videomaker, fotografo, musicista e sound-designer

Articoli con tag “schizo-neorealismo

Binari morti

Avevo sognato di vagare (di notte) per una Taranto del tutto in mano a bande criminali… scampato al furto della macchina che mi stava dando un passaggio, scopro, al posto del vecchio porto militare (nelle nari il tipico odore di mare e alghe morte), dei binari ferroviari con operai che costruiscono parti meccaniche al tornio all’interno di un vagone posto su un binario morto…
– Ma che fate, lavorate a quest’ora?
– Come tutti, no?
Lì vicino c’è Fulvio Abbate… ci guardiamo negli occhi senza dirci nulla… lacrime silenziose ci solcano il viso. Salgo sul tetto sfondato del vagone, mentre sento lo “scrittore” blaterare garrulo di Teledurruti davanti alla sua telecamerina…

(una visione infernale…)


“Tempus fugit – morte di uno spettatore” | un video di Valerio Mele

Dopo il folle pluriomicida alla prima dell’ultimo orribile Batman e l’ambasciatore ucciso forse da veri colpi di arma da fuoco mentre era intento a conquistare mondi alieni tramite il videogame multiplayer “Eve online” (il suo epitaffio: “FUCK – GUNFIRE”… traduzione approssimativa: “Cazzo – sparano”), forse è il caso di limitarsi a constatare il decesso simbolico degli spettatori, ormai non più in grado di opporre alcunché al flusso straripante di immagini che scherma, in modo sempre più idiota, una realtà killer
Così ho prodotto questo breve video di un minuto appunto per costatare il decesso (forse anche il mio) dello spettatore sommerso dal mainstream o dell’internettiano annegato nella navigazione virtuale.
Tecnicamente, si tratta di un cielo in croma key che rivela un timelapsing di bellissime nuvole striate con piccoli cirri precedentemente girato. Vi sono inoltre pesanti correzioni di colore e aggiustamenti del volto in primo piano con filtri compositi e colorazioni varie (ho fatto il possibile per ritoccare asperità e sovraesposizioni… le mie occhiaie, cari criticoni, sono comunque paragonabili a quelle del morto davanti allo schermo, più o meno…).


Adaequatio rei ad imaginem

– Abbiamo fatto carte false perché le immagini prendessero il sopravvento sulla realtà… ora la realtà deve marcare il passo… se abbiamo detto che abbiamo prodotto 25 e voi avete prodotto 1, non siamo noi a dover ridimensionare i conti a 1, ma voi a dover produrre 25.
– Ma non è possibile!… Non ce la faremo mai!
– Se volete le nostre banconote, la nostra contabilità truccata strutturalmente, e soprattutto garantirvi lo standard di vita che tanto vi piace, non avete altra scelta… E siete troppo rincoglioniti per inventarvi altro, senza crepare di fame… Il nostro edificio è bellissimo, perfetto… Non riuscirete mai a farne uno simile… Occorrono decine, centinaia di anni per pensare un’architettura così complessa e condivisa… e comunque, con-dividui, nel caso aveste idee diverse, abbiamo i droni…
– Probabilmente, quando avremmo prodotto 25, voi avrete fatturato per 1000… ma che razza di gioco sarebbe? Questa moltiplicazione dei pani e dei pesci è un miracolo miserabile!
– Zitti e a lavoro! Voi siete quello che avete nelle vostre tasche… niente altro… e a giudicare da quello che avete non siete un gran che…
– Ok, non siamo un gran che… ma proprio per questo non produrremo strutturalmente quanto richiesto…
– Allora non ci resta che azzerare tutto, uccidervi e ricominciare daccapo: non esiste lo sfruttamento, ma solo l’adesione ingenua, pigra o ignorante ad un modello di supposto-sapere delegato ad altri… voi produrrete 1 e noi fattureremo per 25, ecc…
– Ma come? e l’estrazione del plusvalore, lo sfruttamento, l’alienazione, l’accumulazione primaria, l’oppressione?…
Vi siete immaginati tutto quanto. E comunque sono tutte cose monetizzabili… L’opulenza che vi offriamo è maggiore di quel che producete… Siamo una potenza… e voi non contate un cazzo… Le vostre lotte di classe sono un capitolo trascurabile del capitale finanziario che paga sia padroni che lavoratori. Noi mettiamo in circolo il vostro sovrano assoluto. Lo avete nelle vostre tasche… voi siete le vostre tasche… voi siete monete viventi.
– Per adeguarci a questa immagine non possiamo che ucciderci… ma poi non vi sarà più alcuna immagine.
– Già…
– A meno che… non ci adeguiamo.
– Ci dovete solo provare… Il punto è che il nostro compito è finito. La pellicola è svolta fino all’ultimo fotogramma… Il cinema chiude. Provate a tornare a casa… non ce l’avete una casa!… e allora provate a vagare fino a trovarne una… nomadi pezzenti.
– Mai più case, mai più in giro… di sicuro mai più contabili ierofanti.
– Ecco, appunto… non contate niente…
– Perseguiremo lo zero, con gran piacere.
– Aspetta… dove vai?

