videomaker, fotografo, musicista e sound-designer

Articoli con tag “fulmine

Siamo morti viventi

Polvere cosmica sfortunatamente auto-cosciente e con assurde velleità e smanie di riconoscimento.

Biffature, biforcazioni… stocastiche “biffures”, scriveva Michel Leiris, che però costruiscono un’estetica (a partire dalla propria forma)… materia presuntuosa, leggermente untuosa…

Ci sono tre eventi clou nella vita: la nascita, il sesso e la morte… ma l’ultima è l’orizzonte di non-senso che lascia dischiudere tutti i sensi possibili (inchiavardati alla nascita e al sesso e sempre ritornanti sul miele in cui si rimestano bisogni e desideri, conditi di miserabili astrazioni), che emergono, fulminei, come un singolo senso alla volta (o quasi) nella scena della coscienza, la grande semplificatrice…

Ci portiamo dietro tutti i morti passati, presenti e futuri, ogni volta che pretendiamo di vivere… siamo morti viventi… viventi solo per poco.

Per questo (oltre che per la resurrezione del valore) si sono costruiti cristi-zombie che ascendono in Cielo e altre storie inverosimili… per glorificare un universo sensato che non c’è.

Sognatori allucinati.
Polvere sei…
Cristo ri-morto di Holbein
gloria estatica di un senso insensato,
di un’esistenza temporanea.


“Peto della mia verga”

Quando dico:
Merda, peto della mia verga,
(con tono imprecatorio, quel peto, eruttando sotto i colpi di stivale della polizia),
quando dico orrori della vita, solitudine di tutta la mia vita,
cacca, segreta, veleno, GENIA DI MORTE,
scorbuto di sete,
peste d’urgenza,
dio risponde sull’Himalaya:
Dialettica della scienza,
aritmetica del tuo usufrutto, esistenza, dolore, osso raspato dello scheletro del vivere contro Aziluth
al quale,
io,
io dico ZUT

(Antonin Artaud)

“Lunga storia che condurrà il corpo del despota assassinato, disorganizzato, smembrato, limato, nelle latrine della città. Non era già l’ano a staccare l’oggetto delle altezze e a produrre la voce eminente? La trascendenza del fallo non dipendeva forse dall’ano? Ma esso si rivela solo alla fine, come ultima sopravvivenza del despota scomparso, il retro della sua voce: il despota non è più altro che questo «culo di topo morto appeso al soffitto del cielo». Gli organi hanno cominciato con lo staccarsi dal corpo dispotico, organi del cittadino drizzati contro il tiranno. Poi diventeranno quelli dell’uomo privato, si privatizzeranno sul modello e sulla memoria dell’ano destituito, estromesso dal campo sociale, assillo di puzzare. Tutta la storia della codificazione primitiva, della surcodificazione dispotica, della decodificazione dell’uomo privato è inclusa in questi. movimenti di flusso: l’influsso germinale intenso, il surflusso dell’incesto reale, il riflusso d’escremento che conduce il despota morto alle latrine, e ci conduce tutti all’«uomo privato» di oggi – la storia abbozzata da Artaud in quel capolavoro che è Eliogabalo. Tutta la storia del flusso grafico va dal flutto di sperma nella culla del tiranno, fino al flutto di merda nella sua tomba-fogna – «ogni scrittura è porcheria», ogni scrittura è questa simulazione, sperma ed escremento.
Si potrebbe credere che il sistema della rappresentazione imperiale sia malgrado tutto più mite di quello della rappresentazione territoriale. I segni non vengono più iscrittti nella viva carne, ma su pietre, pergamene, monete, liste. Secondo la legge di Wittfogel della «redditività amministrativa decrescente», ampi settori vengono lasciati semiautonomi, in quanto non compromettono il potere di Stato. L’occhio non trae più un plusvalore dallo spettacolo del dolore, ha cessato d’apprezzare; si è piuttosto messo a «prevenire» e sorvegliare, a impedire che un plusvalore sfugga alla surcodificazione della macchina dispotica”.

(da “L’anti-Edipo” di Deleuze-Guattari)

“Ti hanno tagliato la parte…”, diceva un tale nelle pause di non-lavorazione di un film.
Il punto è che nessuno saprebbe cosa fare nella vita reale… sembra che ci sia solo questa recita, questo récit, questo gioco di ruolo, la cui regola principale è:
“Non si esce…”.
La seconda è ri-petere (ri-chiedere-per-ottenere), più che ri-cantare la me-lo-dia del se-lo-prenda. O forse si dovrebbe dire più propriamente “ri-petare”… se è vero (come notavano Deleuze e Guattari) che ad ogni elevazione corrisponde un peto.

Insomma ci si aspetta sempre qualcosa di consonante, melodioso, armonico… il che vuol dire con ogni evidenza che ci si eleva su una base di dissonanze, ensemble pletorici, disarmonie… o meglio, proprio di rumore… scorreggioni insomma. Non si canta (o recita) di testa, di gola o di diaframma… ma di culo. La prima divisione del /dividuo è questa: Io e Cacca. Non dunque i vapori acquei e l’anidride carbonica della voce, ma i gas sulfurei e il metano della fermentazione intestinale… (che è più o meno quello di cui odorerebbero i panciuti pianeti gassosi… o la flautulenta, corrosiva e nuvolosa Venere… mitologicamente nata dai genitali recisi del Tempo… da cui la sintesi poetica di Artaud… circa il “peto della mia verga”…).

La tempesta su Saturno, per esempio, è un immenso peto pluri-tonante che si avvolge in spirali e perturbazioni titaniche…

Ebbene sì… il sublime Saturno, divoratore dei suoi figli, dio dell’età dell’oro, Tempo personificato, depressione plumbea, falciatore di gambe (specie quando si tratta di fissare il volatile Mercurio), scorreggia come un colossale ragazzino impertinente…

Per fortuna ci sono i fulmini


Filosofia del fulmine

“Il fulmine governa ogni cosa” (Eraclito)

Credo di aver pensato qualcosa come una FILOSOFIA DEL FULMINE… che altrove chiamo freccia, -getto, ecc…
Da notare, nel video la tendenza dell’elettricità a ripetere il percorso aperto dal varco che (invisibile) precede il fulmine.

