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Articoli con tag “-getto

Risveglio

E c’era sulla finestra (mentre ancora ciò che potrebbe definirsi l’osservatore cosciente, un abbozzo di “io” che si sforzasse di distinguere, non era presente) un’altra finestra e un’altra ancora… una decina di finestre diverse, con o senza balcone, alla destra del letto, che si sovrapponevano… Dieci lunghi secondi (almeno tali potevano sembrare) nei quali prevalevano le rassomiglianze e ancora non c’era una definizione temporale dello spazio… Poi, mano a mano, il catalogo invisibile (l’invisibile alito di morte che crea le distanze disponendo il vivente ad una perfetta passività verso ciò che viene, il -getto invadente del futuro) differenziava, scartava, cancellava le finestre fuori contesto, rapidissimamente, ma non abbastanza perché non le si distinguesse ancora, in sovrimpressione… Poi “io” mi sarei svegliato, con accanto un corpo di donna contestualizzante, che aveva condotto alla scelta della finestra giusta… quella di quel momento, di quella stanza, della mia stanza da letto… con lei accanto. Ripetuta centinaia di volte, ma lei. Riflessi in controluce sul profilo della sua spalla. Sono sveglio.


Fermo immagine | Discontinuità

Fermo immagine.

 Il Colosseo visto dalla Domus Aurea

Su di una panchina vicino al Colosseo, viale della Domus Aurea… Lei sdraiata con la testra poggiata sulle cosce di lui, che è seduto…

LEI – Ma cosa rimarrà di questo istante?…

IO – Quale istante?

LEI – Questo… Non lo possiamo fermare… A questo istante succede un altro istante e poi un altro…

IO – Beh… diciamo che è un’impressione… quella che il tempo scorra… noi ci siamo immersi… ma non è detto che un istante non sia “sospeso” tra presente-passato e futuro, tra ordine e caos entropico… e ogni istante non sia scomponibile… all’infinito… Si, ma in effetti il tempo scorre… e non possiamo farci niente…

LEI – Sì… e poi moriamo… E che senso ha tutto questo?

IO – Tutto questo cosa?

LEI – Tutto questo: il sole che ci scalda, la panchina, l’amore…

IO – Nessuno… C’è… Dà l’impressione che ci sia un senso, solo per il fatto che (probabilmente) ci siamo… siamo catturati in questa vibrazione più o meno armonica… Ci siamo ritrovati da questa parte… Ma il senso esiste solo in quanto vi è un non-senso… Te lo domandi quando sei viva… te lo domandi da sveglia… ma se dormi non ci sono più queste domande… Dunque quando ti poni queste domande, dormi…

Si appoggia con una guancia sulla mia coscia destra. Le scosto i capelli con la mano sinistra e le accarezzo la nuca, mentre il sole le illumina l’altra guancia… Si addormenta. Prima di cadere nel sonno mi stringe la mano per un istante. Poi quel che io vedo (il tizio che fa 太极拳, l’uomo seduto di fronte con gli occhiali da sole, i due che si riprendono a turno con una steady-cam dotata di braccio meccanico) lei non lo vede… Probabilmente neanche io.

Sole tra gli archi del Colosseo

Discontinuità.

Dopo quello che ho chiamato l’ultimo filosofo, dopo l’apertura decostruttiva (Derrida) o macchinica (Deleuze) del post-strutturalismo… dal piano della riflessione, si è passati alla realtà. Nelle fondamenta del mondo si aprono voragini, tutto quel che era crolla e va in frantumi… impossibile recuperarne il senso passato, impossibile costruirne uno futuro. Non possiamo percepire l’85% della materia (il fantasma fecale del nostro cosmo), siamo ciechi per 4 ore al giorno per via delle saccadi, ascoltiamo musica con 44.000 silenzi al secondo che non percepiamo, tra un atomo e l’altro vi sono spazi, campi, relativamente immensi, tra le stelle e le galassie vi è una dimensione spazio-temporale discontinua… granulare, a brane, a più dimensioni… abbiamo un genoma spazzatura che sta lì senza un perché (e questo solo perché non trasmetterebbe “informazioni”…), un chilo e mezzo di batteri nel nostro corpo, vediamo il flusso di immagini senza vedere i singoli fotogrammi, vediamo l’immagine sullo schermo senza vedere i pixel RGB.

In economia la valorizzazione che conta è in negativo… è il buco di bilancio a creare valore… buco che si è ormai diffuso (“spread”) ovunque… e ce l’hanno un po’ tutti (e questo alla lunga rende impossibile il capitalismo, che può perpetrarsi solo crinandosi in crisi, accumulando con ferocia o sopprimendo i creditori di volta in volta… Dunque compaiono buchi e distorsioni anche nel Diritto e nelle democrazie… nelle ideologie come nelle esistenze messe precariamente a lavoro… Ma la violenza è un lusso che è possibile fino a un certo punto…).

