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(Con)siderazioni sulla “guerra civile” e la “guerra chimica”

SQUADRE DI DEMOLIZIONE

Le città (come Damasco ora o Sarajevo in passato) in cui si svolge quello che chiamano “guerra civile” sembrano un immenso cantiere con squadre di demolizione che pianificano il loro lavoro. Le esplosioni non sono mai ovunque, ma solo dove serve. E’ guerra di condomini, di cittadini che insistono a voler essere cittadini, misti a operai demolitori sul campo (comunque contractors, anche se si tratta di eserciti nazionali…) molto poco raccomandabili… messi apposta per convincere i pervicaci cittadini a mollare, ad andarsene, a cedere quel pezzetto di proprietà privata che avevano prima. Una volta finito il lavoro si farà una tregua più o meno duratura, si sminerà e si ricostruirà… per questo si fanno gli edifici in cemento armato. Il metallo si può riciclare, il cemento si sgretola in nubi di polvere. E’ un materiale fatto apposta per essere distrutto e rimpiazzato… Basta un bulldozer e via… altre colate, altre merci, ricchi premi e cotillons… speranze, sorrisi, bambini… e poi ancora booooom, badabang, ratatatatatatata
Quel che voglio dire è che la “guerra civile” non è una cosa così diversa da quello che succede in qualsiasi città. A Damasco si usano solo metodi più sbrigativi. E’ una questione di urgenza, di fretta dei costruttori di cose che per essere costruite devono necessariamente distruggerne altre, persone comprese. Qua ce la si prende con più calma. Ma anche qui ci sono case e persone distrutte, tendenti al crollo. Basta osservare meglio gli sguardi e le crepe… Qui prevale il perfido porfido. Nero come le carogne. Buono per le sassaiole. In fondo siamo sopra al Vulcano Laziale

vistose tracce, a Velletri, del “recente” conflitto mondiale…

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INTERCETTAZIONI TELEFONICHE

Uno statunitense parla con un italiano.

– Cioè, forse non avete capito… La guerra in Iraq è finita da tempo, in Libia è durata troppo poco ed è stata solo di aria, per quanto ci riguarda… Nel frattempo abbiamo costruito armi di tutti i tipi… se non svuotiamo i magazzini, prima o poi la nostra industria bellica si ferma, il PIL cala… Se non possiamo bombardare la Siria, dobbiamo bombardare qualcos’altro… Siamo parte essenziale del processo… Se fermate la distruzione, potete scordarvi la “crescita”…
– Potreste bombardarvi da soli, ma prima occorre una apposita riforma strutturale di qualche emendamento… Anzi, visto che ci siamo, facciamo prima noi questo esperimento… cambiamo qualche articolo della costituzione… aggiungiamo qualche leggina… e poi fanculo Isernia!
– Eh, sì… senza contare che è pure pericoloso avere gli arsenali pieni… Da qualche parte tocca svuotarli… Vediamo il lato positivo: sarà una festa di luci!… illumineremo la notte a giorno!…
– Ahahahahah! Voi sì che siete “illuministi”!

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“GUERRA GIUSTA” AD USO INTERNO

Del resto anche a noi ci gasano con i pesticidi, gli inceneritori, le raffinerie, le acciaierie, le cokerie, ecc… è solo un processo un po’ più lento e omeopatico.
L’ONU, per (sua) logica, dovrebbe dare il via libera per una “missione di pace” contro l’ILVA di Riva o cose così… (violato l’ultimo confine, quello della differenza tra fronte interno ed esterno, come si può leggere tra le righe di un famoso discorso di un noto Nobel per la Pace alla riscossione del premio, questo dovrebbe accadere…).

Ah… e i gas di scarico dei veicoli a motore, il fumo delle sigarette?… sono la forma più decentralizzata di guerra chimica.

Forse c’è una “verità” più semplice: ci odiamo e vogliamo morire.

(…Questo accanto e dentro “ci amiamo e vogliamo vivere”).

L’ANTI-EDIPO E LA PULSIONE DI MORTE

“La questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza”.
(Papa Francesco I)

(Ovviamente non sono d’accordo con la questione di coscienza punibile, risentita e cristiana che vorrebbe universalmente porre il Papa…).

Secondo Deleuze e Guattari (ne l’Anti-Edipo, paragrafo: La rappresentazione barbarica o imperiale, che cito qui, in esergo, e continuo qui sotto, dopo i versi e i gatti intorno al buco…) era una “macchina dispotica” interiorizzata, una macchina repressiva a rendere violente (risentite perché rimosse-represse) le macchine desideranti… dal momento che egli tendeva a neutralizzare in un ipotetico corpo pieno del Desiderio la “pulsione di morte” (connotandola appunto come un effetto della vendetta del despota che  imponeva i suoi codici linguistici, la sua surcodifica dei corpi, triangolava con madre e sorella contro qualsiasi manifestazione di risentimento… o come un effetto della triangolazione edipica successiva che triangolava con mamma-papà, in pieno ressentiment cristiano)… Non mi sembra affatto così. Non è solo una questione di despoti o di edipi accecati, castrati… è proprio che non si gode senza morte. Non c’è niente di pieno né sul versante del piacere, né su quello del dolore. Vivere e morire, memorizzare e dimenticare, sono processi simultaneianche senza quell’eccesso surcodificante, dispotico e repressivo di cui Deleuze scrive. La pulsione di morte, a mio avviso, non è questione di “latenza” (di colpi a vuoto, di rimozione e repressione)… è ben scandita e modulata… è nel ritmo che ci attraversa, che solca anche gli orgasmi. Si gode a reprimere, si gode a rimuovere, si gode a liberarsi, si gode ad uccidere, si gode comunque… modulando le pulsazioni velocemente o ritenendole… accumulandole il più possibile, nel caso dell’economia capitalista, per accentrare potere e accrescere il potenziale (di riserva e sperpero)… gestendo i flussi sia nella distruzione che nella prosperità, a valle come a monte… evitando come la peste l’equilibrio, il pareggio, il Grande Zero centrale (sogno riconciliante, immobilizzante e concentrazionario di marxisti e fourieristi, per Lyotard… ma anche dio nascosto ebraico, motore immobile aristotelico, ecc…), il buco nero da cui fuggono tutti i simulacri e tutti i discorsi, compreso questo, come accade tra i bracci di una vertigine galattica.

Tendimi la mano
e facciamo surf
sull’onda cosmica.

Il centro non tiene,
il centro non c’è.

Restiamo qui, sospesi
a modulare i campi,
da bravi hortolani.

Con il grassetto sottolineo i temi chiave, con il rosso i punti di divergenza con quel che penso.

