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Articoli con tag “merce su due gambe

Al di là dei simulacri e degli spettri politici

– aforismi contro il PD e non solo –

I piddini sono la perfetta sintesi degli altri schieramenti: sono incapaci come i grillini (ma con molta più prosopopea e presunzione) e corrotti come i forzisti. Trovo allucinante che si considerino “di sinistra” e che la gente (la borghesia) creda a questa cazzata… Sono la caricatura di una caricatura (che è poi quella confluita nell’accozzaglia di finto-sinistri della Lista Tsipras).
Ma come fanno a perdere così tanto tempo a fingere di prendersi sul serio?
Ma come fanno codesti “elettori“a non sputarsi addosso invece di discutere di nulla sul nulla, quando per esempio parlano di Renzi, di “fiducia”, di “speranza“?

C’è da aggiungere che corruzione e incapacità sono caratteristiche assolutamente adeguate al sistema borghese vigente… che opera in buona parte al di là delle sue stesse leggi formali e sempre più spesso con il precipuo scopo di disfunzionare… D’altro canto, gli opposti valori del rigore morale e della competenza tecnica (di certi altri bacchettoni) sono solo delle coperture ideali di leggi formali e regole informali tutte protese a modulare vizi e virtù, dépense e produttività, e continuare di fatto a proteggere (proprietà, divisione del lavoro, rendite, profitti, interessi, ovvero) l’accumulazione, l’espropriazione, il ricatto… lo stupro, l’avvelenamento, ecc… la violenza strutturale (la mercificazione di ogni cosa e di ogni vivente e la sua correlata passione sadomasochista), garantita dalla milizia, dalla minaccia del carcere, della tortura, ecc…

Ma davvero c’è gente che crede che il lavoro dematerializzato, cognitivo (nel senso di cultural-impiegatizio) sia più indispensabile di quello legato alla produzione, all’industria, all’agricoltura? Ma davvero c’è gente che pensa che la legalità, la Costituzione o Papa Francesco siano il rimedio di una società (solo!) moralmente corrotta?
Ecco si incontrano troppo spesso queste due specie di prototipi umani: il feticista della tecnologia (che fa finta che i computer siano fatti d’aria), fiducioso nell’automazione e nel progresso basato sugli impiegati e sul lavoro fine a se stesso, e il “religioso” che crede nella bontà universale della violenza strutturale su cui poggia il suo culo borghese

La “sinistra” è letteralmente infestata da questi due prototipi… Poi ci sono quelli che rivendicano più diritti individuali (continuando a privilegiare l’astratto sul concreto, essendo loro stessi “astratti”), più lavoro (abbattendone il valore per eccesso di domanda), un reddito di base (vendendosi per due spicci ad un sistema prostitutivo e mercificante che tutto sommato accettano), ecc… equamente distribuiti tra entrambe le categorie… Sono le infinite trasformazioni di una stessa cosa mostruosa (vagamente sintetizzabile nella parola “borghesia”, ma non è solo quella ad essere mostruosa…).

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Poi dovrebbero spiegare la cazzata che occorrono riforme politiche (la composizione del Senato, i criteri elettorali… ma cosa c’entrano???) per contrastare la competizione al ribasso dei prodotti asiatici e la difficoltà crescente (per motivi bellici e per trattati transnazionali e interessi egemonici statunitensi) di reperire risorse energetiche a basso costo… Come se non bastasse, vogliono risolvere il problema locale dell’oggettiva convenienza delle merci asiatiche con la Speranza, la Fiducia, con il “made in Italy”, la ricerca e l’innovazione con le stampanti 3D? Almeno questo è quanto di miserabile e patetico propagandano per coprire di luccichii (si fa per dire…) intenzioni evidentemente reazionarie e impopolari (quelle del “ce lo chiede l’Europa”).

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Un partito totalitarista che si rispetti deve governare e indire scioperi contro il governo, polarizzando la pantomima dello “scontro” su temi secondari e poco significativi (e ovviamente deve propagandarsi come “democratico”, magari inserendo tale dicitura nel logo).
L’opposizione “capitale/lavoro” che rivela la sua storica complementarità con stile auto-caricaturale (vedi Bersani: “Siam sempre quelli lì, eh!”).

