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Padella o brace?

Ma se l’Italia si dice sia fondata sul Lavoro, perché mai non dovrebbe esserlo sulla prostituzione, che è un po’ la stessa cosa? Cosa ci sarebbe di etico e morale nel vendere a rate la propria vita e funzioni del proprio corpo mediante salario o matrimonio, rispetto al fugace rapporto prostitutivo (che comunque non sostengo)?
Più in generale in questo Paese (tendenzialmente feudale, mafioso, familista, clientelare…) qualsiasi impresa (prostitutiva per definizione) viene ostacolata in tutti i modi, come se non dipendessimo dalla distribuzione delle plusvalenze di lavoro (se non denaro) morto in regime di economia capitalista. E’ un Paese schizofrenico e schizogeno… un carcere preventivo di massa. Questa presunzione di colpevolezza dell’evasore (ormai diffusa, con potenti campagne virali, come un contagio tra le orde di coglioni e stronzi che chiamano “società civile”, “cittadini”, “popolo sovrano”, che ha portato per esempio a invenzioni demenziali come gli studi di settore per l’anticipo dell’IVA) è assurda… A queste condizioni di salasso, può guadagnare (forse) solo chi di soldi ne ha già in abbondanza… Chi ha fatto fallire la sola, del tutto apparente, via di fuga che hanno propagandato per decenni per poi di fatto impedirla (la cosiddetta “auto-imprenditorialità“, la pratica oscena dell'”inventarsi un lavoro”, che poteva liberare i prostituti per lo meno dalle angherie dei papponi di turno, per lasciare che la violenza del rapporto sociale di sfruttamento si distribuisse in modo omeopatico, psichico…) sono i fan delle tasse, dello Stato, del Meta-stato dell’Euro(pa)… e del Mercato, da quello contenuto, condizionato e militarmente difeso… che inevitabilmente, demenzialmente e ferocemente, genera concentrazioni, monopoli e altre decorative merdate imperiali.


Le oche starnazzanti della “sicurezza” e la dea Moneta.

CONTADINI – Signor Ubu, di grazia, abbiate pietà, siamo poveri contadini.

PADRE UBU – Me ne frego. Pagate.

CONTADINI – Non possiamo, abbiamo già pagato.

PADRE UBU – Pagate o finirete nella mia tasca!

(da “Ubu re” di Alfred Jarry, atto terzo) 

 

Sono affari nostri se la Borsa va giù o affari loro? o non si vendono i titoli di stato? Perché questo costante martellamento per persuaderci di essere parte del loro gioco? Sono io parte dello Stato? o del Big Business?… (ho una carta di identità, maneggio qualche euro…) Oh sì, certo che è così… ma… siamo proprio sicuri? Siamo proprio sicuri che quel che siamo è nei portafogli? E senza propaganda e pubblicità esisterebbe lo Stato e la Borsa?… Credo di no.

Ti verrebbero a prendere a casa… e ti getterebbero in carcere (se ti va bene) senza che tu sappia neanche il perché. Si farebbero le leggi in gran segreto, per giustificare i peggiori soprusi. Oppure, allo stesso modo, potrebbero invitarti ad entrare nelle sale dove si decidono cose che nessuno conosce… a partecipare al banchetto insensato, non più pubblico, condiviso. Niente repubblica, solo una dittatura senza consenso che si farebbe conoscere dall’uso casuale o arbitrario della forza o del suo (poco probabile) contrario. Potrebbe mai esistere?… Non per molto… Ci sarebbe instabilità. Ognuno si arrogherebbe il diritto di legiferare segretamente e imporre l’obbedienza alle leggi. Sarebbe una “guerra per bande” (come lo è anche adesso, se non fosse per la propaganda che tutto copre e trasforma, sotto un manto di universalità). Ma ci si potrebbe interrogare anche sulla necessità di un centro… che non c’è… e da cui ci si dovrebbe tenere a debita distanza (come per il buco nero e il suo relativo orizzonte degli eventi al centro della galassia…). Insomma è un fatto dinamico… Occorre sfuggire alla gravità… e dai volti gravi dei sog-getti che dicono che la situazione è grave… mantenere la distanza, la sola cosa che permette di distinguere enti ed eventi… e interagire senza mostruosità (stesso etimo di “moneta”) con gli altri (e con se stessi). Ormai è questione di come evitare la psicosi… (sennò che schizo-capitalismo sarebbe?).

