videomaker, fotografo, musicista e sound-designer

Articoli con tag “storia personale della magia

La coscienza

ovvero

 a proposito di “ghiribonzi”, di “aùro” pugliese e “ìndico” velletrano.

– da un dialogo su FB –

IO – Abbiamo un nemico interno, ma non è la corruzione (come sbraita Piero Pelù)… sono i ghiribonzi. I “ghiribonzi”, familiarmente detti anche “pali”, sono esseri notturni che abitano nei corridoi, come anche l'”aùro”, sorta di troll peloso presente, oltre che nei racconti popolari pugliesi, anche in qualche quadro di Füssli, in forma di succubo. Hanno presumibilmente gambe corte, altezza che varia dai 60 ai 200 cm, andatura lenta durante lo svolgersi degli incubi notturni, capace però di aumentare considerevolmente, in simultanea con l’esito horror del finale dei suddetti incubi, quando divengono invisibili e infine si avventano sul sognatore, cinturandolo con una scossa elettrica paralizzante al ventre.
PS: Si possono annientare solo riuscendo a parlare, gridare o, ancora meglio, soffiando col naso… dato che risulta difficile, da “paralizzati”, svolgere la “manovra di Valsalva”.

CM – A Velletri lo chiamano Indico!

IO – Ecco:

“L’ìndico” (di Roberto Zaccagnini)

Erno dó’ mesi che Filomenaccia
tenéa l’Indico, ma ’o tenéa de brutto …
de notte ‘n piommo a ’o stommico, poraccia,
’n sapéa che fa’: era provato tutto!
I stròleghi ’era ’ntesi tutti quanti,
fina che u’ llegramante de Schinetta
glie disse: “Filomè, ’n ce stanno santi,
te l’hai da còglie da ’sta casa infetta.
Chisto, ’o vé’? è tarmente aradicato
che nu’ lo scoti manco si vè’ ’o prete.
Gnente acqua santa, zorvo, né ramato …
da’ retta a mmi: meglio che v’’a cogliéte”.
Cossì areddusse i commedi ’a mmatina,
e ’o marito ce revempì ’a cariola.
’O bammoccio portéa ’na concoglina
co’po’de badanai e dó’ lenzola.
Filomenaccia era abboticciato
drento a ’na canestra ’o matarazzo,
s’’o misse ’n capo, ma arivà ’o cuinato
e se fermàne là denanzi ’o stazzo.
Dice: “Che v’’a cogliéte?” – “No, pe’ ’n cazzo ..!
Che glie pigliésse ’n corbo andó se trova!”.
E l’Indico da ’n cima ’o matarazzo:
“Gnamo, cuinà, che gnamo a ’a casa nova!”.

(“ìndico”, dal colore indaco; anche specie di folletto che, nella credenza popolare, immobilizza gli arti alle persone durante il dormiveglia).

CM – Si esatto, proprio lui. A mia nonna appariva di notte, immobilizzandola e “succhiandole il respiro” come sosteneva lei… L’unico modo per mandarlo via era mangiare qualcosa sulla tazza del cesso e recitare: “Indico, vie’ a magna’!”, cosi lui, schifato, andava via…

L'ìndico secondo Cristiano Mancini

IO – Taluni psicologi (un cognitivista, in particolare) sostengono si tratti di narcolessia. Ipotizzano che certi effetti paralizzanti durante la fase REM del sogno, siano dovuti a meccanismi autoimmunitari impazziti, che finiscono per bloccare il respiro regolato proprio dal “midollo allungato”… e aggiungono (comicamente) che certi sintomi durano tutta la vita. Per me la malattia di cui parlano costoro, ciò che si comporta troppo spesso da parassita del corpo, ha un solo nome: “coscienza”… e le cause di certi fenomeni non sono solo biologiche come vorrebbero far credere (perché così sempre più siamo considerati… materia biologica da utilizzare in qualche modo per l’altrui godimento). Così non ne verranno mai a capo. Non si possono comprendere certe esperienze se non si combattono e spezzano le relazioni ana-logiche (il legame insistente, ripetuto, “profondo”) tra determinati rapporti sociali (familistici per lo più), associazioni mentali, emblemi culturali, immagini del corpo, etc…
Questa “scienza” inesistente (questa lotta contro gli spettri, anche culturali) l’ho chiamata “psicanalogica”.