La legge non comincia con l’essere ciò che diverrà o pretenderà di diventare più tardi: una garanzia contro il dispotismo, un principio immanente che riunisce le parti in un tutto, che fa di questo tutto l’oggetto d’una conoscenza e di una volontà generali, le cui sanzioni non fanno che derivare per giudizio e applicazioni sulle parti ribelli. […] La legge non fa conoscere nulla e non ha oggetto conoscibile, il verdetto non preesistendo alla sanzione, e l’enunciato della legge non preesistendo al verdetto. L’ordalia presenta questi due caratteri allo stato puro. […] E’ la sanzione a scrivere e il verdetto e la regola. Il corpo ha un bell’essersi liberato dal grafismo che gli era proprio nel sistema della connotazione; esso diventa ora la pietra e la carta, la tavola e la moneta su cui la nuova scrittura può segnare le sue figure, il suo fonetismo, il suo alfabeto. Surcodificare, questa è l’essenza della legge e l’origine dei nuovi dolori del corpo. Il castigo ha cessato di essere una festa, donde l’occhio trae un plusvalore nel triangolo magico di alleanza e filiazione. Il castigo diventa una vendetta, vendetta della voce, della mano e dell’occhio ora riuniti nel despota, vendetta della nuova alleanza. […]
Vendetta, e come vendetta che si esercita in anticipo, la legge barbarica imperiale schiaccia tutto il gioco primitivo dell’azione, dell’agito e della reazione. Occorre ora che la passività diventi la virtù dei soggetti attaccati al corpo dispotico. Come dice Nietzsche, quando appunto mostra come il castigo diventi una vendetta nelle formazioni imperiali, bisogna che “una prodigiosa quantità di libertà sia scomparsa dal mondo, o almeno scomparsa agli occhi di tutti, costretta a passare allo stato latente, sotto l’urto dei loro colpi di martello, della loro tirannia d’artisti…”. Si produce un’esaustione dell’istinto di morte, che cessa di essere codificato nel gioco di azioni e di reazioni selvagge ove il fatalismo era ancora qualcosa di agito, per diventare il cupo agente della surcodificazione, l’oggetto staccato che plana su qualcuno, come se la macchina sociale si fosse sganciata dalle macchine desideranti: morte, desiderio del desiderio del despota, latenza iscritta nel profondo dell’apparato di Stato. Piuttosto che un solo organo si svincoli da quest’apparato, o scivoli fuori dal corpo dispotico, non ci saranno sopravvissuti. In realtà, non c’è più altra necessità (altro fatum) tranne quello del significante nei suoi rapporti con il significato: tale è il regime del terrore. Quel che si suppone la legge significhi, non lo si conoscerà che più tardi, quando si sarà sviluppata ed avrà assunto la nuova figura che sembra opporla al dispotismo. Ma, sin dall’inizio, essa esprime l’imperialismo del significante che produce i suoi significati come effetti tanto più efficaci e necessari in quanto si sottraggono alla conoscenza e devono tutto alla loro causa eminente. […] Ma tutto questo, lo sviluppo del significato democratico o l’avvolgimento del significante dispotico, fa tuttavia parte della questione, ora aperta ora sbarrata, identica astrazione continuata, o macchinario di rimozione che ci allontana sempre dalle macchine desideranti. Non è mai esistito che un solo Stato. A cosa serve? sfuma sempre più, e scompare nelle brume del pessimismo, del nichilismo, Nada, Nada! […] L’istinto di morte è, nello Stato, ancor più profondo di quanto non si credesse, e che la latenza non solo travaglia i soggetti, ma è all’opera nei congegni più elevati. La vendetta diventa quella dei soggetti contro il despota. Nel sistema di latenza del terrore, ciò che non è più attivo, agito o reagito, “ciò che è reso latente dalla forza, rinserrato, rimosso, rientrato all’interno”, è ora risentito: l’eterno risentimento dei soggetti risponde all’eterna vendetta dei despoti. […]
Hanno fatto passare tutto allo stato latente, i fondatori di imperi; hanno inventato la vendetta e suscitato il risentimento, questa controvendetta. E tuttavia Nietzsche dice ancora di loro quel che diceva già del sistema primitivo: non è presso di loro che la “cattiva coscienza” – intendiamo Edipo – ha attecchito e si è messa a spuntare, l’orribile pianta. Solo, è stato fatto un passo in più in questo senso: Edipo, la cattiva coscienza, l’interiorità, essi li ha resi possibili… […] E’ certo la storia del desiderio e la sua storia sessuale (non ce ne sono altre). Ma tutti i pezzi qui funzionano come congegni dello Stato. Il desiderio non opera certo tra un figlio, una madre e un padre. Il desiderio procede ad un investimento libidinale di una macchina di Stato, che surcodifica le macchine territoriali, e, con un giro di vite supplementare, rimuove le macchine desideranti. L’incesto deriva da questo investimento, non il contrario, e non mette in gioco dapprima che il despota, la sorella e la madre: è lui la rappresentazione surcodificante e rimovente. Il padre non interviene che come rappresentante della vecchia macchina territoriale, ma è la sorella il rappresentante della nuova alleanza, e la madre il rappresentante della filiazione diretta. Padre e figlio non sono ancora nati. Tutta la sessualità è in gioco tra macchine, lotta tra esse, sovrapposizione, muratura. Stupiamoci una volta di più della narrazione portata da Freud. In Mosé e il monoteismo, egli avverte certo che la latenza è affare di Stato. Ma allora essa non deve succedere al “complesso di Edipo”, segnare la rimozione del complesso o addirittura la sua successione. Essa deve risultare dall’azione rimovente della rappresentazione incestuosa che non è per nulla ancora un complesso come desiderio rimosso, perché al contrario essa esercita la sua azione di rimozione sul desiderio stesso. Il complesso di Edipo, come lo chiama la psicanalisi, nascerà dalla latenza, dopo la latenza, e significa il ritorno del rimosso nelle condizioni che sfigurano, spostano ed anzi decodificano il desiderio. Il complesso di Edipo non appare se non dopo la latenza; e quando Freud riconosce due tempi da essa separati, solo il secondo merita il nome di complesso, mentre il primo non ne esprime che i pezzi e i congegni che funzionano da un tutt’altro punto di vista, in tutt’altra organizzazione. E’ questa la mania della psicanalisi con tutti i suoi paralogismi: presentare come risoluzione o tentativo di risoluzione del complesso ciò che ne è l’instaurazione definitiva o l’installazione interiore, e presentare come complesso ciò che ne è ancora il contrario. Cosa occorrerà infatti perché l’Edipo diventi l’Edipo, il complesso di Edipo? Molte cose in verità, quelle stesse che Nietzsche ha parzialmente presentito nell’evoluzione del debito infinito.
Bisognerà che la cellula edipica termini la sua migrazione, che non si acconsenta a passare dallo stato di rappresentazione spostato allo stato di rappresentazione rimovente, ma che, da rappresentazione rimovente, diventi infine il rappresentante del desiderio stesso. E che lo diventi a titolo di rappresentante spostato. Bisognerà che il debito diventi non solo debito infinito, ma che come debito infinito venga interiorizzato e spiritualizzato (il cristianesimo e quel che segue). Bisognerà che si formino padre e figlio, cioè che la triade regale si “mascolinizzi”, come conseguenza del debito infinito ora interiorizzato [n.d.a. Gli storici della religione e gli psicanalisti conoscono bene questo problema della mascolinizzazione della triade imperiale, in funzione del rapporto padre-figlio che vi è introdotto. Nietzsche vi intravede a ragione un momento essenziale nello sviluppo del debito infinito: “Questo alleviamento che fu il colpo di genio del cristianesimo… Dio che paga a se stesso, Dio che riesce da solo a liberare l’uomo da ciò che per l’uomo stesso è diventato irremissibile, il creditore che si offre per il suo debitore per amore (chi lo crederebbe), per amore per il suo debitore!” (Genealogia della morale, II, § 21)]. Bisognerà che Edipo-despota sia sostituito da Edipi-soggetti, da Edipi-padri e da Edipi-figli. Bisognerà che tutte le operazioni formali siano riprese in un campo sociale decodificato e risuonino nell’elemento puro e privato dell’interiorità, della riproduzione interiore. Bisognerà che l’apparato repressione-rimozione subisca una riorganizzazione completa. Bisognerà dunque che il desiderio, finita la sua migrazione, faccia l’esperienza di questa estrema miseria: essere rivolto contro di sé, il rivolgimento contro di sé, la cattiva coscienza, la colpevolezza, che lo aggrega tanto al campo sociale più decodificato quanto all’interiorità più morbosa, la trappola del desiderio, la sua pianta velenosa. Finché la storia del desiderio non sperimenta questa fine, Edipo assilla tutte le società, ma come l’incubo di ciò che non è ancora capitato loro – l’ora non è ancora venuta”.

