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“Noah”, il “caca-luce” e la partita doppia

(Dopo quella de “Il cigno nero”, un’altra recensione di un film di Aronofsky… Di “caca-luce”, ovvero del proiettore nelle sale cinematografiche, ho già scritto qui).

“Noah”, ovvero del fallimento di qualsiasi progetto elitista (con tanto di esito etilista…).

Ogni idea paranoide di perfezione, di destino, di completa distruzione e cambiamento rivoluzionario su basi utopiche, ideali, va incontro al fallimento. Viene tradita, in questo caso, da tutti i sodali familiari. Comunque questa genealogia (corrotta, a dispetto dell’idea nefasta di “purificazione”che pervade la mente di Noah) resta salva… la successione, la famigliola, la piccola sostanza sporca e maledetta del (soprav)vivere (sacra in tutti i film di Hollywood)… e l’oscuro disegno del “Signore”, questo disegnatore 3D, creatore e padrone virtuale di tutti i feticci (questi feti fetenti, risparmiati, saved, raddoppiati, piazzati in mezzo alle “cose” – surplus di codice raddoppiato… come nella partita doppia – che galleggiano sul mare della Crisi, nel finale). Dispotica e predestinante “mano invisibile” (o “ano invisibile” o qualunque altro oggetto parziale) che surcodifica e rimappa l’intero mondo, l’intero cosmo, anche in senso genesico (come si evince nella spettacolare sequenza dei noti 7 giorni)… ovviamente non riuscendoci (ormai neanche più nella finzione). Il Dominio che non può cogliersi nella sua totalità semplicemente perché non c’è (se non come effetto speciale senza causa, come pessima favola, come fantasmagoria stupefacente, istupidente). Su tutto il film pesa questo cupo destino mortifero del Potere cinematico statunitense… che brancola come un survivalist rintronato e assetato di sangue in tutte le caverne platoniche (o sale, stanze…) in cui si radunano gli incauti e ostinati spettatori-consumatori (anche quelli gratis… quelli “cattolici”, non paganti, non “protestanti”, per Grazia ricevuta di qualche server…).

L’Eroe-Coglione… quello che lavora, paga, si sacrifica, si indebita, fino alla fine… anche dopo che è fallito.


ovvero

Le avventure del Capitale e della partita doppia sotto forma di gemelline

Per gli appassionati di metafore ardite, quasi acrobatiche… Deleuze-Guattari ne l’Anti-Edipo specificano cosa intendessi per partita doppia a proposito delle due gemelle (intese come monete viventi e merce su due gambe) che Noah risparmia (i grassetti sono miei):

Prima della macchina capitalistica, il capitale commerciale e finanziario stanno solo in un rapporto di alleanza con la produzione non capitalistica, ed entrano nella nuova alleanza che caratterizza gli Stati precapitalistici (donde l’alleanza della borghesia mercantile e finanziaria con la feudalità). Insomma, la macchina capitalistica comincia a funzionare quando il capitale cessa di essere un capitale d’alleanza per diventare capitale filiativo. Il capitale diventa un capitale filiativo quando il danaro genera del danaro, o il valore un plusvalore, «valore progressivo, danaro sempre germogliante che spunta, e come tale capitale… Il valore si presenta tutt’a un tratto come una sostanza automotrice, per la quale merce e moneta non sono che pure forme. Essa distingue in sé il proprio valore primitivo e il proprio plusvalore, cosi come Dio distingue nella propria persona il padre e il figlio, ed entrambi non fanno che uno ed hanno la stessa età, poiché le prime cento lire anticipate diventano capitale solo grazie al plusvalore di dieci lire».