CM – Sì… anche secondo me, il rapporto di questi eventi con la nostra natura profonda, con le credenze e le connessioni familiari/culturali è inscindibile… per questo bisogna scavare nei miti!… Si ritorna al discorso dei nostri nemici interni.

IO – Esterni si spera! (Non a caso l’esorcismo di tua nonna veniva pronunciato sul cesso… sono nemici che vanno evacuati da sé e dati in pasto alle tante coscienze di merda che vagano come nervi vaghi, a mettere ansia… ma probabilmente si può solo oscillare tra coscienze di merda, parassitarie, ansiogene a sproposito e coscienze in sintonia con i -getti che le compongono e scompongono, con l’ambiente, il paratesto, che le fa emergere  come sub-iecta o, piuttosto, le rigetta, lascia che si presentino, come triade giudice-protagonista-pubblico, su una specie di proscenio o di specchio o di schermo… riparo provvisorio dalla linea di fuoco tra futuro e presente-passato).


Uno strano sogno tra padri vivi/morti, corpi nuovi e panspermìa post-carnevalizia…

Ho fatto uno strano sogno…

Sognavo di essere a tavola con mio padre (sogno spesso di mangiare con persone morte) e il resto della mia famiglia, nella casa dove sono nato, a Taranto. Nel sogno mi accorgo che mio padre sarebbe dovuto essere morto, così a bassa voce gli chiedo:
– Ma tu non dovevi essere…?
Così comincia a raccontarmi del suo bizzarro viaggio post mortem… Ad un certo punto del cammino, lungo una strada che attraversava campi e boschi, trova un vecchio al margine della strada che gli riferisce due parole (che non ricordo) in dialetto reggino (nel senso di Reggio Emilia, dice…). Si ritrova poi in una sala a pianta poligonale di un castello piena zeppa di oggetti e separé con questo vecchio che gli spiega il suo nuovo corpo… Mio padre, con un corpo effettivamente diverso e più giovane, chiede il permesso di andare dietro un separé… Probabilmente si masturba… Si sposta dietro un altro separé adibito a gabinetto e esulta per il nuovo pene perfettamente funzionante e anche di buona fattura…

Purtroppo non ricordo le due parole pronunciate dal dio!… ekò tepsì… una roba simile… (eppure nel sogno le avevo annotate…).

Digressione psicanalogica. 

La prima cosa che faccio è vedere quali siano i cibi dei morti e perché esista da sempre questa (macabra?… no…) convivialità. Così scopro, in un bell’articolo, che in Puglia si mangia il grano dei morti, la mediterranea kòllyba di cui sagacemente si parla anche qui. Fatto con grano cotto e mele granate, che tanto adoro (frutti di Venere e della Bilancia, segno sotto il quale sono nato), al punto che le ho caravaggescamente ritratte… E la mia considerazione circa il cibo dei morti, va al di là del fatto che oggi sia il “mercoledì delle ceneri” (mentre quello invece è il cibo del 2 novembre…). Sempre di semi sotto terra stiamo parlando, sempre di cicli naturali, inverni psichici, che non vedono l’ora di rompere la loro pelle e germinare…

Si dovrebbe digiunare alle Ceneri… ma poi arriverebbero i morti (come si riporta nell’articolo appena linkato: “Il cibo dei morti poteva essere consumato o meno dai vivi. Nel primo caso stabiliva con i morti un legame biunivoco: mangiato dai vivi li nutriva entrando nel loro corpo, ma nutriva anche i morti, salvando le loro anime. Nel secondo caso il cibo si lasciava ai morti, nella notte tra il 1 e il 2 novembre, nella certezza che questi tornassero nelle loro case per consumare il cibo preparato loro dai parenti. Da qui l’usanza, in varie regioni italiane, di imbandire una tavola completa la sera precedente il 2 novembre, lasciandola così per tutta la notte”)… dunque credo sia meglio mangiare per loro (ma per dove insucchierebbero il cibo i suddetti morti? sono forse parassiti? larve?)… No, no… “cenere alla cenere”R.I.P.

Il punto è che noi siamo i morti.

(Infatti nel sogno alla fine ero io quello che esultava masturbandosi dietro il separé nella stanza di dio).