PS: Pare dunque che Giunone (dea madre e moglie per eccellenza) amMONisse tramite le oche dall’invasione dei nemici… e che questo MONito per difendere un territorio abbia dato origine alla MONeta… che i greci chiamavano “nòmisma”=cosa stabilita dalla legge (=”nòmos”)… da cui numismatica, numero… ma anche i “nomoi”, i distretti dell’antico Egitto o dell’attuale Grecia. L’arbitrarietà, l’ocaggine di questo potere dettato e scusato dalla difesa di un territorio da un’aggressione, l’ocaggine che oggi chiameremmo “sicurezza”, è dunque la “MONstruosità” cui accennavo…

L'”autonomia in/dividualista” (o meglio /dividualista) in questo senso designa un certo territorio virtuale, immateriale, da ridefinire e ritagliare di volta in volta… una regola del gioco, che non può essere definita universalmente, ma che segna uno strappo (alla lettera: mediante una sorta di symbolon, una “moneta” divisibile) rispetto allo starnazzante allarme del potere armato, sovra-determinante, “surcodificante” (direbbe Deleuze)…

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(digressione alchemica)

In alchimia Giunone è associata alla coda di pavone-volo astrale (del plusvalore?…) che precede la formazione dell’oro  ☉ (dell’elemento “divino”, sovra-determinante, con pretese universali… mediato in questo caso dall’argento  lunare  ☽ , notturno, dell’invasione del nemico). Nella moneta qui rappresentata, ci sono sia la dea madre e moglie per eccellenza (che difende la sua prole, coloro che condividono il volo astrale del plusvalore) che gli strumenti della lavorazione del metallo-anima degli alchimisti. Le armi di persuasione e propaganda dalla dea dei territori, della stabilità, della “sicurezza”, del verbo tintinnante (al pari delle spade) della zecca di Roma… Di qui anche l’eresia marziale ♂ (rubedo) dei romani: “Non con l’oro ☉ , ma col ferro  ♂ si conquista Roma”.

Altro richiamo alchemico è nel nome di Brenno (il Corvo), il gallo vinto dagli schiamazzi delle oche capitoline… la nigredo ♄ cui segue l’albedo  ☿   ☽. La sublunarizzazione-sussunzione della natura (di quella Venere- jeune-fille  ♀,  moglie di Vulcano, il Fabbro per eccellenza, forgiatore d’anime-metalli), la sottomissione del “nemico”, della forza lavoro… ecc, ecc…


S-LOGARE L’ECONOMIA

Tratto da riflessioni tra me e me sulla bacheca di FB.

Quello che è da abbattere è la cornice, il “frame”, il contenitore… dunque la moneta (il contenitore vuoto, potenziale, di ogni cosa degradata a merce). E con esso ogni caposaldo dell’economia (domanda e offerta, prezzo, costo, mercato, merce, proprietà, lavoro) e della psicologia correlata (individuo, identità, bisogno, desiderio…). La prima “domanda” in economia sarebbe:

Di cosa abbiamo davvero bisogno?“…

Proudhon rispondeva: l’abitazione e i mezzi di produzione per il proprio sostentamento… Io aggiungerei la felicità (condivisione, riconoscimento, libertà, rispetto, mangiare, bere, dormire, scopare, ecc…). Il problema è soprattutto che la collettività (come in/dividui di un insieme locale, virtuale, in relazione) si garantisca anche il superfluo (senza schiavizzare o sfruttare nessuno o senza inscenare tragedie e sacralità improbabili), il sovrappiù da spendere in modo improduttivo (la festa, il gioco, l’arte… vedi Bataille, Caillois), ciò che si consuma senza reimpiego… non regalandolo ad una classe egemone (mediante estrazione di plusvalore trasformabile in rendita finanziaria, capitale o rendita tout court).

Altra domanda topica sarebbe:

“A cosa attribuire VALORE?”

