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Psicanalogica – l’Embolon contro il Symbolon

In questo post si parlerà dell’Analogica applicata alla psiche umana, ovvero della Psicanalogica e dell’oggetto (o piuttosto dell’ in-getto, em-bolo o em-blema) del suo studio. Poichè, per inventare una nuova “scienza”, occorre prima decidere di cosa si occupi…

Io, suo fondatore, sarei dunque uno psicanalogista?… Non so, forse è un po’ presto per definire i titoli d’onore e i diritti di esistenza di una “scienza” che deve ancora nascere… Ma l’ho già tutta in mente, quindi non resta che inventarmela (da “invenio”=scopro) man mano…

Jacques Lacan con sigaro storto

Questo signore, Jacques Lacan, parlava, finché era vivo, con voce cavernosa, producendosi in discorsi spesso oscuri e incomprensibili, ma la moda dei pensatori francesi dell’epoca faceva sì che lo si stesse ad ascoltare molto attenti, ripetendo le sue oscure formule e spesso  complicandole ulteriormente… Era uno “sciamano” che magnetizzava l’attenzione sulla sua rilettura di Freud. Insomma era uno psicanalista, non uno “psicanalogista” come me… e aveva l’intenzione di rivelare la “verità” dell’inconscio. E di definire, nel corso dei peregrinamenti teorici di una ventina di seminari, la “posizione del soggetto” nello spazio psichico che aveva disegnato:

il "nodo borromeo", incontro dei tre piani RSI (Reale, Simbolico, Immaginario) che per Lacan definiscono il soggetto della psicanalisi

E’ il nodo che intreccia “Reale, Immaginario e Simbolico” (tipicamente lacaniani) e fa emergere nell’intersezione il sintomo (quello che gli psicanalisti dovrebbero curare…). Bello vero? Pare una fede turca (quella fatta da 3 anelli incastrati tra loro) aperta in tre. A suo modo un emblema… E questa sarebbe la mappa del suo campo d’azione. Qui ci sarebbe il famoso “soggetto”… Sub-jectus dal latino. Che vale “gettato sotto, sotto-posto”. Dunque… cominciamo male. Io sarei un “soggetto”? Una persona risibile, una caricatura, un dipendente? Una  specie di Fantozzi? Nooo… Ma la moda strutturalista dell’epoca non vedeva di buon occhio l’Uomo. Al punto da porlo come “soggetto”, strutturato dal linguaggio di cui non era che un effetto. “Ciò parla”, diceva Lacan.

E che ci dice?… io e la mia mania di scomporre etimologicamente le parole (che hanno una vita animale e una genealogia) diciamo, prima ancora che io ci capisca qualcosa, che si parla di “-getto“. Parlerò dunque di getto, senza pensarci troppo.

