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Certi individui… | Violenza-Diritto-Economia

Certi individui mi fanno pensare che non ci sia speranza in questo mondo… Marci completamente. Hobbesiani. O legge o violenza. Chi li ha istituiti questi “individui”? Sono essi stessi un contratto, l’obligatio individua fatta persona… con relative damnationes in caso di inadempienze. Sono il sempre vigente e reincarnato diritto obbligazionario romano. Mascherato da anima individuale nel medioevo di Tommaso d’Aquino e più in là, dopo il codice napoleonico, da privilegio proprietario borghese.

Certi individui sono istituiti per legge. Il diritto li precede e li determina (i rapporti economici si modulano solo in seguito su gerarchie definite a forza di legge). L’individuo parla a partire dai suoi privilegi, dalle leggi che l’hanno istituito. Ecco perché si dovrebbe diventare dividui, relazionandosi come tali… senza giudici e padroni (reali o metafisici).
De-capitalizzare l’in-dividuo in dividuo.

Contrariamente a quel che scriveva Marx (non però il giovane Marx), a mio avviso non vi è un rapporto economico finché non si produce l’evento violento (strategico o meno, dell’accumulazione, dello sfruttamento intensivo ed estensivo del lavoro altrui, della riduzione in schiavitù, dell’incarcerazione, del saccheggio, dello stupro, dell’aggressione, del conflitto, dell’uccisione, della guerra, ecc…) e si corre ai ripari (si fa per dire) ex post con qualche forma di diritto.
La sequenza (in loop) è: Violenza -> Diritto -> Economia.

La violenza del diritto (di chi prevale) scrive le leggi dell’economia… queste, una volta organizzate in diritto economico, rendono sistematica l’economia della violenza e della sopraffazione, facendola sembrare “naturale”, mutando degli habitus in habitat… un po’ come chi afferma che se non ci fossero gli imprenditori non ci sarebbe lavoro e mostra tutto ciò come una necessità vitale della “società” (questo corpo immaginario di una politica paranoide, che sostituisce, con i suoi rapporti regolati economicamente e giuridicamente, determinati insiemi di viventi in relazione – non individuabile o identificabile – tra loro). Con questo non voglio dire che ci sia qualcosa di più puro e originario, ma solo che per lo più la perversione viene reinvestita, nega il godimento della parte in quanto tale, la sua geometria variabile, impossibile da mappare. Suppone un Tutto cui tornare. Quel Tutto è il Capitale, la Grande Testa, l’Uni-verso… il/la Père-verse… colui/colei che conquista e recinta qualsiasi superficie, esterna o interna che sia, marcandola col suo sigillo immancabilmente fallico, eretto, monumentale (omaggiandolo con ciò che altrove ha reciso, raccolto, accumulato, sacrificato).

I/O

I = in piedi, vivo, eretto.
_ = disteso, morto, detumescente.
O = roteante, modulato, reinvestito, ammortato, “circonverso”… insieme superficie interna ed esterna… “I” che rotea intorno al suo centro… barrandosi e dividendosi per un istante “/”.

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Ai confini del “sistema” | domanda di “benessere” o offerta di prostituzione?

Vi è una violenza strutturale su cui si poggia il giochino del “libero” mercato difeso manu militari… cui non tutti accedono. La chiave d’ingresso è proprio il volervi accedere anche a costo della vita (che già in virtù di questo diventa un prezzo). Una volta prezzati e apprezzati, i (soprav)viventi possono finalmente prostituirsi (come tutti gli altri e come prescrive, per esempio, anche il primo articolo della Costituzione italiana). Ogni percorso di “liberazione” (come negazione della libertà di non voler accedere, iscriversi e partecipare al gioco del mercato) mira alla creazione di nuovi confini interni ed esterni… e nuove aspiranti merci su due gambe da espellere o lasciare entrare con difficoltà.

È come quando i bambini fanno un circoletto e non lasciano entrare il nuovo arrivato… Magari è un gioco di merda, ma il solo fatto di aver stabilito un confine rende irresistibile volerlo valicare.
– Posso giocare?
– No, tu no.