Infine, viviamo morendo progressivamente

L’informatica sembra consacrare una cospirante assenza di spazi di ambiguità, obbedendo solo alla logica binaria di input/output (I/O) il nuovo soggetto monadico, computante e paranoico inventato da Leibniz, che magari Freud provò ad investire di (s)cariche libidiche, di giubilo di fronte al rocchetto che compare e scompare davanti agli occhi dell’infante (il gioco del fort-da, una specie di cucù-sèttete), ma che, dato il numero incredibile di ripetizioni di impulsi I/O che quella logica gestisce, per esempio, in un processore, è più un rumore disarmonico, il ron ron della macchina di cui delirava Antonin Artaud… quello che ci svuoterebbe appunto di quello che c’è in mezzo tra un sì e un no, tra un vivente e un morto… quello che continuiamo ad affermare contro Tutto, ad ogni passo, ad ogni impulso elettrico della nostra chimica (dis)organica… tra scosse, brividi, contrazioni, decontrazioni e fasci di nervi…

Insomma questa vita quantizzata, digitalizzata, discontinua è insopportabile. Spossessa continuamente di sé… ma in un modo che non è quello proprio della naturaBataille avvertì che siamo accomunati intimamente dalla “continuità” (la “sozzura”, la morte, il sesso)… io non avverto niente di tutto ciò. Non ho niente in comune con niente e nessuno… mi percepisco come una discontinuità imprevedibile e radicale, priva di appartenenza… un vivente assolutamente contingente. “Sentirai di appartenere al tutto quando non sentirai più”, mi dicevo l’altro giorno alle 5 di notte, senza capire il senso di questa frase… Questo tutto di cui sarei parte dunque non esiste che a condizione di morire e non è conoscibile… Resto dunque una parte eccedente… schizzata fuori di -getto dal Tutto, che è infinitamente meno di quel che c’è ora, nei pressi, in questa stanza, tra le mie dita sulla tastiera illuminate da uno schermo a 60 Hz di refresh… prima di chiudere gli occhi come Shiva e far scomparire questo misero assoluto in un sonno incomunicabile… anche a “me stesso”, a questo nodo attorcigliato… in procinto di sciogliersi.

Buonanotte… zzzzzz.


Filosofia del fulmine

“Il fulmine governa ogni cosa” (Eraclito)

Credo di aver pensato qualcosa come una FILOSOFIA DEL FULMINE… che altrove chiamo freccia, -getto, ecc…
Da notare, nel video la tendenza dell’elettricità a ripetere il percorso aperto dal varco che (invisibile) precede il fulmine.

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Più ripeto e più mi convinco di avere una memoria-crosta terrestre. E se continuo a ripetere, presto crescerà nuovamente la vegetazione e gli animali accorreranno ad accoppiarsi e riprodursi… Sono i pensieri che organizzano di nuovo le immagini, gli odori, i suoni, i sapori, le sensazioni secondo una fitta rete di analogie… I pensieri che organizzano i pensieri secondo campi di forza (ognuno ne comprende altri, come in una “matrioshka”… è questa la “comprensione”, il “concetto”). Come miliardi di piccoli fulmini. Che nascono dalla terra, non dalle nuvole. Nascono dal punto d’arrivo, non da quello di partenza. Viviamo un tempo invertito. I dendriti dei neuroni protendono le estremità proteiche per creare la differenza di potenziale, l’eccezione (il contrario del con-cetto = “prendo con”, l’ex-cipere = “prendere fuori”), il percorso del fulmine. La sua velocità è di cento metri al secondo. Vanno a tentoni… e marcano il percorso… ma trovano sempre nuovi bersagli per i fulmini. Come un filo d’Arianna nel labirinto del mito (= “muggito”) del Minotauro. Il labirinto delle possibilità: si apre un varco e l’uscita crea il “fulmine”, a ritroso. L’a-venire genera questo varco. O viceversa. E’ questa l’intelligenza. Che eroticamente dice: “Vieni”.
In ogni nostro pensiero siamo preveggenti. O profeti.

Sono un isolotto vulcanico

GANESH – Dice la Kena Upanishad: “Esso s’annuncia come fa il lampo”… solo per intuizione puoi cogliere il Bramhan. “Ciò che non può essere pensato con il pensiero, ciò per mezzo del quale il pensiero vien pensato, questo sappi che è il Bramhan”… Se ti balena in mente un’idea, questa è Indra, il fulmine.

Dio è tutto dunque anche ogni sua eccezione

E comunque non vi è regola se non è predisposto un numero infinito di eccezioni.

La sussunzione e il generale

Il pensiero è sempre un gesto e un movimento con una sua realtà. Non vi è un’idea. La mappa delle idee cambia a seconda delle estremità tentacolari o delle vibrazioni che lentamente o velocemente brancolano in periferia, scagliando dardi continuamente verso il presunto centro, ripetendo costantemente che il centro è definito solo dal movimento periferico; non si definisce da sé, per sé o in sé.