Sog-getto, og-getto=”gettato sotto”, “gettato innanzi”… evoca nella mia mente la scena di uno schiavo lanciato ai piedi di un Re. Possiamo sopportare ancora questo stato di sog-gezione? Seguendo la scia del latino dovremmo parlare di in-getto, ma questa parola evoca la puntura, l’in-iezione. Parliamo di qualcosa che ci viene scaraventato dentro. Non proiettato, introiettato… o inoculato. Una specie di sasso in uno stagno… Quiete turbata dal “fuori” e che riverbera… gran sollecitazione di neuroni, della memoria. Fuori di che? Fuori di chi? Fuori di noi. Fuori dal danni di un embolo...tempo. E cosa viene scagliato dentro? Un embolon (=”gettare dentro“, dal greco)… che a prima vista sembra una minaccia mortale. Nella nostra lingua lo intendiamo come un embolo, qualcosa che ostruisce le arterie e crea danni al cervello, per esempio con un ictus… Anticamente si intendeva con “embolon” il rostro, la punta della chiglia che si incuneava nelle navi nemiche per affondarle… o uno schieramento a V in guerra. Dunque appare come una minaccia mortale per il soggetto, sotto-posto alle classi e alle categorie che lui stesso s’è inventato al punto da essere determinato da queste. Minaccia di morte per la filosofia, perché in realtà l’embolon è un emblema (che permane nella sua natura emblematica, dunque non riducibile alla logica identitaria e copulante A=A… una rosa=una rosa, ma a quella più ambigua, della rassomiglianza, dell’analogia: A sembra A, ma anche un triangolo, una vocale…). Emblema che si oppone al symbolon, ovvero al “simbolico” con cui Lacan chiamava l’ordine del linguaggio, della società, sotto il vessillo trionfale del Nome-del-Padre… La chiave per accedere a questo castello di segni (o meglio di “significanti”) era il più ovvio “significante del desiderio”… più volgarmente, il Fallo… che ci liberava da quel terreno paludosamente insidioso del regno materno, della reggitrice oscura del gioco dello specchio che avrebbe fatto identificare il bambino che siamo stati tutti noi in un abbozzo di segno, una prima percezione di sé… l’Io ideale. L’immagine del corpo… allo specchio. Quello sei tu! Oh che sorpresa! Oh che emozione! Mi sposto a destra e lui si sposta… Ma come si fa a dire che questo è un segno primitivo? Un primo segnale di senso… solo per essere stato sottratto all’impossibile spazio del Reale (al di là del materno, dello schizoide, dell’ab-ietto … inaccessibile, indescrivibile, inimmaginabile, immemorabile)? L’incorporea immagine al di là dello specchio è un embolon. Ci viene scagliata dentro. Anticipa i nostri movimenti, li scrive nella memoria, li ripete… E’ il perenne anticipo del tempo che vivono gli animali, specie quelli autocoscienti come gli uomini. Un fuori-tempo che ci viene “scagliato dentro” nel nostro tempo psichico. L’embolon ovvero lo spazio embolico è reale, immaginario e simbolico in un unica soluzione… Dissolve la mappa (topologia) del soggetto di Lacan. Non è più possibile speculare senza sapere di mentire. Se dell’inconscio Lacan dice “ciò parla”… io aggiungo che piscia (in balistica, si parlerebbe di traiettoria),  getta, prende, canta, ascolta, ricorda, vede, ride, mangia, pensa, immagina, scrive, cancella, dimentica, sogna, dorme… spesso con una musica di fondo.

“Io” non è uno spazio chiuso. E’ un fuori “gettato dentro”.

Gli indiani non sbagliano a considerare la mente-corpo come una sola cosa. Il pensiero è un gesto, un movimento. Ci muoviamo nel nostro pensiero come in uno spazio fisico. I nostri stessi pensieri si muovono come in uno spazio fisico. Questo spazio fisico ci è stato scagliato dentro e ci “anticipa” continuamente, come a provenire da un fuori dello spazio-tempo che comprende la nostra percezione, con intuizioni, previsioni, schemi tattici, figure. Costruiamo un linguaggio solo per emblemi (o catene di associazioni), solo per questo continuo getto, dentro di noi, di immagini, suoni, odori, parole, carezze, fuoco, strepiti, ecc… Tra gli emblemi o emboli ve n’è uno particolarmente usato, che finisce per snaturare tutti i nostri possibili discorsi sulla psiche. Il symbolon. Definibile come il titolo esemplificativo di un oggetto, quello scambiabile per capirsi e farsi capire, è anche quello che ha dominato per secoli nelle teste fallocentriche e patriarcali dell’Occidente. Abbiamo il denaro e Dio Padre in testa. Una cosa ha valore se si scambia. Per esempio: nel sesso si scambiano cazzi? Il cazzo sarà l’equivalente generale del desiderio… si scambiano donne (come sosteneva Levi-Strauss ne “Le strutture elementari della parentela”)? La donna sarà la moneta vivente di scambio nelle società umane (forse da queste due equivalenze nasce la figura della “donna fallica” di Lacan?). E circolerà nelle società come il sangue nel corpo (finché non ci sarà un’embolia a rompere questo schema circolatorio, trasformandolo in una spirale emorragica che conduca altrove… ma subito si creerà un nuovo vortice e una nuova circolazione)… E’ un gioco che sminuisce qualunque -getto. Che sia seme, contrazioni vaginali, che sia polluzione di pensieri dentro di noi, che sia gioco del fuori col dentro, poco importa… Quel che conta si definisce con un patto chiaro. Infatti cos’era il symbolon (dal gr. syn+ballo=”metto insieme”) in origine? Una tessera che veniva gettata per terra, spezzata in due… e il margine di taglio, che solo poteva combaciare con l’altra parte, era garanzia del patto tra i due che rompevano il coccio. Su questo scambio è nato il segno, che sempre pretende di combaciare e significare altro, garantendo l’ordine (o la grande menzogna della “mente che mente”) come meglio può…