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3 Novembre 2014. Ha persino peggiorato quanto già detto da Poletti, il Rensi: “Non esiste una doppia Italia, dei lavoratori e dei padroni: c’è un’Italia unica e indivisibile e questa Italia non consentirà a nessuno di scendere nello scontro verbale e non solo, legato al mondo del lavoro”. Curioso che il giovane vecchio reazionario, rottamatore dell’eventuale e improbabile “nuovo”, che tenta di spegnere il conflitto capitale/lavoro (che tanto serve al Capitale, comunque…), lo rinfocoli in realtà ogni giorno che passa… (proprio in quanto funzionale alla governance violenta dell’estensione e dell’intensificazione dello sfruttamento, appunto… “Come te la ficco la carota nel culo, se non ti bastono prima?”).


Elogio del divorzio

…considerazioni che potrebbero seguire a Per l’abolizione del matrimonio.

Il matrimonio non ha niente a che fare con l’amore, ma solo col patrimonio e con i figli cui si intende trasmetterlo. Successioni… sono “cose che succedono”… nessuna ierogamia o congiunzione astrale o cerimonia di “personae” può pretendere di nasconderne il contenuto reale. È il tentativo malriuscito di naturalizzare un rapporto sociale, tra soci, un rapporto economico-politico, giuridico, benedetto dalla legge. È la violenza della legge sui corpi, che può più o meno essere interiorizzata: prostituzione a vita, come modello di tutte le altre prostituzioni. Nulla a che fare con il “di-vorzio”, che, etimologicamente, viene dal latino “di-“ + “vertere” (=allontanarsi in altra direzione)… che intenderei anche come “di-vertimento”, di-versità, di-versione, ecc… Dunque oltre ad essere contro l’istituzione del matrimonio, sono decisamente a favore del divorzio, anche se non si è sposati. Il “di-vorzio” è una condizione esistenziale che ci accompagna a vita: ci si separa dal seno materno con un rigurgito, con re-pulsione… e si procede così fino alla morte (quando è la vita stessa a divenire re-pellente), per scarti successivi, diversioni frattali, come l’asina di Balaam, ma senza bisogno di angeli o demoni che si mettano di traverso. Non c’è una linea retta, divina.
La massa è finita. Andate a zig-zag.

Se divenissimo un gas, agitato dal moto browniano dei suoi atomi, solo la musica potrebbe modularci. Lievi pressioni, seguite da movimenti elastici… onde… Nessun principio, nessuna fine. Io sòno

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Metonimie

Le “cose”, si sa, si capiscono solo alla fine. Perché non ribaltare queste “cose”, capendole sin dall’inizio, scambiando il futuro con il presente-passato, gli effetti con le cause?

 Intermezzo di metafore

Nel frattempo le “bombe d’acqua” e i “mostri in prima pagina” del mainstream servono solo a nascondere, per esempio, la pioggia di bombe in est Ucraina (e prossimamente in Iraq) e i mostri tutti interni alle coscienze occidentali… a cominciare da quelle dei “padri di famiglia” in crisi (psicotico-economica) o di altri agenti sociali, individui colti da raptus “meteorologici” che sembrano accadere per destino, non perché siano i semplici esecutori semi-umani di una macchina di sterminio.

Economia degli affetti (un’allitterazione e un ossimoro)

Mi chiedo (tra norma e libertà, tra formalità e informalità, tra rapporto e relazione, tra immaginario e simbolico) se sia possibile distinguere tra affetti e affettazione
Forse è meglio assecondare (solo tatticamente) la tendenza sociale ad essere affettati, ad essere degli attori… lasciar parlare il calcolo (lo stretto indispensabile… solo per meglio dissimulare l’incalcolabile, la dismisura di relazioni assolute, senza vincoli… quelle che nessuno degli androidi in giro capirebbe o ci consentirebbe di praticare pacificamente… e che dovremmo imparare, intelligentemente e strategicamente a progettare, moltiplicare, modulare…).