Risposta magistrale su la différànce di Jacques Derrida

Le conseguenze possono essere, nella realtà che viviamo, che questa ci appaia in ritardo rispetto a questo “qualcosa” che arriva prima e che non sappiamo quali “leggi” segua o se possa in qualche modo interagire con la materia (anche se, come dicono i fisici, non trasporta informazioni… magari non rilevanti solo per i nostri parametri scientifici o percettivi… ma non per altro che potremmo indagare e scoprire o che agisca nell’inconscio, nella non-evidenza, nell’ombra…).

Quel che intendo dire è che l’eccezione arriva sempre prima della regola.

Tachioni – più veloci della luce

Il pensiero è un gesto, un movimento. Ci muoviamo nel nostro pensiero come in uno spazio fisico. I nostri stessi pensieri si muovono come in uno spazio fisico. Questo spazio fisico ci è stato scagliato dentro e ci “anticipa” continuamente, come a provenire da un fuori dello spazio-tempo che comprende la nostra percezione, con intuizioni, previsioni, schemi tattici, figure. Costruiamo un linguaggio solo per emblemi (o catene di associazioni), solo per questo continuo getto, dentro di noi, di immagini, suoni, odori, parole, carezze, fuoco, strepiti, ecc…

Un’arte del “-getto” che sappia cosa “gettare dentro”… come masticare la luce, indirizzare i fulmini e i soffi e seguire le eccezioni. Nel tentativo di dischiudere il corpo-mente a quel “fuori” che ce lo re-invia costantemente mutato e modulato.

Psicanalogica – l’embolon contro il symbolon

Creare il varco che ci dispone al movimento e a ciò che viene (l’a-venire) è il solo compito di Teseo-Arianna. Come un fulmine, muggito di Minotauro, si uscirà dal labirinto della mente (…che mente).

Siamo fatti di codice e miriadi di eccezioni… tante quante sono le regole. Questo doppio movimento è tutto quello che è possibile osservare. L’avanguardia è il pensiero che si muove come un fulmine, anticipando i movimenti di milioni di “cellule”… Se trova la giusta connessione, il giusto varco, tutte le altre cellule si muoveranno in sincronia e ci sarà un salto quantico, un cambiamento di rotta… E vedremo mirabili volteggi di stormi nei cieli…

Stormi d’eccezioni

Dunque il presente è questa “breccia” (come diceva la Arendt o… Michaux) che ri-manda in qualche modo ciò che era stato anti-cipato (=”preso prima”), previsto sulla scorta di esperienze ripetute, e che si augura di “giungere a destinazione” nel presente, nel luogo in cui può esser-ci un senso (che emergerebbe come da quello che definisco un varco, “filtrato” dalle differenze e dagli “scarti” che lo precedono).

Dove sono in questo le categorie, le classi e le sottoclassi e le strutture del pensiero? Puf!… svanite… solo tante immagini, suoni, sensazioni e… frecce a bersaglio prima di essere scoccate.

Jacques Derrida, l’ultimo filosofo

E’ da notare come nessun filosofo si sia occupato del futuro in quanto tale, come dimensione anomala del tempo. Liquidato da Aristotele, Epicuro, s. Agostino come inessenziale, come un non-essere… recuperato in una dimensione escatologica e finalistica dal cristianesimo, da Hegel, Marx, etc… sognato dagli utopisti e dagli apocalittici di tutte le ere… è stato ad ogni modo ingabbiato in una dimensione ontologica, che non gli è propria, evidentemente.

Il presente-passato è l’arciere che pensa di “penetrare il futuro” (come dice Bergson) e andare a bersaglio… quando invece è la freccia-a-bersaglio (il futuro) che trapassa l’arciere. E’ l’arciere ad essere invaso (ed invasato) dalle tecniche e dalle forme generate dal fine (la freccia-a-bersaglio). Così come il gatto-in-posizione-iniziale non precede il gatto-in-posizione-finale, ma è il contrario. Diversamente il gatto starebbe fermo. Insomma Aristotele ha ribaltato la questione potenza-atto. La fine di un moto non è il suo essere-in-atto, ma il suo essere-in-potenza… ed è condizione che sembra generare dinamiche studiabili secondo leggi, ma solo in apparenza… poiché se il passato appare imbrigliabile in un essere, il futuro non lo è.