Hai letto? Beh… dimenticalo.

Anzi, ricordati anche di quest’altro passo (più condivisibile, sempre dall’Anti-Edipo), prima di dimenticare già quando riprende a parlare della staffetta comico-“futuristica” (patafisica come nella corsa dei ciclisti morti ne “Il Supermaschio” di Jarry) tra macchine desideranti (grassetti e link sono miei):

Il corpo senza organi è il modello della morte. Come han ben capito gli autori della letteratura del terrore, non è la morte a servire da modello alla catatonia, ma la schizofrenia catatonica a fornire il proprio modello alla morte. Intensità-zero. Il modello della morte appare quando il corpo senza organi respinge e depone gli organi – niente bocca, naso, denti… fino all’automutilazione, fino al suicidio. E tuttavia non c’è opposizione reale tra il corpo senza organi e gli organi in quanto oggetti parziali; la sola opposizione reale riguarda l’organismo molare che rappresenta il loro comune nemico. Si vede, nella macchina desiderante, lo stesso catatonico ispirato dal motore immobile che lo forza a deporre i suoi organi, ad immobilizzarli, a farli tacere, ma anche, spinto dai pezzi lavorativi che funzionano allora in modo autonomo e stereotipo, a riattivarli, a insufflare in essi movimenti locali. Si tratta di pezzi diversi della macchina, diversi e coesistenti, diversi nella loro stessa coesistenza. È perciò assurdo parlare di un desiderio di morte che si opporrebbe qualitativamente ai desideri di vita. La morte non è desiderata, c’è solo la morte che desidera, a titolo di corpo senza organi o di motore immobile, e c’è anche la vita che desidera, a titolo di organi di lavoro. Non si tratta qui di due desideri, ma di due pezzi, di due sorte di pezzi della macchina desiderante, nella dispersione della macchina stessa. Tuttavia, il problema sussiste: come possono funzionare insieme? Non si tratta ancora di un funzionamento, ma solo della condizione (non strutturale) d’un funzionamento molecolare. Il funzionamento appare quando il motore, nelle condizioni precedenti, cioè senza cessare di essere immobile e senza formare un organismo, attira gli organi sul corpo senza organi, e glieli attribuisce nel movimento oggettivo apparente.  La repulsione è la condizione di funzionamento della macchina, ma l’attrazione è il funzionamento stesso. Che il funzionamento dipenda dalla condizione, risulta evidente per il fatto stesso che tutto questo non funziona se non guastandosi. Si può dire allora in cosa consistano questo andamento o questo funzionamento: si tratta, nel ciclo della macchina desiderante, di tradurre costantemente, di convertire costantemente il modello della morte in qualcosa di assolutamente diverso, l’esperienza della morte. Di convertire la morte che sale dal didentro (nel corpo senza organi) in morte che arriva dal difuori (sul corpo senza organi).

Ma sembra che l’oscurità si infittisca: cos’è infatti l’esperienza della morte, distinta dal modello? Si tratta ancora di un desiderio di morte? Di un essere per la morte? Oppure di un investimento della morte, magari speculativo? Niente di tutto questo. L’esperienza della morte è la cosa più consueta dell’inconscio, appunto perché ha luogo nella vita e per la vita, in ogni passaggio o in ogni divenire, in ogni intensità come passaggio e divenire. È caratteristico di ogni intensità investire in un attimo in se stessa l’intensità — zero a partire da cui è prodotta come ciò che cresce o diminuisce in un’infinità di gradi (come diceva Klossowski, «un afflusso è necessario solo per significare l’assenza di intensità»). Abbiamo cercato di mostrare, in questo senso, come i rapporti di attrazione e di repulsione producano stati, sensazioni, emozioni tali che implicano una nuova conversione energetica e formano il terzo tipo di sintesi, le sintesi di congiunzione. Si direbbe che l’inconscio come soggetto reale abbia fatto sciamare su tutto il contorno del suo ciclo un soggetto apparente, residuale e nomade, che passa attraverso tutti i divenire corrispondenti alle disgiunzioni incluse: ultimo pezzo della macchina desiderante, pezzo adiacente. Sono questi divenire e questi sentimenti intensi, queste emozioni intensive ad alimentare deliri e allucinazioni. Ma, in se stesse, esse sono quel che più si accosta alla materia di cui investono in sé il grado zero. Sono esse a condurre l’esperienza inconscia della morte, in quanto la morte è ciò che è sentito in ogni sentimento, ciò che non cessa e non finisce di succedere in ogni divenire — nel divenire-altro sesso, nel divenire-dio, nel divenire-razza, ecc., formando le zone d’intensità sul corpo senza organi. Ogni intensità affronta nella sua propria vita l’esperienza della morte, la avvolge, e certamente, alla fine, si spegne; ogni divenire diventa esso stesso un diveniremorto! Allora la morte giunge effettivamente. Blanchot distingue bene questo duplice carattere, questi due aspetti irriducibili della morte, l’uno nel quale il soggetto apparente non cessa di vivere e di viaggiare come Si, «non si cessa e non si finisce mai di morire», l’altro in cui lo stesso soggetto, fissato come Io, muore effettivamente, cioè cessa alla fine di morire poiché finisce col morire, nella realtà d’un ultimo istante che lo fissa cosi come Io disfacendo l’intensità, riconducendola allo zero ch’essa avvolge. Da un aspetto all’altro non c’è affatto approfondimento personologico, ma tutt’altro: c’è ritorno dell’esperienza di morte al modello della morte, nel ciclo delle macchine desideranti. Il ciclo è chiuso. Per una nuova partenza, poiché Io è un altro. Bisogna che l’esperienza della morte ci abbia appunto dato abbastanza esperienza allargata, perché si viva e si sappia che le macchine desideranti non muoiono. E che il soggetto come pezzo adiacente è sempre un «si» che conduce l’esperienza, non un Io che riceve il modello. Il modello stesso infatti non è maggiormente l’io, bensì il corpo senza organi. E Io non raggiunge il modello senza che il modello, di nuovo, riparta verso l’esperienza. Andare sempre dal modello all’esperienza e ripartire, ritornare dal modello all’esperienza: schizofrenizzare la morte, è questo l’esercizio delle macchine desideranti (il loro segreto, ben compreso dagli autori del terrore). Le macchine ci dicono questo, e ce lo fanno vivere, sentire, più profondamente del delirio e più lontano dell’allucinazione: sì, il ritorno alla repulsione condizionerà altre attrazioni, altri funzionamenti, l’avvio di altri pezzi lavorativi sul corpo senza organi, la messa in opera d’altri pezzi adiacenti al contorno, che hanno altrettanto diritto di dire Si quanto noi stessi. «Crepi nel suo balzo per mano di cose inaudite e innominabili; altri orribili lavoratori verranno; e cominceranno dagli orizzonti ove l’altro si è accasciato». L’eterno ritorno come esperienza, e circuito deterritorializzato di tutti i cicli del desiderio.