Ma il fatto è che non c’è ordine. L’ordine non è che un embolon. Un campo di forza che collega svariate percezioni e le inscrive in una “serie“: Padre-Dio-Logos-ordine sociale-territorio-soci-clan-stupro rituale-sfruttamento-patriottismo-guerrieri-ragione-linguaggio e così via… serie gettata dentro dall’ambiente circostante e non solo per patti, per convenzioni, ma anche da singole impressioni, da un’educazione al symbolon (fatta di convenzioni e classificazioni) che ci viene riproposta come una marziale e deviante palestra della mente-corpo. Muoviti così e dici “fallo”… Muoviti cosà e dici “fallimento”… Il symbolon è una particolare specie di embolon che si prende per vero, reale, chiaro, evidente, razionale, buono, incontrovertibile… è un embolon “presuntuoso”, che cerca costantemente di celare la sua natura emblematica. Necessario per il “progresso” e la “civiltà”, nega costantemente i suoi accidenti e le sue eccezioni… La Psicanalogica è qui per questo. Per “embolizzare” questo sistema proliferante e virale e bloccare la sua circolazione arteriosa e, nella sua accezione positiva, muovere il pensiero secondo la sua “natura”, ovvero il suo ritmo e il suo movimento. Vaglierà rassomiglianze e le inanellerà come in un diadema o in una collana. Cercherà di continuare ad accostarsi alla comprensione (e alla rigenerazione) dei sogni, delle analogie, delle intuizioni, delle trasmutazioni e del mondo non più scientifico e filosofico che ci attende. Continuerà il racconto interrotto (ma sempre rilanciato) delle donne-sacedotesse (delle verie  magdalene, pizie, bakhti, diane cacciatrici), delle radure dei boschi, dei desideri, delle leggende, dei sincretisti. Seguendo un’arte del “-getto” che sappia cosa “gettare dentro”… come masticare la luce, indirizzare i fulmini e i soffi e seguire le eccezioni. Nel tentativo di dischiudere il corpo-mente a quel “fuori” che ce lo re-invia costantemente mutato e modulato.

il -getto: movimento dell'embolon (gettare dentro) e dell'eccezione (prendere da fuori). Al centro la spirale del corpo-mente. Elaborazione grafica 3D di Valerio Mele.

P.S.: Eccovi cosa c’è “in ballo”. Ed eccovi “imballata” la psicanalogia… (sono solo altri due termini derivati da “embolon“…).  Parleremo in seguito della pratica psicanalogica (inattendibilità della scienza, analisi dei sogni, amplificazione associativa e analogica, “sciamanesimo”, metodi e terapie, dono).


Sciamano

(parole e silenzio di Valerio Mele)

Si getta

dal fondo della notte

cascata oscura

incessante e banale

tuono mugghiante

nel pozzo di luce

dei mondi.

Sciama di nuovo indietro,

sfuggendo al terrore sismico

di miriadi di uccelli in volo,

verso la breccia impossibile

della sua sorgente…

e ritorna a cambiare le rotte

e rifrangere i raggi fulminei

delle cascate.

Mai sarà compreso

sempre sfuggirà,

sempre tornerà,

sempre (o quasi) a bersaglio.

Ogni volta differente.

Ogni volta diluito.

Ogni volta trasmutato.