Il futuro in quanto tale. Tre riflessioni non essenziali sul tempo


Il futuro in quanto tale | Tre riflessioni non essenziali sul tempo

Queste tre riflessioni erano tre note del post “Basta con la società“… Sono dei ragionamenti tra me e me… e vanno presi come tali.
1. Sostenere il futuro
Non vi sono che finzioni tattiche e finalità strategiche che l’eterno presente desiderante o raziocinante, in cui ci si vorrebbe far vivere, disegna in contrasto con quelle (meno psicotiche, meno “umane”, spaventate dalla vita) scolpite dagli e-venti, dalle geometrie del futuro, che tende a disgregare ovviamente un simile strapotere dell’infimo e del vile… di un presente-passato arroccatosi nella difesa di un indifendibile esistente. Sostenere la levità del futuro-non-presente credo possa essere una specie di dovere morale di tutti i viventi… La chiamo anche “responsabilità”. Una sorta di sensibilità profetica. Emergenza (eccezione, dettaglio, embolon, parte, periferia) che non permetta alcun rientro nell’alveo delle strategie di incorporazione e neutralizzazione del sistema e che ne impedisca la reazione. Nessun “emergentismo“. Nessun titillamento della polizia o dell’esercito…

  2. Sul tempo, il privilegio del futuro ed altre dimensioni.

Scopro che Elémire Zolla, il complesso pensatore sincretico, alchimista e ultra-conservatore, scrisse queste parole di fuoco contro i partigiani del futuro:

«Il reale è un bene e pienamente reale è soltanto il presente. Tuttavia chi guarda al passato può, se non fantastica, afferrare qualcosa di determinato. Soltanto chi guarda al futuro è esposto in pieno alla satanica irrealtà, al massimo di non-essere, perché il futuro è la temporalità schietta e irrimediabile, il luogo della speranza e del timore, l’ignoto, ciò che non somiglia affatto all’eterno, mentre il presente, se portato con rassegnazione o lodato, si illumina di indizi o primizie d’eternità. (…) l’Evoluzione, l’umanesimo scientifico e in genere le dottrine che inchiodino al futuro sono satanicamente incoraggiate: tema, avarizia, lussuria, ambizione sono radicate nell’avvenire, mentre la gratitudine e la lode sono volte al passato e l’amore è tutto presente». 

Ne deduco quindo che sono sulla buona strada. E’ indifendibile la “Tradizione” che ci ha condotti sin qui. E il futuro, come io l’intendo, come un vento stellare, non prevede affatto l’avarizia o l’ambizione (e di certo non comporta un “umanesimo”)… Ha più il senso di uno scacco, che ogni uomo, anche i mistici… persino Cristo, ha dovuto affrontare. Lamma sabactàni! (“Dio mio, perché mi hai abbandonato?”). Il grido feroce di un uomo di fronte al suo annientamento…

Qui, The wreck (Mauro De Zordo), riflette sul tempo come presenza e su tutte le sue possibili grammatiche… partendo da “Ousia e grammé” di Jacques Derrida.

Ci sarebbe da pensare ciò che suggeriscono alla filosofia le moderne teorie della fisica quantistica o le scoperte dell’astronomia. Le diverse grammatiche di cui parlava The wreck mi hanno fatto pensare a piani dimensionali differenti… ed al tempo come contenitore vuoto , la condizione, dello spazio (che si contrae e si espande assieme ad esso…). E penso che non possiamo ben comprendere, ma solo intuire, matematicamente o meno, qualcosa che condizioni lo spazio-tempo, come una quinta dimensione che condizioni gli eventi cosmici. Ma siamo davvero troppo piccoli (troppo modello standard) e abbiamo troppo poco tempo a disposizione per notare i cambiamenti macro-cosmici… O troppo grandi per gli eventi micro-cosmici. L’uomo è a dismisura di tutte le cose.
Mia opinione è che le galassie siano come un gorgo d’acqua in un lavandino. E che dunque vi sia un buco. E che vi sia qualcosa, dunque, solo in prossimità del suo annientamento. La nostra gloriosa vita sarebbe decadente… il brillìo finale di una colossale entropia.
E vedo questi buchi neri come l’imbastitura di un tessuto… che apre a nuove dimensioni. A nuove catastrofi… E noi abbiamo bisogno di quiete per vivere, non di continue esplosioni stellari o planetarie…

Noi intanto capiamo chiaramente solo le quattro dimensioni in cui ci muoviamo (x,y,z e t). Anche se, ogni tanto, qualche errore nella teoria ci rivela la mise en abyme in cui vaghiamo con nonchalance.

Il probabile errore è derivato dal concetto di “punto”. E dal sottovalutare lo zero… questi immensi spazi vuoti che sembrano prevalere, rispetto a quel qualcosa, cui siamo aggrappati come il muschio ad un sasso.

La Kristeva suggeriva (in “Semeiotikè, appunti per una semanalisi”, il salto da 0 a 2 bypassando l’1. Io non so che dirvi… Provate a pensare a ripiegare tutti gli spazi-tempo possibili (luce inclusa)… ne esce fuori un disegno? La distribuzione delle galassie nel cosmo segue una logica? Ci può interessare? La capiremmo?
Quel che so è che viviamo sul ciglio di un burrone. Siamo l’effetto di un ristagno. E ci consideriamo ancora il centro e la misura di tutte le cose! Che penosa presunzione…

Saremmo un evento. Fuori presente, fuori presenza. Gettato dal futuro. In questa terra di nessuno che noi recintiamo e chiamiamo presente, presenza. Ma è un imbroglio per non urlare di dolore da mane a sera (e la realtà sarebbe questa…).