Culi al caldo

“[…] è una lotta fratricida in seno alla classe media, a colpi di quattrini”.
(RAV)

Uhm… forse avrei dovuto girare dei corti tratti dal decalogo “Come fottere un lavoratore atipico” girati in grandangolo alla Lynch… (sarebbero stati validi sia come suggerimento per il compratore di un servizio che come spunto per correre ai ripari da parte del venditore di un servizio…).

 Molto più blanda, superficiale e senza suggerimenti pratici la versione che sta facendo condividere a molti i video del gruppo Zero (che hanno creato la campagna no budget #coglioneNo)… che cerca di dare una “dignità” di retribuzione ai “lavori creativi” (decisamente svalutati per mille ragioni) pari a quella attribuita a idraulici e giardinieri. Ma il punto è: perché chiamare “lavori creativi” condizioni di lavoro atipiche inquadrabili a stento da partite IVA, lavori a progetto, ritenute d’acconto, prestazioni a nero per lo più, che in Italia vengono definite (da chi è “sistemato”, dai borghesi col culo caldo o con la strizza al culo, data l’ondata montante dell’esercito di riserva che potrebbe rimpiazzarli) con l’assai squalificante termine di “lavoretti”?
Patti chiari prima col cliente o committente di turno. Capacità di riconoscere chi può fotterti. Qui in Italia si tende a buttarla sempre sul vittimistico… “Poveri cuccioli questi freelance… diamo loro una mancetta…”. Ma questa è una guerra… e, soprattutto, un bordello. Non ci si può aspettare comprensione. Capire, prevenire e combattere chi vuole fottere gratis o quasi il tuo tempo di lavoro è il punto di partenza per poter rimanere in piedi. Nel frattempo si possono solo cercare nuove relazioni di scambio che sfuggano a questo rapporto sociale prostitutivo… e, si spera, non per servire meglio i sistemi che gestiscono la guerra e il bordello in questione… anche se la qualità delle relazioni è spesso assai scadente e per lo più modellata su ruoli da zombie, soci e macchine umane…

(Fermo restando che quel che si fa in tempi di crisi è vincolato ad una domanda sempre più scarsa e che non vuole fronzoli o prodotti superflui, autoreferenziali, non è detto che prodotti superflui e autoreferenziali non siano a maggior ragione ricercati dalle élite e dai culi caldi che dispongono ancora di un budget da sprecare… non fosse altro che per continuare a sognare ancora sull’onda dei bisogni e desideri posticci che li compone e li anima… persino i miserabili nutrono simili mostruosità al loro interno e vogliono apparire come merce spettacolare, ingellandosi le unghie, andando in palestra, partecipando ai contest, spendendo le loro restanti misere fortune al gioco nella speranza di accedere al paradiso dei ricchi, ecc… Insomma sembra che l’incantesimo dei simulacri di senso e valore resti in piedi nonostante il disincanto e le crepe che cominciano a farsi strada ovunque… Tutto sembra procedere per inerzia, sia pur rallentando… fino alla catastrofe… al sogno dei sogni… al Gran Finale… come disinnescare questa porcheria? questa pacchianata di sapore persino teologico, apocalittico? che poi non è che la pacchianeria per eccellenza…).

Ci sono parecchi apocalittici e integrati (comunque tutti malcelatamente frustrati) in giro.

(Ora, vi avviso, comincia un invettiva).