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L’ipotesi perversa

Lo so, è da un po’ che non scrivo in modo sistematico (ammesso che l’abbia mai fatto… del resto non devo dimostrare di essere degno di pubblicazione, quindi scrivo a vanvera, in modo incompleto, trascrivendo appunti, conversazioni, riflessioni, senza “bella copia”). Il web non merita di più… Se vi va, sistematevi voi i pensieri più tardi… non sono disposto a lavorare gratis al posto di nessuno… né intendo “criticare”, ovvero, differenziare ulteriormente i rifiuti culturali nei quali sguazziamo per re-immetterli nel circuito produttivo… Merda è, merda sia. 

 C’è un’eresia nel pensiero contemporaneo che parte dalla patafisica di Jarry (che aveva mostrato, pur essendo anarchico, come l'”anarchia” sarebbe diventata un atteggiamento borghese, con la marionetta di “Ubu re”), passa per la dicotomia Sade/Fourier inaugurata da Klossowski con “La moneta vivente”, proseguita con Barthes in “Sade, Fourier, Loyola” e continuata con “Economia libidinale” di J.F. Lyotard (l’idea della tensione che di recente mi sono accorto di aver espresso anche io con l’aforisma “Essere questa tensione”) e gli scritti di Baudrillard, che mettevano in crisi l’articolazione freudo-marxista processo primario/processo secondario, struttura/sovrastruttura… Parallelamente nella realtà avveniva che la produzione e l’intero processo economico venissero sussunti dalla complessità della macchina del capitale finanziario…  L’impressione è che l’hardware non sia che un software più denso… una specie di “soft machine” che sembra quasi coincidere con la vita stessa… una “società liquida”, ma più ancora una liquidità (una sorta di pelle sintetica come quella che si applica sulle ustioni, liquido che all’occorrenza diviene membrana, più performante della pelle, pellicola dis-piegata e dis-tesa come quella descritta nell’incipit crudele di Economia libidinale di Lyotard), una liquidazione, alla quale in definitiva sembra non esserci scampo…
Io, per ovviare a questa incresciosa soluzione finale, totalitaria, solo apparentemente incruenta o piacevole finché dura, ho più volte proposto di opporre l’embolo al simbolo… il corto circuito, la resistenza (intesa fisicamente come tensione estrema, distribuita random) che brucia il circuito integrato, il processo di integrazione/dis-integrazione… ma per liberare cosa o chi? …un gioco che impedisca la “circonversione” di libido o interesse (…ma anche di incapaci), dove capita e a tutti i livelli…

…che impedisca con delle regole il “supplemento” di interesse e godimento ricavato dall'”inibizione”, dall’Aufhebung, dalla “Kastrazione”, dal soffocamento (nel senso dello smothering), dalla corsa coi sacchi, ecc… (interessante tutta la merceologia idiota che c’è in questa voce wiki).

 (Se Baudrillard mi causò una profonda depressione a fine anni ’90, Lyotard, mentre lo leggo, mi sta facendo torcere lo stomaco come il nastro di Moebius…).

“Nel sistema del capitale la moneta è più generalmente ogni oggetto, in quanto merce, e dunque moneta, reale o potenziale, non è soltanto un valore convertibile in un processo universale di produzione, ma anche indiscernibilmente (non oppositivamente, dialetticamente) carica di intensità libidinale. Il sistema del capitale non è il luogo di occultamento di un preteso valore d’uso che gli sarebbe “anteriore” – questo è il romanticismo dell’alienazione, il cristianesimo – ma innanzitutto che esso è in un certo senso più che il capitale, più antico, più esteso, e infine che i segni detti astratti, suscettibili di calcolo e misura previsionale, sono in se stessi libidinali”.

“Credete forse che sia un’alternativa, o questo o morire? E che se si fa questo, se ci si fa schiavi della macchina, macchina della macchina, fottitore fottuto da essa, otto ore al giorno, dodici ore un secolo fa, è perché si è obbligati, costretti, perché si tiene alla vita? La morte non è un’alternativa a questo, ne è una parte, essa attesta che c’è del godimento nel questo, i disoccupati inglesi non si sono fatti operai per sopravvivere, hanno – tenetevi forte e sputatemi addosso – goduto dell’esaurimento isterico, masochista, non so che cosa, di resistere nelle miniere, nelle fonderie, nei laboratori, nell’inferno, hanno goduto nella e della folle distruzione del loro corpo organico che certo gli era stata imposta, hanno goduto che gli fosse imposta, hanno goduto della decomposizione della loro identità personale, di quella che gli aveva costruito la loro tradizione contadina, goduto della dissoluzione delle famiglie e dei villaggi, e goduto sera e mattina del nuovo mostruoso anonimato delle periferie e dei pubs.

E ammettiamo infine che esiste tale godimento, simile, in questo la piccola Marx vedeva chiaro, simile in ogni punto a quello della prostituzione, godimento dell’anonimato, godimento della ripetizione dello stesso sul lavoro, lo stesso gesto, le stesse entrate e uscite dal laboratorio, quante verghe all’ora, quante tonnellate di carbone, quante barre di ghisa, quanti barili di chiavate, non prodotte, certo, ma subite, le stesse parti del corpo utilizzate, escludendo tutte le altre, consumate, come la vagina e la bocca della prostituta istericamente desensibilizzate […].
(Da “Economia libidinale” di J.-F. Lyotard)

Il punto è che a furia di godere, non si gode più… e regna una certa assuefazione… un’insensibilità diffusa… niente fa più effetto… L’informazione che passa è metadone…

Capisco solo che la dicotomia (o la coppia complementare) schizofrenia/paranoia che attraversa pressoché tutti i plot narrativi contemporanei (compresi quelli della società, del diritto, dell’economia come dell’individuo) sia il vero equivoco… In realtà non c’è nessun complotto e nessuna sovversione… Sono tutti perversi, sado/masochisti… godono di esser vittime o di farne. Godono dei soprusi, delle “oppressioni”, di subire ingiustizie per rivendicare soprusi, di essere repressi per “emanciparsi”, per dedicarsi al pissing estremo… Finché si mantiene il pericolo psicotico, la zozzeria nevrotica borghese è garantita.

Che fare dunque? Non aver paura… di non essere più “soggetti” desideranti, riconosciuti, palingenetici? Non godere di avere in tasca o in borsa una tessera sanitaria, dei soldi e una carta d’identità? Né emozioni, né piaceri indotti, desideri insaziabili, dipendenze? dividuarsi? (lasciar) crinare tutto fino all’estremo per poter riaprire le danze con giochini nuovi? Non c’è altra possibilità…
Nel frattempo… non c’è niente da difendere o da salvare. Nessuna cosa, nessun soldato, nessun eroe, nessun sopravvissuto. Nessun corso di sopravvivenza.
Lasciate morire quel che deve morire… (eventualmente, dando una mano…).

D’ora in poi si dovrà parlare dei politici e dei protagonisti del mainstream mediatico come si conviene delle pornostar e anche le “manifestazioni” dovrebbero adeguarsi… love parade estreme… Che puttanaio sia. Totale. Invece dei servizi d’ordine, frotte di masochisti che smaniano per i manganelli… cose così…  IO – Stanotte leggevo il capitolo “La Forza” (di “Economia Libidinale”) in cui spiegava che non c’è verginità del lavoratore-prostituta, quella che desiderava la romantica “piccola Marx”… che la condizione di prostituzione da non poterne più è stata scelta in modo naturale e in modo libidinoso… la sua forza-lavoro (pompini, chiavate o quant’altro si faccia a lavoro) offerta come un dono selvaggio, senza alienazione… e soprattutto che questa forza è stata annichilita dalla “grande testa” (caput, capitale) del “corpo di macchina”, dal “soggetto sociale universale” (moneta vivente prostituibile in miliardi di modi… l’indifferente e inorganico equivalente della prostituzione universale… Lyotard insomma preconizzava la mostruosità dei “social network”… e mostrava quanto questo somigli al comunismo di Marx, presumibilmente, per i marxisti ostinati, sussunto dal Capitale…).
Mmmmm… fa un po’ vomitare, vero?

Diceva anche che il Capitale è il “di più” di produzione, il “produrre per produrre” (dunque libidinalmente, chiavare per chiavare, ecc… chiavata perversa, si dirà… costretta, esasperata, frigida… come certe macchine da sesso, di certi video, cui si attaccano le pornostar, pre-lubrificate per evitarle l’attrito, acclamate da una folla anonima e silenziosa di masturbati). Non lo scrivo con disgusto moralista… è quello che accade anche mentre leggi.
Anche questo mio dono di prostituzione gratuita al “soggetto sociale universale” che è un “social network” (comunque privato, con un magnaccia nerd dietro che raccoglie un po’ di sperma e soldi qua e là… ma non importa), anche questo mio dono, dicevo, fa parte del bordello generale… del godimento frigido… che inviterei a disertare… (ma questo lo dico io…) che si goda il giusto… senza sovra-eccitazione… costruendo (anche “se stessi” come) una macchina senza testa (una macchina che impedisca che ci sia una “testa” per ogni corpo de-capitalizzato).

 LEI – Scegliere un’aurea mediocritas… non credo sia possibile. Secondo me non è tanto l’eccitazione o la perversione da limare, quanto l’ostinazione al raggiungimento (del successo) e la scala di valori che la compone…

IO – Sì, ma Lyotard poneva la questione: rispetto a quale “verginità” che non c’è? Senza dubbio poi i valori sono una bella ipocrisia, visto che sono pronunciati in un postribolo… Certamente religione ed etica del capitale, di cui tanto cianciano i magnaccia, sono da gettare nel cesso… La questione è per me come impedire che del nostro godimento si profitti… e senza per questo fare una scelta religiosa o sacrificale, ascetica… quindi sono d’accordo col “non è tanto l’eccitazione o la perversione da limare”… sarà una questione di gusti o orientamenti da trasformare? pervertendo le tante perversioni che si praticano?… Voglio dire… io godrei un sacco a vedere crollare tutto questo mondo-bordello… anche questo è un “di più”… ma lo è per me che vi vedo un’inibizione di forme di vita più libere… l’unica condizione per continuare a godere, senza la restaurazione della Grande Macchina del Capitale, in quel caso, sarebbe quella di costruire come si può una “macchina da godimento” contrattato in libertà con le piccole perversità altrui e proprie… tenute a bada… non intendevo la morigeratezza…

In altri termini:
– A bello! Tu me voi fa scopa’ co’ 200 stronzoni… ma chi t’encula?… io chiavo chi decido io perché me piace e pe’ veni’… non me faccio scortica’ pe’ te!…
(e questo riferito al Capitale, che organizza la prostituzione in modo efficientissimo, come a qualsiasi sfruttatore di piccolo e medio calibro… Poi è da vedere se non ci sia comunque la tentazione di volere di più di quello che basterebbe affinché non vi sia di nuovo “sfruttamento”… dunque ancora sado-masochismo seriale… Insomma, una volta montata la “macchina senza testa” dei liberi godimenti, andrebbe suggerito: “Damose na carmata… no’ stamo ar circo!…”. E comunque non è detto che poi non ci sia il circo, lo stesso…).

Ah… senza contare che osteggiare “l’ostinazione al raggiungimento” del successo potrebbe tradursi nel fallimento completo… Nel lavoro della morte, nell’improduttività, che c’è (è prevista) anche nel bel mezzo del godere… In qualche modo, se non si accettano i valori espressi dai magnaccia, il sistema capitalista rende molto difficile vivere… costruisce botole, trappole, buchi neri…


Le oche starnazzanti della “sicurezza” e la dea Moneta.

CONTADINI – Signor Ubu, di grazia, abbiate pietà, siamo poveri contadini.

PADRE UBU – Me ne frego. Pagate.

CONTADINI – Non possiamo, abbiamo già pagato.

PADRE UBU – Pagate o finirete nella mia tasca!

(da “Ubu re” di Alfred Jarry, atto terzo) 

 

Sono affari nostri se la Borsa va giù o affari loro? o non si vendono i titoli di stato? Perché questo costante martellamento per persuaderci di essere parte del loro gioco? Sono io parte dello Stato? o del Big Business?… (ho una carta di identità, maneggio qualche euro…) Oh sì, certo che è così… ma… siamo proprio sicuri? Siamo proprio sicuri che quel che siamo è nei portafogli? E senza propaganda e pubblicità esisterebbe lo Stato e la Borsa?… Credo di no.