[…]

Il celebre problema della caduta tendenziale del saggio del profitto, cioè del plusvalore rispetto al capitale totale, non può essere compreso se non nell’insieme del campo d’immanenza del capitalismo, e nelle condizioni in cui un plusvalore di codice viene trasformato in plusvalore di flusso. Appare innanzitutto (conformemente alle osservazioni di Balibar) che questa tendenza alla caduta del saggio del profitto non ha fine, ma si riproduce da sé riproducendo i fattori che la contrastano. Ma perché non ha fine? Probabilmente per le stesse ragioni che fanno ridere i capitalisti e i loro economisti, quando constatano che il plusvalore non è matematicamente determinabile. Tuttavia non han tanto di che rallegrarsi. Dovrebbero piuttosto concludere con quel che tengono a nascondere: che cioè non è lo stesso danaro ad entrare nelle tasche del salariato e ad iscriversi nel bilancio di un’impresa. Nel primo caso, segni monetari impotenti di valore di scambio, un flusso di mezzi di pagamento relativi a beni di consumo e a valori d’uso, una relazione biunivoca tra la moneta e una gamma imposta di prodotti (« a cosa ho diritto, ciò che mi spetta, è dunque mio…»); nell’altro caso, segni di potenza del capitale, flussi di finanziamento, un sistema di coefficienti di produzione differenziali che manifestano una forza prospettica e una valutazione a lungo termine, non realizzabile hic et nunc, e funzionante come un’assiomatica delle quantità astratte. In un caso il danaro rappresenta un taglio-prelievo possibile su un flusso di consumo; nell’altro una possibilità di taglio-stacco e di riarticolazione di catene economiche nel senso in cui flussi di produzione si adattano alle disgiunzioni del capitale. Si è potuto mostrare nel sistema capitalistico l’importanza del dualismo bancario tra la formazione di mezzi di pagamento e la struttura di finanziamento, tra la gestione della moneta e il finanziamento dell’accumulo capitalistico, tra la moneta di scambio e la moneta di credito.


Lo “scolon” parapatetico (ovvero: è tutto un paratesto)

C’è chi, per fare il simpaticone colto, predilige il paragrammatismo… Io le paronomasie, le paronimie, i calembour… e rinuncio del tutto alla simpatia… ma pure alla cultura… che in effetti, intesa come “coltura” , andrebbe falciata ogni tanto…

Se vuoi eliminare la realtà, ritualizzala (solve).
Se vuoi che vi sia realtà, improvvisa (coagula).

“Nel 1981 Gérard Genette ha esposto una classificazione comprendente le varie relazioni intertestuali segnalabili in campo letterario, una tassonomia che è stata recuperata in un secondo tempo pure dalla teoria cinematografica. La suddivisione proposta dal saggista francese annovera: l’intertestualità o presenza effettiva di un testo in un altro; la paratestualità o relazione di un testo con ciò che lo accompagna (il paratesto); la metatestualità o commento dell’opera; l’architestualità o appartenenza di un testo a una categoria di opere; l’ipertestualità”.

Ecco, siamo nell’epoca del “para-” più qualcosa… paratestualità, paronimia, paragramma, paraculto… Manca solo che ci si inventi il “para-moderno” come ennesima stronzata culturale.

Col pretesto del paratesto “fondò” la scuola parapatetica…

Dato che tutto gravita intorno a qualcosa che non c’è se non nella gravitazione periferica, pare che tutto sia paratesto… (i testi rispetto agli autori considerati come testo, i contratti rispetto agli individui considerati nella fattispecie di autori, l’autore rispetto al testo, l’autore rispetto a se stesso, la lapide dell’autore, i vermi che lo corrodono o lo corroderanno, ecc…).
Nella scuola parapatetica si fingono costantemente emozioni, ragionamenti, ecc… che risultano comprensibili solo in base ad una finalità strategica prefissata (in modo pretestuoso e a sua volta paratestuale).

La scuola come colonia di vermi.

Più che una scuola uno scolo, un colon… uno “scolon”

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Il paratesto della cosa pubblica: le riprese audiovisive e la società dei replicanti

(Una considerazione posteriore che non segue quanto scritto sin qui, se non per il riferimento al paratesto)

La maggior parte degli individui, chiacchierando di politica, sembra concentrarsi sui leader e le leadership e molto poco sui lacchè che seguono certi soggetti con strumenti di ripresa audiovisiva per replicarne le gesta, sovrapponendole alle voglie e ai vezzi traslucidi del pubblico fuoricampo (il guaio più grosso, il danno già fatto, materiale, vivente… cresciuto e moltiplicato)… Chi gestisce concretamente la cosa pubblica è chi riporta, cita, compone, registra, diffonde, trasmette (per irradiazione e contagio) l’immenso paratesto (e non c’è alcun testo che non sia paratesto) che avvolge e attraversa questo sistema complesso come un bozzolo di filamenti bavosi.