Il reazionario e assai semplificatorio “va a lavurar pelandrun” di chi ha il culo al caldo continua ad agitare gli animi di una borghesia (=il nulla condensato che mastica diuturnamente il suo culo fingendo serietà e impegno o sfoggiando ironie e saccenze) spettralmente autoreferenziale, schizoide, spaventata dai suoi falsi sembianti (“sfigati”, “coglioni”, “fannulloni”, “evasori”, ecc). Taluni “intellettuali” invitano (da quale pulpito viene la predica!) ad andare in fabbrica per difendere strenuamente la loro posizione assisa da frustrante lavoro d’ufficio, emorroidi inclusive. Invitano ad andare a lavorare in fabbrica come se il lavoro in fabbrica non fosse merce persino più rara di quello creativo, nell’epoca del trionfo della fuffa formativa, della cassa integrazione, della delocalizzazione, della modernizzazione tecnologica impossibile in un territorio dove prevalgono rapporti feudali, nepotistici, mafiosi e clientelari e un asservimento cieco e imbecille all’alea dei flussi del capitale finanziario (“occidentale”, quello che va in giro per il mondo a seminare orrore, cui affidare le sorti collettive come si farebbe con un videopoker, nella speranza di una “mancetta”, di un TTIP, di un’elemosina delle quote di plusvalore continentalmente e digitalmente generato dalle aspettative di profitto delle quote atomizzate o accumulate di capitale fittizio scambiato a velocità di nanosecondi)… come se la merda piddina non intendesse riversare fiumi di denaro europeo in progetti tragicamente farseschi, neoliberisti o  keynesiani in ritardo massimo come quello delle “smart city”, delle “città metropolitane” (da rivalutare, “gentrificare”), “sostenibili” nel senso di piene di puttanate legate ai nuovi media, all’e-commerce e alle merdate che piacciono tanto agli hipster più o meno barbuti dei vari associazionismi paraculi, amici dei comuni… che intratterranno i pochi benestanti rimasti con stronzate colossali iper-tecnologiche o meno, gare, corsi, contest, eventi evocanti tradizioni anacronistiche e inventate, magari anche un po’ cattoliche, pittoresche solo per i pochi turisti rimasti che giustamente rideranno della coglionaggine e sboronaggine estrema degli italiani, pur nella miseria di massa che monta, con tutta la pericolosità sociale che questo comporterà e sta comportando… E se la meritano tutta! Ma non si aspettassero una rivoluzione colorata, no!… un ennesimo occupy su cui scrivere fiumi di merda digitale o inchiostrata, ma più probabilmente il diffondersi a livelli messicani di una criminalità che s’è già impadronita di intere filiere produttive… Fanno finta di non vedere… Il capitalismo arriverà comunque, legalmente o meno, a liberare ad ondate sempre più insostenibili i suoi flussi di merce e persone a bassissimo costo. E non ci sarà stato, privilegio, funzionario o burocrazia che potrà arginarlo.

Oppure prevarrà (temporaneamente) qualche forma di autoritarismo fascistoide… il più duraturo dei made in Italy… abbondantemente preannunziato dalla gramigna legalitarista, forcaiola, giustizialista che infesta qualsiasi dibattito e chiacchiera da bar.

“[…] il capitalismo per conto suo ha saputo interpretare il principio generale secondo cui le cose non funzionano bene se non a condizione di guastarsi” (Deleuze-Guattari, L’anti-Edipo).


Dietro la “crisi della domanda” e davanti alla “caduta tendenziale del saggio di profitto”

Non è che consumare i consumatori produca produttori (…e viceversa).

La crisi attuale è dovuta sia alla caduta tendenziale del saggio di profitto1 che, a mio avviso, alla sottoproduzione di merci2… (tesi che sembrerà stravagante a chi ipotizza da un paio di secoli crisi da sovraproduzione di merci… si tratta di un’intuizione… una focalizzazione paradossale dell’ottica marxista, che stronca sul nascere critiche moraliste e bacchettone al cosiddetto “consumismo”, per sottolineare piuttosto l’impossibilità strutturale della pretesa capitalista di mercificare tutto, sottoporre tutto alla “domanda”… come accade anche nei sondaggi… o nell’articolazione del desiderio in domanda/bisogno secondo il fallocentrico Lacan… ci penserò su più oltre…).

E’ crisi di un intero processo di produzione, distribuzione, scambio, circolazione e riproduzione. Declino di un modello a bolle che esplodono in successione intorno allo Zero cui tendono inesorabilmente.