Eccezione di Dio,

sabbia e sale,

fango e seme,

poi sciame,

eccezione dell’ eccezione,

e ancora e sempre…

-getto.


IL DI-VERSO DEI -GETTI

decomponendosicompongono


sog-getti, né og-getti!

PS: Cito da questo interessante articolo che cita il libro “Forsennare il soggettile” di Derrida… che scrive di “getto” (il grassettato è mio):

In Forcener le subjectile, Derrida elabora un’interpretazione complessiva della paradossale non-opera del poeta-artista francese, attraverso il grimaldello di un’antica e desueta parola, forse francese o italiana: subjectile, soggettile. Artaud la utilizza tre volte nei suoi scritti, per parlare dei suoi disegni (nel 1932, nel 1946, nel 1947). Infatti, il “soggettile” indica innanzitutto il “supporto” materiale dell’opera figurativa. Ma in Artaud assume connotazioni aggiuntive inedite. È sì supporto ma anche soggetto, indica la passività della materia ma anche quella del “soggetto” (nel senso dell’esser soggetto a); indica un “giacere” (dal latino iaceo-iacēre) ma anche, nello stesso tempo, un “lanciare” (dal latino iacio-iacĕre); ha a che fare, quindi con la “gettatezza” dell’essere al mondo e con il “gettare” (jeter) e il “progettare” (projeter).

Il soggettile cos’è? – si chiede Derrida. Qualsiasi cosa, tutto e qualsiasi cosa? Il padre, la madre, il figlio e io? Per fare buon peso, perché possiamo dire la soggettile, è anche mia figlia, la materia e lo Spirito Santo, la materia e la forma delle forme, il supporto e la superficie, la rappresentazione e l’irrappresentabile, una figura dell’infigurabile, l’impatto del proiettile, il suo bersaglio e la sua destinazione, l’oggetto, il soggetto, il progetto, il soggiacente di tutti questi getti, il letto del succube e dell’incubo […], ciò che porta tutto in gestazione, che gestisce tutto e partorisce tutto, capace di tutto. […] Tutto e il resto, ecco ciò che è senza esserlo.

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Sono un isolotto vulcanico

vulcanoQuel che segue è il racconto di un naufragio psichico…

Ero a casa della Testimone, quando arrivò l’Hortolano… Presentava un’erba mai vista. Triangolini verde scuro grandi non più di due millimetri. Mischia col tabacco e ne offre metà. La Testimone deve rimanere sobria.

Capisco subito che non mi trovo di fronte ad una sostanza governabile. Ravvolto a uovo su un divano comincio a ridere… e ad ogni scossa salta un pezzo della mia crosta… più rido e meno c’è il mio “Io”. La mia risata scoppia e non si ferma più. Vedo la Testimone attraversare il mio campo visivo per undici volte, da sinistra a destra e tornare sempre dal lato sinistro, senza tornare indietro. Ma quante ce ne sono? Rido. E’ sempre una e sono cento e vanno da sinistra a destra.

Affondo sempre più nel divano, penso che sto morendo, che quello che si chiama coscienza mi stia lasciando. Per un istante non vedo più nulla. Sento la parola “morte”. Non sento più nulla. Poi tutto si trasforma. Non c’è più il pensiero. Al suo posto una successione rapida di emozioni che si dileguano con frequenza inferiore al secondo. C’è, non c’è… un pensiero-emozione (ormai è indistinguibile) e poi oblio-cesura. E’ difficilissimo ricordare tra un’interruzione e l’altra… L’amigdala picchia l’ippocampo come una mazza con un tamburo… Ad ogni colpo salta una scheggia di memoria. Già… la memoria. Vedo il mio pensiero. Lo vedo scorrere come un film. Ma chi è l’osservatore? Ogni volta che provo a pensare “Io” mi viene addosso un treno di dimenticanze e coscienze senza passato… appena nate.

L’Hortolano se n’è andato via.

Guardo il sole e i suoi riflessi sul mare dalla finestra. Non ho mai visto una luce così irreale. Mi frantumo in ognuno dei riflessi che vedo. Io sono la visione che vedo.