Il corpo (schizofrenico) di tutti questi ruoli, con ammennicoli vari, è quello che chiamano società.


No merci

Vi sarebbe mercato se vi fosse della merce… Qui, più che altro ci sono solo prodotti e umani senza “valore” di mercato (…rifiuti). Troppo standardizzati e inflazionati o non richiesti o troppo cari o “improduttivi” del “necessario” plusvalore… Non dico malthusianamente troppi, dato che equivarrebbe a invocare uno sterminio…

“Ce lo dicono i mercati” (ma cosa sono dei mercati senza merce o con merce prevista ma inesistente???).

Il capitalismo senza merce è come un dio senza mercede (o misericordia). Incombe come un debito (sinora sempre dilazionato e rinviato) da pagare, espiare, tutto in una volta, come un’esagerata risposta apocalittica all’insol(v)enza.

La discarica cresce, la produzione langue. Più rifiuti, meno mercy.

 


Culi al caldo

“[…] è una lotta fratricida in seno alla classe media, a colpi di quattrini”.
(RAV)

Uhm… forse avrei dovuto girare dei corti tratti dal decalogo “Come fottere un lavoratore atipico” girati in grandangolo alla Lynch… (sarebbero stati validi sia come suggerimento per il compratore di un servizio che come spunto per correre ai ripari da parte del venditore di un servizio…).

 Molto più blanda, superficiale e senza suggerimenti pratici la versione che sta facendo condividere a molti i video del gruppo Zero (che hanno creato la campagna no budget #coglioneNo)… che cerca di dare una “dignità” di retribuzione ai “lavori creativi” (decisamente svalutati per mille ragioni) pari a quella attribuita a idraulici e giardinieri. Ma il punto è: perché chiamare “lavori creativi” condizioni di lavoro atipiche inquadrabili a stento da partite IVA, lavori a progetto, ritenute d’acconto, prestazioni a nero per lo più, che in Italia vengono definite (da chi è “sistemato”, dai borghesi col culo caldo o con la strizza al culo, data l’ondata montante dell’esercito di riserva che potrebbe rimpiazzarli) con l’assai squalificante termine di “lavoretti”?
Patti chiari prima col cliente o committente di turno. Capacità di riconoscere chi può fotterti. Qui in Italia si tende a buttarla sempre sul vittimistico… “Poveri cuccioli questi freelance… diamo loro una mancetta…”. Ma questa è una guerra… e, soprattutto, un bordello. Non ci si può aspettare comprensione. Capire, prevenire e combattere chi vuole fottere gratis o quasi il tuo tempo di lavoro è il punto di partenza per poter rimanere in piedi. Nel frattempo si possono solo cercare nuove relazioni di scambio che sfuggano a questo rapporto sociale prostitutivo… e, si spera, non per servire meglio i sistemi che gestiscono la guerra e il bordello in questione… anche se la qualità delle relazioni è spesso assai scadente e per lo più modellata su ruoli da zombie, soci e macchine umane…

(Fermo restando che quel che si fa in tempi di crisi è vincolato ad una domanda sempre più scarsa e che non vuole fronzoli o prodotti superflui, autoreferenziali, non è detto che prodotti superflui e autoreferenziali non siano a maggior ragione ricercati dalle élite e dai culi caldi che dispongono ancora di un budget da sprecare… non fosse altro che per continuare a sognare ancora sull’onda dei bisogni e desideri posticci che li compone e li anima… persino i miserabili nutrono simili mostruosità al loro interno e vogliono apparire come merce spettacolare, ingellandosi le unghie, andando in palestra, partecipando ai contest, spendendo le loro restanti misere fortune al gioco nella speranza di accedere al paradiso dei ricchi, ecc… Insomma sembra che l’incantesimo dei simulacri di senso e valore resti in piedi nonostante il disincanto e le crepe che cominciano a farsi strada ovunque… Tutto sembra procedere per inerzia, sia pur rallentando… fino alla catastrofe… al sogno dei sogni… al Gran Finale… come disinnescare questa porcheria? questa pacchianata di sapore persino teologico, apocalittico? che poi non è che la pacchianeria per eccellenza…).

Ci sono parecchi apocalittici e integrati (comunque tutti malcelatamente frustrati) in giro.