Il capitalismo libidinale non può reggersi senza aura democratica (anche per questo le sue opposizioni passano per spettacolari manifestazioni-passerella di massa buone per lo più a presentare nuove merci umane, differenziate, fresche, disposte a tutto)… il suo presupposto è la non costrizione: diversamente non si creerebbe quel discreto numero “sostenibile” di parassiti e parassitati, indispensabili acciocché si produca un di più da castrare, prelevare, ingurgitare, cacare, rimangiare, ricacare, ecc…

Diversamente, ricchi dalle cognizioni iper-tecnologiche – che non ci sono dato che sono viziati e coglioni – dovrebbero clonare umani, eliminando questioni culturali come la società e la famiglia, incastrarli come polli in mezzo a robot e usarli, oltre che per il duro lavoro, come cibo o sperimentazione di farmaci e cosmetici… qualcosa di simile ai quadri distopici di Giger… Perderebbero ogni allure, democratico o nazi che sia, e dovrebbero fare dispendiosi conti con strenue resistenze dei rimanenti umani che ancora si ostinerebbero a riprodursi coi vecchi metodi, esigendo la loro quota di godimento antropologicamente collaudato… In fin dei conti è più facile che declini un modo di produzione, distribuzione, scambio, circolazione e riproduzione storicamente determinato, in favore di un altro o di altri…

Alla base di tutta la baracca resta un’aspettativa di profitti e di produttività delusa sia nel micro che nel macroun calo generale e strutturale di profittabilità che l’allucinazione keynesiana della domanda mancante da sostenere (con tutto il suo castello di prestiti, obbligazioni, titoli, ecc) non riesce più a coprire. L’impresa in questo momento non è attraente… manca la fantomatica “fiducia, quella che gli economisti borghesi reputano necessaria per uscire dalla “trappola della liquidità”… che non ci può essere in queste condizioni critiche, diciamo pure fallimentari, neanche se ti raccontano menzogne dalla mattina alla sera.

Nel frattempo ognuno ha il suo campo di battaglia (per ora solo) ideologico e crede di difendere quello che crede siano i suoi interessi… fino a prova contraria… Le ideologie ci sono eccome (e hanno un peso strategico). Non c’è un sapere definitivo… tecnico… solo scontri e alleanze temporanee. E tantissima fuffa per occultare i rapporti “reali” (l’ostilità generalizzata, disposta e predisposta, disciplinata e indisciplinata, per la competizione e massimizzazione dei profitti, in cui ci ritroviamo immersi a tutti i livelli del carcere sociale o della guerra sociale).


1 (dal lato produttivo, se consideriamo la tensione fino allo spasimo dello sfruttamento estensivo ed intensivo, del rapporto sociale capitale/lavoro, ormai quasi robotico e senza margini sufficienti a compensare le enormi aspettative già incautamente capitalizzate, per esemprio in “derivati”).

2 in quanto merci e non semplici prodotti senza valore di mercato, come sono nell’attuale crisi… per saturazione, bruttezza, inutilità, costo eccessivo, limite delle tassonomie libidinali umane. Sgorbi di un’eccessiva ed insensata (quanto strutturalmente necessaria, per il capitale) divisione del lavoro. Vi è una sorta di infinita e, per ora, oscura resistenza, di ciò che vive o esiste, a divenire merce (a dispetto della generale smania di prostituirsi…) o, piuttosto, un’impossibilità strutturale di mercificare tutto e tutti per valorizzare il capitale fittizio anticipato (anche se in effetti non c’è mai stato un capitale che non fosse fittizio..).


Verso l’abolizione della moneta – Le regole del gioco

In cui si propone il ribaltamento di uno dei presupposti epistemologici della disciplina conosciuta come “sociologia”.