* * * * * * * * * * * * * * *

Più ripeto e più mi convinco di avere una memoria-crosta terrestre. E se continuo a ripetere, presto crescerà nuovamente la vegetazione e gli animali accorreranno ad accoppiarsi e riprodursi… Sono i pensieri che organizzano di nuovo le immagini, gli odori, i suoni, i sapori, le sensazioni secondo una fitta rete di analogie… I pensieri che organizzano i pensieri secondo campi di forza (ognuno ne comprende altri, come in una “matrioshka”… è questa la “comprensione”, il “concetto”). Come miliardi di piccoli fulmini. Che nascono dalla terra, non dalle nuvole. Nascono dal punto d’arrivo, non da quello di partenza. Viviamo un tempo invertito. I dendriti dei neuroni protendono le estremità proteiche per creare la differenza di potenziale, l’eccezione (il contrario del con-cetto = “prendo con”, l’ex-cipere = “prendere fuori”), il percorso del fulmine. La sua velocità è di cento metri al secondo. Vanno a tentoni… e marcano il percorso… ma trovano sempre nuovi bersagli per i fulmini. Come un filo d’Arianna nel labirinto del mito (= “muggito”) del Minotauro. Il labirinto delle possibilità: si apre un varco e l’uscita crea il “fulmine”, a ritroso. L’a-venire genera questo varco. O viceversa. E’ questa l’intelligenza. Che eroticamente dice: “Vieni”.
In ogni nostro pensiero siamo preveggenti. O profeti.

Sono un isolotto vulcanico

GANESH – Dice la Kena Upanishad: “Esso s’annuncia come fa il lampo”… solo per intuizione puoi cogliere il Bramhan. “Ciò che non può essere pensato con il pensiero, ciò per mezzo del quale il pensiero vien pensato, questo sappi che è il Bramhan”… Se ti balena in mente un’idea, questa è Indra, il fulmine.

Dio è tutto dunque anche ogni sua eccezione

E comunque non vi è regola se non è predisposto un numero infinito di eccezioni.

La sussunzione e il generale

Il pensiero è sempre un gesto e un movimento con una sua realtà. Non vi è un’idea. La mappa delle idee cambia a seconda delle estremità tentacolari o delle vibrazioni che lentamente o velocemente brancolano in periferia, scagliando dardi continuamente verso il presunto centro, ripetendo costantemente che il centro è definito solo dal movimento periferico; non si definisce da sé, per sé o in sé.

Risposta magistrale su la différànce di Jacques Derrida

Le conseguenze possono essere, nella realtà che viviamo, che questa ci appaia in ritardo rispetto a questo “qualcosa” che arriva prima e che non sappiamo quali “leggi” segua o se possa in qualche modo interagire con la materia (anche se, come dicono i fisici, non trasporta informazioni… magari non rilevanti solo per i nostri parametri scientifici o percettivi… ma non per altro che potremmo indagare e scoprire o che agisca nell’inconscio, nella non-evidenza, nell’ombra…).

Quel che intendo dire è che l’eccezione arriva sempre prima della regola.

Tachioni – più veloci della luce

Il pensiero è un gesto, un movimento. Ci muoviamo nel nostro pensiero come in uno spazio fisico. I nostri stessi pensieri si muovono come in uno spazio fisico. Questo spazio fisico ci è stato scagliato dentro e ci “anticipa” continuamente, come a provenire da un fuori dello spazio-tempo che comprende la nostra percezione, con intuizioni, previsioni, schemi tattici, figure. Costruiamo un linguaggio solo per emblemi (o catene di associazioni), solo per questo continuo getto, dentro di noi, di immagini, suoni, odori, parole, carezze, fuoco, strepiti, ecc…

Un’arte del “-getto” che sappia cosa “gettare dentro”… come masticare la luce, indirizzare i fulmini e i soffi e seguire le eccezioni. Nel tentativo di dischiudere il corpo-mente a quel “fuori” che ce lo re-invia costantemente mutato e modulato.

Psicanalogica – l’embolon contro il symbolon

Creare il varco che ci dispone al movimento e a ciò che viene (l’a-venire) è il solo compito di Teseo-Arianna. Come un fulmine, muggito di Minotauro, si uscirà dal labirinto della mente (…che mente).

Siamo fatti di codice e miriadi di eccezioni… tante quante sono le regole. Questo doppio movimento è tutto quello che è possibile osservare. L’avanguardia è il pensiero che si muove come un fulmine, anticipando i movimenti di milioni di “cellule”… Se trova la giusta connessione, il giusto varco, tutte le altre cellule si muoveranno in sincronia e ci sarà un salto quantico, un cambiamento di rotta… E vedremo mirabili volteggi di stormi nei cieli…

Stormi d’eccezioni

Dunque il presente è questa “breccia” (come diceva la Arendt o… Michaux) che ri-manda in qualche modo ciò che era stato anti-cipato (=”preso prima”), previsto sulla scorta di esperienze ripetute, e che si augura di “giungere a destinazione” nel presente, nel luogo in cui può esser-ci un senso (che emergerebbe come da quello che definisco un varco, “filtrato” dalle differenze e dagli “scarti” che lo precedono).

Dove sono in questo le categorie, le classi e le sottoclassi e le strutture del pensiero? Puf!… svanite… solo tante immagini, suoni, sensazioni e… frecce a bersaglio prima di essere scoccate.

Jacques Derrida, l’ultimo filosofo

E’ da notare come nessun filosofo si sia occupato del futuro in quanto tale, come dimensione anomala del tempo. Liquidato da Aristotele, Epicuro, s. Agostino come inessenziale, come un non-essere… recuperato in una dimensione escatologica e finalistica dal cristianesimo, da Hegel, Marx, etc… sognato dagli utopisti e dagli apocalittici di tutte le ere… è stato ad ogni modo ingabbiato in una dimensione ontologica, che non gli è propria, evidentemente.

Il presente-passato è l’arciere che pensa di “penetrare il futuro” (come dice Bergson) e andare a bersaglio… quando invece è la freccia-a-bersaglio (il futuro) che trapassa l’arciere. E’ l’arciere ad essere invaso (ed invasato) dalle tecniche e dalle forme generate dal fine (la freccia-a-bersaglio). Così come il gatto-in-posizione-iniziale non precede il gatto-in-posizione-finale, ma è il contrario. Diversamente il gatto starebbe fermo. Insomma Aristotele ha ribaltato la questione potenza-atto. La fine di un moto non è il suo essere-in-atto, ma il suo essere-in-potenza… ed è condizione che sembra generare dinamiche studiabili secondo leggi, ma solo in apparenza… poiché se il passato appare imbrigliabile in un essere, il futuro non lo è.