(Ora, vi avviso, comincia un invettiva).

Il reazionario e assai semplificatorio “va a lavurar pelandrun” di chi ha il culo al caldo continua ad agitare gli animi di una borghesia (=il nulla condensato che mastica diuturnamente il suo culo fingendo serietà e impegno o sfoggiando ironie e saccenze) spettralmente autoreferenziale, schizoide, spaventata dai suoi falsi sembianti (“sfigati”, “coglioni”, “fannulloni”, “evasori”, ecc). Taluni “intellettuali” invitano (da quale pulpito viene la predica!) ad andare in fabbrica per difendere strenuamente la loro posizione assisa da frustrante lavoro d’ufficio, emorroidi inclusive. Invitano ad andare a lavorare in fabbrica come se il lavoro in fabbrica non fosse merce persino più rara di quello creativo, nell’epoca del trionfo della fuffa formativa, della cassa integrazione, della delocalizzazione, della modernizzazione tecnologica impossibile in un territorio dove prevalgono rapporti feudali, nepotistici, mafiosi e clientelari e un asservimento cieco e imbecille all’alea dei flussi del capitale finanziario (“occidentale”, quello che va in giro per il mondo a seminare orrore, cui affidare le sorti collettive come si farebbe con un videopoker, nella speranza di una “mancetta”, di un TTIP, di un’elemosina delle quote di plusvalore continentalmente e digitalmente generato dalle aspettative di profitto delle quote atomizzate o accumulate di capitale fittizio scambiato a velocità di nanosecondi)… come se la merda piddina non intendesse riversare fiumi di denaro europeo in progetti tragicamente farseschi, neoliberisti o  keynesiani in ritardo massimo come quello delle “smart city”, delle “città metropolitane” (da rivalutare, “gentrificare”), “sostenibili” nel senso di piene di puttanate legate ai nuovi media, all’e-commerce e alle merdate che piacciono tanto agli hipster più o meno barbuti dei vari associazionismi paraculi, amici dei comuni… che intratterranno i pochi benestanti rimasti con stronzate colossali iper-tecnologiche o meno, gare, corsi, contest, eventi evocanti tradizioni anacronistiche e inventate, magari anche un po’ cattoliche, pittoresche solo per i pochi turisti rimasti che giustamente rideranno della coglionaggine e sboronaggine estrema degli italiani, pur nella miseria di massa che monta, con tutta la pericolosità sociale che questo comporterà e sta comportando… E se la meritano tutta! Ma non si aspettassero una rivoluzione colorata, no!… un ennesimo occupy su cui scrivere fiumi di merda digitale o inchiostrata, ma più probabilmente il diffondersi a livelli messicani di una criminalità che s’è già impadronita di intere filiere produttive… Fanno finta di non vedere… Il capitalismo arriverà comunque, legalmente o meno, a liberare ad ondate sempre più insostenibili i suoi flussi di merce e persone a bassissimo costo. E non ci sarà stato, privilegio, funzionario o burocrazia che potrà arginarlo.

Oppure prevarrà (temporaneamente) qualche forma di autoritarismo fascistoide… il più duraturo dei made in Italy… abbondantemente preannunziato dalla gramigna legalitarista, forcaiola, giustizialista che infesta qualsiasi dibattito e chiacchiera da bar.

“[…] il capitalismo per conto suo ha saputo interpretare il principio generale secondo cui le cose non funzionano bene se non a condizione di guastarsi” (Deleuze-Guattari, L’anti-Edipo).


Verso l’abolizione della moneta – Le regole del gioco

In cui si propone il ribaltamento di uno dei presupposti epistemologici della disciplina conosciuta come “sociologia”.