   3. Il futuro | Ribaltando ancora una volta Aristotele…

“The past is now part of my future,
The present is well out of hand”.

(da “Heart and soul” di Ian Curtis dei Joy Division).

Provo a tradurre:

“Il passato è ora parte del mio futuro
il presente non è affatto a portata di mano”.

Il futuro pare essere davvero distruttivo, sì (come dice Zolla). Considerato che Ian Curtis si impiccò di lì a poco… E’ da notare come nessun filosofo si sia occupato del futuro in quanto tale, come dimensione anomala del tempo. Liquidato da Aristotele, Epicuro, s. Agostino come inessenziale, come un non-essere… recuperato in una dimensione escatologica e finalistica dal cristianesimo, da Hegel, Marx, etc… sognato dagli utopisti e dagli apocalittici di tutte le ere… è stato ad ogni modo ingabbiato in una dimensione ontologica, che non gli è propria, evidentemente.
Interessante il ribaltamento di prospettiva, che squilibra tutte le simmetrie, i passati sedimentati, le armonie, le geometrie… Quel-che-sarà non si sa ma diviene tutto ciò che conosciamo. Se ammettessimo con Spinoza un ordine necessario, nel suo sguardo impossibile sub specie aeternitatis, allora forse vi vedremo una cosmica assenza di libertà, un determinismo da orologiai, che può far pensare ad un Dio-Macchina. Io vi vedo invece una libertà assoluta, nel senso che è sciolta persino dall’ontologia e dalle care forme, cui siamo legati per timorosa abitudine più che per scelta.
E’ la stessa cosa che affermare (come ho fatto) che l’io sia come un bersaglio convinto di essere l’arciere. Ecco: il presente-passato è l’arciere che pensa di “penetrare il futuro” (come dice Bergson) e andare a bersaglio… quando invece è la freccia-a-bersaglio (il futuro) che trapassa l’arciere. E’ l’arciere ad essere invaso (ed invasato) dalle tecniche e dalle forme generate dal fine (la freccia-a-bersaglio). Così come il gatto-in-posizione-iniziale non precede il gatto-in-posizione-finale, ma è il contrario. Diversamente il gatto starebbe fermo. Insomma Aristotele ha ribaltato la questione potenza-atto. La fine di un moto non è il suo essere-in-atto, ma il suo essere-in-potenza… ed è condizione che sembra generare dinamiche studiabili secondo leggi, ma solo in apparenza… poiché se il passato appare imbrigliabile in un essere, il futuro non lo è. Possiamo prevederlo, assecondando in questo la sua natura in potenza. Ma non è detto che sia così come lo potremmo conoscere in virtù del nostro passato, della nostra esperienza, del nostro vissuto. Questa incertezza lo rende poco interessante agli occhi dell’universalismo e dell’ontologismo dei filosofi… del loro ammuffito interesse per la staticità, la struttura, gli aspetti invarianti degli eventi. Quando invece l’interessante per me è proprio l’eccezione inspiegabile, il caso fortuito, l’evento imprevedibile…

Né il futuro può essere imbrigliato dalle scienze, divise nelle varie discipline del presente (insieme ai lavori che vi corrispondono) proprio per minimizzare gli “urti” del caso fortuito, delle asimmetrie, dei neutrini sfuggenti, dei geni impazziti… Le scienze si riparano dall’oggetto (o dal fantasma dell’oggetto) del loro studio.

Qui si parla del futuro che invade il presente-passato, non del presente-passato che penetra secondo costume positivista un futuro già previsto, la sua immagine passata… il futuro anteriore… ciò che sarà stato.

E’ come se l’aldilà dello specchio anticipasse i nostri movimenti. Siamo la caricatura del nostro riflesso. E questa caricatura presuntuosa la considerano cosa nobile e degna di interesse.
Procediamo a ritroso (a compilare e raccontare le nostre azioni, i nostri pensieri le nostre parole) a partire dai fini che di volta in volta emergono.

non stiamo parlando di istanti in succesione, di fotogrammi, come in una pellicola cinematografica...Sottintendo che per me il pensiero è movimento in un ambiente virtuale… in cui ci muoviamo come in quello reale (mediante immagini sensoriali che divengono idee e concetti astratti, che si generano a partire dalle invarianti delle singolarità, e solo alla fine vengono inquadrati in una griglia, catalogati… ma è un’attività poliziesca e infeconda che mi interessa relativamente).

Mi si potrebbe obiettare che il futuro di cui parlo sia già passato. No, per il suo carattere imprevedibile e incerto. E aggiungo: non è l’immagine della posa finale del nostro movimento a generare il movimento, ma la stessa posa finale a sollecitarne l’immagine nella nostra mente. L’interiorità non è che questa apertura.