Il futuro in quanto tale. Tre riflessioni non essenziali sul tempo


La Sussunzione e il Generale

G. Grotz - Eclisse di sole

Ci sono parole come “sussunzione“, che hanno un suono davvero evocativo… Sa di “suzione”, “su… su”, “assunzione”… Sembra qualcosa che perde corpo. Cosa che poi è quel che in un certo senso significa la parola. Il “Singolare” che si fa “Generale“, entra nelle odiate categorie (quelle di Kant per esempio, l’inventore della paranoia filosofica moderna…).
Anche Marx parlava di sussunzione… Senza entrare nel merito, come analogia, è una sorta di “aspirazione” del povero singolo (elemento singolare, lavoro particolare, dato esperienziale, ecc…) nel cielo del Capitale, e del catalogismo (quella che per me è la passione per le categorie, le classificazioni e le tassonomie…), ove splende, come in questo quadro del grande Grotz, un sole eclissato dal dollaro.
Un valore viene sostituito dal suo equivalente Generale (il denaro)… ecco spiegati gli uomini senza testa seduti al tavolo di Guerra.
Chiamiamo questo pensiero generalizzante (cui non si sottrae ovviamente anche la dimensione virtuale di questo social network) e gli uomini che (si) governano secondo tali principi con il giusto appellativo:

ASS-ASS-INI!

(…della realtà, degli individui, delle eccezioni, della vita, della bellezza, ecc… “ass” per via dell’asino presente nel quadro o dei culi su cui sono assisi i personaggi ritratti da Grotz).


La questione dunque è soprattutto strategica. Noi “occidentali” ragioniamo come un esercito. “Sussumiamo” le nostre sensazioni e i dati esperienziali in un presunto ordine (che visivamente è sempre una “griglia“… di concetti, di soldati, di operai, di fabbriche, fabbricati, campi, isolati… che tende sempre a quadrare). In logica, per sussunzione, un gruppo diviene parte di una insieme ad esso gerarchicamente superiore. Nel caso di un individuo è necessario diventi “studente” tra i banchi, “militare” eventualmente o “impiegato”, ecc… e, in tutti i casi, un “cittadino” sottoposto al quadrillage delle leggi e del pattugliamento poliziesco e all’esposizione delle videocamere di sorveglianza… La sua natura di libero animale bipede, che vaga liberamente, senza precise traiettorie e senza confini viene sussunta in una cultura che ritaglia e (ri)definisce gli spazi e i tempi del suo agire (e del suo pensare) in continuazione.
Ma… vi pare che la foresta di neuroni qui accanto possa mai essere organizzata secondo un “incasellamento” (=quadrillage)?
Come dicono le recenti teorie epigenetiche, il “centro” è nella periferia… nelle piccolissime ramificazioni (i dendriti) che captano i segnali chimici anche a distanza… I fulmini, si sa, partono dal punto in cui incontreranno la terra… Similmente i neuroni creano una connessione per il vagare casuale dei movimenti tentacolari periferici… che non “obbediscono” a nessun centro, ma alla diffusione caotica di un recettore chimico che li guida ad una connessione sensata (mirata), ancor prima di avere un senso. Il bersaglio sa di essere bersaglio solo dopo che avviene la connessione, non viceversa (ma nel frattempo giunge a destinazione). Per questo chi pensa in senso meccanico e causale (come è costume della scienza) non ci capirà mai nulla… E comunque non vi è regola se non è predisposto un numero infinito di eccezioni. Niente percorso senza infiniti percorsi alternativi. Lo scopo non è il senso o il bersaglio… Il vivente simula un ordine (un senso e un bersaglio) solo per spinta vitale. Ed è completamente disinteressato a catalogare i suoi movimenti come dati presi una volta per tutte. La sua dimensione è quella di un’illusione dimensionale provvisoriamente necessaria, interna ad innumerevoli dimensioni potenziali. Tra le quali, di sicuro, vi sono anche quelle anticipano il futuro… (noi continuiamo a ragionare nell’unità spazio-tempo e non capiamo che le altre dimensioni sono compresenti pur non essendo “leggibili” o “comprensibili”)
Vi sono dunque solo brancolamenti singolari e provvisori (
embolon)… Tutti i “nodi” che vedete nel paesaggio neuronale non sono che illusioni condensate (symbolon).
Similmente ai neuroni, dovremmo vagare senza confini… e incontreremo chi darà un senso al nostro vagare. Fino a che non saremo costretti ad abbandonare la familiarità del nostro rifugio temporaneo (le nostre tranquille vite sedentarie, il nostro corpo), per vagare ancora… per morire.
Forse bisognerebbe abbandonare la figura geometrica del quadrato come paradigma di costruzione e astrazione… Proporrei il labirinto come modello… la spirale.
O il deserto.

L’io è un bersaglio convinto di essere l’arciere

Egon Schiele - San Sebastiano

Da un mio commento al post “L’altro sapere” di Valter Binaghi:
Mi capita spesso ultimamente di usare la metafora dell’arco (o della folgore) per descrivere la “banale” preveggenza quotidiana (breccia spazio-temporale, apollinea, come la chiami tu), propria anche dei gatti, per esempio. Non è soprendente come sappiano già dove e come si collocheranno dopo alcuni balzi rapidissimi?
Noi non siamo da meno… dopo che un’interlocutore scambia poche battute, spesso capiamo (di -getto, non per prevenzione, si spera) dove vuole andare a parare, prima ancora che si entri nel merito di un qualsivoglia argomento o di complicate discussioni. Basta vedere i concetti come luoghi e il pensiero come un movimento, per andare a “segno”
Questo io lo chiamo il -getto. In luogo del sog-getto. La freccia scagliata dal “fuori-di-sé” verso l’io. Divenuto una specie di S. Sebastiano…

Anche agli dei può capitare...
O come dico qui, a proposito dello “spazio embolico“:
“Io” non è uno spazio chiuso. E’ un fuori “gettato dentro”.
O qui:
Il pensiero colpisce il bersaglio prima ancora di scoccare la freccia.

Chi è senza mercato scagli la prima pietra…

Io, qualche anno fa...come al solito, prima di una qualsiasi azione (compreso il lancio di questa pietra filosofale), ci penso un bel po'...

“Comprendere significa inquinare l’infinito, e l’essere dell’infinito è stato sempre di non essere un essere se non a condizione di essere finito”.

(Antonin Artaud)

Capita a volte di imbattersi, leggendo i blog altrui, in post interessanti, filologicamente rigorosi e con pari (se non superiore) dignità rispetto a libri e autori accreditati… Eschaton è uno di questi.