Ecco… si frantumi la “società” e la si riproggetti secondo nuovi parametri… con nuove regole del gioco poi ne riparliamo…

La potenza politica di questi mezzi (come della possibile libera costruzione di accordi politico-economici dividuali che vadano oltre il mero dato quantitativo che esprime il denaro) è molto sottovalutata per prevenzione ideologica da parte di certa cultura “umanista”, “universalista” (o dialettica… ribaltata o meno, marxiana o hegeliana, a seconda che si ponga l’accento sulla classe o sulla coscienza… incardinata ad alcune false contrapposizioni come capitale/lavoro, stato/società, individuo/società, etc…). Pochissimi sanno o si interessano in Italia dei sociogrammi di Moreno, per esempio (che pure sono l’ossatura di tutte le sociometrie e le simulazioni sociali alla base delle strategie di sfruttamento estensivo e intensivo, in network, del capitalismo post-industriale)…  o della microsociologia… A parte la forte puzza di comportamentismo (se non di innatismo) che promana qua e là, c’è da dire che si potrebbe trasformare uno studio ex post in un progetto ex ante… non limitandolo ad un settore (come uno studio su rifugiati tirolesi o sui detenuti di una prigione… o come potrebbe essere anche uno studio psicodrammatico sui membri del Parlamento, che in fondo è un gruppo come un altro cui si dà troppa importanza…), ma mettendo su un intero processo produttivo, con nuovi mezzi di scambio… Questo sostituirebbe la moneta e il lavoro (organicamente e gerarchicamente diviso dai lenoni per la valorizzazione capitalistica del profitto da pluslavoro altrui). Non altro.

Critiche: per lo più questi studi tendono a far passare per naturale l’idea di individuo e di convenienza materiale, su cui edificano poi le strutture leaderistiche e di esclusione… che simulano mutualismi di fatto inesistenti (e che piacciono per esempio a soggetti come Delrio, che, a proposito delle “smart cities” che propaganda, suggerisce il mutuo aiuto, laddove Sacconi preferiva parlare di sussidiarietà… ammantando di insostenibile sostenibilità le future favelas che le criminali paraculaggini neoliberiste, una volta messe in pratica, faranno sorgere).

A favore c’è da dire che questi studi sullo “psicodramma” contemporaneo (che certamente trascurano la violenza extra-psichica dei rapporti sociali necessari all’accumulazione originaria o all’estrazione di plusvalore, che pur potrebbero considerare, se partissero da premesse muniste e dividualiste… o anche tradizionalmente comuniste) vanno oltre l’identità dei fenomeni… spezzettandoli in miriadi di rivoli e sottoinsiemi… dunque schiudendo una logica di relazioni dividuali che potrebbe farla finita con tutta una serie di concetti astratti come “società”, “gruppo”, “individuo”, “identità”, ecc…

Occorre una discussione collettiva sulla potenza di questi mezzi che subiamo da cavie e da in/dividui dall’esistenza probabile, come fossimo meri dati di un continuo sondaggio di nervi e carne… (come lo sono anche io in questo momento, mentre scrivo nel database di uno dei social network di questo spazio simbolico concentrazionario, di questo carcere, campo di lavoro o cimitero globale).

Insomma, di fronte ad una programmazione dettagliata che investe tutti i settori e i comparti della divisione del lavoro, tutte le forme di interazione pubblica, mediatica, spettacolare (fino ad arrivare a follie paranoidi come la PNL o alle soglie del percettibile con le meditazioni trascendentali di David Lynch), occorre una contro-programmazione e un de-condizionamento di pari complessità… anche se dovrà dotarsi di strumenti semplici per diffondersi efficacemente… (come lo è il denaro, per esempio, nel capitalismo).


Il pene egoista

il titolo è un paragramma de “Il gene egoista” di R. Dawkins (per i resto si tratta del riassunto di una recente conversazione a ruota libera tra me e lei, scandita qua e là da titoletti aggiunti in seguito…)

Le donne come fabbrica: dalla produttività bruta all’omosessualità come finanziarizzazione del desiderio.