Mi sembra di non avere corpo. Così vado a sciacqurmi la faccia nel lavandino e poi torno a guardare il sole. Ripeto questa operazione decine di volte. Ogni volta il sole è diverso… la sostanza continua a picchiare, picchiare, picchiare… l’amigdala pesta rabbiosa… L’ Io resiste… Ma non sa cosa lo attende… Sarà una pessima idea quella di resistere… Ad ogni tentativo di ergersi c’è una forza che riesce a disarticolare, espropriare, liquefare. Picchia, picchia…

La memoria. Cos’è? La coscienza… dov’è? I saggi dicono che bisogna “cavalcare l’onda”… anche gli alchimisti ne parlano, a proposito del “pilota dell’onda viva”. E io sono ormai nella fluttuazione. Sono questa fluttuazione. Ci sono e poi non ci sono più… e ogni volta che ci sono è sempre per troppo poco.

Scendo le scale. Mi sembra di scendere all’Inferno… Così convinco la Testimone a farmi da Virgilio nel viaggio che mi attende. Tra un’interruzione di coscienza e l’altra, conto non più di tre secondi ora… L’onda si sta “allungando”. Ma la coscienza non trova appoggi. Chiedo una coscienza in prestito alla Testimone. E ho sete. Così mi ritrovo a vagare per la città bevendo coca-cola con una cannuccia. Guardo l’incredibile varietà di cose in un supermarket. Elastici colorati, graffette… tutta roba in frammenti… Esco. La sete non si estingue. Lo zucchero viene divorato dal cervello che ormai è come lava che erutta ad intermittenza. Un santino di Padre Pio su una macchina si moltiplica sui parabrezza di tutte le macchine parcheggiate… Ogni cosa, anche la più piccola, si moltiplica all’infinito… Non ne posso più dell’infinito… Non riesco a contenerlo… Non riesco a fermarlo… Ora conto fino a dieci secondi… Sto imparando a saltare tra un’interruzione e l’altra…

Capisco quel che è successo. La mia “crosta” altro non era che la mia “mente”. Ciò che mi è familiare… le mie idee, la mia corazza, i miei appigli… quella povera isoletta dispersa nell’oceano nel mezzo di uno tsunami… E ora si è anche aggiunta un’eruzione… Le onde si allargano in cerchi tutt’intorno e mano a mano si distendono… Ora passano minuti tra un’interruzione e l’altra… le interruzioni assomigliano più ad interruttori… ad ogni cambio, c’è un cambio di polarità. Il pensiero passa da positivo a negativo… da euforico a paranoico… penso di essere capace di “saltare” da un vuoto all’altro e poi penso che ci sia un complotto contro di me… Diffido della Testimone. Che abbandono al suo destino di traditrice.

Dura tutta la notte… e anche il giorno dopo… le onde sono lunghe… durano anche un’ora ciascuna… Decido di prendere una bicicletta per non pensare di essere un Io. Pedalo ergo sum. Quando le auto mi sorpassano sento un frastuono che mi fa sbandare… Vago… cerco persone a cui raccontare… cerco di rassicurarmi… cerco la conferma di non essere impazzito… Prima o poi passerà la coda velenosa della sostanza. E’ come la lava che scorre e si ferma a valle, diventando rassicurante roccia nera. Ma poi la lava riemerge ancora…

Le persone. Sono finte. Non mi capiscono. Seguono l’onda. Io solo mi ostino a ergere la coscienza contro il maremoto… Scoglio emerso dagli abissi, dopo la devastazione dell’isola che c’era un tempo. Palme, vegetazione completamente carbonizzate e sprofondate nell’oceano sommerse da un’esplosione di lapilli e cenere. Tutte le mie povere convinzioni. I miei puntelli.

Le persone sono drogate. Assecondano una vita rigorosamente positiva e senza coscienza. Ridono, brindano, chiacchierano per ore senza dire nulla…

Torno nella mia tana. Il vulcano ha smesso di eruttare. Sono apparentemente calmo. Tutto sembra normale. Rileggo le mie tesi, i miei libri… Non capisco cosa c’è scritto. Non mi capisco più. Niente è più come prima.