Ti verrebbero a prendere a casa… e ti getterebbero in carcere (se ti va bene) senza che tu sappia neanche il perché. Si farebbero le leggi in gran segreto, per giustificare i peggiori soprusi. Oppure, allo stesso modo, potrebbero invitarti ad entrare nelle sale dove si decidono cose che nessuno conosce… a partecipare al banchetto insensato, non più pubblico, condiviso. Niente repubblica, solo una dittatura senza consenso che si farebbe conoscere dall’uso casuale o arbitrario della forza o del suo (poco probabile) contrario. Potrebbe mai esistere?… Non per molto… Ci sarebbe instabilità. Ognuno si arrogherebbe il diritto di legiferare segretamente e imporre l’obbedienza alle leggi. Sarebbe una “guerra per bande” (come lo è anche adesso, se non fosse per la propaganda che tutto copre e trasforma, sotto un manto di universalità). Ma ci si potrebbe interrogare anche sulla necessità di un centro… che non c’è… e da cui ci si dovrebbe tenere a debita distanza (come per il buco nero e il suo relativo orizzonte degli eventi al centro della galassia…). Insomma è un fatto dinamico… Occorre sfuggire alla gravità… e dai volti gravi dei sog-getti che dicono che la situazione è grave… mantenere la distanza, la sola cosa che permette di distinguere enti ed eventi… e interagire senza mostruosità (stesso etimo di “moneta”) con gli altri (e con se stessi). Ormai è questione di come evitare la psicosi… (sennò che schizo-capitalismo sarebbe?).

PS: Pare dunque che Giunone (dea madre e moglie per eccellenza) amMONisse tramite le oche dall’invasione dei nemici… e che questo MONito per difendere un territorio abbia dato origine alla MONeta… che i greci chiamavano “nòmisma”=cosa stabilita dalla legge (=”nòmos”)… da cui numismatica, numero… ma anche i “nomoi”, i distretti dell’antico Egitto o dell’attuale Grecia. L’arbitrarietà, l’ocaggine di questo potere dettato e scusato dalla difesa di un territorio da un’aggressione, l’ocaggine che oggi chiameremmo “sicurezza”, è dunque la “MONstruosità” cui accennavo…

L'”autonomia in/dividualista” (o meglio /dividualista) in questo senso designa un certo territorio virtuale, immateriale, da ridefinire e ritagliare di volta in volta… una regola del gioco, che non può essere definita universalmente, ma che segna uno strappo (alla lettera: mediante una sorta di symbolon, una “moneta” divisibile) rispetto allo starnazzante allarme del potere armato, sovra-determinante, “surcodificante” (direbbe Deleuze)…

* * * * * * *

(digressione alchemica)

In alchimia Giunone è associata alla coda di pavone-volo astrale (del plusvalore?…) che precede la formazione dell’oro  ☉ (dell’elemento “divino”, sovra-determinante, con pretese universali… mediato in questo caso dall’argento  lunare  ☽ , notturno, dell’invasione del nemico). Nella moneta qui rappresentata, ci sono sia la dea madre e moglie per eccellenza (che difende la sua prole, coloro che condividono il volo astrale del plusvalore) che gli strumenti della lavorazione del metallo-anima degli alchimisti. Le armi di persuasione e propaganda dalla dea dei territori, della stabilità, della “sicurezza”, del verbo tintinnante (al pari delle spade) della zecca di Roma… Di qui anche l’eresia marziale ♂ (rubedo) dei romani: “Non con l’oro ☉ , ma col ferro  ♂ si conquista Roma”.

Altro richiamo alchemico è nel nome di Brenno (il Corvo), il gallo vinto dagli schiamazzi delle oche capitoline… la nigredo ♄ cui segue l’albedo  ☿   ☽. La sublunarizzazione-sussunzione della natura (di quella Venere- jeune-fille  ♀,  moglie di Vulcano, il Fabbro per eccellenza, forgiatore d’anime-metalli), la sottomissione del “nemico”, della forza lavoro… ecc, ecc…


D.e A.D. – decentralizzazione e anomia dividualista (ex D.A.I.)

 (“L’uomo rotola via dal centro verso la X”.
(Friedrich Nietzsche)

Aggiunta del 1 marzo 2013. La D.A.I., viste le ultime ricerche e ipotesi sul dividuo, è diventata DeAD – decentralizzazione e anomia dividualista. Si prendono in tal modo le distanze anche da una tradizione (individualista di qualsiasi tipo) in cui non è più possibile riconoscersi (dato che, a quanto pare, non ci sottrae dai rapporti sociali che ci imprigionano).

Quanto all’anomia (oltre al rifiuto della chiusura che l’auto- di “autonomia” implica) è uno sberleffo alle tesi di Durkheim al riguardo… è la macchina ludica delle “periferie” e delle pratiche produttive e riproduttive che rifiutano il centro, contrarie appunto al nomos (come all’identitarismo, all’universalismo, al territorialismo) e favorevoli al gioco delle regole, alla ricombinazione delle relazioni tra insiemi di dividui al di là della divisione del lavoro o attraverso di essa.

simbolo della Decentralizzazione e l'Autonomia Individualista

Aggiunta del 12 marzo 2013. La D. e A. D. (Decentralizzazione e Anomia Dividualista) discute le premesse e le regole di una sorta di GRV (“gioco di ruolo dal vivo”… con spunti da LARP o da Nomic…) che orbiterà attorno a due istituzioni provvisorie principali:
– le utòpie (nome provvisorio e casuale delle note dei muncipi virtuali – divisibili in due, tra i contraenti, come l’antico symbolon – che regolano gli scambi secondo principi mutualistici, che contrassegnano il tipo, la qualità e il tempo di lavoro… e che costituiscono un patto politico dividuale oltre che un mezzo di scambio o un accordo di produzione, distribuzione, consumo – ricongiungendo in tal modo la separazione dell’economico dal politico. Lo scambio e la registrazione delle utòpie , o p.d.t. – perdite di tempo – viene regolato, mediante una sorta di gioco a livelli crescenti di coinvolgimento e complessità, dai municipi virtuali)
– i municipi virtuali (…deterritorializzati e anti-identitari…  sono istituzioni-software, calibrate collegialmente, atte a regolare e pianificare l’attività di un gruppo di dividui aventi come finalità strategica la decentralizzazione di poteri, energie e risorse e l’autonomia e autosufficienza degli stessi municipi – da munus + cipium, “ricevere un dono, un incarico, un servizio, un prodotto, un’opera, ecc” – vedi i significati latini di “munus” anche qui – con l’impegno volontario di ricambiare e partecipare; differente dal senso del “com-munis”, del mettere in comune, accentrando, regolando con la forza della necessità lo scambio dei beni… dal valorizzare e porre l’isituzione al di sopra delle volontà dei singoli in/dividui istituenti).