Quel che mi ha colpito della sua riflessione sulla mercificazione universale (nicchie di mercato e negatività comprese) è il suo non lasciare scampo. Ammiro la sua attenzione genealogica alle tentazioni risorgenti della “metafisica” (e della proteiforme e strisciante cultura di “destra”). E’ un “derridiano ortodosso” (archivista e “neo-kantiano”, promotore di un “neo-soggetto-trascendentale” con grande passione per la catalogazione… e tanto di cappottone alla Matrix). Quando leggo i suoi post mi risuona il ritornello che tanto mi fa dannare: “Non esiste alcun fuori testo”… Che Eschaton estende al mercato capitalistico e a tutti i possibili sistemi. Dunque: nulla sarebbe estraneo al sistema…neanche (e soprattutto) ciò che gli si oppone…

Nell’esergo del suo post sottolinea sardonicamente il suo essere inscritto nelle logiche di mercato sottese anche alla fruizione di un oggetto culturale quale può essere un suo post, nella speranza che qualcuno noti le sue innegabili doti, quel che lui stesso definisce le sue “non comuni qualità”… Leggo un po’ inquieto (ma divertito) la sua dichiarazione circa “l’impiego prolungato e sapiente di una massiccia quantità di violenza” su chi svolge in sua vece le “attività produttive primarie” onde garantirgli “ampio tempo libero”…

Insomma un certa ironia narcisistica la fa da padrona come nei proclami di Tristan Tzara… Narcisismo da cui neanche io in parte mi esento, per carità… fa parte della “governamentalità”… (dall’altra parte, ripenso alla ferita al capo dei personaggi del film di Ruiz che ho visto l’altra notte).

– Ma allora questa pietra la vogliamo lanciare o no? E contro chi o cosa soprattutto?

Dicevo, quel che non mi scende giù e mal sopporto (direi a livello personale, delle mie pratiche quotidiane), è l’affermazione che non ci sia un “fuori” (“[…] non è detto che esista qualcosa al di fuori di essa [dell’industria culturale]”). Perché, se da un lato sono favorevole ad un tentativo di comprensione generale delle genealogie e della struttura dei prodotti culturali e dei segni (“Se non i segni, cos’altro ci muove?”) e di attenzione al livello di compromissione del proprio agire, dall’altro mi chiedo che ne è di ciò che è singolare… Non riconoscendo alcuna universalità (dunque opposizione universale/particolare) e preferendo la coppia generale/singolare (o plurale/singolare), mi chiedo:

 “Che ne è di me?
…delle dita che digitano in questo momento
e che pur ci sono in qualche modo,
indipendentemente dal loro impiego?”.

Che ne è del terzo lato della moneta, che oltre a mostrare l’effigie dell’autorità da un lato ed il suo valore nominale dall’altro, resta pur sempre un dischetto di metallo?…

Non sono “consustanziale” al sistema che contesto (non riconoscendone neanche la “sostanza”). Il sistema che fa sì che il mondo sia a noi comprensibile, la razionalità dell’Occidente e del capitalismo globale, si sovrappone ma non coincide col (sog)getto che sono. Non vendo i miei sogni, la mia (in)coscienza, la mia carne, le mie molecole, anche se son già pronti a prelevarmi DNA o a espiantare i miei organi! C’è qualcos’altro che resiste, c’è tutto che resiste (e non è il lacaniano oggetto “piccolo a”, nè un tag “a”) . L’eccezione che (io) sono (o suono?) al sistema (anche se partecipo alla sua sostanza ovvero alla sua finzione, al suo spettacolo) non verrà più reintegrata. Come non sono reintegrabili le stelle e l’intero deserto che è la Realtà, per una posizione pur così intransigente e desiderosa di reinvestire.

Occorre a mio avviso fare (anche) un passo indietro rispetto alla razionalità strumentale, scientifica, tecnologica, economica, informatica, capitalistica, democratica, etc… Il nostro terreno comune è fatto di ciò che non è catalogabile, della forza… che certo è misurabile in joule, ma, così considerata, non è l’indefinibile “forza”. Il movimento che precede e anticipa i segni. Ecco cos’altro ci muove. Oltre che l’assoluta contingenza di QUESTO corpo, di QUESTO verbo che siamo, di QUESTO mondo che viviamo (nel mio linguaggio: non ci sono che varchi, fulmini e -gettitraducibili, per esempio, nella lingua di Derrida con l’“enigma di carne” di cui parlava a proposito di Artaud ne “La scrittura e la differenza”).

Certo, mi si potrebbe dire che cerco scuse nobili per sottrarmi ad un sistema di cui non voglio essere complice (pur essendolo ovviamente)… Anticipo questa ipotesi definendomi “ibrido” per costituzione. Per questo insisto nel ritmare, ripetere, cantare, far risuonare, ciò che non può essere catturato dalla prigione del “soggetto universale”. Amo ciò che non si scambia. Il “questo” di ogni cosa.

Detto ciò, ribadisco la stima nei confronti di chi si sforza di rintracciare le provenienze e le genealogie di ogni linea di pensiero. Ma non basta per uscirne.

Io gradirei un (sog)getto eccentrico, spiraliforme, centrifugo, “eccezionale”, in linea col pensiero necessario di una “decentralizzazione” generale.

– Lei che prende?


 Verticalmente:

Jim Carey in "The Truman show"

Il Cielo si stende su Questo Mondo come un coperchio su una pentola piena d’acqua in putrefazione. E’ un Cielo fatto di paradisi fiscali e di una fede che è anche moneta, per la gente là sotto.

Del resto si dice: “Il Diavolo fa le pentole non i coperchi”…

Ci sarebbe una grossa esigenza di prendere una boccata d’aria e distillare l’acqua…

 



PS: “Il migliore dei mondi” è la risposta di Raffaele Ventura (“Eschaton”) a questo post.



Jacques Derrida, l’ultimo filosofo.

Jacques Derrida

Jacques Derrida è stato probabilmente l’ultimo filosofo… morto nel 2004, agli inizi dunque di questo millennio che si apre all’insegna di un’episteme post-moderna e post-tutto di decostruzione e ricostruzione permanente. La politica, l’economia, la genetica, la fisica quantistica (e tutte le scienze umane e non) si muovono allo stato attuale in questo modello di interazione caotica.

Aveva annunciato la “morte della filosofia“. Considerava quest’ultima un “genere letterario”, una “avventura seminale” di tracce di pensiero, di concetti, di realtà (quel che la moda del tempo chiamava, con la prosopopea della linguistica, un “testo”). Pensiero quasi erotico e giocoso (proliferante, germinale), lontano dall’intenzionalità, dal “voler-dire”… che, in definitiva, non sapeva bene dove andare a parare… affidandosi ad un metodo (o uno stile) più che ad una finalità… la ricerca e il tentativo come gioco. Lo si può leggere direttamente nell’espressione del suo volto. Il suo divertimento nel decostruire tutto: la metafisica, l’ontologia, il logos… i fondamenti del “pensiero occidentale”… C’è la distruttività analitica di un bambino che smonta i suoi giochi in quello sguardo.