Mai più sostanze esterne! Mai più “soma” rivelatori!…


La mia coscienza non è che quello che vuole essere. Sicura di non sopportare l’onda emotiva se non per fissare i ricordi o ardere con fuoco moderato nell’immaginazione. E per il resto… raffreddamento della crosta. Dopo la fusione esplosiva di zolfo e mercurio, vischiosa come lava, torna la quiete salina… Riprendo a raccontarmi i miei ricordi, che si cristallizzano. La loro frequenza li tiene insieme. Capisco che sussistono solo nella loro ripetizione. Più ripeto e più mi convinco di avere una memoria-crosta terrestre. E se continuo a ripetere, presto crescerà nuovamente la vegetazione e gli animali accorreranno ad accoppiarsi e riprodursi… Sono le idee che organizzano di nuovo le immagini, gli odori, i suoni, i sapori, le sensazioni secondo una fitta rete di analogie… Le idee che organizzano le idee secondo campi di forza (ognuno ne comprende altri, come in una “matrioshka”… è questa la “comprensione”, il “concetto“). Come miliardi di piccoli fulmini. Che nascono dalla terra, non dalle nuvole. Nascono dal punto d’arrivo, non da quello di partenza. Viviamo un tempo invertito. I dendriti dei neuroni protendono le estremità proteiche per creare la differenza di potenziale, l’eccezione (il contrario del con-cetto = “prendo con”, l’ex-cipere = “prendere fuori”), il percorso del fulmine. La sua velocità è di cento metri al secondo. Vanno a tentoni… e marcano il percorso… ma trovano sempre nuovi bersagli per i fulmini. Come un filo d’Arianna nel labirinto del mito (= “muggito”) del Minotauro. Il labirinto delle possibilità: si apre un varco e l’uscita crea il “fulmine”, a ritroso. L’a-venire genera questo varco. O viceversa. E’ questa l’intelligenza. Che eroticamente dice: “Vieni”.
In ogni nostro pensiero siamo preveggenti. O profeti.

E la memoria non è mai stabile. Si ripete sempre. Memoria viene dal greco “mèrmera“= cura, sollecitudine… e “sollecitudine” in latino si scompone in “sollus” (= tutto) e “citare” (= dare una spinta)… Un terremoto… la terra che si spacca, l’intero sistema spazio-temporale e consolidato che scricchiola… La fragile crosta terrestre, l’insensata corteccia cerebrale, che crede di racchiudere concetti e invece non ha appigli… solo associazioni per analogia, vibrazioni, onde, energia senza sostanza (anche usare il termine “tracce” sarebbe ancora troppo sostanziale)… e interferenze con l’ambiente e con il cosmo intero… involute in lobi e spirali per meglio provare a catturare l’infinito in un piccolo spazio. Sono ridicoli i tentativi (da parte di tanti scienziati neo-positivisti) di riprodurre il pensiero in un circuito stampato. Il pensiero colpisce il bersaglio prima ancora di scoccare la freccia… Ciò che pensiamo non conta. Non sono che tracce, indizi, sensazioni che prima o poi svaniscono… Il pensiero è l’eccezione che trova la sua regola, che non smette mai di eccedere. Così come noi stessi siamo l’eccesso di Dio. L’eccezione cui è costretto per poter esistere, dal momento che non è.

Se solo imparassimo a morire, permanendo nella dissoluzione con qualche cristallo di sale, forma o simbolo, probabilmente ritorneremmo divini per un istante, pronti infinitamente ad eccederci in una nuova forma vivente.

Capovolgendo una frase di Leonardo da Vinci: “Quando imparai a morire, imparerai a vivere”.

La donna che amo, che è molto saggia, sentenzia: “Ah, perché tu credi che la mente sia nel cervello?”…

Certo che no.

E ancora, interpretando la dottrina dei 7 chakra, sentenzia: “Il culo è l’organo più vicino alla testa”.