Sulla libertà, il corpo e la pro(i)stituzione

alcune riflessioni seguite alle polemiche tra femministe cui accennavo nel post precedente

La libertà

Cos’è la libertà? Delle potenzialità, delle aperture, delle intensità, del disordine. Tutto ciò che vive (e non) in questo senso è libero. Non ha a che vedere con la “natura”, con le relazioni (sogno di una cultura e di un civismo dei rapporti sociali, che in tal modo si fondano, considerando tali fondamenti sempre cosa buona e giusta, immacolata, socievole, amorevole… molto erroneamente, dacché si tratta di relazioni informali spesso violente…) che producono spazi di libertà (di gioco imprevedibile) solo a tratti… Per il resto sono fantasmi di leggi sistemiche (fantasma) che si aggirano instancabili tra gli insiemi (tra “ciò che si somiglia”, tra “simili”), che si insinuano tra “sé” e “sé”, confondendo strategicamente entrambi i doppi separati dallo specchio (“reale” e “immaginario”) in una cosa sola (un segno, un corpo) da donare (o vendere, comunque a poco) alla Grande Macchina del Terzo… Prima semplificazione, cattura, campionamento di “sé” (“selfie”, per gli amici…) per poter meglio speculare… (creare cioè una destinazione, un destino, o una scelta tra limitate possibilità, un libero arbitrio tra i vari segnacoli umani, tra le varie merci su due gambe).

Continuate pure a speculare. Non stiamo (le nostre potenze) né nel rapporto (simbolico), né nella relazione (immaginaria) che ci fa ri-conoscere allo specchio/schermo…

Il corpo

Il corpo non è “mio” (del mio presunto io o coscienza extracorporea), nel senso che sono materialista, diciamo, e non sopporto che qualcuno, un sub-iectum, pensi di poterlo “gestire”… secondo criteri aziendali, normativi o emancipatori: è già libero e senza confini precisi.

La pro(i)stituzione

Tutto un levarsi di diti medi, gesti della fica piccati davanti agli sforzi argomentativi e pedagogici delle “professoresse”… Ok, ma dopo lo sberleffo? Se non riesce il ruolo figo di “attention whore” (scorciatoia mediatica effimera per non parcheggiarsi nel ruolo pedagogizzante e culturale delle conferenziere, più posate e attempate), non resta che vendersi per davvero come semplici “whore”… come si continua a fare più o meno tutti in fondo… facendosi (fare) un mazzo tanto, chi più chi meno.

C’è chi si fa sussumere le “lotte” per il “comune”, chi la filosofia della “differenza”, chi le istanze libertarie dei corpi… alla fine una sola Grande Macchina veicola e scambia flussi di bit e tracce infinitesimali di profitto, senza essere scalfita neanche un po’…

Per me va capito come articolare (in un gioco non binario, il meno computabile possibile) una sorta di macchina incomprensibile (con contenuti non contenibili dai contenitori di contenitori) ma funzionante (il cosmo intero sembra funzioni così… solo i miei contemporanei sembrano tutti ostinarsi a remare contro, con stratagemmi evidentemente destinati al fallimento).

Sputate su Hegel (ma anche sull’ontologia sociale!… e sull’ontologia in generale! che sia “io”, “mio”, “individuo”, “società”, “social network” o quello che vi pare…).


Volano gli stracci…

(Con)siderazioni che seguono ad un acceso dibattito in rete: qui e qui… cui, in un certo senso, sento di aver già partecipato senza partecipare, concettualmente: qui, qui e qui, per esempio. 