Mi vengono in mente brani musicali come “Las Vegas tango (part I)” di Robert Wyatt o “Dark star” dei Grateful dead, se penso al suo modo di procedere… citazioni, deragliamenti, strutture smontate fin nelle minime articolazioni, materiali vari assemblati, campo di possibilità perennemente rilanciate ad ogni accenno di codice o struttura linguistica.

Ma resta un professore. Resta iscritto all’interno di un’istituzione che ha spesso messo in discussione e interrogato… A che “titolo” può dirsi professore Derrida? Io lo noto nella sua insistenza a chiosare e commentare il pensiero e le arti… Nel suo essere interno ad un linguaggio che pur tenta di sovvertire (quello filosofico). Portandolo alle estreme conseguenze. Spezzettando le parole, usando neologismi… Molti lo trovano oscuro e incomprensibile… e per certi versi lo è. Ma il mio ricordo della lettura dei suoi scritti, la sperimentazione su di me dei suoi concetti, parla un linguaggio più comprensibile. Proverò a raccontarne gli “effetti” (mescolando citazioni a memoria e terminologia personale)…

Leggevo, quando avevo 18 anni, sul balcone della casa dei miei, una raccolta di saggi dal titolo “Scrittura e rivoluzione” (con altri testi del gruppo di intellettuali di “Tel Quel”, tra cui una fine filosofa-psicanalista-semiologa, Julia Kristeva, che tanto ha influenzato le vite dei miei amici, nonché la mia…). Il saggio di Jacques Derrida era “La différance“… un errore ortografico in francese… non si scrive con la “a”, si scrive “différence”, con la “e”. Ma si legge uguale. Su questa differenza tra pronuncia fonetica e scrittura parte una giaculatoria contro la diffidenza (socratica) nei confronti dello scritto su cui secondo Derrida si fonderebbero tutte le magagne del pensiero occidentale, la violenza di quest’ultimo contro l’articolazione (le “giunture”) del concetto. I latini direbbero: “Verba volant, scripta manent“… E le cose scritte, si sa, stanno là… danno fastidio. Non si può imbrogliare, semplificare… inceppano il discorso sciolto di Socrate e Platone, che per lo più erano interessati a inchiappettarsi i discepoli tra un dialogo e l’altro… (sia ben inteso che la presenza nel testo di Derrida di Socrate e Platone credo di essermela immaginata). Ma c’è di peggio. Derrida intende far tremare tutto l’edificio dell’essere, del discorso meta-fisico (=al di là della natura), probabilmente in nome di un materialismo che egli, a sua volta, mette in crisi… Che differenza ci sarebbe tra materia e spirito o tra qualunque altra opposizione (soggetto/oggetto, io/altro, intellegibile/sensibile, ecc…) se la différance testè inventata è il terreno comune (tellurico, mai fermo) che queste opposizioni o differenze genera? e che a sua volta non ha origine alcuna?… Derrida sostiene che non esiste niente di puro… Né un fuori puro, né un dentro puro… Né un origine pura, né un essere puro. Nè una “traccia pura” (tanto cara ad Heidegger)… Solo differenze e “tracce di tracce” in una “struttura di rimando generalizzato”. E dunque? cosa caspita pensiamo? Pensiamo di avere una realtà definita e invece non ci sono che “presenze”… che si definiscono in base alla differenza l’una con l’altra invece che ad un senso logico che le attribuisca un significato. Presenze fittizie dunque… come il tempo. Che anticipa (passato) o ritarda (futuro) le sue tracce nello spazio della “presenza” (=l’essenza del presente), di ciò che avvertiamo come coscienza. Lo spazio del presente… riuscite a immaginarlo? La “spaziatura” di una traccia temporale, il divenire spazio del tempo… “Ecco!”, esclamo mentre sono sulla sdraio a righe verdi sul balcone… “sono i miei neuroni!”… sembra quasi di vederli. Andare a tentoni, anticipare movimenti e pensieri prima di pensarli, protendersi e ritrarsi… E subito dopo leggo della “protensione e ritensione della traccia”. Sì, è così… Questo buontempone fa degli sforzi incredibili per discutere dei concetti filosofici e non sta pensando altro che i suoi pensieri. Nel suo compiersi “fisico”… nei suoi neuroni… nel loro codificarsi senza un senso che non sia dato dal gioco delle differenze. Un po’ per caso, un po’ per necessità… Un po’ per gioco, un po’ per regola… noi pensiamo, giochiamo a dadi con la “différance”, con [per dirla con parole mie] l’ec-centricità e l’ec-cezione che mantiene e supera costantemente il codice (del linguaggio, delle classificazioni, delle informazioni). Una sorta di irriducibile animalità fulminea del pensiero


