cade”), scarto (ciò che è “messo fuori”), escremento (ciò “da cui ci si separa”), dall’inizio alla fine… comunque sempre rinnovato. Genesi fluttuante.

Perdita di tempo incalcolabile (se non sommariamente, da un Terzo virtualizzato, da un muni-cipio, che “non conta”) in ogni suo momento. Produzione regolata, più che per volontà, “a naso”… o, piuttosto, per noia (da νοῦς – impropriamente? -… ma s-logata, senza λόγος… non in-tuizione – “guardare dentro” -, ma em-bolo – “ciò che si getta in mezzo” – che impedisca a qualsiasi totalità fantasmatica di organizzarsi e dispiegarsi sistematicamente contro i suoi insiemi non omologhi, eteronomi, eterodossi, eterogenei, difformi (è così che il logos vede, sorveglia, controlla, incarcera, sopprime, corteggia, incorpora, sussume, ciò che non comprende)… E non mi si prenda per platonico neanche per scherzo… qui non ci sono idee.


Dividualismo e diritto internazionale

Il diritto internazionale deciderebbe dello stato d’eccezione dell’eccezione. Nasce in negativo, a partire da atti violenti (militari) e per legittimare nuovi atti violenti (militari). È la tautologia della violenza tra le nazioni. Può esistere un diritto alla guerra quando la guerra è la violazione di quello stesso diritto? una “guerra giusta”, come la chiamò Obama nel discorso che tenne in occasione del suo immeritatissimo “premio Nobel per la pace” (tramutatasi nel tempo in diritto di ingerire negli affari interni di qualsiasi stato o individuo, in sorveglianza e spionaggio a 360 gradi, in strategie “light footprint” di condizionamento e destabilizzazione di stati poco collaborativi e nel diritto di uccidere chiunque e ovunque nel mondo, mantenendo un rapporto formale di non belligeranza tra stati)? Chi sostiene i “diritti umani” non sono forse le stesse nazioni che hanno posto delle norme per legittimare la loro violazione di quei diritti? Chi può stabilire se una guerra sia legittima o illegale se non vi è un terzo giudicante neutrale (o, meglio, un arbitro imparziale più potente delle nazioni, un governo mondiale, una costituzione mondiale,  invece di un insieme di consuetudini messe su appositamente per essere violate…)?
Tutto questo farsi guerra tra nazioni fino ad ora sembra che sia la premessa logica di un futuro paranoide governo mondiale… della perfetta distopia totalitaria, della violenza sistematica globalmente dispiegata.
Ci si dovrebbe decostituire come eccezione dell’eccezione dell’eccezione. E dato che i soggetti del diritto internazionale sembrano essere gli “individui”… il primo passo sarebbe quello di decostituirsi da individui in dividui.

Individuare delle comunità (prevalentemente su basi nazionalistiche, etniche – termine politicamente corretto per “razziali” – e religiose) per riunirle in continenti-contenitori da inglobare ulteriormente, come in una matrioska, sembra essere il loro gioco. Estendere l’appropriazione e la privazione (regolata per es. dai vari diritti privati) universalmente… (internazionalmente non basta).

una foto scattata da Milla Jovovich, presumibilmente nella cameretta di sua figlia


L’habitat fa l’habitus | divagazioni dividualiste e anti-umaniste

Non c’è proprio niente di “umano” nelle relazioni tra i viventi di questa specie (o meglio quel che vi è di “umano” costituisce il principale ostacolo ad una giusta ed equa divisione – non “distribuzione”, si badi bene – delle risorse, dei beni, delle attività – non del “lavoro” – e dei prodotti, il principale ostacolo ad una ricombinazione della macchina estrattiva e dei processi conseguenti). Solo se se ne prende atto si possono progettare e costruire strumenti che vadano nella direzione di rendere inutili comportamenti umani scontati e predatori come la sopraffazione, la violenza, il saccheggio, etc…

Colpa di Rousseau e della tradizione di tanta sinistra ottocentesca che poneva la società (questo imbroglio inestricabilmente articolato, inventato da soci) al centro di altre entità astratte (ma con precisa funzione strategica) come l’economia e la storia. Questa idea della pacificazione e riconciliazione sociale (come se la società esistesse da sempre, come un fatto “naturale”), del paradiso terrestre riconquistabile, dell’arcadica convivenza del lupo e dell’agnello, del comunismo primitivo, del regno millenario o del regno dei cieli… è un equivoco che è servito per millenni a nascondere dietro l’alibi di un’immaginaria natura idilliaca (materiale o spirituale) sia la violenza sistematica dei peggiori regimi dispotici, dittatoriali o democratici che l’evidenza di un conflitto perenne che agita le nostre esistenze in relazione o meno tra loro, dato dalla fame e dalla possibilità di non dividere… di in-dividuarsi appunto, di afferrare e incorporare, accumulare il di più, recintare, appropriarsi, privatizzare, costruire un , un proprio con le sue relative proprietà… garantendosi la sussistenza (e molto altro) con squilibri programmati… riducendo sempre di più il divisibile con la violenza e con giustificazioni progressivamente più assurde, complesse, sistematiche e pretestuose (ciò che chiamiamo cultura, scienze umane, arte, spettacolo, etc…).

La dividualità femminile (la capacità delle donne di scindersi in due o più viventi, di riprodursi) è stata la prima ad essere impacchettata e rivenduta in stock o al dettaglio… dando inizio alla pro(i)stituzione (ormai generalizzata e resa libera dai vincoli troppo rigidi del matri-monio, servizio prostitutivo troppo impegnativo, duraturo e a basso costo)… Eppure anche i maschi sono divisi, scissi internamente