…tra un certo femminismo libertario (che continua ad usare termini come “liberazione” e “autodeterminazione” dei corpi, ecc… rivendicando dunque una presenza pura, libera da ombre, che ci sono per tutti e sono evidenti con frasi come “il corpo è mio”) e talune “comunarde”  (in particolare una sostenitrice della polemica di  Ida Dominijanni che ha scritto nel recente passato, con qualche traccia di pregiudizio di genere, di “femminilizzazione del lavoro” come sinonimo di svalorizzazione, precarizzazione e ha sostenuto il lavoro di cura – ancillare, dei famigli? – come punto di partenza per una pratica del “comune”) sono volati gli stracci (su FB… ma sullo sfondo ideologico si sarebbe persino potuto intravedere il solito match anarchismo-marxismo in una delle sue innumerevoli declinazioni…). Da quest’ultima parte si rispolvera la “jeune-fille” di Tiqqun (come se si trattasse davvero di una questione più di corpi femminili che di monete viventi klossowskiane, di tutti noi), si enuncia un malcelato moralismo con nostalgie per un’origine “pura” o spuria (quella dell’essere sociale marxiano, ora riproposta nel tormentone negriano del “comune”), si agita la bandiera dell’eterna alternativa al capitalismo-patriarcato (sempre e comunque “dentro e contro” – magari col culo al caldo – senza modificare di una virgola l’esistente…), dall’altra si ode un insano giubilo da prostituzione generalizzata (di liberazione sì, ma dalla paradossalità situazionista o lyotardiana… troppo complessa per l’orrida comunicazione mediatica che ci processa, ci riduce ad icona…). Una volta Mark Stewart dei Pop Group urlava disperato “We are all prostitutes”… oggi si celebra felicemente questo trionfo non già del godimento che può produrre la giusta mercede della propria prostituzione, ma del rapporto sociale divenuto rapporto mercantile e acquisito come un dato di fatto… La dimensione lavorativa con relativo riconoscimento sociale feticizzato, che ad esempio è ferocemente attaccata dal gruppo Krisis, insieme al Valore, viene addirittura rivendicata per includervi pratiche di mercato (considerate ancora borderline) come la prostituzione… ormai tracima anche nelle definizioni, come quella di “sex worker”… purché non si tocchi (per davvero!) il sacro della Famiglia, della Cura, della relazione di reciprocità, del “munus” socialista, della socievolezza, del “volemose bene”, dell'”ammore”, del russoismo, che risorge sempre nei “mondi migliori” che ci si figura e per cui si “lotta”… (e lo dico da “munista”, che però riconosce la necessità di regolare con nuovi giochi ciò che si immagina spontaneo, non certo lasciando fare a dinamiche sociali, che sono in qualche modo un gioco naturalizzato, sclerotizzato, con i soliti attori individuali, sociali e familiari…). Sono convinto inoltre che sarebbe ora che il capitalismo compia lo scempio finale… La vera “liberazione”, “emancipazione”, è la liberazione di tutta la forza dirompente del capitalismo, quella che spezzerà del tutto le relazioni fuori mercato, comprese quelle familiari e familiste alla base della riproduzione sociale… Ecco perché diffido particolarmente della parola “liberazione” quando non è contestualizzata o è accostata a robe come i “diritti individuali”, quest’orrore insieme proprietario e metafisico, base concreta e astratta della “società” (a sua volta creatura storicamente determinata che è solo falsamente contrapposta alla politica economica capitalista, liberale) o viene intesa come liberazione dei corpi, come se il patriarcato o anche la biopolitica fossero dei mostri estranei ai discorsi e ai corpi che parlano e (si) dibattono… Sarebbe meglio parlare di decontaminazione, de-capitalizzazione, comunque di un processo che non è gioioso, speranzoso, baldanzoso, semplice, mediaticamente comunicabile, ma è complesso, richiede inventiva, costruzione, impegno, perseveranza, ostinazione, perfino un po’ folle… e che spesso conduce a vite miserevoli, vista la situazione contemporanea e la forza, per ora preponderante, del totalitarismo democratico, che propaganda incessantemente il suo mondo felicemente feticizzato con ogni mezzo. Inviterei a non farsi illusioni… Semplicemente, non ci si libera proprio di niente. La re-pulsione e il rifiuto di collaborare possono essere dei buoni punti di partenza…  non certo l’attuale produzione di discorsi fini a se stessi, in rete, senza pratiche, strumenti, mezzi di produzione, scambio, diversi da quelli che usano tutti… gentilmente forniti dai carcerieri. Così, in un modo o nell’altro, qualsiasi discorso viene sussunto, mentre il Capitale continua a leccarci la schiena o ad abitare la nostra pelle… “splendido” come un cancro o un’immagine photoshempiata… come questa…