Ecco… si frantumi la “società” e la si riproggetti secondo nuovi parametri… con nuove regole del gioco poi ne riparliamo…

La potenza politica di questi mezzi (come della possibile libera costruzione di accordi politico-economici dividuali che vadano oltre il mero dato quantitativo che esprime il denaro) è molto sottovalutata per prevenzione ideologica da parte di certa cultura “umanista”, “universalista” (o dialettica… ribaltata o meno, marxiana o hegeliana, a seconda che si ponga l’accento sulla classe o sulla coscienza… incardinata ad alcune false contrapposizioni come capitale/lavoro, stato/società, individuo/società, etc…). Pochissimi sanno o si interessano in Italia dei sociogrammi di Moreno, per esempio (che pure sono l’ossatura di tutte le sociometrie e le simulazioni sociali alla base delle strategie di sfruttamento estensivo e intensivo, in network, del capitalismo post-industriale)…  o della microsociologia… A parte la forte puzza di comportamentismo (se non di innatismo) che promana qua e là, c’è da dire che si potrebbe trasformare uno studio ex post in un progetto ex ante… non limitandolo ad un settore (come uno studio su rifugiati tirolesi o sui detenuti di una prigione… o come potrebbe essere anche uno studio psicodrammatico sui membri del Parlamento, che in fondo è un gruppo come un altro cui si dà troppa importanza…), ma mettendo su un intero processo produttivo, con nuovi mezzi di scambio… Questo sostituirebbe la moneta e il lavoro (organicamente e gerarchicamente diviso dai lenoni per la valorizzazione capitalistica del profitto da pluslavoro altrui). Non altro.

Critiche: per lo più questi studi tendono a far passare per naturale l’idea di individuo e di convenienza materiale, su cui edificano poi le strutture leaderistiche e di esclusione… che simulano mutualismi di fatto inesistenti (e che piacciono per esempio a soggetti come Delrio, che, a proposito delle “smart cities” che propaganda, suggerisce il mutuo aiuto, laddove Sacconi preferiva parlare di sussidiarietà… ammantando di insostenibile sostenibilità le future favelas che le criminali paraculaggini neoliberiste, una volta messe in pratica, faranno sorgere).

A favore c’è da dire che questi studi sullo “psicodramma” contemporaneo (che certamente trascurano la violenza extra-psichica dei rapporti sociali necessari all’accumulazione originaria o all’estrazione di plusvalore, che pur potrebbero considerare, se partissero da premesse muniste e dividualiste… o anche tradizionalmente comuniste) vanno oltre l’identità dei fenomeni… spezzettandoli in miriadi di rivoli e sottoinsiemi… dunque schiudendo una logica di relazioni dividuali che potrebbe farla finita con tutta una serie di concetti astratti come “società”, “gruppo”, “individuo”, “identità”, ecc…

Occorre una discussione collettiva sulla potenza di questi mezzi che subiamo da cavie e da in/dividui dall’esistenza probabile, come fossimo meri dati di un continuo sondaggio di nervi e carne… (come lo sono anche io in questo momento, mentre scrivo nel database di uno dei social network di questo spazio simbolico concentrazionario, di questo carcere, campo di lavoro o cimitero globale).

Insomma, di fronte ad una programmazione dettagliata che investe tutti i settori e i comparti della divisione del lavoro, tutte le forme di interazione pubblica, mediatica, spettacolare (fino ad arrivare a follie paranoidi come la PNL o alle soglie del percettibile con le meditazioni trascendentali di David Lynch), occorre una contro-programmazione e un de-condizionamento di pari complessità… anche se dovrà dotarsi di strumenti semplici per diffondersi efficacemente… (come lo è il denaro, per esempio, nel capitalismo).


La norma “democratica” come stato d’eccezione dell’eccezione (una storia familiare)

“Il 25 Aprile si festeggia la continuazione del Dominio sociale capitalistico, sebbene sotto una guisa politico-istituzionale diversa da quella precedente”.

(“Liberarsi dal mito della Liberazione” di Sebastiano Isaia)