Seguono i primi spunti dell’idea originaria…

A proposito del nuovo simbolo. Ho scelto colori che vanno alchemicamente dalla nigredo all’albedo (meglio un’ispirazione lunare e non-violenta, ma con una punta di corrosiva acidità, la freccia) e che indicano in modo inequivocabile la forza centripeta del movimento… ritratto di Alcuni potranno trovarvi la citazione della “giduglia”, la spirale disegnata sul ventre di Padre Ubu… altri l’eccentricità di alcune armonie naturali chiaramente osservabili nelle conchiglie o nelle galassie… altri una irresistibile attrazione, contrario della “logica stringente”…
Lascio qui sotto, invece, la spiegazione del precedente simbolo, per meglio comprendere la genesi del logo e i commenti che seguono al post… La rimozione del profilo di Stirner, oltre che per motivi squisitamente estetici, è anche dovuta ad una certa insofferenza nei confronti dei predecessori, che, per definizione, è meglio che rimangano nei loro libri. Altro importante motivo è che  una premessa essenziale della presente idea “politica” è la imprescindibile critica dell’identità e della metafisica (che va da Nietzsche a Derrida) e dunque anche dell’esaltazione dell’Ego così cara a Stirner. La verità e la metafisica (le ideologie e le religioni che vogliono un pensiero unico, fondante) sono ancora peggio delle strutture economiche che hanno ispirato… Non credo che l’uomo debba cercare un’unica logica. E’ semmai costretto (anche dalla sua stessa “natura”) a dover praticare più logiche, cambiare idea, confrontarsi o distrarsi… e  seguire paradossi, infiltrarsi e contaminarsi.
Mi concentro sulla spirale (per uscire dalla storia, dalla dialettica e dall’incubo illuminista…). Come un neutrino che sfugge ad una supernova.

La D.A.I. (Decentralizzazione e Autonomia In/dividualista) propone una forma di federalismo esasperato, volto alla progressiva scomparsa, oltre che degli apparati centralizzati dello Stato, della Società (intesa come astrazione sovra-individuale, mitologema fondante) per nuovi progetti di co-esistenza basati su un “accordo politico“, piuttosto che su un “contratto sociale”, tra individui energeticamente e politicamente autonomi.
Una sua premessa teorica (a differenza del socialismo, del comunismo o del cristianesimo e del Mulino Bianco) è il “pessimismo antropologico”, che ritroviamo in pensatori come Hobbes, Machiavelli, ma anche in scrittori come de Sade e Lautréamont.

L’uomo non è “buono” per natura. La sua inclinazione alla prevaricazione rende quest’ultima la tendenza generale della società, che è la somma dei singoli in/dividui, per il solo fatto di essere possibile… Così chi si afferma nella società sono solo i “cattivi” (dal latino “captivi”=prigionieri… di una società – il fantasma preferito della convivenza umana – che ne asseconda e ne amplifica le inclinazioni perniciose). Si può dunque dire che la società è intrinsecamente “cattiva” e incapace di esprimere una giustizia che rispetti tutti gli in/dividui nella loro singolarità e specialità, poiché in realtà afferma il principio contrario. Quello di una norma generale che si ispira a presunti valori universali. La DAI, riconoscendo il “male” come costitutivo dell’uomo e della società (ma non esaltandolo in alcun modo), sostituisce la legge morale “Ama il prossimo tuo” dell’era dei Pesci con il più realistico invito a “Non nuocere agli altri” (in/dividui o viventi che dir si voglia). Critica aspramente tutte quelle ideologie volte a considerare le società come superiori all’in/dividuo e fautrici del suo bene. E inoltre tutte quelle religioni che inneggiano acriticamente e ipocritamente all’amore reciproco come unica legge morale. Per la DAI il senso della responsabilità ed una progressiva educazione alla libertà in/dividuale e al suo valore, determinato da nuove regole di scambio e convivenza, dovrebbero bastare a bilanciare le tendenze alla prevaricazione. Tale “pedagogia” potrà essere messa in pratica da scuole, laboratori e gruppi di in/dividui liberi (soprattutto dal ressentiment).

La DAI intende sostituire gli accordi politici in/dividuali alle Società e ai poteri centrali. Intende rimpiazzare il diritto (borghese, nato dalla Rivoluzione francese) di essere un “cittadino” con la possibilità di essere un “in/dividuo”, un “vivente”, libero e rispettato anche al di fuori delle logiche statali e nazionali.
In un contesto di dissoluzione dei principi che hanno fondato le democrazie liberali, di violazione programmatica del diritto internazionale, di messa in discussione delle norme costituzionali e della forma-stato, la DAI cavalca l’onda del cambiamento, piuttosto che attestarsi su posizioni giacobine di più di due secoli fa… che suonano come restauratrici e reazionarie (vedi i partiti e i molti movimenti a favore del “cittadino” che nascono sempre più numerosi). Non difendiamo né il diritto, né la prigione…