(Punta il suo revolver alla schiena del fuggiasco, che si allontana fino a scomparire. FINE).


Risveglio

E c’era sulla finestra (mentre ancora ciò che potrebbe definirsi l’osservatore cosciente, un abbozzo di “io” che si sforzasse di distinguere, non era presente) un’altra finestra e un’altra ancora… una decina di finestre diverse, con o senza balcone, alla destra del letto, che si sovrapponevano… Dieci lunghi secondi (almeno tali potevano sembrare) nei quali prevalevano le rassomiglianze e ancora non c’era una definizione temporale dello spazio… Poi, mano a mano, il catalogo invisibile (l’invisibile alito di morte che crea le distanze disponendo il vivente ad una perfetta passività verso ciò che viene, il -getto invadente del futuro) differenziava, scartava, cancellava le finestre fuori contesto, rapidissimamente, ma non abbastanza perché non le si distinguesse ancora, in sovrimpressione… Poi “io” mi sarei svegliato, con accanto un corpo di donna contestualizzante, che aveva condotto alla scelta della finestra giusta… quella di quel momento, di quella stanza, della mia stanza da letto… con lei accanto. Ripetuta centinaia di volte, ma lei. Riflessi in controluce sul profilo della sua spalla. Sono sveglio.


Il «sale della terra»

«Voi siete il sale della terra» (Lc 5,13)

E così
chiedono la paga
degli schiavi,
il SALario
pagato con
l’«equivalente generale
(del dominio)
delle merci»

Il SALe
non fa crescere
un filo d’erba…

il SALe
fa venire i crampi,
fa scoppiare le arterie,
ti crepa il cuore…

…il SALe
insieme al SOLe,
insieme al SOLdo,
«luce del mondo».

Tramonta!
Tramonta e sciogliti!
Lascia in pace
il mio sangue.

PS: Senza considerare che si asSOLdavano anche i SOLdati… con i SOLdi, questi pezzi di SOLe spicciolo che  circolavano (*) tra i miserabili…

  (*) e circolano anche adesso, in misura minore, perché divenuti merce astratta, concetto immacolato della prostituzione generale.


“I vicoli di Velletri – tra borgo ed estrema periferia metropolitana” (2012) | un video di Valerio Mele

Colonna sonora:
“Ud song” (Valerio Mele, Emma Giannotti)
“Autumn” (Fabio Mariani, Valerio Mele)

In una dimensione sospesa tra rievocazioni storiche e solitudini da estremo confine metropolitano, inizia un viaggio esplorativo ed emotivo attraverso i vicoli di una cittadina che mostra ancora le sue ferite aperte (es: la “casermaccia”, il convento medioevale bombardato durante la II guerra mondiale, nascosto dalle erbacce e dall’incuria). Il punto di vista (dell’Autore) è quello di chi si è trasferito dal sud Italia per andare a vivere al confine della provincia romana in un modesto monolocale, dati gli elevati costi degli affitti nella capitale. Così, mentre Velletri ricorda un po’ annoiata e indifferente la sua storia con il suo folklore (e una comunità prova a compattarsi stancamente attorno ai suoi riti posticci), la contemporaneità vorrebbe degradarla a città-dormitorio di pendolari, priva di qualsiasi senso comunitario (che comunque è anche regressivo, identitario… “reazionario”, se vogliamo). In questa dicotomia di fondo si inserisce la poetica del video, la sua ricerca appassionata (in/dividuale, non comunitaria… non comune, né fashion…) della bellezza nascosta, dell’incanto, dell’imprevisto, di una realtà più seducente ed esteticamente attraente della banalità e dell’indifferenza quotidiane… La sfida ad entrare nel dedalo dei vicoli misteriosi del borgo, l’affidarsi all’angolo sconosciuto sempre da svoltare, divengono così chance, apertura alle possibilità della vita, all’esplorazione di sé… e della propria Ombra (rivelata, infine, allo specchio, proprio da questo onnipresente schermo che ce ne preclude la visuale e l’esperienza).

Così, mentre c’è chi celebra l’eco di riti d’esorcismo del “male” (come quelli ancestrali che vanno dalla festa di S. Antonio Abate alla fine del Carnevale… incanalando la violenza nei soliti stereotipi) per poter continuare a vivere la sua comunitaria realtà di cartone, c’è chi decide di affrontare l’oscurità… senza la pretesa di fondare alcunché…


Fermo immagine | Discontinuità

Fermo immagine.

 Il Colosseo visto dalla Domus Aurea

Su di una panchina vicino al Colosseo, viale della Domus Aurea… Lei sdraiata con la testra poggiata sulle cosce di lui, che è seduto…

LEI – Ma cosa rimarrà di questo istante?…

IO – Quale istante?

LEI – Questo… Non lo possiamo fermare… A questo istante succede un altro istante e poi un altro…

IO – Beh… diciamo che è un’impressione… quella che il tempo scorra… noi ci siamo immersi… ma non è detto che un istante non sia “sospeso” tra presente-passato e futuro, tra ordine e caos entropico… e ogni istante non sia scomponibile… all’infinito… Si, ma in effetti il tempo scorre… e non possiamo farci niente…

LEI – Sì… e poi moriamo… E che senso ha tutto questo?