Mi chiedo… ma cosa ha rischiato a fare mio padre di essere colpito dalle pallottole dei tedeschi che gli fischiavano sulla testa mentre correva in salita o aspettava l’alba sotto una botola sepolta dal letame di una fattoria o incuneato tra i muretti a secco per non farsi scovare dai terribili dobermann?… Per il pasticcio “democratico” che ha condotto sin qui, sino a Letta e Nap0litan0?… penso proprio di no… Lo ha fatto per il boogie woogie, per il “jazz” che non piaceva a suo padre e perché fu questione di vita o di morte certa… quel giorno nella caserma di Torino gli fu ordinato (…era diciannovenne) dagli alpini, che decisero di fronteggiare i tedeschi (e morire), di fuggire in ordine sparso sulle montagne… di darsi alla macchia, vivere da barbone… lo fece per qualche giorno, prima di essere accolto dalle suore (una delle quali si innamorò di lui, si spogliò e scese dopo la guerra a cercarlo…) o foraggiato dalle coraggiosissime ragazze piemontesi, in un luogo che parlava un’altra lingua (“l’è un de la basa”= è un meridionale… parlava strano, parlava in italiano…). Neanche lui era convinto del valore della guerra in cui si era ritrovato… la giustificava solo come liberazione dai tedeschi, dai nazisti… “stronzi” (lo sento ancora il tono tra il disgusto e la paura con cui lo diceva… soprattutto quella, la “paura”, ricordava o l’angoscia di non respirare nei rifugi antiaerei durante i successivi bombardamenti “democratici” su Torino)… orripilato anche dai linciaggi dei collaborazionisti, dalla contro-barbarie che seguì… Alla fine si era comunque convinto che la nuova “libertà”, lui che fino ad allora aveva conosciuto solo il fascismo, questa “democrazia”, sembrava decisamente meglio che rischiare la pelle ogni giorno per le conseguenze della scelleratezza nazi-fascista (o piuttosto, diremmo, dell’improvvisa accelerazione dello sviluppo dell’industria pesante, del complesso militare industriale statunitense, in concorrenza con l’URSS e la Germania…)… ma nutriva più di qualche dubbio… per lui era tutto una porcheria… da una parte e dall’altra. Ad ogni modo, frequentò corsi di lingua inglese dalla signorina Colohumn (una bionda americana…), fece il maestro negli anni del “boom” economico (=dell’indebitamento colossale con gli USA…) e fece tre figli con una sua collega, profuga italiana dalle colonie africane… mia madre… anche lei salvatasi per un pelo dal ritrovarsi nel porto di Trieste (sbarcò, per sua fortuna, a Taranto, città da cui proveniva e dove sostò il transatlantico che la portava, dopo aver circumnavigato l’Africa, dato che da Suez non si poteva passare…).

Io, storicamente, sono figlio di questa illusione (che ha cominciato, nel mondo, a scricchiolare e mutarsi in allucinazione più o meno quando sono nato, nel 1968), di cui mio padre, pur vivendola, non fu mai troppo convinto (anche perché, all’inaugurazione della sua nuova vita in abiti borghesi, non gli fu neanche riconosciuto di essere stato partigiano, dagli stronzi che avrebbero dovuto riconoscerglielo alla consegna delle armi… neanche una ricompensa per aver rischiato di crepare…).

Fu per evitare il peggio1 che si istituì lo stato d’eccezione dell’eccezione… la doppia negazione (di cui la seconda sta decisamente esaurendo il suo tempo…).


1 …in un certo senso confermandolo o mascherandolo, incentivandone il cabaret con caramelline, concessioni e seduzioni, mantenendo, nel nuovo involucro, pressoché gli stessi rapporti sociali di prostituti (magari un po’ più normalmente e consensualmente alienati e alienanti), quelli della “società civile”… che si insiste a raccontare grottescamente e pomposamente come coesa, unita, popolare, nazionale, dignitosa, familista, ecc… ma che include anche lo stilista o l’artista eccentrico, il rivoluzionario, l’attentatore, i costumi sessuali disinvolti quanto standard (categorizzati per sfumature di preferenze con la minuzia delle tavole di Linneo) della merce su due gambe, certi single senza figli e annoiati che provano ad estinguere la razza italica, ma che sono magari produttivi comunque di qualche cacata  utile al sistema parassitario che li accoglie… supporti semi-viventi del sistema del dominio reale… feticci, modelli, macchine-umane, replicati-replicanti, zombie, cloni…


Dall'”espansione della mente” dei fricchettoni ad Adobe Audition qualcosa deve essere andato storto…

“Per il capitalismo sembra vitale produrre nuovi bisogni (anche virtuali), surrogati di de-siderio e soddisfare la domanda… fino alla morte”. (Valerio Mele)

“Così iniziammo ad usare il suono per aiutare le persone ad addormentarsi” (Robert Monroe)

Continuo la serie dei “qualcosa deve essere andato storto…” sulla sussunzione delle idee “rivoluzionarie” degli anni ’70, iniziata in un mio precedente post