Basta con la società

Sulla via del ritorno da casa di mia madre, sul treno, ho ripreso a leggere dopo alcuni anni un libro, un classico degli anni ’70: L’Anti-Edipo di Gilles Deleuze e Felix Guattari. Decisamente un libro anti-familista (come lo erano anche “La morte della famiglia” di David Cooper, certi scritti di Marcuse, di Laing… certi libercoli sulle comuni agricole e urbane). E’ un libro senz’altro sagace e un po’ paraculetto. Pure un po’ edipico e “neo-futurista”… Giusto per capire quello che andava di moda a quei tempi, c’è da osservare che si faceva un gran parlare di repressione e rimozione… Il freudo-marxismo imperante connetteva il personale al sociale criticando gli assiomi di un sistema da abbattere, quello capitalistico… insieme al suo sottoinsieme privato, la famiglia. Si inscenava la Rivoluzione, l’eterno presente del Desiderio… Per fortuna allora la “castrazione” (termine che trovo perentorio e per lo meno realistico, privo di ipocrite attenuazioni) era ancora una parola che aveva un senso e un diritto di cittadinanza testuale in psicanalisi (e oltre…). Ed il libro è pieno di “tagli” un po’ ovunque… Siano essi tagli di cazzi, cacca, segmenti, spazi istituzionali, territori, tempi, traffico, flussi, ecc…
Quel che proprio non va più di moda delle agitazioni e dei tumulti di quei tempi assurti a paradigma di ogni contestazione ricorrente è il potere visto come repressione, oppressione, controllo. E’ ormai chiaro a tutti (anche dopo “Dimenticare Foucault” di Jean Baudrillard, vero requiem di un’epoca di grandi ingenuità ideologiche) che ogni discorso sulla Liberazione s’è rivelato come l’anticipazione di una nuova deterritorializzazione da riterritorializzare (per usare termini antiedipici), di una nuova terra di conquista, di una nuova opportunità (di sfruttamento, di cablaggio), di un nuovo programma di incentivi, di una nuova strategia del sistema per ripiegarsi su se stesso e fregare il rivoluzionario schizo (schizofrenico, ma per finta… si tratta di una colossale mistificazione, quella di Felix e Gilles, una politicizzazione impossibile del “limite”, della follia). uomini in canottiera già pronti inconsapevolmente per D&GIn altre parole ci si liberava del tutto dalle ancore patriarcali per consegnare l’individuo nudo e senza appendici familiari (che non fossero meri simulacri o fantasmi di un passato da far scomparire tra gli aratri, le cinghiate, i baffetti e le canottiere bianche) alle circuitazioni, sussunzioni e connessioni della macchina capitalista. In definitiva, si consegnava l’individuo al mercato (venduta la rabbia, venduti i gadget del Che, i dischi della psichedelia, i francobolli di LSD, le varie saghe del rockettaro Ribelle, i memoriali delle fabbriche occupate, i fallimenti delle esperienze comunitarie, il look floreale, l’amore libero, ecc, ecc…), il bio-capitalismo rendeva artificiale qualunque verità del desiderio, della libertà, dell’amore, libero o meno che fosse…
Era già l’alba del punk. Di Johnny Rotten contro la Regina… E di quel punk, inteso come individualismo da spillette, di volgarità gratuite, di calcolate enterprise, che non è affatto morto. La realtà comincia a rumoreggiare col suo ron-ron di macchina erotica, sotto i codici belli e virtuosi della società e della morale… e anche la faccia plastificata e il sorriso (ammaccato alla Joker) dell’attuale premier precario è punkin un certo senso. I ruoli si confondono. Tra psicolabili e “psiconani”. Ruoli istituzionali che divengono amichevoli, erotizzabili… si qualunquizzano, per conquistarci dall’interno o per inorridirci fino all’accesso di follia.
Michel FoucaultChe siamo diventati? Fuggiti alle relazioni stabili, con divorzi e vite sentimentali caotiche… sfuggite all’obbligo di portar dote e sposarsi… Alla ricerca di un centro cittadino foriero di trasgressioni dionisiache, politiche e sessuali… Sfuggiti all’ingranaggio familiare (alla sua macchina molare) per cosa? Per diventare individui-mercato, il bersaglio (target) preferito delle pubblicità… Chi l’avrebbe mai detto che la trasgressione di Georges Bataille si sarebbe trasformata in “Lucignolo” su Italia 1? Deleuze sostiene che il Capitale (considerato un’astrazione che si fa soggetto) generi il problema e con esso, successivamente, la risoluzione, sia nevrotico, distribuisca colpe e trovi capri espiatori, lasci andare dei flussi deterritorializzati per successivamente riterritorializzarli nel suo corpo macchinico (sembra un paesaggio alla Matrix... e per certi versi l’Anti-Edipo è come un film di fantascienza…). Come dire: se fai un macello, se metti sottosopra la società o la tua coscienza, poi ci pensa papà-mammà a reintegrarti e a renderti funzionale… un “bravo figlio”, un “buon lavoratore”.
Il punto è che ora non siamo in una società poi così dispoticamente patriarcale… Anzi a dire il vero non c’è più la società (la più ingannevole delle mitologie rivoluzionarie o “di sinistra”), né vi sono gruppi, né amicizie, né amori… Sono tutti sussunti, raddoppiati, divenuti immagini di immagini, simulacri. I social network pullulano di groups, friends e spingono, spingono l’individuo a bastare a se stesso, splendidamente isolato, schermato, connesso, integrato e circuìto in un circùito integrato. Le tecnologie del sé sono molteplici. Anche la scrittura rivoluzionaria è una di queste (è un dato di fatto che “L’Anti-Edipo”, spacciato per libro terribile, è, nel suo genere, un best seller).Dunque cosa fare? Come sfuggire a questa griglia che ci pervade e persuade, piuttosto che ingabbiarci? Che ci impone immagini e frammenti già predisposti all’incastro, come in un puzzle?
Io ho suggerito di imparare a dissodare il terreno paludoso dell’immaginario, che parla una lingua vaga, blurred, sfocata… su cui nessun potere può aver presa certa… Forse la pubblicità può aver provato a giocare le sue sclerotiche figure retoriche su questo terreno… ma è impossibile disinnescare il potenziale delle analogie, delle onde portanti che formano i concetti, che ne spostano montagne.
La lezioneè la libertà intesa come libera deriva, libertà dal consumo e dalla produzione alienata, fine dell’universalità e della centralità. Privilegio del futuro, dell’avvenimento, di ciò che risulta imprevedibile a partire da qual si voglia paradigma…-getto nel mezzo della notte, che ci impone di roteare e disperdere, di accogliere e raccogliere. E di rispondere velocemente, come l’arciere che sa di essere il bersaglio.
Si potrà riprendere il cammino rivoluzionario quando si sarà rinunciato alla chimera della “società” per una relazione nuova tra individui, priva di qualunque illusione… quando gli
eremiti metropolitani si incontreranno per discutere di dettagli che si riveleranno finalmente maggiori del Tutto.
Nel frattempo continuiamo a seminare
s-ragionamenti, scoprire intensità e aprire le gabbie, ridisegnando nuove mappe immaginarie. Gettando alle nostre spalle questa schizofrenia capitale che dobbiamo imparare a scansare e mutare secondo nuove geometrie.
Nel momento della massima virtualizzazione della realtà, la guerra si gioca proprio sul piano immaginario… e prepara il terreno all’emergere della realtà, che a quel punto non si potrà più negare e contenere.