IO – Tutto questo cosa?

LEI – Tutto questo: il sole che ci scalda, la panchina, l’amore…

IO – Nessuno… C’è… Dà l’impressione che ci sia un senso, solo per il fatto che (probabilmente) ci siamo… siamo catturati in questa vibrazione più o meno armonica… Ci siamo ritrovati da questa parte… Ma il senso esiste solo in quanto vi è un non-senso… Te lo domandi quando sei viva… te lo domandi da sveglia… ma se dormi non ci sono più queste domande… Dunque quando ti poni queste domande, dormi…

Si appoggia con una guancia sulla mia coscia destra. Le scosto i capelli con la mano sinistra e le accarezzo la nuca, mentre il sole le illumina l’altra guancia… Si addormenta. Prima di cadere nel sonno mi stringe la mano per un istante. Poi quel che io vedo (il tizio che fa 太极拳, l’uomo seduto di fronte con gli occhiali da sole, i due che si riprendono a turno con una steady-cam dotata di braccio meccanico) lei non lo vede… Probabilmente neanche io.

Sole tra gli archi del Colosseo

Discontinuità.

Dopo quello che ho chiamato l’ultimo filosofo, dopo l’apertura decostruttiva (Derrida) o macchinica (Deleuze) del post-strutturalismo… dal piano della riflessione, si è passati alla realtà. Nelle fondamenta del mondo si aprono voragini, tutto quel che era crolla e va in frantumi… impossibile recuperarne il senso passato, impossibile costruirne uno futuro. Non possiamo percepire l’85% della materia (il fantasma fecale del nostro cosmo), siamo ciechi per 4 ore al giorno per via delle saccadi, ascoltiamo musica con 44.000 silenzi al secondo che non percepiamo, tra un atomo e l’altro vi sono spazi, campi, relativamente immensi, tra le stelle e le galassie vi è una dimensione spazio-temporale discontinua… granulare, a brane, a più dimensioni… abbiamo un genoma spazzatura che sta lì senza un perché (e questo solo perché non trasmetterebbe “informazioni”…), un chilo e mezzo di batteri nel nostro corpo, vediamo il flusso di immagini senza vedere i singoli fotogrammi, vediamo l’immagine sullo schermo senza vedere i pixel RGB.

In economia la valorizzazione che conta è in negativo… è il buco di bilancio a creare valore… buco che si è ormai diffuso (“spread”) ovunque… e ce l’hanno un po’ tutti (e questo alla lunga rende impossibile il capitalismo, che può perpetrarsi solo crinandosi in crisi, accumulando con ferocia o sopprimendo i creditori di volta in volta… Dunque compaiono buchi e distorsioni anche nel Diritto e nelle democrazie… nelle ideologie come nelle esistenze messe precariamente a lavoro… Ma la violenza è un lusso che è possibile fino a un certo punto…).

Infine, viviamo morendo progressivamente

L’informatica sembra consacrare una cospirante assenza di spazi di ambiguità, obbedendo solo alla logica binaria di input/output (I/O) il nuovo soggetto monadico, computante e paranoico inventato da Leibniz, che magari Freud provò ad investire di (s)cariche libidiche, di giubilo di fronte al rocchetto che compare e scompare davanti agli occhi dell’infante (il gioco del fort-da, una specie di cucù-sèttete), ma che, dato il numero incredibile di ripetizioni di impulsi I/O che quella logica gestisce, per esempio, in un processore, è più un rumore disarmonico, il ron ron della macchina di cui delirava Antonin Artaud… quello che ci svuoterebbe appunto di quello che c’è in mezzo tra un sì e un no, tra un vivente e un morto… quello che continuiamo ad affermare contro Tutto, ad ogni passo, ad ogni impulso elettrico della nostra chimica (dis)organica… tra scosse, brividi, contrazioni, decontrazioni e fasci di nervi…

Insomma questa vita quantizzata, digitalizzata, discontinua è insopportabile. Spossessa continuamente di sé… ma in un modo che non è quello proprio della naturaBataille avvertì che siamo accomunati intimamente dalla “continuità” (la “sozzura”, la morte, il sesso)… io non avverto niente di tutto ciò. Non ho niente in comune con niente e nessuno… mi percepisco come una discontinuità imprevedibile e radicale, priva di appartenenza… un vivente assolutamente contingente. “Sentirai di appartenere al tutto quando non sentirai più”, mi dicevo l’altro giorno alle 5 di notte, senza capire il senso di questa frase… Questo tutto di cui sarei parte dunque non esiste che a condizione di morire e non è conoscibile… Resto dunque una parte eccedente… schizzata fuori di -getto dal Tutto, che è infinitamente meno di quel che c’è ora, nei pressi, in questa stanza, tra le mie dita sulla tastiera illuminate da uno schermo a 60 Hz di refresh… prima di chiudere gli occhi come Shiva e far scomparire questo misero assoluto in un sonno incomunicabile… anche a “me stesso”, a questo nodo attorcigliato… in procinto di sciogliersi.

Buonanotte… zzzzzz.