CONSIDERAZIONI PERSONALI E CRITICHE AL PENSIERO DI DERRIDA. L’etimo di “differenza” nasce dal latino “dif+ferre” che vale “portare lontano”, “procrastinare”, “rinviare”. Insomma quello che genera il senso di ciò che diciamo qui e ora (nello spazio della “presenza”, nel tempo “presente”) è a-venire, è re-inviato, ri-mandato… Dunque il presente è questa “breccia” (come diceva la Arendt o… Michaux) che ri-manda in qualche modo ciò che era stato anti-cipato (=”preso prima”), previsto sulla scorta di esperienze ripetute, e che si augura di “giungere a destinazione” nel presente, nel luogo in cui può esser-ci un senso (che emergerebbe come da quello che definisco un varco, “filtrato” dalle differenze e dagli “scarti” che lo precedono). Ma la frattura del presente c’è. Derrida infatti espone la questione che questa “cartolina postale” del passato, qualunque significato o verità, “giunge e non giunge a destinazione”… Che significa? Che non è scontata la continuità temporale. E’ un continuo rilancio, una scommessa… Del resto anche la fisica quantistica pone la questione della relatività del tempo come legata al paradigma dell’universo che esploriamo e per come lo esploriamo. La luminosa scena del presente è costantemente travagliata dalla possibilità che il passato venga smentito dall’a-venire, dal futuro. Ragioniamo secondo i parametri della materia (spazio-tempo, massa)… Ma che senso ha la posizione “materialista” e “anti-metafisica” di Derrida a questo punto se la materia non è che uno dei paradigmi possibili? Lui sposta nel luogo oscuro dell’assenza la questione di Dio, della coscienza, del significato, che metterebbe in ordine le “cose”, darebbe loro un senso… dice che l’Essere (o Dio) è impossibile, che non c’è, è un’assenza… e se c’è gioca a fare “cucù-sèttete” (il gioco di Freud, che Derrida cita, del “Fort-da”). Il segno per eccellenza sarebbe una “piramide”… una tomba. Un significante senza significato… Come non vedervi una “teologia negativa“? Una posizione che nega ogni possibile esistenza assoluta (“ab-soluta”=libera da, sciolta) per lanciare l’assoluto movimento del differire (e dunque del rimanere im-plicati e com-plicati) anziché l’assoluta presenza dell’Essere, è comunque un ritorno sotto mentite spoglie della meta-fisica. Derrida sembra dire: “Dio non c’è, ma lasciamoci travagliare dalla sua dissoluzione, lasciamoci essere nella nostra complicazione”. Perché invece non prendere nulla dal “fuori” paradigma, dall’aldilà, non considerare gli accidenti che aristocraticamente Aristotele scartava e le ec-cezioni? Davvero non c’è nulla da ec-cepire (=prendere da fuori) in questo nostro essere “originariamente complicati”?… Perché vincolarsi così pervicacemente a quella materia (anche se solo alla sua traccia) sulla cui natura gli attuali fisici gettano pesanti dubbi? il fatto che non ne conosciamo che il 16%, che un elettrone possa essere simultaneamente in due luoghi diversi, che il tempo a certe condizioni sia reversibile,  che sia impossibile decidere la posizione corpuscolare di una particella sub-atomica, che tutto ciò che avvertiamo della materia siano nubi elettroniche, campi di forza, qualità di un essere che non c’è, che viene fermato su lastra come traccia, esistenza “probabile”… tutti questi fatti pongono seri dubbi sul paradigma che viviamo e di cui discorriamo. Certe osservazioni sperimentali eccedono ad ogni livello il principio di identità e qualsiasi logica univoca…

L’affermazione di un in-finito travaglio cosmico (la différance) è un paradigma meta-fisico, che in-forma la materia pur in assenza di un logos. Vi si potrà scorgere una certa ec-centricità, ma non è centri-fuga… è centripeta. Come le volute del cervello, come il garbuglio degli intestini, come i vortici, gli uragani… Ma come non leggere in questi movimenti anche una resistenza ad una forza centripeta e che porta fuori, ec-cede? Il criterio dell’accendersi delle “luci” neuronali è estraneo a questa dimensione spazio-temporale, al paradigma entro cui ci muoviamo… questo non vuol dire che abbia un origine “meta-fisica”. E’ “fisico” anche ciò che non conosciamo ancora e che segue un paradigma differente e sconosciuto. Che senso ha allora la critica della “meta-fisica” se non si sa ciò di cui si parla, in quanto illeggibile dal nostro pensiero ed apparentemente estraneo alla nostra stessa vita? E’ forse una critica dell’al di qua… di certe idee e sistemi filosofici che insistono nel cercare un senso pieno a questo mondo. Ancora non si è inteso lo strappo che comporta essere “eccezionali”, “presi fuori”, da un altro paradigma che non conosciamo, ma che si muove che è una bellezza… Quel che io dico è che siamo preveggenti e profeti e non ce ne accorgiamo perché diamo per scontato che il movimento del nostro pensiero (che a sua volta non è che un movimento) cada sotto l’egida delle leggi spazio-temporali.

L’alchimia nel suo doppio movimento di “spiritualizzazione della materia” e “materializzazione dello spirito” e, soprattutto nel considerare la materia come “materia densa” e lo spirito come “materia sottile” è già al di là del pensiero occidentale, che divide la “natura” in corpo e spirito, per giungere infine con Derrida, suo ultimo filosofo, a rinviare, differenziare e complicare il più possibile… Per di più l’alchimia dà vita a delle sfere di influenza energetica sulla materia sottile, che possono essere ec-cepite e discusse tra alchimisti… L’Arte è proprio qui. Spingere verso l’ec-cezione… spostare con un soffio le regole e i codici (farle giocare con un “fuori-paradigma”) che, raccolto l’emblema (=”ciò che è gettato dentro”), risponderanno in modo nuovo e imprevisto. Dirigere queste eccezioni e questi movimenti imprevedibili è sempre stato il cruccio e la speranza degli alchimisti.

Inoltre, non sono soddisfatto dal definire un “oggetto” in base alla differenza con tutti gli altri. Questa rete o “struttura di rimando generalizzato” che si costruisce e decostruisce ed è sempre esposta al travaglio della sua complessità, somiglia tanto alla politica italiana. E non mi pare accettabile come modello. Come è successo per tante avanguardie, le idee migliori, le più innovative e rivoluzionarie vengono inglobate e neutralizzate dal sistema dei poteri. Niente di più “derridiano” dell’attuale economia finanziaria, delle politiche decostruttive-costruttive dei governi, dell’indecidibilità delle posizioni politiche… delle crisi-ristrutturazioni, della riforma permanente delle istituzioni… E’ finita l’epoca dei lumi, della certezza del Diritto e del trionfo dell’Uomo, ma quest’altra, che genera crisi e soggettività debolissime e incerte (facili al raggiro), non mi piace ugualmente…

Sono convinto che un pensiero venga delimitato dall’ambiente e fissato dall’energia emotiva (relazionandosi a percezioni e immaginazioni), scrivendosi con un linguaggio analogico di rassomiglianze e non si produca per logiche differenziali (una foglia non è un albero, non è un animale, non è un minerale, non è un triangolo, un’ellisse, ecc…) se non in un successivo scartare per meglio ascoltare ciò che sovviene. Non è questione di pensare “né… né”… né questo, né quello, ma la sorpresa in positivo della rassomiglianza… Le classi, le categorie, gli archivi, i codici, vengono giocati a dadi e restituiti come previsto o secondo modalità diverse, sorprendenti, “eccezionali”… Ragioniamo un po’ per caso e un po’ per necessità. Un po’ per imprevisti, un po’ per strutture consolidate, percorsi già tracciati e ripetuti finché la memoria (cerebrale o scritta, storica) li mantiene in vita. Non c’è pensiero che non sia legato alla vita. Anche il più astratto dei pensieri non può dissociarsi dall’essere seduti a pensare e dal maggiore afflusso di sangue al cervello… né, per me, dalla sedia a sdraio a righe verdi dove leggevo Derrida… Dove sono in questo le categorie, le classi e le sottoclassi e le strutture del pensiero? Puf!… svanite… solo tante immagini, suoni, sensazioni e… frecce a bersaglio prima di essere scoccate.