L’io è un bersaglio convinto di essere l’arciere

Egon Schiele - San Sebastiano

Da un mio commento al post “L’altro sapere” di Valter Binaghi:
Mi capita spesso ultimamente di usare la metafora dell’arco (o della folgore) per descrivere la “banale” preveggenza quotidiana (breccia spazio-temporale, apollinea, come la chiami tu), propria anche dei gatti, per esempio. Non è soprendente come sappiano già dove e come si collocheranno dopo alcuni balzi rapidissimi?
Noi non siamo da meno… dopo che un’interlocutore scambia poche battute, spesso capiamo (di -getto, non per prevenzione, si spera) dove vuole andare a parare, prima ancora che si entri nel merito di un qualsivoglia argomento o di complicate discussioni. Basta vedere i concetti come luoghi e il pensiero come un movimento, per andare a “segno”
Questo io lo chiamo il -getto. In luogo del sog-getto. La freccia scagliata dal “fuori-di-sé” verso l’io. Divenuto una specie di S. Sebastiano…

Anche agli dei può capitare...
O come dico qui, a proposito dello “spazio embolico“:
“Io” non è uno spazio chiuso. E’ un fuori “gettato dentro”.
O qui:
Il pensiero colpisce il bersaglio prima ancora di scoccare la freccia.

Eremiti metropolitani

Antonin Artaud ne "La passione di Giovanna d'Arco" di Dreyer

“Sì, ecco ora il solo uso cui possa servire il linguaggio, uno strumento di follia, di eliminazione del pensiero, di rottura, il dedalo delle derisioni e non un Dizionario dove certi pedanti canalizzano i loro restringimenti spirituali”.

(Antonin Artaud, “A table”)

Gli spazi tra le maglie si restringono ogni giorno di più. Siamo al parossismo della paranoia di stato. Ma cos’è “stato”?… Il participio passato del verbo essere, del verbo stare o di statuere? E’ il sogno folle di un “soggetto universale”… Un passato che… participia, “prende una parte”, si abbarbica, si mette alle nostre calcagna e non ci vuole più lasciare… Il Matto dei tarocchi (figura del "cittadino" contemporaneo) con la lince del Padrone (privato... anche del "fallo" di stato, stabilizzatore, che ormai non c'è più - lo si deduce dall'obelisco spezzato sullo sfondo) alle calcagnaIn cambio di che? servizi?… sempre meno… la loro gestione è per lo più in mano a privati (acqua compresa). Che si ricordano di noi solo per farcela pagare (la bolletta). Centrali d’energia e risorse, nelle mani di estorsori. Ti tengono saldamente stretto per il primo chakra!… Se dovessi decidere di isolarti, le bollette sarebbero l’unico contatto con il mondo: ti vogliono bene e si ricordano sempre e comunque di te… E lo stato? Tasse, multe, manganelli, prigione, armi, truffe, stragi, crimini… e ARCHIVIO. Catalogo delle merci che siamo. Merci masturbate con ogni mezzo, compreso questo, la Rete. Sani, belli, positivi, coccolati, tantrizzati, con scuola di danza e corsi di pittura, bricolage e circoli culturali.