19/5/2014

Il dibattito continua

“Paradossalmente, nel contesto biocapitalistico in alcuni casi trasgredire la norma può essere adeguato alla reificazione del soggetto, contraddicendo qualsiasi presunta dinamica di liberazione”.

Ancora si parla di “reificazione”?… di riduzione a cosa, a oggetto? Il timore che esprime qui Cristina Morini ha dell’anacronistico… con una certa nostalgia del “soggetto”, con una necessità (da parte di chi? di quale istanza? di quale composizione? di quale comando “rivoluzionario”?) di fare ordine in quel “femminismo libertario” che si agiterebbe “scompostamente in rete”“Tutto si gioca tra libertà individuale e libertà collettiva”, sostiene… riproponendo (si tratta di una pallida eco di confronti storici ben più tragici…) vecchie istanze “marxiste” di organizzazione, di temperamento degli eccessi “individualisti”, da parte di una lotta (?) che si vorrebbe, in questo caso (e qui è la novità comica, più che tragica), più signorile, più “composta”, appunto… con un’egemonia di intellettuali sulle istanze della “base”, come si diceva una volta… Voglio dire: perché preoccuparsi di cosa succede là sotto? quale istanza, quale “potere costituente” vorrebbe prendere la parola e si lagna perché le masse si alienano, si reificano, si mettono a fare pompini o sesso violento? In nome di cosa si giudicano troppo “scomposte” le pratiche testuali o sessuali di un collettivo come quello che scrive su “Al di là del Buco” (con tutti i suoi limiti e defezioni)? In nome di quale “soggetto”, intero, “normale”?
Lo stigma finisce per colpire financo la “psicosi” (“Facebook e i social network come il terreno dove diviene evidente la trasformazione della relazione in commodities con tutte le ansie psicotiche che questa trasformazione comporta), con tanti cari saluti alla “schizoanalisi” (o quantomeno ai tentativi di superamento del paradigma che istituì tutte le altre forme di reclusione, secondo Foucault)… Si è tutti a rischio TSO richiesto dai sostenitori del “comune”? Dovremmo de-reificarci pena il non accoglimento in nuovi circoletti esclusivi? (…il mio punto di vista non è nemmeno “umano”, figuriamoci).


“Noah”, il “caca-luce” e la partita doppia

(Dopo quella de “Il cigno nero”, un’altra recensione di un film di Aronofsky… Di “caca-luce”, ovvero del proiettore nelle sale cinematografiche, ho già scritto qui).

“Noah”, ovvero del fallimento di qualsiasi progetto elitista (con tanto di esito etilista…).

Ogni idea paranoide di perfezione, di destino, di completa distruzione e cambiamento rivoluzionario su basi utopiche, ideali, va incontro al fallimento. Viene tradita, in questo caso, da tutti i sodali familiari. Comunque questa genealogia (corrotta, a dispetto dell’idea nefasta di “purificazione”che pervade la mente di Noah) resta salva… la successione, la famigliola, la piccola sostanza sporca e maledetta del (soprav)vivere (sacra in tutti i film di Hollywood)… e l’oscuro disegno del “Signore”, questo disegnatore 3D, creatore e padrone virtuale di tutti i feticci (questi feti fetenti, risparmiati, saved, raddoppiati, piazzati in mezzo alle “cose” – surplus di codice raddoppiato… come nella partita doppia – che galleggiano sul mare della Crisi, nel finale). Dispotica e predestinante “mano invisibile” (o “ano invisibile” o qualunque altro oggetto parziale) che surcodifica e rimappa l’intero mondo, l’intero cosmo, anche in senso genesico (come si evince nella spettacolare sequenza dei noti 7 giorni)… ovviamente non riuscendoci (ormai neanche più nella finzione). Il Dominio che non può cogliersi nella sua totalità semplicemente perché non c’è (se non come effetto speciale senza causa, come pessima favola, come fantasmagoria stupefacente, istupidente). Su tutto il film pesa questo cupo destino mortifero del Potere cinematico statunitense… che brancola come un survivalist rintronato e assetato di sangue in tutte le caverne platoniche (o sale, stanze…) in cui si radunano gli incauti e ostinati spettatori-consumatori (anche quelli gratis… quelli “cattolici”, non paganti, non “protestanti”, per Grazia ricevuta di qualche server…).

L’Eroe-Coglione… quello che lavora, paga, si sacrifica, si indebita, fino alla fine… anche dopo che è fallito.


ovvero

Le avventure del Capitale e della partita doppia sotto forma di gemelline

Per gli appassionati di metafore ardite, quasi acrobatiche… Deleuze-Guattari ne l’Anti-Edipo specificano cosa intendessi per partita doppia a proposito delle due gemelle (intese come monete viventi e merce su due gambe) che Noah risparmia (i grassetti sono miei):

Prima della macchina capitalistica, il capitale commerciale e finanziario stanno solo in un rapporto di alleanza con la produzione non capitalistica, ed entrano nella nuova alleanza che caratterizza gli Stati precapitalistici (donde l’alleanza della borghesia mercantile e finanziaria con la feudalità). Insomma, la macchina capitalistica comincia a funzionare quando il capitale cessa di essere un capitale d’alleanza per diventare capitale filiativo. Il capitale diventa un capitale filiativo quando il danaro genera del danaro, o il valore un plusvalore, «valore progressivo, danaro sempre germogliante che spunta, e come tale capitale… Il valore si presenta tutt’a un tratto come una sostanza automotrice, per la quale merce e moneta non sono che pure forme. Essa distingue in sé il proprio valore primitivo e il proprio plusvalore, cosi come Dio distingue nella propria persona il padre e il figlio, ed entrambi non fanno che uno ed hanno la stessa età, poiché le prime cento lire anticipate diventano capitale solo grazie al plusvalore di dieci lire».

[…]

Il celebre problema della caduta tendenziale del saggio del profitto, cioè del plusvalore rispetto al capitale totale, non può essere compreso se non nell’insieme del campo d’immanenza del capitalismo, e nelle condizioni in cui un plusvalore di codice viene trasformato in plusvalore di flusso. Appare innanzitutto (conformemente alle osservazioni di Balibar) che questa tendenza alla caduta del saggio del profitto non ha fine, ma si riproduce da sé riproducendo i fattori che la contrastano. Ma perché non ha fine? Probabilmente per le stesse ragioni che fanno ridere i capitalisti e i loro economisti, quando constatano che il plusvalore non è matematicamente determinabile. Tuttavia non han tanto di che rallegrarsi. Dovrebbero piuttosto concludere con quel che tengono a nascondere: che cioè non è lo stesso danaro ad entrare nelle tasche del salariato e ad iscriversi nel bilancio di un’impresa. Nel primo caso, segni monetari impotenti di valore di scambio, un flusso di mezzi di pagamento relativi a beni di consumo e a valori d’uso, una relazione biunivoca tra la moneta e una gamma imposta di prodotti (« a cosa ho diritto, ciò che mi spetta, è dunque mio…»); nell’altro caso, segni di potenza del capitale, flussi di finanziamento, un sistema di coefficienti di produzione differenziali che manifestano una forza prospettica e una valutazione a lungo termine, non realizzabile hic et nunc, e funzionante come un’assiomatica delle quantità astratte. In un caso il danaro rappresenta un taglio-prelievo possibile su un flusso di consumo; nell’altro una possibilità di taglio-stacco e di riarticolazione di catene economiche nel senso in cui flussi di produzione si adattano alle disgiunzioni del capitale. Si è potuto mostrare nel sistema capitalistico l’importanza del dualismo bancario tra la formazione di mezzi di pagamento e la struttura di finanziamento, tra la gestione della moneta e il finanziamento dell’accumulo capitalistico, tra la moneta di scambio e la moneta di credito.


Lo “scolon” parapatetico (ovvero: è tutto un paratesto)

C’è chi, per fare il simpaticone colto, predilige il paragrammatismo… Io le paronomasie, le paronimie, i calembour… e rinuncio del tutto alla simpatia… ma pure alla cultura… che in effetti, intesa come “coltura” , andrebbe falciata ogni tanto…

Se vuoi eliminare la realtà, ritualizzala (solve).
Se vuoi che vi sia realtà, improvvisa (coagula).

“Nel 1981 Gérard Genette ha esposto una classificazione comprendente le varie relazioni intertestuali segnalabili in campo letterario, una tassonomia che è stata recuperata in un secondo tempo pure dalla teoria cinematografica. La suddivisione proposta dal saggista francese annovera: l’intertestualità o presenza effettiva di un testo in un altro; la paratestualità o relazione di un testo con ciò che lo accompagna (il paratesto); la metatestualità o commento dell’opera; l’architestualità o appartenenza di un testo a una categoria di opere; l’ipertestualità”.

Ecco, siamo nell’epoca del “para-” più qualcosa… paratestualità, paronimia, paragramma, paraculto… Manca solo che ci si inventi il “para-moderno” come ennesima stronzata culturale.

Col pretesto del paratesto “fondò” la scuola parapatetica…

Dato che tutto gravita intorno a qualcosa che non c’è se non nella gravitazione periferica, pare che tutto sia paratesto… (i testi rispetto agli autori considerati come testo, i contratti rispetto agli individui considerati nella fattispecie di autori, l’autore rispetto al testo, l’autore rispetto a se stesso, la lapide dell’autore, i vermi che lo corrodono o lo corroderanno, ecc…).
Nella scuola parapatetica si fingono costantemente emozioni, ragionamenti, ecc… che risultano comprensibili solo in base ad una finalità strategica prefissata (in modo pretestuoso e a sua volta paratestuale).

La scuola come colonia di vermi.

Più che una scuola uno scolo, un colon… uno “scolon”

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Il paratesto della cosa pubblica: le riprese audiovisive e la società dei replicanti

(Una considerazione posteriore che non segue quanto scritto sin qui, se non per il riferimento al paratesto)

La maggior parte degli individui, chiacchierando di politica, sembra concentrarsi sui leader e le leadership e molto poco sui lacchè che seguono certi soggetti con strumenti di ripresa audiovisiva per replicarne le gesta, sovrapponendole alle voglie e ai vezzi traslucidi del pubblico fuoricampo (il guaio più grosso, il danno già fatto, materiale, vivente… cresciuto e moltiplicato)… Chi gestisce concretamente la cosa pubblica è chi riporta, cita, compone, registra, diffonde, trasmette (per irradiazione e contagio) l’immenso paratesto (e non c’è alcun testo che non sia paratesto) che avvolge e attraversa questo sistema complesso come un bozzolo di filamenti bavosi.

Il corpo (schizofrenico) di tutti questi ruoli, con ammennicoli vari, è quello che chiamano società.


No merci

Vi sarebbe mercato se vi fosse della merce… Qui, più che altro ci sono solo prodotti e umani senza “valore” di mercato (…rifiuti). Troppo standardizzati e inflazionati o non richiesti o troppo cari o “improduttivi” del “necessario” plusvalore… Non dico malthusianamente troppi, dato che equivarrebbe a invocare uno sterminio…

“Ce lo dicono i mercati” (ma cosa sono dei mercati senza merce o con merce prevista ma inesistente???).

Il capitalismo senza merce è come un dio senza mercede (o misericordia). Incombe come un debito (sinora sempre dilazionato e rinviato) da pagare, espiare, tutto in una volta, come un’esagerata risposta apocalittica all’insol(v)enza.

La discarica cresce, la produzione langue. Più rifiuti, meno mercy.