DECENTRALIZZAZIONE va intesa come allontanamento sia dai poteri centrali che dal modello energetico centralizzato. E anche dal modello bancario centralizzato. Come da quello architettonico, urbanistico… La DAI respinge l’idea di centrale. Invece di centralizzare tutto il potere (poteri centrali), l’energia (centrali energetiche), il denaro (banche centrali) e  le informazioni (nei database delle centrali informatiche), si dovrebbe tendere a non superare di molto la misura dell’in/dividuo. Devo poter toccare e conoscere chi amministra e accumula. Devo poter partecipare alle decisioni che riguardano la mia stessa sussistenza. Devo avere io stesso, eventualmente, questo potere (dividuabile, de visu, prima che individuale). Questo processo di decentralizzazione rappresenta un’istanza e non importa quale apparato possa essere considerato provvisoriamente più idoneo… purché si tenda a far coincidere il potere (inteso come principio di responsabilità e  rispetto oltre che come possibilità e capacità) con l’in/dividuo. Decisioni collettive nelle mani di ognuno. Niente elezioni e principio di delega. Si intende tracciare una via. Che dovrebbe condurre ciascuno a chiedere il minimo sforzo possibile ad altri in/dividui. E tendere all’autonomia…
AUTONOMIA energetica e autonomia, sperimentale e concordata, dalle Leggi, cui vanno affiancate (o che andrebbero sostituite con) delle più snelle e revocabili regole del gioco. Le Leggi (anche “costituzionali”) delle attuali democrazie sono contratti (anche millantati, non scritti come nel caso del “contratto sociale” e ad ogni modo mediati in modo troppo articolato e tramite deleghe troppo dilazionate per non risultare in realtà unilaterali) temporanei e convenzionali tra più insiemi di in/dividui (che altri chiamano classi)… e possono essere considerate come giuste nella misura della convenienza complessiva della moltepliclità degli in/dividui che ne riconoscono una qualche importanza o che vi sono sottomessi. Se nuocciono a troppi, o comunque nuocciono (com’è scontato) a coloro che non l’hanno redatta, non sono leggi giuste e perdono di legittimità e di forza. Nessuna legge è comunque legittima se non per convenzione (Diritto)… e, soprattutto, per Forza. Insomma il mitologico e fantomatico “contratto sociale” è una finzione tattica per dominare l’insieme complesso degli in/dividui, stipulato da una classe che domina degli insiemi… Per ridurre al minimo il rischio di interazioni conflittuali e favorire la tenuta degli insiemi, in assenza di una Legge e in presenza di un municipio virtuale deterritorializzato, decentralizzato e diviso secondo il volume e la sufficienza degli accordi, con delle regole del gioco valide tra chi le condivide, dovrebbe essere garantita come regola iniziale ad ogni individuo l’autonomia della produzione e degli scambi e la possibilità di istituire una serie di accordi politici in/dividuali regolati collettivamente, in senso municipale e tramite software decentralizzato (di un “hardware” da riprogettare). In questo senso la tecnologia (anche digitale) potrebbe essere intesa in senso virtuoso, invece che come strumento di dominio e sfruttamento da parte di un potere centrale. Così come, sul piano dell’esistere (ove si territorializzasse), le abitazioni dovrebbero essere costruite per far vivere autonomamente (con laboratori, fabbriche, orti, piantagioni e mezzi di produzione, anche di energia, a disposizione di tutti) il minimo numero possibile di in/dividui, ecc… Il consumo superfluo, distruttore di risorse, dovrebbe essere rimpiazzato da pratiche di s-valorizzazione come le feste, l’arte, ecc… (che possano creare spazi di potlach e libertà carnevalesca anche dall’equilibrio di bilancio continuo che richiederebbe il munus degli accordi politici in/dividuali).
E’ chiaro che queste due direttive non sono realizzabili nell’immediato, ma come ho detto, tracciano una linea di tendenza… che passa innanzitutto per un mutamento spirituale, per percorsi cognitivi singolari e differenti che prendano le distanze dalle falsità delle religioni e di alcune ideologie para-religiose e dogmatiche. Fine del contratto sociale, dell’Illuminismo e del sogno del “buon governo” (non esiste!). Fine della divisione del lavoro. Siano favorite le eccezioni, sfavorito il pregiudizio e il mimetismo. Al centro dell’attenzione ci siano l’in/dividuo e la sua autonomia. E la varietà del mondo. Una struttura decentralizzante estremamente capillare, simile ad una rete o, piuttosto, a un labirinto, con snodi centrali sempre più piccoli, svincolabili ma non isolati (con una comunicazione “da punto a punto”), dovrebbe garantire la complessità dello sviluppo collettivo e la qualità degli scambi. Nell’ibrido immediato sarebbe auspicabile la sburocratizzazione e la detassazione del lavoro autonomo (inteso anche come progettazione dell’autonomia dal lavoro salariato) e di nuove forme “societarie” o “associative” non padronali o a vocazione imprenditoriale ancora da istituire (che operino specialmente nel settore produttivo, alimentare, manifatturiero e della distribuzione)… La liberazione dalle retoriche identitarie, territorialiste e nazionaliste… La costituzione parallela del mutualismo sotto forma di municipi virtuali” e di un nuovo paradigma del denaro (inteso come “accordo politico in/dividuale” in luogo di “equivalente generale della merce”, che la D.A.I. chiama “utòpie”, moneta divisibile in due come l’antico symbolon)… Finanziamenti alla ricerca (o autogestione della ricerca) nel senso dell’autonomizzazione energetica e alimentare di ciascun dividuo (energie alternative, accumuli di scorte energetiche locali, diffusione dei mercati alimentari a vendita diretta, ecc…). Accanto alla ripresa e alla radicalizzazione di una nuova forma di resistenza dei viventi contro le politiche neo-liberiste, la mercificazione globale e la società del controllo tecnocratico e mediocratico.
C’è un immenso lavoro di distruzione da compiere. Anche se, molto probabilmente, il capitalismo ci sta già pensando da solo ad annientarsi… Il suo progetto di espansione globale fallirà in pochi decenni. Nel frattempo occorre rimpiazzare un po’ alla volta, con nuove relazioni, i rapporti di produzione e il deserto che avanza, sottrarci al lavoro dipendente e non far funzionare più la fabbrica ideologica della società. Fare di tutti noi degli in/dividui singolari e non ricattabili… non più prigionieri di costruzioni mentali e architetture discutibili…
C’è un immenso lavoro di riciclaggio delle materie e delle idee, reinvenzione, alchimia, mutazione e bricolage da compiere.
Ognuno resti al suo posto, piuttosto che innestare reazioni a catena già scritte e prevedibili, e “decostruisca” ed “eccepisca” il suo mondo più possibile.

NO FRENCH REVOLUTION.

Libertà, Uguaglianza e Fratellanza
diventano
Responsabilità, Rispetto e Giusta Distanza.


Per una ridefinizione della ‘Patafisica

Alfred Jarry

Dando a priori il mio assenzio alle tesi di Alfred Jarry, mi autoproclamo sua eccezione e genero in questo istante il mio singolare e personale Nuovo Collegio di ‘Patafisica.
Alfred Jarry sosteneva che la ‘Patafisica “è la scienza di ciò che si aggiunge alla metafisica, sia in essa, sia fuori di essa”. Insomma proponeva nuovi punti di vista molto critici nei confronti della metafisica tradizionale, della scienza, del pensiero utilitarista, del pensiero dei suoi successori, ecc…
E’ per questa ragione che sciolgo il mio appena sorto Nuovo Collegio di ‘Patafisica.
Ma vorrei continuare a ridefinire la mia eccezione, dando un’altra interpretazione dell’etimologia della scienza scoperta da Alfred Jarry, padre di tutte le avanguardie e figlio di tutti i “classici”.

La Patafisica è la scienza che studia la Natura seguendo l’Umore personale come criterio parziale, ma non per questo meno autorevole, di indagine. Deriva da “pathos” e “physis”=emotività e natura. Dunque è in realtà la scienza delle trasformazioni… o la pubblicità di prodotti inesistenti. E si identifica con una delle fasi dell’Alchimia (il cui vero etimo è davvero impossibile definire).
Jarry si preoccupò di dimostrare in un teorema quale fosse la superficie di Dio, giungendo alla conclusione che “DIO E’ IL PUNTO DI TANGENTE DI ZERO E DELL’INFINITO”.
Io vi aggiungo un postulato (basato sulla mia percezione particolare, ovvero assoluta):

Se Dio è Tutto è anche una sua Eccezione. E tale Eccezione può rivendicare sia la sua particolarità rispetto alla sua Origine, che ridefinirsi nuovamente come Assoluto.

Da questo postulato ne deriva che, oltre ad essere tutto quello che la tradizione racconta, Dio ride.

Diversamente non si capirebbe come mai ci siano in giro tanti “scherzi della Natura”, Sua amata compagna di creazione.
E se c’è un’Origine, essa è biblicamente Maschio e Femmina. Ovvero è platonicamente sferica e senza sesso.

Squalificherei a questo punto alcuni sedicenti patafisici, tra cui:

  • Alfred Jarry (per il fatto di esser morto e per il suo silenzio-assenzio)
  • tutti i membri del Collegio di Patafisica (perché si son fin troppo divertiti a suggere con la cannuccia il suddetto assenzio insieme ai liquami del cadavere di Jarry)
  • Italo Calvino e Dario Fo (perché non vedo cosa abbiano mai avuto a che fare con la ‘patafisica)
  • ecc…

Propongo nuovi nomi di patafisici, tra cui:

  • Valerio Mele
  • ecc…

P.S.: Per approfondimenti:
Alfred Jarry – “Gesta e opinioni del dottor Faustroll, patafisico” (Adelphi)
Jean Baudrillard – “Le strategie fatali” (Feltrinelli)
Valerio Mele – discografia e bibliografia completa