Ci sono poi echi di tradizioni assai strane, cristianamente blasfeme e a chiaro sfondo sessuale, tipo quella di San Minchilleo (una curiosità: se si cerca il blasfemo “San Minchilleo” su Google si viene dirottati su San Michele!)…  che di questi tempi viene celebrato in Sardegna (dove ancora si travestono da capre sacrificate, come ai tempi del Carnevale, del currus navalis, di Dioniso… Ma anche l’etimologia proposta dai cristiani “carnem levare”, togliere la carne, non è sbagliata… io la intenderei più come smembramento a vivo, che come digiuno…).

Alcuni sardi (qui un bel saggio per chi volesse approfondire: “La parola carrasecare (carre de secare), con la quale si designa il carnevale sardo, etimologicamente significa carne viva da smembrare) celebrano il carnevale con un rito pagano del tutto simile a quello che si svolgeva in onore di Dioniso… le Antesterie.

Ma devio per un attimo, citando un passo  da Le meraviglie della natura – Introduzione all’alchimia di Elémire Zolla:

“Ad Atene era tempo di vino nuovo, e vi si celebravano le Antesterie, feste del vino nuovo o phàrmakon e della cacciata dei demoni o morti inquieti. Dioniso presiedeva muovendosi su un carro in forma di nave (il currus navalis: il “carnevale”),  lo seguivano in processione satiri, i sacrificatori di caproni vestiti di pelle caprina. Il Carnevale è la festa dei morti che mascherati tornano fra i vivi a mendicare tributi: l’atmosfera è lugubremente scherzosa.

[…]

Il vino nuovo sperde i morti, sempre vaganti dopo lo Scorpione, sempre da esorcizzare. Si lustra e si monda: februm è ogni cosa che purifichi, come la febbre; il Carnevale è festa febbrile.

[…]

E’ tempo di semina e potatura”. 

E a proposito di morti, ecco qui una cartolina autografa a me spedita da Elémire Zolla, un anno prima di morire:

Inoltre, sempre dalla voce della Wikipedia circa le Antesterie:

“Il 13 di Antesterione era il giorno delle pentole, nelle quali si mettevano cereali e miele cotti insieme. Vi è qui un’associazione fra cibo primitivo e cibo dei morti, nel senso di cibo consumato dagli antenati. Ai morti viene infatti offerta la cosiddetta panspermìa (πανσπερμία), una torta impastata col seme di ogni pianta (che è appunto il significato letterale della parola greca). Una sorta di equivalente cristiano della panspermìa sarebbero da considerarsi i kòllyba (neutro plurale greco, κόλλυβα, “pasticcetti”). Il nome deriva dalla parola kòllybos (κόλλυβος) che era il chicco di grano utilizzato per pesare l’oro, e più tardi questa parola veniva utilizzata per definire una moneta che equivaleva ad 1/4 delle monete di bronzo. Gli ingredienti di questi cibi sono ricchi di simbologia. Le mandorle rappresenterebbero le ossa nude; la melagrana simboleggerebbe il ritorno del corpo nella terra”.

Questo (tra l’altro) spiega chiaramente perché tuttora chiamiamo “grana” il denaro… e approfondisce la simbologia della melagrana (e il perché nel sogno mio padre è me… in quanto sono io, come vivente/morente, ad essere morto ed essere eroticamente felice di venire… facendo delle membra coriandoli, cenere o sperma… o gettando parole come queste che sto scrivendo).

Altro che “pasto totemico”, patriarcato, divieto di incesto e parricidio… Qui muore sia il Padre che il Figlio (e senza venire ammazzati!)… Non ci sono più carnefici, vittime, capri espiatori e tragedie greche che tengano… Finita la festa. Sperma in cenere. Col tempo, un po’ alla volta, imparando a vivere (e morire), forse romperemo la catena vittimaria…

Secondo me, è assai probabile che nei riti dionisiaci, inoltre, il piatto chiamato “panspermìa” contemplasse tra gli ingredienti anche il seme umano… Mi pare ovvio… conseguenziale…

 Altra ovvietà è la Cerere nascosta in questo passaggio tra Padre e Figlio…


Universi-bolla quadridimensionali si infrangono contro l’orizzonte degli eventi…

 

http://cache1.asset-cache.net/xd/92887885.mov?v=1&c=NewsMaker&k=2&d=62CA815BFB1CE4800AA5C54E9CFCAFDB98C9093FE4C4A24BFD0C37D6EA6AD706
 

(Una divagazione estetico-intuitiva riguardo alle dimensioni che comprendono la nostra, suggerita da alcune teorie della meccanica quantistica e della gravità quantistica, che parlano tra l'altro di orizzonte degli eventi).

Per analogia, vedo, nel movimento con cui una bolla si strozza per diventarne più di una, questo passaggio da "buco nero" a "buco bianco"… Quest'ultimo a mio avviso potrebbe essere il big bang di un nuovo universo…
Sempre nell'analogia, il confine della bolla, come la linea di superficie, sono l'orizzonte degli eventi di ciascun universo-bolla, quello al di là del quale perde di senso l'unità quadridimensionale (spazio-temporale, definita da x,y,z e t). L'acqua in cui gli universi sono immersi e l'aria soprastante rappresenterebbero altre dimensioni che comprendono le 4 conosciute di cui possiamo avere esperienza e nelle quali ha senso per gli scienziati condurre esperimenti… Nell'acqua in questo caso non avrebbe alcun senso la singola bolla in sé (la sua relativa realtà spazio-temporale) ma la somma di tutte le perturbazioni che spostano gli universi dalla dimensione acqua a quella aria. Nell'acqua cioè non fluirebbe il tempo come distinto in presente-passato e futuro, ma come un insieme indistinto in cui le probabilità spazio-temporali hanno già creato forme definite, orizzonti di realtà (unversi-bolle, appunto). In una simile dimensione l'inizio, il presente e la fine di ciascun universo convivono, sono individuabili in un punto qualsiasi e secondo una direzione a piacere (un po' come accade per la posizione probabile dell'elettrone nella sua orbita). L'acqua preme, perturba e deforma gli spazio-tempo, gli universi-bolla, li costringe nella loro evoluzione temporale, ne accelera o rallenta la dinamica dei movimenti (ecco che si spiegherebbe anche l'accelerare dell'allontanamento delle galassie, l'accelerazione del redshift), prima di consegnarli all'"aria"… E l'aria cosa potrebbe essere se non la pressione che produce gli universi spazio-temporali, solo più allentata, divenuta gas?… ecco dischiudersi un impensabile spazio-tempo senza orizzonte… Una sorta di rimescolamento del tempo, dei poliversi (o multiversi, dicono i fisici) dallo spazio-tempo reversibile… si sarebbe liberi, se si potesse essere e vivere in quella dimensione, di non essere se stessi, di andare avanti e indietro nel tempo, trasformarsi… Ovvio che secondo questa logica frattale le variazioni e i cambiamenti di stato possono essere infiniti… all'aria potrebbero aggiungersi infiniti altri elementi e dimensioni… in una processione senza origine, né fine, complessivamente senza senso… ma in-finita, localmente sensata…
(Scartando le noiosissime ipotesi di un tutto che sia un perfetto niente o un tutto pieno omogenei) Dio sarebbe infinitamente torturato dalle esistenze e dalle fasi di transito, dunque non esisterebbe mai in quanto Tale… Noi siamo una di quelle sevizie… seviziati a nostra volta dalle turbolenze che ci scomporranno in nuove forme… piccole divinità provvisorie relativamente felici di esistere e terrorizzate dalla loro fine relativa…
Non credo ad ogni modo che dimensioni diverse non possano comunicare tra loro (se già non lo fanno… la natura animale e del pensiero si muove in modo molto misterioso per esempio)… Mi piacerebbe imparare a cambiare forma. Prima di morire, possibilmente.

Il bello è che, dopo aver scritto queste righe, scopro che qualcuno ha già pensato un multiverso inflattivo a bolle! 🙂

"L'universo sembra un enorme frattale in crescita. Consiste di molte bolle inflattive che producono nuove bolle, che a loro volta producono altre nuove bolle, ad infinitum. Perciò l'evoluzione dell'universo non ha fine e può non avere alcun inizio. Dopo l'inflazione, l'universo si divise in domini differenti di grandezza esponenziale nei quali le proprietà delle particelle elementari e anche le dimensioni dello spazio-tempo potevano essere differenti".