Vuol dire che, se è vero che tutto quanto accade nella mente è fantasmagoria (“la mente mente”), è anche vero che è l’emotività, la paura, l’eccitazione a fissare i pensieri. E se questa risulta essere la formazione di base di questo “composto senza origine semplice” che noi siamo, si deduce che è col culo che ragioniamo. Come anche con le dita dei piedi o col naso o con le orecchie… la sensazione è paradigma di ogni pensiero. E anche la battuta d’arresto, che ci fa compiere il balzo tra un blocco e l’altro di roccia vulcanica, concorre alla più complessa delle idee. Anche dormire, anche distrarsi, anche dimenticare…

La filosofia non è la vita. La filosofia è morta e non smette mai di morire mentre osserva la sua crosta raffreddarsi e divenire una barriera corallina, che si riempie di forme meravigliose e senza alcuna ragione.

Fino alla prossima eruzione.

Questo è il risultato del mio naufragio:


Per una ridefinizione della ‘Patafisica

Alfred Jarry

Dando a priori il mio assenzio alle tesi di Alfred Jarry, mi autoproclamo sua eccezione e genero in questo istante il mio singolare e personale Nuovo Collegio di ‘Patafisica.
Alfred Jarry sosteneva che la ‘Patafisica “è la scienza di ciò che si aggiunge alla metafisica, sia in essa, sia fuori di essa”. Insomma proponeva nuovi punti di vista molto critici nei confronti della metafisica tradizionale, della scienza, del pensiero utilitarista, del pensiero dei suoi successori, ecc…
E’ per questa ragione che sciolgo il mio appena sorto Nuovo Collegio di ‘Patafisica.
Ma vorrei continuare a ridefinire la mia eccezione, dando un’altra interpretazione dell’etimologia della scienza scoperta da Alfred Jarry, padre di tutte le avanguardie e figlio di tutti i “classici”.

La Patafisica è la scienza che studia la Natura seguendo l’Umore personale come criterio parziale, ma non per questo meno autorevole, di indagine. Deriva da “pathos” e “physis”=emotività e natura. Dunque è in realtà la scienza delle trasformazioni… o la pubblicità di prodotti inesistenti. E si identifica con una delle fasi dell’Alchimia (il cui vero etimo è davvero impossibile definire).
Jarry si preoccupò di dimostrare in un teorema quale fosse la superficie di Dio, giungendo alla conclusione che “DIO E’ IL PUNTO DI TANGENTE DI ZERO E DELL’INFINITO”.
Io vi aggiungo un postulato (basato sulla mia percezione particolare, ovvero assoluta):

Se Dio è Tutto è anche una sua Eccezione. E tale Eccezione può rivendicare sia la sua particolarità rispetto alla sua Origine, che ridefinirsi nuovamente come Assoluto.

Da questo postulato ne deriva che, oltre ad essere tutto quello che la tradizione racconta, Dio ride.

Diversamente non si capirebbe come mai ci siano in giro tanti “scherzi della Natura”, Sua amata compagna di creazione.
E se c’è un’Origine, essa è biblicamente Maschio e Femmina. Ovvero è platonicamente sferica e senza sesso.

Squalificherei a questo punto alcuni sedicenti patafisici, tra cui:

  • Alfred Jarry (per il fatto di esser morto e per il suo silenzio-assenzio)
  • tutti i membri del Collegio di Patafisica (perché si son fin troppo divertiti a suggere con la cannuccia il suddetto assenzio insieme ai liquami del cadavere di Jarry)
  • Italo Calvino e Dario Fo (perché non vedo cosa abbiano mai avuto a che fare con la ‘patafisica)
  • ecc…

Propongo nuovi nomi di patafisici, tra cui:

  • Valerio Mele
  • ecc…

P.S.: Per approfondimenti:
Alfred Jarry – “Gesta e opinioni del dottor Faustroll, patafisico” (Adelphi)
Jean Baudrillard – “Le strategie fatali” (Feltrinelli)
Valerio Mele – discografia e bibliografia completa