L’altro giorno discutevamo di questa proporzione metaforica: di come una moglie stia (o sia stata) al marito come una fabbrica al suo padrone… e di come (con un’altra proporzione) l’apparente autonomizzarsi della produzione di plusvalore nelle sempre più sofisticate (e deterritorializzate) tecnologie finanziarie si stia appaiando alla rivendicazione (che spesso cela a stento intenti neocolonialisti a danno di stati che resistono culturalmente a certe orgogliose quanto politicamente bizzarre penetrazioni filo-atlantiche) dei “diritti” individuali, umani, del sesso “non riproduttivo” (per lo più quello omosessuale… non tanto quello masturbatorio, forse per il suo carattere non abbastanza socializzabile…). Non che il sesso non sia in generale “non riproduttivo” (e solo molto occasionalmente “riproduttivo”)… ma ancora si usa in gran parte la tecnologia dell’accoppiamento maschio-femmina per riprodurre umani. Certo, potrebbero studiare metodi per bypassare l’uso dei “naturali” uteri femminili… disgiungendo la catena di montaggio consueta… e allora anche i maschi potrebbero diventare fabbriche di umani… assumendo il potere di generare in modo posticcio. O le femmine riprodursi senza maschi.

La “natura” come “cultura” e i tormenti schizo-paranoidi di Edipo.

Si discuteva poi di come non vi sia “natura”… e di come non ci si possa riposare neanche sulla sostanzialità scientista dei contemporanei quando parlano, in ultima istanza, di geni. “E’ scritto nel DNA”, dicono di qualunque fenomeno “naturale” (anche quelli più apparentemente “culturali”), questi nuovi integralisti. A mio avviso c’è solo “cultura”, o meglio l’ambiente (meglio ancora, l’inorganico) che la martella, l’accetta, la lavora, la riduce in poltiglia, la plasma, ecc… e a furia di martellate, nei millenni, anche il genoma diventa un libro scritto (certo, in più tempo, con più calma, tentativi, fallimenti… con una “tecnologia” più prudente di quella prodotta dagli uomini). Non tutte le specie sono mammifere e dispongono di una femmina più a rischio di morte durante il parto (dunque, nel caso degli umani intelligentoni), necessitante di maschi più robusti e capaci di compensare i rischi di sopravvivenza generale che comporta questo bug. Abbiamo vedove nere, mantidi religiose e cavallucci marini che ribaltano queste questioni… E non è che sia passato troppo tempo dacché le femmine (di insetti, anfibi, rettili e uccelli, per esempio…) deponevano le uova invece di spalancare le anche, lacerarsi la fica e scodellare bebè… Ma siamo animali a sangue caldo e ormai ci piace così da qualche centinaia di milioni di anni… Edipici perché costretti ad uscire dalla quiete dell’alimentazione amniotica attraverso budelli sanguinolenti misti alla merda che spesso esce dall’altro lato… e sognanti questo ritorno fusivo pre-simbolico, di tanto in tanto (paradiso terrestre? nirvana? psicosi?) contro il proliferare incessante dei segni… contro le ipocrisie del papà esploso (assai dispotico, patriarcale e maschilista, in realtà…) delle democrazie.

L’Uno allo specchio.

Così ci si trova costretti all’interno di precisi “contenitori” dalle tecnologie di costruzione della Persona (il processo di identificazione, di individuazione, legato allo spec-… dello specchio, dello spectacolo, della speculazione… per esempio di quei frocioni degli antichi greci, i padri ricchioni dell’Occidente (lo diciamo con un certo pessimo gusto parodistico e senza stigmatizzare alcunché) che tenevano le donne segregate nei ginecei, mentre inchiappettavano i discepoli, introducendoli con queste crude prime esperienze sessuali ai fantasmi dell’uni-versalità e dell’uni-cità del loro cazzo, alla vita politica, condita di vaga filosofia, tanto per ammorbidire gli animi e rilassare gli sfinteri… oppure all’arte della guerra (un po’ di violenza omeopatica prima della violenza per eccellenza, quella del corpo a corpo in battaglia). Ancora oggi riecheggiano tenere metafore nelle urla rivolte dagli sportivi ultras agli avversari, tipo “Ve famo er culo”, ecc… che sembrano scambi di minacce-promesse tra svariati sottoinsiemi di veri uomini gay… incroci di spranghe in luogo di spadoni… manganelli alzati che si interpongono… corpi sudati… goal!).

L’incesto.

Ah… e poi c’era la questione dell’incesto… ovvero di uno dei primi comandi dell’ordine sociale… che regola e organizza un certo potere maschile (di lenoni) sulla libera esplorazione sessuale femminile (altro che papale “prima società naturale”!). Si era esogamici perché necessitanti di conquistare nuove alleanze e territori… Non che nella discussione si sostenessero le ragioni dell’incesto, ma di certo la sua interdizione fu (ed è) una specie di serraglio in cui tenere buone le femmine (secondo Deleuze-Guattari l’incesto e la sua colpa nasce col dispotismo regale surcodificante… prima neanche sarebbe stato visibile… afferrabile come trasgressione di un codice ancora non scritto, raddoppiato nei segni non più incisi sul corpo “primitivo” ma su steli e pergamene, come leggi pronte a colpire i corpi, divenuti tutti potenzialmente sediziosi, dall’alto, come farebbe un’aquila…). E infine, parlando di matrimoni gay, si sosteneva anche l’estensione di quell’istituto alla poligamia (perché gay sì e tanti no?). Fermo restando che non mi piace affatto l’istituto del matrimonio in qualunque foggia.

Contro Dante, l’Autore, il filologicamente corretto e l’Umanesimo (e in definitiva contro Dio).

E pensare che si era partiti dalla critica del filologicamente corretto, dalla Letteratura e dall’Autore inventati da un certo punto in poi (volgarmente, con l’invenzione di Dante “padre della lingua italiana”, dell’Umanesimo, ecc…), riabilitando in qualche modo aedi, menestrelli, guitti, stornellatori e improvvisatori (con particolare riferimento ad un amico che recita poesie cambiando le parole, ma non il senso più di tanto)… per poi passare alla critica della “natura” come forma persistente di “cultura”… Di conseguenza si era giunti a mettere in crisi le differenze sessuali e di genere… scritte comunque da prassi viventi (e morenti, anche dal punto di vista cellulare, se non molecolare…) di milioni, se non miliardi, di anni…


Esci da questo Corpo™!

(E’ un consiglio più che un esorcismo).

Vale anche per Kurz, prigioniero del corpo “sociale” e “sostanziale”… nostalgico e un po’ depresso alla Debord, Adorno, ecc…

“Poiché l’indifferenza della forma capitalistica verso ogni contenuto sostanziale diventa insopportabile, il rapporto perduto con la qualità sensibile degli oggetti deve venir ripristinato in modo allucinatorio. Questo processo assume la forma di un gioco, ma non di un gioco intelligente, bensì infantile. Tutti sanno che per la maschera sociale del capitale, il carattere materiale, di volta in volta diverso, di cibi, vestiti o edifici e di tutte le altre cose è completamente nullo, perché appaiono tutti sempre come lo stesso oggetto del denaro che cambia la sua forma come Proteo. Poiché questa nullità del contenuto sociale non deve venir intaccata, la carica allucinatoria delle merci si deve riferire a qualcos’altro: la qualità sensibile persa viene simulata sul piano della forma estetica. Il totalitarismo della forma rimane dunque intatto; l’indifferenza della forma sociale non viene superata, ma travestita esteticamente”.

(“Sein come Design – Dall’estetica della merce all’estetica della crisi” di Robert Kurz)

Il problema di tanti “compagni” è proprio questo gingillarsi nel “popolo” o nel “sociale”, in questo caso… come se non fossero “trade mark” (loro credono che sia la verità che soggiace al perfido inganno)… Viviamo nell’allucinazione sempre (senza Sostanza… senza arte, creatività, spontaneità, umanità, amore, pace, tolleranza, bene e altre finzioni del genere…). Non è una questione di Spettacolo… Il problema è l’allucinazione della Sostanza, dell’Origine (supporti di cui si serve anche l’Allucinazione spettacolare – della “modernità”? – per meglio dispiegare “universalmente” il suo Dominio… se solo gli si togliesse questa capacità di mentire, miscredendo la Sostanza e l’Origine, vera o simulata, tanto per cominciare… ci si troverebbe subito su di un nuovo campo… quello che verrà, prima o poi…).