BASTA PRODURRE SENSO!

E’ l’unica forma di contrattacco possibile, per noi “eremiti metropolitani“… natura inafferabile nelle maglie larghe di una cultura bucata, di un tessuto sociale lacerato. Occorre: prendere una spada ben affilata, rispolverare il senso reale dell’espressione “complesso di castrazione” e cominciare a tagliare e trinciare cultura e detersivi, condizioni e condizionamenti, pattume e pezzi di ricambio, telegiornali e bomboniere, segnare il proprio confine intorno a sè ogni volta… a fil di spada! Di qui non si passa: qui si smonta e si rimonta, qui è il regno del riassemblaggio, qui finisce la catena di montaggio… non c’è una cosa uguale all’altra. L’arte! l’artefatto! l’invenzione!

Teseo il "flessibile" viaggia a ritroso nel futuro.Macché! La vita, i ruggiti, i fulmini, la lava! La singolarità… non l’unità. I vortici… non l’Uno.

Io sono un (sog)getto singolare.

E ditelo a chi incarna lo stato: il vigile urbano, il tabaccaio, la televisione, la patria potestà e tutti quelli che ti ricordano della salma che “sarai stato” (detesto il futuro anteriore)… Saremo così ambigui da non essere più distinguibili e definibili, così reversibili da far slogare le categorie di Aristotele, gli assi di Cartesio e il codice binario 0-1 di Leibniz (quello che muove questi processori di nulla nel silicio)!… Saremo così REALI da non essere più SOGGETTI.

REALTA’! REALTA’! REALTA’!

Alcuni intellettuali mormorano nel sonno che l’individualismo, l’atomizzazione e la frantumazione sociale sono il riflesso dell’immaginario delle economie liberali. Dove credono di essere? Ancora a blaterare di comunità, contratto sociale e “buon selvaggio”? Non sono forse anche loro reclusi e schermati? A recitare all’infinito la tragica farsa del “soggetto universale”, come se esistesse: normative, diritti, legge, valute, simboli, bene comune… ESSENZE!!! CRISTIANESIMO! Ma basta!

Imparate a smontare il soggetto che siete e inventate una nuova lingua. Seguendo sempre il filo. Non perdendolo mai di vista. Lasciate parlare la pianta che è in voi. Come si ammazza quella bestia cornuta al centro del Labirinto se non spezzettando tutto, rimontando e spezzettando ancora? Impareremo a leggere dalle figure che verranno fuori. Come per i fumetti quando si è troppo piccoli. Riconosceremo al volo tutte le genealogie… Anche le più oscure e nascoste. Mascherine.

“Non abbiate paura”.

Decondizionatevi! Imbrogliate più che potete, depistate, predite, mentite, dite la verità, seminate emblemi… e risate… Siate tattici.

L’importante è non perdere il filo… (di Arianna… e della lama).


Insomma, a differenza del pensiero “catalogico” (che nutre la passione per i cataloghi), la psicanalogica prevede l’impiego di figure più che ideologie, dell’immaginario più che del simbolico (per usare il linguaggio di Lacan). Dunque non arretra di fronte al “ricondizionamento” e al ruolo tattico dell’inganno consapevole. Ci si racconta una bugia e la si porta alle estreme conseguenze, deducendone le possibili figurazioni. Il metodo è: prassi-teoria-prassi-teoria-prassi-ecc… (Ecco cosa è la Rivoluzione. Ciò che non è “stato”. Ciò che viene. L’a-venire. L’orbita. Le stagioni. Le estinzioni. Le mutazioni…).

Il “potere” (l’istanza definita dalla spada di Damocle, che castra random) cerca di appropriarsi dell’inappropriabile. Nessuna singolarità sarà mai annullata dalle statistiche e  dagli “user generated contents”. Ci provano a farci fare le cavie del loro laboratorio. Non lo siamo. E’ il “potere” (il sopruso potenziale e imminente) ad essere un cattivo esperimento della natura. Un nostro esperimento. La spada deve stare nelle nostre mani, non sulla nostra testa!

(Il “soggetto universale” e lo “stato” sono invenzioni umane destinate a passare. Istanze paranoidi da spuntare. Zac).


Nel commento n°3 al post “Il regno contraffatto” di Eschaton, una mia riflessione sul potere come “finzione tattica”, arbitrio, censura e contromisura d'”emergenza”.