L'ottava delle "Dodici chiavi" di Basilio Valentino

Nella scienza (?) che avevo annunciato, l’analogica, e nella psicanalogica, sua ovvia branca che studia (“fisicamente”) il movimento del pensiero e dell’anima, risiedono i principi di un nuovo discorso, emblematico, che nasce per negarsi alla logica dell’identità e della verità (non più struttura architettonica, pensiero-strumento, ma libera deriva di associazioni ed esperienze, aperta a ciò che viene e sovviene)… per non dilazionare più la vita, ma per assecondarne sempre il movimento. Incompatibile con qualunque “teoria” (sfilata, processione) di idee che presuma di farsi sistema e scienza delle risposte definitive…

Non c’è pensiero che non sia esperienza.

…E lei, somigliante e differente, mi dice: “Io sono te”.


P.S.: Scopro solo ora (è il 9 ottobre 2008) l’esistenza di un seminario-blog su Derrida qui su splinder [n.d.r.: che nel frattempo ha chiuso], in particolare su un suo scritto (“La metafora nel testo filosofico”) in cui posso rintracciare diversi spunti di grande interesse. Non sono affatto d’accordo invece sulla perentoria affermazione derridiana: “Non c’è alcun fuori testo”. S’è garantito il suo titolo di professore… Tutto testo, tutto complicato, tutto usurato all’infinito… che tristezza entropica (nel tropo). Molto meglio il Nastro di Moebius II di Escher… ove si passeggia amabilmente tra il dentro e il fuori in compagnia di formiche rosse:

Forse un po’ troppo perfetto nella sua anomalia… ma decisamente divertente.

Il “fuori” cui io alludo è dentro in ogni istante, animalesco e fulmineo.

P.P.S.: Altrove, commentando “Corpus” del suo allievo Nancy, Derrida scrive: Psiche, insomma, è la piegatura di un divenire dentro del primo fuori”. Detto così pare quasi una cucitura, una tessitura… un testo appunto. Che noia… Ma non è meglio una fonte? non origine, ma azione dello scorrere, che “getta dentro” e che e-siste solo in virtù del dentro… Dal dentro verrà scoccata di nuovo la freccia alla sorgente. Che ripete all’infinito ciò che sarà stato… con le opportune eccezioni che ne svelano l’inganno e il carnevale. Non è mai del tutto così. E’ un gran giocare di paradigmi e geometrie (anche non euclidee) simultanee, rassomiglianti e non coincidenti… E ora provate ricucire!…


Sono un isolotto vulcanico

vulcanoQuel che segue è il racconto di un naufragio psichico…

Ero a casa della Testimone, quando arrivò l’Hortolano… Presentava un’erba mai vista. Triangolini verde scuro grandi non più di due millimetri. Mischia col tabacco e ne offre metà. La Testimone deve rimanere sobria.

Capisco subito che non mi trovo di fronte ad una sostanza governabile. Ravvolto a uovo su un divano comincio a ridere… e ad ogni scossa salta un pezzo della mia crosta… più rido e meno c’è il mio “Io”. La mia risata scoppia e non si ferma più. Vedo la Testimone attraversare il mio campo visivo per undici volte, da sinistra a destra e tornare sempre dal lato sinistro, senza tornare indietro. Ma quante ce ne sono? Rido. E’ sempre una e sono cento e vanno da sinistra a destra.

Affondo sempre più nel divano, penso che sto morendo, che quello che si chiama coscienza mi stia lasciando. Per un istante non vedo più nulla. Sento la parola “morte”. Non sento più nulla. Poi tutto si trasforma. Non c’è più il pensiero. Al suo posto una successione rapida di emozioni che si dileguano con frequenza inferiore al secondo. C’è, non c’è… un pensiero-emozione (ormai è indistinguibile) e poi oblio-cesura. E’ difficilissimo ricordare tra un’interruzione e l’altra… L’amigdala picchia l’ippocampo come una mazza con un tamburo… Ad ogni colpo salta una scheggia di memoria. Già… la memoria. Vedo il mio pensiero. Lo vedo scorrere come un film. Ma chi è l’osservatore? Ogni volta che provo a pensare “Io” mi viene addosso un treno di dimenticanze e coscienze senza passato… appena nate.

L’Hortolano se n’è andato via.

Guardo il sole e i suoi riflessi sul mare dalla finestra. Non ho mai visto una luce così irreale. Mi frantumo in ognuno dei riflessi che vedo. Io sono la visione che vedo.

Mi sembra di non avere corpo. Così vado a sciacqurmi la faccia nel lavandino e poi torno a guardare il sole. Ripeto questa operazione decine di volte. Ogni volta il sole è diverso… la sostanza continua a picchiare, picchiare, picchiare… l’amigdala pesta rabbiosa… L’ Io resiste… Ma non sa cosa lo attende… Sarà una pessima idea quella di resistere… Ad ogni tentativo di ergersi c’è una forza che riesce a disarticolare, espropriare, liquefare. Picchia, picchia…

La memoria. Cos’è? La coscienza… dov’è? I saggi dicono che bisogna “cavalcare l’onda”… anche gli alchimisti ne parlano, a proposito del “pilota dell’onda viva”. E io sono ormai nella fluttuazione. Sono questa fluttuazione. Ci sono e poi non ci sono più… e ogni volta che ci sono è sempre per troppo poco.

Scendo le scale. Mi sembra di scendere all’Inferno… Così convinco la Testimone a farmi da Virgilio nel viaggio che mi attende. Tra un’interruzione di coscienza e l’altra, conto non più di tre secondi ora… L’onda si sta “allungando”. Ma la coscienza non trova appoggi. Chiedo una coscienza in prestito alla Testimone. E ho sete. Così mi ritrovo a vagare per la città bevendo coca-cola con una cannuccia. Guardo l’incredibile varietà di cose in un supermarket. Elastici colorati, graffette… tutta roba in frammenti… Esco. La sete non si estingue. Lo zucchero viene divorato dal cervello che ormai è come lava che erutta ad intermittenza. Un santino di Padre Pio su una macchina si moltiplica sui parabrezza di tutte le macchine parcheggiate… Ogni cosa, anche la più piccola, si moltiplica all’infinito… Non ne posso più dell’infinito… Non riesco a contenerlo… Non riesco a fermarlo… Ora conto fino a dieci secondi… Sto imparando a saltare tra un’interruzione e l’altra…

Capisco quel che è successo. La mia “crosta” altro non era che la mia “mente”. Ciò che mi è familiare… le mie idee, la mia corazza, i miei appigli… quella povera isoletta dispersa nell’oceano nel mezzo di uno tsunami… E ora si è anche aggiunta un’eruzione… Le onde si allargano in cerchi tutt’intorno e mano a mano si distendono… Ora passano minuti tra un’interruzione e l’altra… le interruzioni assomigliano più ad interruttori… ad ogni cambio, c’è un cambio di polarità. Il pensiero passa da positivo a negativo… da euforico a paranoico… penso di essere capace di “saltare” da un vuoto all’altro e poi penso che ci sia un complotto contro di me… Diffido della Testimone. Che abbandono al suo destino di traditrice.