Di certo non al denaro, alla merce o al lavoro. Allora torniamo (escludendo il “valore di scambio”, il mercato, la legge della domanda e dell’offerta) al “valore d’uso” delle cose? No… in quanto l’uso non è un valore, anzi… in nome dell’utile si distruggono e si disprezzano cose e persone… Ha valore quello di cui si ha bisogno e che non deve avere un prezzo, ma un COSTO in termini di forza impiegata, di tecnologie e risorse e di qualità prodotta. Dunque niente mercato (e neanche stato ovviamente) ma scambio di questi quattro elementi (se ci limitiamo alla sola produzione): forza lavoro, tecnologia, risorse e qualità prodotta.
Ma occorre anche uscire da un’analisi produttivista del costo (e pensare l’economia come il ciclo vitale di un “ambiente”… sia esso un in/dividuo, una regione o il pianeta intero)… Ricombinazione dell’intero ciclo economico in ogni suo punto e momento… Il costo non è costo di produzione soltanto, ma anche di distribuzione, scambio e consumo. E questo non può essere regolato a cazzo di cane, alla anarco-capitalista maniera, ma deve essere programmato… io, sostengo, da istituzioni, municipi virtuali, de-territorializzati (non dunque i nostri “comuni” e neanche il “comune” come lo intende Toni Negri)… software… produzioni immateriali convenzionalmente riconosciute, così come riconosciamo il denaro, accordi politici in/dividuali che valgano per un certo (o auspicabilmente per un gran) numero di persone e siano automatizzati e revisionati collettivamente (…municipalmente) per calibrarne e valutarne gli effetti collaterali.

DIFENDERE LA VITA DALLA SOCIETA’ (parafrasando l’imperativo “difendere la società” dal potere, che è di Foucault). Lo scopo di tutto questo marchingegno sarebbe quello di contenere la violenza e la sopraffazione, l’impiego della forza che espropria gli individui della loro proprietà “naturale”… che è quella dei bisogni (che etimologicamente è un “somnium” rafforzato dal “be” di derivazione germanica…) così come dei desideri (che sembrano derivare dal cielo, “de sidereo”). Con che cosa difendere dunque “sogni” e “cielo”, bisogni e desideri, questi fantasmi semi-aleatori, giocosi, che ci determinano? Con un esercito? nooooo… Allora solo con la sovrabbondanza di sogni e cielo, precipitati in una massa di persone, con nuovi linguaggi che sgominino l’inganno dell’identità dell’individuo come delle comunità (e degli stessi bisogni e desideri che, a quanto pare evidente dai dispositivi di controllo contemporanei, sono manipolabili e feticizzabili in funzione del mercato con tecniche sofisticate di psico-marketing… PNL, psicologia cognitivista, pubblicità e merda varia…). Insomma occorre una certa forza potenziale, di una certa massa critica, per poter difendere i “municipi”, i bisogni e i desideri dall’attacco insensato delle formiche del lavoro e del parassitismo del mercato e dello stato. De-mercificare, de-statalizzare le attività e il tempo (la quantità, l’intensità, la forza e la qualità) di lavoro il più possibile… (e qui è fondamentale riformulare la valorizzazione del tempo-di-lavoro inscritto in ogni processo economico come mera quantità!).

(Scrivo appositamente con un misto di “generi”, stili, che attraversano più campi del sapere… dal momento che non riconosco alcuna specializzazione o professione… l’importante è non escludere ciò che viene considerato eterogeneo, anomalo… altrimenti ci ritroviamo nuovamente in un carcere, in una clinica, in una città, in una centrale, ecc… in quella “divisione del lavoro“, che ha prodotto modelli e standard… dunque la fine dei giochi possibili…).

Tutto questo per far capire che non c’entro niente coi sostenitori del “libero mercato“, coi “libertarian“… l’unico “mercato” teoricamente accettabile, per me è lo scambio di prestazioni, servizi, prodotti, tempo, sforzi, idee, energie… senza alcuna mediazione di terzi (che siano il denaro o lo stato). Insomma non sono un neo-mutualista americano, non mi ispiro alla scuola marginalista austriaca e Rothbard mi fa cacare!… Meglio il mutualismo socialista a questo punto… ma senza “società”.
Il capitalismo di buono ha solo il movimento di DE-TERRITORIALIZZAZIONE degli scambi (che però vincola al prezzo e al denaro come linguaggio universale… bella porcheria!) e l’uso delle TECNOLOGIE IMMATERIALI (o meglio a bassissimo consumo e con grande pontenziale di relazione e ricombinazione, che però utilizza in una rete centralizzata, a fini di controllo)… Io smaterializzerei anche il potere e le istituzioni, che sono cosa decisamente pomposa, inutile e insopportabile (nonché violenta e militarizzata) a vantaggio della vita particolare di ciascuno articolata nella sua partecipazione (al gioco) degli insiemi asistematici, collettivi… quello che chiamo “municipi virtuali“.