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Articoli con tag “non c’è alcun fuori testo

The divided self-publishing | l’I/O pubblico

(il titolo è la paronimia – o un paragramma kristeviano o un mash-up linguistico – di un noto libro sulla schizofrenia “L’io diviso” dell’antipsichiatra Ronald Laing)

Alla fine l’ISBN turco gratis e la distribuzione sulle più vaste piattaforme online di vendita al dettaglio di ebook, m’ha fatto narcisistizzare… anche io Narcissus (come si evince dal link presente anche nella colonna a destra…).

Una mega-selfie (nel senso di “sega”, come era un tempo… altro che “auto-scatto”…).

(Com’è patetica ‘sta cosa…). Prima o poi arriveremo a pubblicare anche il codice genetico in cambio di qualche gadget

Ciò che scrivevo ad un mio amico:

Ovvio che questa diffusione a costo zero uccide svariati passaggi, con tutte le professioni inutili che ci sono in mezzo, consegnando te, inerme dividuo (altro che Autore o “Narciso”), agli interessi della Grande Macchina o del Grande Lenone… ma qui stiamo parlando di ebook che fanno girare a vuoto la macchina, che non si vendono e di rendite pari a “0”, ove la morte di qualsivoglia profitto trionfa. E se non fosse così sarebbe alquanto contraddittorio (non dialetticamente, si spera) con i contenuti di certe pubblicazioni… e andrebbe bene lo stesso…

Ricordo che ai nostri concerti regalavamo scritti cartacei… come un gadget… un regalino velenoso… In effetti scrivere l’abbiamo sempre considerata un’attività a costo zero…

Del resto fare l’editore e operare una scelta tra autori è un po’ come pretendere che ci debba essere un solo modo di cacare.

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Amazon chiede (ed intima):
– Non sei Valerio? Esci

Metti, come è assai probabile, che non lo sia… dove vado? devo per forza identificarmi con me stesso per restare in un magazzino virtuale? Oppure metti che sia un millantatore… lo confesserei, e sloggerei solo perché lo suggerisce Amazon? Cosa poi imbarazzante è che da Amazon NON SI ESCE… non c’è un logout

L’altra possibilità è che nel magazzino virtuale finiscano (senza poter uscire, a meno che non rinneghino il loro nome) svariati Valeri casualmente loggati con la stessa ID e PSW

Il risultato è che si è assaliti da dubbi che si rifrangono in altri vaghi riflessi: sono davvero io? sono un millantatore? sono un mio omonimo?

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Divagazione

Se retribuissero il lavoro casalingo (questa enorme sacca di lavoro informale e non tassato) non ci verrebbe in mente di vendere le nostre opere a due spicci, ma produrremmo in modo decentralizzato focacce, torte, manicaretti e quant’altro… Per di più, si rilancerebbero i consumi… Non è quello che vanno cianciando tutto il dì?
Che lo stato metta il dito tra moglie e marito, che distrugga la Famiglia, se vuole davvero “liberalizzare”…
Controindicazioni: i ristoranti perderebbero gran parte della clientela e le case de* casalingh* si riempirebbero di ispettori del lavoro e della ASL… un’ipotesi da regime “sovietico” probabilmente (ma, del resto, è quella la china…). Alcuni preferirebbero svolgere i lavori casalinghi a nero… In tal caso fioccherebbero denunce e delazioni, da parte di chi è in regola, al primo odore di cibo cucinato.

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I mezzadri della cultura si comporteranno come si comportarono i mezzadri delle colture (ai tempi dell’urbanizzazione). Toglieranno tutto ai loro padroni (si spera, per non sostituirli). Anche perché il padrone attuale è automatico (prova ad esserlo) e rastrella cognizioni e linguaggi senza comprenderli e praticarli, ma solo per venderli (ad un prezzo sempre più svalutato, quasi senza mercato). Fugge in alto, nei paradisi fiscali, mentre la realtà prenderà un’altra piega (forse…).

Anzi… probabilmente la realtà prenderà una piega del tutto gratuita, di impossibile redistribuzione mediata dall’alto (probabilmente vi sarà un ritorno della violenza, ma anche il dischiudersi di possibilità inesplorate). Fine della dialettica padre-figlio, padrone-servo… non sarà questione di riappropriarsi di quello che apparteneva al padre-padrone. Semplicemente moltissime cose (e persone) non avranno più valore. Che è comunque un buon punto di partenza.

La questione di fondo non è solo come eliminare il privilegio del diritto d’autore, o di qualsiasi altro diritto particolare, ma come eliminare il privilegio indivisibile e individuale in generale, senza secondi fini che si pongano sullo stesso terreno di ciò che si intende destituire (che cioè non andrebbe abbattuto per essere soppiantato… non è una faccenda di cattiva amministrazione che assegna e difende privilegi, ma di un’intera rete dei rapporti sociali che si basa su quelle “proprietà” che comportano esclusione, schiavitù e soppressione scientificamente e proporzionalmente adeguata a seconda dei gradi di distanza dagli snodi centrali).

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Suonare, risuonare e morire.

 Suonare strumenti (a corda, nel mio caso) è una danza di dita cui a tratti si potrebbe andar dietro con la voce… (chiaramente una danza sulle scale imparate e possibilmente dimenticate mentre si sta suonando… la mente è sempre da un’altra parte, per me, quando si suona).

 Viene prima il ritmo (lo sviluppo regolare e ciclico nel tempo di un movimento o di un legame che non distingue ancora tra musica e rumore) poi la simultaneità armonico-timbrica entro cui si sviluppa la melodia (l’emergere distinto delle frequenze regolari e in relazione armonica dal caos del rumore)… che si connette con la voce solo alla fine, deformando laringi e muscoli facciali, rendendo ciò che chiamano “soggetto” una specie di onda formante dell’onda portante (che si produce come ho descritto all’inizio, spingendo collateralmente alla secrezione, circolazione e consumo di umori di ogni tipo).

 Questo non vuol dire che ciascuno degli elementi autonomizzati che ho descritto (ritmo, armonia, timbro, melodia, voce, espressione) non possa riformare l’intero processo a sua somiglianza…

L’estasi (il sono-fuori-di-me, nel senso del suono più che dell’essere).

I musicisti non suonano… sono suonati.

(da “Come vivere senza essere in tre capitolazioni”)

Non sono “consustanziale” al sistema che contesto (non riconoscendone neanche la “sostanza”). Il sistema che fa sì che il mondo sia a noi comprensibile, la razionalità dell’Occidente e del capitalismo globale, si sovrappone ma non coincide col (sog)getto che sono. Non vendo i miei sogni, la mia (in)coscienza, la mia carne, le mie molecole, anche se son già pronti a prelevarmi DNA o a espiantare i miei organi! C’è qualcos’altro che resiste, c’è tutto che resiste (e non è il lacaniano oggetto “piccolo a”, nè un tag “a”). L’eccezione che (io) sono (o suono?) al sistema (anche se partecipo alla sua sostanza ovvero alla sua finzione, al suo spettacolo) non verrà più reintegrata. Come non sono reintegrabili le stelle e l’intero deserto che è la Realtà, per una posizione pur così intransigente e desiderosa di reinvestire.

(da “Chi è senza mercato scagli la prima pietra…”)

 Chi suona non sta suonando e dimentica quel che sa… le mani si muovono da sole… è un esercizio di dissociazione, di spossessamento… dell’autore, del soggetto, del musicista, ecc… che dovrebbe essere suonato prima di suonare… “Io sono”, nel senso di io suono…

 Suonare è sempre risuonare (è un fenomeno senza origine o fine, senza alfa & omega … ri-suoniamo sempre… neanche il silenzio è silenzio finché è possibile udire, finché c’è qualcosa).

 Il silenzio del silenzio, quello definitivo, comunque mi atterrisce… morire non è come addormentarsi… non mi si può dire “non è niente”… è niente… Come accettare allora di vibrare nonostante tutto (o il niente, che è lo stesso)?

Come non capire che vivere è un errore (un errare) che si paga infatti con la morte? forse giusto morendo… o vivendo… che è la stessa cosa… è quel che facciamo, in effetti… oscillando… (nessuno scampo gnostico).

Un brevissimo-lunghissimo riverbero di in-finito… piacevolmente incosciente, dolorosamente cosciente, dolorosamente piacevole, piacevolmente doloroso, incoscientemente cosciente, coscientemente incosciente, ecc…

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Con i miei amici dell’ex Volo Notturno, Fabio (autore della linea di piano nel video qui sopra) e Antonello, c’è stata una bella session il 26 dicembre 2012 (purtroppo senza testimonianze audio o video)… erano anni che non suonavamo insieme ma è stato come se non avessimo mai smesso di suonare.

Il metodo consiste in questo: uno comincia una struttura armonico-ritmica, l’altro la perturba con controtempi, rumore e dissonanze, poi si riporta ad un compromesso d’ordine per poi ricominciare con il disturbo… creare il vuoto per far infilare l’altro per poi, una volta che l’altro lo riempie, crearne subito un altro… il movimento sconnesso che consegue è più o meno come l’eracliteo: “Dai discordi splendida armonia”.


Dalla “liberazione sessuale” a GG Allin qualcosa deve essere andato storto…

Il punto è che il ritorno del rimosso, ovvero l’ipotesi “rivoluzionaria” post-freudiana che una produttività bruta, la libido, possa sollevarsi contro i tabù e le prescrizioni della “civiltà” modificandone le strutture, indica in realtà le risorse materiali (non impiegate direttamente nella produzione ma nel consumo distruttore di risorse) le quali dovranno essere riprodotte successivamente in qualche modo (che guarda caso è sempre lo stesso, questa sorta di immaginario “motore a due tempi” diviso tra produzione primaria e secondaria, economia e politica, struttura e sovrastruttura, ecc…). Spesso invece questo dispendio (è il caso di GG Allin, ma anche dell’ordine circense del porno, come dell’attuale modo di produzione) diviene immediatamente produttivo, dispositivo per capitalizzare (spettacolarizzare, simulare, feticizzare, surrogare) fino all’estremo (se non fino alla morte) la vita… precarizzandola, privandola progressivamente di qualunque possibile relazione, progettualità e strategia, chiedendo un “di più” irrecuperabile, imponendo sottilmente una sorta di obbligo debitorio “individuale” (“idiota” in senso aristotelico) che ha sempre strisciato nei secoli tra dispotismi e democrazie…


 Considerazioni postume (7 settembre 2012)

Ciò a cui teniamo di più e che riteniamo al di fuori del “sistema” o contro di esso è già capitalismo.
Non c’è una natura o una sessualità che sia estranea a questo rapporto sociale.
L’importante è cosa si monta e come (anche nel senso della sequenza di montaggio). La natura e il sesso sono un artificio.

Pensare (e vivere) a partire da questo. Nessuna nostalgia di una “sostanza” o di una “origine” perduta ha più senso. Ciononostante c’è sempre un fuori immaginario (che diventerebbe reale) da mettere in moto per scatenare i giunti della Grande Macchina.

Lavorio della morte o del futuro… dell’a-venire.


Jacques Derrida, l’ultimo filosofo.

Jacques Derrida

Jacques Derrida è stato probabilmente l’ultimo filosofo… morto nel 2004, agli inizi dunque di questo millennio che si apre all’insegna di un’episteme post-moderna e post-tutto di decostruzione e ricostruzione permanente. La politica, l’economia, la genetica, la fisica quantistica (e tutte le scienze umane e non) si muovono allo stato attuale in questo modello di interazione caotica.

Aveva annunciato la “morte della filosofia“. Considerava quest’ultima un “genere letterario”, una “avventura seminale” di tracce di pensiero, di concetti, di realtà (quel che la moda del tempo chiamava, con la prosopopea della linguistica, un “testo”). Pensiero quasi erotico e giocoso (proliferante, germinale), lontano dall’intenzionalità, dal “voler-dire”… che, in definitiva, non sapeva bene dove andare a parare… affidandosi ad un metodo (o uno stile) più che ad una finalità… la ricerca e il tentativo come gioco. Lo si può leggere direttamente nell’espressione del suo volto. Il suo divertimento nel decostruire tutto: la metafisica, l’ontologia, il logos… i fondamenti del “pensiero occidentale”… C’è la distruttività analitica di un bambino che smonta i suoi giochi in quello sguardo.

Mi vengono in mente brani musicali come “Las Vegas tango (part I)” di Robert Wyatt o “Dark star” dei Grateful dead, se penso al suo modo di procedere… citazioni, deragliamenti, strutture smontate fin nelle minime articolazioni, materiali vari assemblati, campo di possibilità perennemente rilanciate ad ogni accenno di codice o struttura linguistica.

Ma resta un professore. Resta iscritto all’interno di un’istituzione che ha spesso messo in discussione e interrogato… A che “titolo” può dirsi professore Derrida? Io lo noto nella sua insistenza a chiosare e commentare il pensiero e le arti… Nel suo essere interno ad un linguaggio che pur tenta di sovvertire (quello filosofico). Portandolo alle estreme conseguenze. Spezzettando le parole, usando neologismi… Molti lo trovano oscuro e incomprensibile… e per certi versi lo è. Ma il mio ricordo della lettura dei suoi scritti, la sperimentazione su di me dei suoi concetti, parla un linguaggio più comprensibile. Proverò a raccontarne gli “effetti” (mescolando citazioni a memoria e terminologia personale)…

Leggevo, quando avevo 18 anni, sul balcone della casa dei miei, una raccolta di saggi dal titolo “Scrittura e rivoluzione” (con altri testi del gruppo di intellettuali di “Tel Quel”, tra cui una fine filosofa-psicanalista-semiologa, Julia Kristeva, che tanto ha influenzato le vite dei miei amici, nonché la mia…). Il saggio di Jacques Derrida era “La différance“… un errore ortografico in francese… non si scrive con la “a”, si scrive “différence”, con la “e”. Ma si legge uguale. Su questa differenza tra pronuncia fonetica e scrittura parte una giaculatoria contro la diffidenza (socratica) nei confronti dello scritto su cui secondo Derrida si fonderebbero tutte le magagne del pensiero occidentale, la violenza di quest’ultimo contro l’articolazione (le “giunture”) del concetto. I latini direbbero: “Verba volant, scripta manent“… E le cose scritte, si sa, stanno là… danno fastidio. Non si può imbrogliare, semplificare… inceppano il discorso sciolto di Socrate e Platone, che per lo più erano interessati a inchiappettarsi i discepoli tra un dialogo e l’altro… (sia ben inteso che la presenza nel testo di Derrida di Socrate e Platone credo di essermela immaginata). Ma c’è di peggio. Derrida intende far tremare tutto l’edificio dell’essere, del discorso meta-fisico (=al di là della natura), probabilmente in nome di un materialismo che egli, a sua volta, mette in crisi… Che differenza ci sarebbe tra materia e spirito o tra qualunque altra opposizione (soggetto/oggetto, io/altro, intellegibile/sensibile, ecc…) se la différance testè inventata è il terreno comune (tellurico, mai fermo) che queste opposizioni o differenze genera? e che a sua volta non ha origine alcuna?… Derrida sostiene che non esiste niente di puro… Né un fuori puro, né un dentro puro… Né un origine pura, né un essere puro. Nè una “traccia pura” (tanto cara ad Heidegger)… Solo differenze e “tracce di tracce” in una “struttura di rimando generalizzato”. E dunque? cosa caspita pensiamo? Pensiamo di avere una realtà definita e invece non ci sono che “presenze”… che si definiscono in base alla differenza l’una con l’altra invece che ad un senso logico che le attribuisca un significato. Presenze fittizie dunque… come il tempo. Che anticipa (passato) o ritarda (futuro) le sue tracce nello spazio della “presenza” (=l’essenza del presente), di ciò che avvertiamo come coscienza. Lo spazio del presente… riuscite a immaginarlo? La “spaziatura” di una traccia temporale, il divenire spazio del tempo… “Ecco!”, esclamo mentre sono sulla sdraio a righe verdi sul balcone… “sono i miei neuroni!”… sembra quasi di vederli. Andare a tentoni, anticipare movimenti e pensieri prima di pensarli, protendersi e ritrarsi… E subito dopo leggo della “protensione e ritensione della traccia”. Sì, è così… Questo buontempone fa degli sforzi incredibili per discutere dei concetti filosofici e non sta pensando altro che i suoi pensieri. Nel suo compiersi “fisico”… nei suoi neuroni… nel loro codificarsi senza un senso che non sia dato dal gioco delle differenze. Un po’ per caso, un po’ per necessità… Un po’ per gioco, un po’ per regola… noi pensiamo, giochiamo a dadi con la “différance”, con [per dirla con parole mie] l’ec-centricità e l’ec-cezione che mantiene e supera costantemente il codice (del linguaggio, delle classificazioni, delle informazioni). Una sorta di irriducibile animalità fulminea del pensiero


CONSIDERAZIONI PERSONALI E CRITICHE AL PENSIERO DI DERRIDA. L’etimo di “differenza” nasce dal latino “dif+ferre” che vale “portare lontano”, “procrastinare”, “rinviare”. Insomma quello che genera il senso di ciò che diciamo qui e ora (nello spazio della “presenza”, nel tempo “presente”) è a-venire, è re-inviato, ri-mandato… Dunque il presente è questa “breccia” (come diceva la Arendt o… Michaux) che ri-manda in qualche modo ciò che era stato anti-cipato (=”preso prima”), previsto sulla scorta di esperienze ripetute, e che si augura di “giungere a destinazione” nel presente, nel luogo in cui può esser-ci un senso (che emergerebbe come da quello che definisco un varco, “filtrato” dalle differenze e dagli “scarti” che lo precedono). Ma la frattura del presente c’è. Derrida infatti espone la questione che questa “cartolina postale” del passato, qualunque significato o verità, “giunge e non giunge a destinazione”… Che significa? Che non è scontata la continuità temporale. E’ un continuo rilancio, una scommessa… Del resto anche la fisica quantistica pone la questione della relatività del tempo come legata al paradigma dell’universo che esploriamo e per come lo esploriamo. La luminosa scena del presente è costantemente travagliata dalla possibilità che il passato venga smentito dall’a-venire, dal futuro. Ragioniamo secondo i parametri della materia (spazio-tempo, massa)… Ma che senso ha la posizione “materialista” e “anti-metafisica” di Derrida a questo punto se la materia non è che uno dei paradigmi possibili? Lui sposta nel luogo oscuro dell’assenza la questione di Dio, della coscienza, del significato, che metterebbe in ordine le “cose”, darebbe loro un senso… dice che l’Essere (o Dio) è impossibile, che non c’è, è un’assenza… e se c’è gioca a fare “cucù-sèttete” (il gioco di Freud, che Derrida cita, del “Fort-da”). Il segno per eccellenza sarebbe una “piramide”… una tomba. Un significante senza significato… Come non vedervi una “teologia negativa“? Una posizione che nega ogni possibile esistenza assoluta (“ab-soluta”=libera da, sciolta) per lanciare l’assoluto movimento del differire (e dunque del rimanere im-plicati e com-plicati) anziché l’assoluta presenza dell’Essere, è comunque un ritorno sotto mentite spoglie della meta-fisica. Derrida sembra dire: “Dio non c’è, ma lasciamoci travagliare dalla sua dissoluzione, lasciamoci essere nella nostra complicazione”. Perché invece non prendere nulla dal “fuori” paradigma, dall’aldilà, non considerare gli accidenti che aristocraticamente Aristotele scartava e le ec-cezioni? Davvero non c’è nulla da ec-cepire (=prendere da fuori) in questo nostro essere “originariamente complicati”?… Perché vincolarsi così pervicacemente a quella materia (anche se solo alla sua traccia) sulla cui natura gli attuali fisici gettano pesanti dubbi? il fatto che non ne conosciamo che il 16%, che un elettrone possa essere simultaneamente in due luoghi diversi, che il tempo a certe condizioni sia reversibile,  che sia impossibile decidere la posizione corpuscolare di una particella sub-atomica, che tutto ciò che avvertiamo della materia siano nubi elettroniche, campi di forza, qualità di un essere che non c’è, che viene fermato su lastra come traccia, esistenza “probabile”… tutti questi fatti pongono seri dubbi sul paradigma che viviamo e di cui discorriamo. Certe osservazioni sperimentali eccedono ad ogni livello il principio di identità e qualsiasi logica univoca…

L’affermazione di un in-finito travaglio cosmico (la différance) è un paradigma meta-fisico, che in-forma la materia pur in assenza di un logos. Vi si potrà scorgere una certa ec-centricità, ma non è centri-fuga… è centripeta. Come le volute del cervello, come il garbuglio degli intestini, come i vortici, gli uragani… Ma come non leggere in questi movimenti anche una resistenza ad una forza centripeta e che porta fuori, ec-cede? Il criterio dell’accendersi delle “luci” neuronali è estraneo a questa dimensione spazio-temporale, al paradigma entro cui ci muoviamo… questo non vuol dire che abbia un origine “meta-fisica”. E’ “fisico” anche ciò che non conosciamo ancora e che segue un paradigma differente e sconosciuto. Che senso ha allora la critica della “meta-fisica” se non si sa ciò di cui si parla, in quanto illeggibile dal nostro pensiero ed apparentemente estraneo alla nostra stessa vita? E’ forse una critica dell’al di qua… di certe idee e sistemi filosofici che insistono nel cercare un senso pieno a questo mondo. Ancora non si è inteso lo strappo che comporta essere “eccezionali”, “presi fuori”, da un altro paradigma che non conosciamo, ma che si muove che è una bellezza… Quel che io dico è che siamo preveggenti e profeti e non ce ne accorgiamo perché diamo per scontato che il movimento del nostro pensiero (che a sua volta non è che un movimento) cada sotto l’egida delle leggi spazio-temporali.

L’alchimia nel suo doppio movimento di “spiritualizzazione della materia” e “materializzazione dello spirito” e, soprattutto nel considerare la materia come “materia densa” e lo spirito come “materia sottile” è già al di là del pensiero occidentale, che divide la “natura” in corpo e spirito, per giungere infine con Derrida, suo ultimo filosofo, a rinviare, differenziare e complicare il più possibile… Per di più l’alchimia dà vita a delle sfere di influenza energetica sulla materia sottile, che possono essere ec-cepite e discusse tra alchimisti… L’Arte è proprio qui. Spingere verso l’ec-cezione… spostare con un soffio le regole e i codici (farle giocare con un “fuori-paradigma”) che, raccolto l’emblema (=”ciò che è gettato dentro”), risponderanno in modo nuovo e imprevisto. Dirigere queste eccezioni e questi movimenti imprevedibili è sempre stato il cruccio e la speranza degli alchimisti.

Inoltre, non sono soddisfatto dal definire un “oggetto” in base alla differenza con tutti gli altri. Questa rete o “struttura di rimando generalizzato” che si costruisce e decostruisce ed è sempre esposta al travaglio della sua complessità, somiglia tanto alla politica italiana. E non mi pare accettabile come modello. Come è successo per tante avanguardie, le idee migliori, le più innovative e rivoluzionarie vengono inglobate e neutralizzate dal sistema dei poteri. Niente di più “derridiano” dell’attuale economia finanziaria, delle politiche decostruttive-costruttive dei governi, dell’indecidibilità delle posizioni politiche… delle crisi-ristrutturazioni, della riforma permanente delle istituzioni… E’ finita l’epoca dei lumi, della certezza del Diritto e del trionfo dell’Uomo, ma quest’altra, che genera crisi e soggettività debolissime e incerte (facili al raggiro), non mi piace ugualmente…

Sono convinto che un pensiero venga delimitato dall’ambiente e fissato dall’energia emotiva (relazionandosi a percezioni e immaginazioni), scrivendosi con un linguaggio analogico di rassomiglianze e non si produca per logiche differenziali (una foglia non è un albero, non è un animale, non è un minerale, non è un triangolo, un’ellisse, ecc…) se non in un successivo scartare per meglio ascoltare ciò che sovviene. Non è questione di pensare “né… né”… né questo, né quello, ma la sorpresa in positivo della rassomiglianza… Le classi, le categorie, gli archivi, i codici, vengono giocati a dadi e restituiti come previsto o secondo modalità diverse, sorprendenti, “eccezionali”… Ragioniamo un po’ per caso e un po’ per necessità. Un po’ per imprevisti, un po’ per strutture consolidate, percorsi già tracciati e ripetuti finché la memoria (cerebrale o scritta, storica) li mantiene in vita. Non c’è pensiero che non sia legato alla vita. Anche il più astratto dei pensieri non può dissociarsi dall’essere seduti a pensare e dal maggiore afflusso di sangue al cervello… né, per me, dalla sedia a sdraio a righe verdi dove leggevo Derrida… Dove sono in questo le categorie, le classi e le sottoclassi e le strutture del pensiero? Puf!… svanite… solo tante immagini, suoni, sensazioni e… frecce a bersaglio prima di essere scoccate.

L'ottava delle "Dodici chiavi" di Basilio Valentino

Nella scienza (?) che avevo annunciato, l’analogica, e nella psicanalogica, sua ovvia branca che studia (“fisicamente”) il movimento del pensiero e dell’anima, risiedono i principi di un nuovo discorso, emblematico, che nasce per negarsi alla logica dell’identità e della verità (non più struttura architettonica, pensiero-strumento, ma libera deriva di associazioni ed esperienze, aperta a ciò che viene e sovviene)… per non dilazionare più la vita, ma per assecondarne sempre il movimento. Incompatibile con qualunque “teoria” (sfilata, processione) di idee che presuma di farsi sistema e scienza delle risposte definitive…

Non c’è pensiero che non sia esperienza.

…E lei, somigliante e differente, mi dice: “Io sono te”.


P.S.: Scopro solo ora (è il 9 ottobre 2008) l’esistenza di un seminario-blog su Derrida qui su splinder [n.d.r.: che nel frattempo ha chiuso], in particolare su un suo scritto (“La metafora nel testo filosofico”) in cui posso rintracciare diversi spunti di grande interesse. Non sono affatto d’accordo invece sulla perentoria affermazione derridiana: “Non c’è alcun fuori testo”. S’è garantito il suo titolo di professore… Tutto testo, tutto complicato, tutto usurato all’infinito… che tristezza entropica (nel tropo). Molto meglio il Nastro di Moebius II di Escher… ove si passeggia amabilmente tra il dentro e il fuori in compagnia di formiche rosse:

Forse un po’ troppo perfetto nella sua anomalia… ma decisamente divertente.

Il “fuori” cui io alludo è dentro in ogni istante, animalesco e fulmineo.

P.P.S.: Altrove, commentando “Corpus” del suo allievo Nancy, Derrida scrive: Psiche, insomma, è la piegatura di un divenire dentro del primo fuori”. Detto così pare quasi una cucitura, una tessitura… un testo appunto. Che noia… Ma non è meglio una fonte? non origine, ma azione dello scorrere, che “getta dentro” e che e-siste solo in virtù del dentro… Dal dentro verrà scoccata di nuovo la freccia alla sorgente. Che ripete all’infinito ciò che sarà stato… con le opportune eccezioni che ne svelano l’inganno e il carnevale. Non è mai del tutto così. E’ un gran giocare di paradigmi e geometrie (anche non euclidee) simultanee, rassomiglianti e non coincidenti… E ora provate ricucire!…