Esaurite le ultime scorte di LSD (probabilmente anche distribuito dalle varie mafie statali a vagonate insieme a eroina, ecc… per distrarre e deviare il montare della protesta sociale di quegli anni) le espansioni della mente dei fricchettoni si trasformarono in delirio cyberofilo (strada che già intraprese il “guru” dell’LSD Timothy Leary verso fine dei suoi anni…), come nel caso di queste pur straordinarie ricerche sui battimenti binaurali del Monroe Institute, una società internazionale dagli atteggiamenti piuttosto newage, mentre accadevano cose inquietanti (una parodia di quelle descritte nelle Upanishad o nel Ποιμάνδρης di Ermete Trismegisto… parodie a loro volta di dissociazioni mentali…) come racconta la Wikipedia in inglese:

“Nel 1978, le forze armate Usa presero in considerazione il Monroe Institute e disposero di inviarvi degli ufficiali per l’addestramento nelle ‘Esperienze fuori dal corpo’ (‘Out of Body Experiences’… le OBE) . Nel 1983, inviò altri ufficiali”.

Io personalmente mi appassionai ai primi “strani” effetti audio (del software “Cool edit”) partoriti da certi nerd-fricchettoni (alcuni erano tra i primi a lavorare per Microsoft) che fondarono la Syntrillium nei primi anni ’90… e che si proponevano, secondo gli studi del suddetto istituto, di modulare l’attività celebrale con il ritmo del loro brainwave synchronizer (“sincronizzatore di onde cerebrali”, cui allegarono un manuale a parte, ben più voluminoso delle intere istruzioni per il loro software audio… che spiegava come migliorare le proprie capacità creative, mnemoniche, di concentrazione nello studio e nel lavoro, di apprendimento, come ridurre lo stress, rilassarsi in modo profondo, “espandere la coscienza”, favorire un risveglio della “consapevolezza”, adoperando una terminologia para-psichedelica… ecc, ecc… promesse comunque molto esagerate rispetto al mutamento davvero impercettibile ed omeopatico dello stato mentale dello sperimentatore… una mezza bufala, insomma… un po’ come le scimmiette di mare, spacciate per vere scimmiette in miniatura, che si vendevano ai bambini qualche tempo fa). Nel 2003 la Syntrillium fu rilevata dal gigante Adobe, che progressivamente, nelle successive versioni, cancellò le tracce (e gli effetti audio) di quella ricerca… Insomma: è ormai chiaro come le tecniche di condizionamento cerebrale e il subliminale abbiano interessato, con intenti differenti ma complementari, sia i fricchettoni che gli eserciti e i media (che appunto, piuttosto che propagandare in stile nazi-fascista, “mediano”, nelle società, il potere di controllo di cui necessitano stati e corporation… comunicando, pubblicizzando, condizionando… drogando intere popolazioni… già piuttosto dipendenti, del resto… mettendo in pratica tecniche di tortura omeopatica, lievi ma efficaci, come per esempio la frequenza di aggiornamento degli schermi, cui siamo sottoposti senza accorgercene o quasi… o adoperando accorgimenti subliminali di vario genere) come testimoniano anche società come la Muzak (di cui si occupò, in senso fortemente critico e “sovversivo”, anche il film “Decoder” con il geniale percussionista N. U. Unru degli Einstürzende Neubauten) e anche certe recenti ricerche sui videogame che anestetizzerebbero chi s’è assuefatto agli antidolorifici… e che probabilmente torneranno utili a rendere più insensibile la gioventù che sarà chiamata a fare la guerra che verrà…

C’è da dire che nel frattempo la Muzak, dopo aver piazzato la sua brainwashing-music in tutti gli ambienti istituzionali e non (scuole, uffici, aeroporti, caserme e uffici militari, abitacoli spaziali, ristoranti, bar, supermarket, ascensori…), è in bancarotta… e se Adobe Audition ha cancellato via via tutte le tracce del “sincronizzatore di onde cerebrali”, probabilmente sta mutando il paradigma che ci accompagna da quasi un secolo… la domanda di surrogati comincia ad essere sempre più insoddisfatta… Forse semplicemente non è più possibile o producente, nascondere lo sfacelo.