Dura tutta la notte… e anche il giorno dopo… le onde sono lunghe… durano anche un’ora ciascuna… Decido di prendere una bicicletta per non pensare di essere un Io. Pedalo ergo sum. Quando le auto mi sorpassano sento un frastuono che mi fa sbandare… Vago… cerco persone a cui raccontare… cerco di rassicurarmi… cerco la conferma di non essere impazzito… Prima o poi passerà la coda velenosa della sostanza. E’ come la lava che scorre e si ferma a valle, diventando rassicurante roccia nera. Ma poi la lava riemerge ancora…

Le persone. Sono finte. Non mi capiscono. Seguono l’onda. Io solo mi ostino a ergere la coscienza contro il maremoto… Scoglio emerso dagli abissi, dopo la devastazione dell’isola che c’era un tempo. Palme, vegetazione completamente carbonizzate e sprofondate nell’oceano sommerse da un’esplosione di lapilli e cenere. Tutte le mie povere convinzioni. I miei puntelli.

Le persone sono drogate. Assecondano una vita rigorosamente positiva e senza coscienza. Ridono, brindano, chiacchierano per ore senza dire nulla…

Torno nella mia tana. Il vulcano ha smesso di eruttare. Sono apparentemente calmo. Tutto sembra normale. Rileggo le mie tesi, i miei libri… Non capisco cosa c’è scritto. Non mi capisco più. Niente è più come prima.

Mai più sostanze esterne! Mai più “soma” rivelatori!…


La mia coscienza non è che quello che vuole essere. Sicura di non sopportare l’onda emotiva se non per fissare i ricordi o ardere con fuoco moderato nell’immaginazione. E per il resto… raffreddamento della crosta. Dopo la fusione esplosiva di zolfo e mercurio, vischiosa come lava, torna la quiete salina… Riprendo a raccontarmi i miei ricordi, che si cristallizzano. La loro frequenza li tiene insieme. Capisco che sussistono solo nella loro ripetizione. Più ripeto e più mi convinco di avere una memoria-crosta terrestre. E se continuo a ripetere, presto crescerà nuovamente la vegetazione e gli animali accorreranno ad accoppiarsi e riprodursi… Sono le idee che organizzano di nuovo le immagini, gli odori, i suoni, i sapori, le sensazioni secondo una fitta rete di analogie… Le idee che organizzano le idee secondo campi di forza (ognuno ne comprende altri, come in una “matrioshka”… è questa la “comprensione”, il “concetto“). Come miliardi di piccoli fulmini. Che nascono dalla terra, non dalle nuvole. Nascono dal punto d’arrivo, non da quello di partenza. Viviamo un tempo invertito. I dendriti dei neuroni protendono le estremità proteiche per creare la differenza di potenziale, l’eccezione (il contrario del con-cetto = “prendo con”, l’ex-cipere = “prendere fuori”), il percorso del fulmine. La sua velocità è di cento metri al secondo. Vanno a tentoni… e marcano il percorso… ma trovano sempre nuovi bersagli per i fulmini. Come un filo d’Arianna nel labirinto del mito (= “muggito”) del Minotauro. Il labirinto delle possibilità: si apre un varco e l’uscita crea il “fulmine”, a ritroso. L’a-venire genera questo varco. O viceversa. E’ questa l’intelligenza. Che eroticamente dice: “Vieni”.
In ogni nostro pensiero siamo preveggenti. O profeti.

E la memoria non è mai stabile. Si ripete sempre. Memoria viene dal greco “mèrmera“= cura, sollecitudine… e “sollecitudine” in latino si scompone in “sollus” (= tutto) e “citare” (= dare una spinta)… Un terremoto… la terra che si spacca, l’intero sistema spazio-temporale e consolidato che scricchiola… La fragile crosta terrestre, l’insensata corteccia cerebrale, che crede di racchiudere concetti e invece non ha appigli… solo associazioni per analogia, vibrazioni, onde, energia senza sostanza (anche usare il termine “tracce” sarebbe ancora troppo sostanziale)… e interferenze con l’ambiente e con il cosmo intero… involute in lobi e spirali per meglio provare a catturare l’infinito in un piccolo spazio. Sono ridicoli i tentativi (da parte di tanti scienziati neo-positivisti) di riprodurre il pensiero in un circuito stampato. Il pensiero colpisce il bersaglio prima ancora di scoccare la freccia… Ciò che pensiamo non conta. Non sono che tracce, indizi, sensazioni che prima o poi svaniscono… Il pensiero è l’eccezione che trova la sua regola, che non smette mai di eccedere. Così come noi stessi siamo l’eccesso di Dio. L’eccezione cui è costretto per poter esistere, dal momento che non è.

Se solo imparassimo a morire, permanendo nella dissoluzione con qualche cristallo di sale, forma o simbolo, probabilmente ritorneremmo divini per un istante, pronti infinitamente ad eccederci in una nuova forma vivente.

Capovolgendo una frase di Leonardo da Vinci: “Quando imparai a morire, imparerai a vivere”.

La donna che amo, che è molto saggia, sentenzia: “Ah, perché tu credi che la mente sia nel cervello?”…

Certo che no.

E ancora, interpretando la dottrina dei 7 chakra, sentenzia: “Il culo è l’organo più vicino alla testa”.

Vuol dire che, se è vero che tutto quanto accade nella mente è fantasmagoria (“la mente mente”), è anche vero che è l’emotività, la paura, l’eccitazione a fissare i pensieri. E se questa risulta essere la formazione di base di questo “composto senza origine semplice” che noi siamo, si deduce che è col culo che ragioniamo. Come anche con le dita dei piedi o col naso o con le orecchie… la sensazione è paradigma di ogni pensiero. E anche la battuta d’arresto, che ci fa compiere il balzo tra un blocco e l’altro di roccia vulcanica, concorre alla più complessa delle idee. Anche dormire, anche distrarsi, anche dimenticare…

La filosofia non è la vita. La filosofia è morta e non smette mai di morire mentre osserva la sua crosta raffreddarsi e divenire una barriera corallina, che si riempie di forme meravigliose e senza alcuna ragione.

Fino alla prossima eruzione.

Questo è il risultato del mio naufragio: