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Verso l’abolizione della moneta – Le regole del gioco

In cui si propone il ribaltamento di uno dei presupposti epistemologici della disciplina conosciuta come “sociologia”.

Ecco… si frantumi la “società” e la si riproggetti secondo nuovi parametri… con nuove regole del gioco poi ne riparliamo…

La potenza politica di questi mezzi (come della possibile libera costruzione di accordi politico-economici dividuali che vadano oltre il mero dato quantitativo che esprime il denaro) è molto sottovalutata per prevenzione ideologica da parte di certa cultura “umanista”, “universalista” (o dialettica… ribaltata o meno, marxiana o hegeliana, a seconda che si ponga l’accento sulla classe o sulla coscienza… incardinata ad alcune false contrapposizioni come capitale/lavoro, stato/società, individuo/società, etc…). Pochissimi sanno o si interessano in Italia dei sociogrammi di Moreno, per esempio (che pure sono l’ossatura di tutte le sociometrie e le simulazioni sociali alla base delle strategie di sfruttamento estensivo e intensivo, in network, del capitalismo post-industriale)…  o della microsociologia… A parte la forte puzza di comportamentismo (se non di innatismo) che promana qua e là, c’è da dire che si potrebbe trasformare uno studio ex post in un progetto ex ante… non limitandolo ad un settore (come uno studio su rifugiati tirolesi o sui detenuti di una prigione… o come potrebbe essere anche uno studio psicodrammatico sui membri del Parlamento, che in fondo è un gruppo come un altro cui si dà troppa importanza…), ma mettendo su un intero processo produttivo, con nuovi mezzi di scambio… Questo sostituirebbe la moneta e il lavoro (organicamente e gerarchicamente diviso dai lenoni per la valorizzazione capitalistica del profitto da pluslavoro altrui). Non altro.

Critiche: per lo più questi studi tendono a far passare per naturale l’idea di individuo e di convenienza materiale, su cui edificano poi le strutture leaderistiche e di esclusione… che simulano mutualismi di fatto inesistenti (e che piacciono per esempio a soggetti come Delrio, che, a proposito delle “smart cities” che propaganda, suggerisce il mutuo aiuto, laddove Sacconi preferiva parlare di sussidiarietà… ammantando di insostenibile sostenibilità le future favelas che le criminali paraculaggini neoliberiste, una volta messe in pratica, faranno sorgere).

A favore c’è da dire che questi studi sullo “psicodramma” contemporaneo (che certamente trascurano la violenza extra-psichica dei rapporti sociali necessari all’accumulazione originaria o all’estrazione di plusvalore, che pur potrebbero considerare, se partissero da premesse muniste e dividualiste… o anche tradizionalmente comuniste) vanno oltre l’identità dei fenomeni… spezzettandoli in miriadi di rivoli e sottoinsiemi… dunque schiudendo una logica di relazioni dividuali che potrebbe farla finita con tutta una serie di concetti astratti come “società”, “gruppo”, “individuo”, “identità”, ecc…

Occorre una discussione collettiva sulla potenza di questi mezzi che subiamo da cavie e da in/dividui dall’esistenza probabile, come fossimo meri dati di un continuo sondaggio di nervi e carne… (come lo sono anche io in questo momento, mentre scrivo nel database di uno dei social network di questo spazio simbolico concentrazionario, di questo carcere, campo di lavoro o cimitero globale).

Insomma, di fronte ad una programmazione dettagliata che investe tutti i settori e i comparti della divisione del lavoro, tutte le forme di interazione pubblica, mediatica, spettacolare (fino ad arrivare a follie paranoidi come la PNL o alle soglie del percettibile con le meditazioni trascendentali di David Lynch), occorre una contro-programmazione e un de-condizionamento di pari complessità… anche se dovrà dotarsi di strumenti semplici per diffondersi efficacemente… (come lo è il denaro, per esempio, nel capitalismo).


S-LOGARE L’ECONOMIA

Tratto da riflessioni tra me e me sulla bacheca di FB.

Quello che è da abbattere è la cornice, il “frame”, il contenitore… dunque la moneta (il contenitore vuoto, potenziale, di ogni cosa degradata a merce). E con esso ogni caposaldo dell’economia (domanda e offerta, prezzo, costo, mercato, merce, proprietà, lavoro) e della psicologia correlata (individuo, identità, bisogno, desiderio…). La prima “domanda” in economia sarebbe:

Di cosa abbiamo davvero bisogno?“…

Proudhon rispondeva: l’abitazione e i mezzi di produzione per il proprio sostentamento… Io aggiungerei la felicità (condivisione, riconoscimento, libertà, rispetto, mangiare, bere, dormire, scopare, ecc…). Il problema è soprattutto che la collettività (come in/dividui di un insieme locale, virtuale, in relazione) si garantisca anche il superfluo (senza schiavizzare o sfruttare nessuno o senza inscenare tragedie e sacralità improbabili), il sovrappiù da spendere in modo improduttivo (la festa, il gioco, l’arte… vedi Bataille, Caillois), ciò che si consuma senza reimpiego… non regalandolo ad una classe egemone (mediante estrazione di plusvalore trasformabile in rendita finanziaria, capitale o rendita tout court).

Altra domanda topica sarebbe:

“A cosa attribuire VALORE?”

Di certo non al denaro, alla merce o al lavoro. Allora torniamo (escludendo il “valore di scambio”, il mercato, la legge della domanda e dell’offerta) al “valore d’uso” delle cose? No… in quanto l’uso non è un valore, anzi… in nome dell’utile si distruggono e si disprezzano cose e persone… Ha valore quello di cui si ha bisogno e che non deve avere un prezzo, ma un COSTO in termini di forza impiegata, di tecnologie e risorse e di qualità prodotta. Dunque niente mercato (e neanche stato ovviamente) ma scambio di questi quattro elementi (se ci limitiamo alla sola produzione): forza lavoro, tecnologia, risorse e qualità prodotta.
Ma occorre anche uscire da un’analisi produttivista del costo (e pensare l’economia come il ciclo vitale di un “ambiente”… sia esso un in/dividuo, una regione o il pianeta intero)… Ricombinazione dell’intero ciclo economico in ogni suo punto e momento… Il costo non è costo di produzione soltanto, ma anche di distribuzione, scambio e consumo. E questo non può essere regolato a cazzo di cane, alla anarco-capitalista maniera, ma deve essere programmato… io, sostengo, da istituzioni, municipi virtuali, de-territorializzati (non dunque i nostri “comuni” e neanche il “comune” come lo intende Toni Negri)… software… produzioni immateriali convenzionalmente riconosciute, così come riconosciamo il denaro, accordi politici in/dividuali che valgano per un certo (o auspicabilmente per un gran) numero di persone e siano automatizzati e revisionati collettivamente (…municipalmente) per calibrarne e valutarne gli effetti collaterali.

DIFENDERE LA VITA DALLA SOCIETA’ (parafrasando l’imperativo “difendere la società” dal potere, che è di Foucault). Lo scopo di tutto questo marchingegno sarebbe quello di contenere la violenza e la sopraffazione, l’impiego della forza che espropria gli individui della loro proprietà “naturale”… che è quella dei bisogni (che etimologicamente è un “somnium” rafforzato dal “be” di derivazione germanica…) così come dei desideri (che sembrano derivare dal cielo, “de sidereo”). Con che cosa difendere dunque “sogni” e “cielo”, bisogni e desideri, questi fantasmi semi-aleatori, giocosi, che ci determinano? Con un esercito? nooooo… Allora solo con la sovrabbondanza di sogni e cielo, precipitati in una massa di persone, con nuovi linguaggi che sgominino l’inganno dell’identità dell’individuo come delle comunità (e degli stessi bisogni e desideri che, a quanto pare evidente dai dispositivi di controllo contemporanei, sono manipolabili e feticizzabili in funzione del mercato con tecniche sofisticate di psico-marketing… PNL, psicologia cognitivista, pubblicità e merda varia…). Insomma occorre una certa forza potenziale, di una certa massa critica, per poter difendere i “municipi”, i bisogni e i desideri dall’attacco insensato delle formiche del lavoro e del parassitismo del mercato e dello stato. De-mercificare, de-statalizzare le attività e il tempo (la quantità, l’intensità, la forza e la qualità) di lavoro il più possibile… (e qui è fondamentale riformulare la valorizzazione del tempo-di-lavoro inscritto in ogni processo economico come mera quantità!).

(Scrivo appositamente con un misto di “generi”, stili, che attraversano più campi del sapere… dal momento che non riconosco alcuna specializzazione o professione… l’importante è non escludere ciò che viene considerato eterogeneo, anomalo… altrimenti ci ritroviamo nuovamente in un carcere, in una clinica, in una città, in una centrale, ecc… in quella “divisione del lavoro“, che ha prodotto modelli e standard… dunque la fine dei giochi possibili…).

Tutto questo per far capire che non c’entro niente coi sostenitori del “libero mercato“, coi “libertarian“… l’unico “mercato” teoricamente accettabile, per me è lo scambio di prestazioni, servizi, prodotti, tempo, sforzi, idee, energie… senza alcuna mediazione di terzi (che siano il denaro o lo stato). Insomma non sono un neo-mutualista americano, non mi ispiro alla scuola marginalista austriaca e Rothbard mi fa cacare!… Meglio il mutualismo socialista a questo punto… ma senza “società”.
Il capitalismo di buono ha solo il movimento di DE-TERRITORIALIZZAZIONE degli scambi (che però vincola al prezzo e al denaro come linguaggio universale… bella porcheria!) e l’uso delle TECNOLOGIE IMMATERIALI (o meglio a bassissimo consumo e con grande pontenziale di relazione e ricombinazione, che però utilizza in una rete centralizzata, a fini di controllo)… Io smaterializzerei anche il potere e le istituzioni, che sono cosa decisamente pomposa, inutile e insopportabile (nonché violenta e militarizzata) a vantaggio della vita particolare di ciascuno articolata nella sua partecipazione (al gioco) degli insiemi asistematici, collettivi… quello che chiamo “municipi virtuali“.


La Quarta Guerra Mondiale (parte II)

Attenzione a non equiparare pacifismo e indifferenza… A mio avviso (e non solo il mio) siamo in guerra tuttiGaza è solo un esperimento locale (periferico) per verificare come la cittadinanza e i diritti umani (lo scudo protettivo che consideriamo indistruttibile, la “carta” più ipocrita della civiltà occidentale) possano essere revocabili senza che alcun organismo di tutela internazionale batta ciglio… anzi! Basta pronunciare la parola magica “terrorismo” e la civiltà viene momentaneamente sospesa (con bombe al fosforo simili a fuochi d’artificio)… Sono organismi ipocriti e complici (nel principio e negli interventi) dei poteri egemoni (e degli assalitori, loro “deriva” in senso “evolutivo”…).

Anche questo Obama (non c’è da illudersi) non è che il vecchio B-52 riverniciato di blues.

Siamo tutti “colpevoli” nel senso di “colpibili”. In Italia per esempio si assiste impassibili alla revoca dei principali diritti del “cittadino” (di voto, di manifestazione, di uguaglianza, il diritto al lavoro, ecc…). Il fatto è che questa è una definizione che sta cambiando rapidamente e che non sappiamo bene a quale nuovo disegno dovrà conformarsi… Quello che siamo sfugge indefinitamente al potere (finto, personale, soggettivo, egemone, sostituibile), che si vuole universale ad ogni costo, in direzioni singolari che assomigliano a quello che – per semplificare – percepiamo come “vita” (e con questo non intendo ciò che è “privato”, in senso egoistico… ma questo groviglio di nervi e sangue scosso da piccole scintille elettriche e rotazioni umorali che vorrebbe essere lasciato in pace dagli “scienziati della programmazione neurolinguistica” che lavorano per i governi). La Quarta Guerra Mondiale che stiamo vivendo, dietro la scusa della guerra al terrorismo, è la guerra degli apparati (dei censori, dei vidimatori, di coloro che sorvegliano i cancelli, i “gateway”…) contro ciascuno di noi. Il confine da difendere sta nella definizione di chi o cosa siamo “noi”…

Le nuove armi (anche di difesa)? La finzione tattica… Dovremmo imparare a mentire (meglio), sfuggire alle logiche universaliste e costruire nuovi legami analogici (pre-ideologici). Usando come armi la persuasione, la contaminazione, la seduzione, il sincretismo, l’opacità, l’ambivalenza e la reversibilità. Quella che chiamo, come sopra, la “finzione tattica” (al posto della verità… che NON C’E’!). Per “vincere” non basta smascherare: occorre anche saper imbrogliare!… La destra l’ha capito prima… Noi altri (poiché esistono una destra e una sinistra come principi astratti e classi, in verticale…) si deve ancora capire che la guerra non è mai finita… e continuerà, fino alla fine. Ma si dovrebbe cominciare con lo smettere di raccontarsi che siamo buoni e giusti…

E confondersi. Se ci si confonde si spezza il potenziale offensivo del “nemico”.

Altra prova della nostra “colpevolezza”? Finanziamo regolarmente compagnie e banche (anche “involontariamente”, tramite bolletta o bancomat) che sostengono politiche (direttamente o indirettamente) che apertamente (o occultamente) sono complici di genocidi o affamano popoli che non si vedono mai se non in cartoline dell’unicef con allegato c/c.

Chi può dirsi completamente fuori da questo sistema e da questa “civiltà”? Come si fa a dire che non siamo in guerra? Non viviamo mica sul pianeta Papalla… purtroppo…

La Quinta Guerra Mondiale invece sarà genetica. E si giocherà su tutto quello che gravita intorno alla nozione di rete

Io non sono il mio DNA!

Ditelo al ministro degli interni, che oggi, con la scusa del traffico d’organi sui bambini, cerca di giustificare l’identificazione mediante DNA, la “banca dati del DNA” (dopo le iniziative razziste sulle impronte digitali). Ditelo anche a CSI e a tutta l’immondizia mediatica che intende convincerci dell’utilità del censimento genetico.

PS.: Quando parlo di “imbroglio” o “confusione” non intendo lo squallido trasformismo e la corruttela cui assistiamo da tempo… ma il mescolamento etnico, culturale e sessuale, lo sminuzzamento di simboli e ideologie (la  comprensione anche intuitiva del loro “seme” e delle loro finalità), la libera traversata del mondo. In modo da rendere impossibile di fatto individuare, “dall’alto”, il fronte di un possibile conflitto.