Chi ha scritto queste parole è uno scienziato appassionato di riflessi sull'acqua e un grande fotografo… Un fratello frattale russo… solo un po' più ricco di me…


“E adesso specchi riflettete”.

Per contrastare questo schermo, questa navigazione, questo net surfing, questo continuo al di là dello specchio (in perfetto stile Alice nel paese delle meraviglie) evoco un poeta surrealista suicida, attraverso le sue parole: “E adesso specchi riflettete”. (Jacques Rigaut)

Avanti… alzatevi dalla sedia… andatevi a sedere comodi da qualche parte e riflettete… invece di accettare questo piacere a dosi omeopatiche (un post, una foto, dei “commenti”… o, come su Facebook, un “mi piace”, un “condividi”…) che vi solleva (ma per quanto?) dalla difficoltà di vivere… Sottraiamo il tempo alla macchina globale, alla Grande Rete…

Per me la Rete serve per catturare più che mettere in comunicazione… limitare, virtualizzare e controllare gli spazi d’azione. E’ piacevole… ed è innegabile il suo fascino… Seguo questa metafora dello schermo che si comporta come uno specchio strano… che non rimanda la propria immagine, ma l’aldilà dello specchio (come nel Paese delle Meraviglie)… ci mostra che non siamo noi stessi… ma mille rivoli di pensieri, immagini, idee… si sostituisce all’analogo movimento reale che è dentro di noi… lo contamina, lo condiziona… Io navigo comunque, nella realtà… La Rete è come se inserisse nella mia interiorità un’esteriorità fatta di possibilità pressoché infinite…

Allo specchioMa se stacco… vado a dormire… o mi faccio una passeggiata… io sovranamente penso, vago e rifletto (o rifrango, se sogno)… sono in presenza di uno “specchio”… Mi piaceva l’idea di guarire dallo schermo, guardandomi allo specchio, in un riflesso… cercare un’immagine, incarnare una finzione, modificarmi, modificare il reale… visualizzare me e tutto quel che mi attraversa…
Gli specchi di Rigaut, in un certo senso erano posti davanti ad ognuno di noi (quasi con un senso di sfida)… per rimandare un’immagine (ma non solo…) che forse dimentichiamo troppo, che ci sembra noiosa… e che forse emerge davvero e si delinea solo andando nel mondo… scavalcando l’insopportabile Narciso, attraversando paesaggi urbani, strade, campi… incontrando i volti e i riflessi altrui… infinitamente rassomiglianti, infinitamente diversi…

Insomma mi chiedo se uno specchio non sia più istruttivo di uno schermo…

Da uno schermo ci si aspetta costantemente qualcosa… Gli specchi invece, aspettano costantemente qualcosa da noi…

Qui davanti allo schermo domandiamo… interroghiamo la macchina… che risponde (per modelli…).
Lì, davanti allo specchio, siamo interrogati, ci vengono poste domande… si avanzano miriadi di richieste… si focalizzano azioni… sulla soglia dell’immaginario (ideale dell’io o io ideale), di ogni immagine possibile, vi è della magia… la possibilità di mutare di-segno.


Sei…

Sei… sono gli anni
dal nostro incontro
davanti ai draghi
del ponte rotto

e sei tu che
hai risposto
al loro millenario
silenzio di pietra

con le tue gambe sulle mie
e poi gli abbracci e i baci
e la tua voce ondulata
ed il tuo collo sinuoso.

Son sei anni
che ho impresso il tuo sigillo
che parla con la linea
delle tue spalle

e dei tuoi movimenti
sotto la luna
e dei momenti mai passati
che riaccarezzo ogni volta

che ci sei

Anche Venere lo sa,
e tutti i suoi amorini:

che staremo insieme tanti anni:
questi, sono solo i primi sei


Valerio Mele | poesia anagrammatica

(ogni verso di questa poesia è l’anagramma del mio nome: Valerio Mele)
 
Levo lamiere
e il rame… levo,
aviere molle,
le mie!… Valore?
Rivelamelo, e
allevieremo
ire malevole!
E a me? rovelli?..
Miele, valore!
Veliamo ere…
leveremo ali!

Le moverei al
remo! allieve,
allieve more!

Le moverai le
morelle… E vai!

Laveremo lei,
Amélie, lover

PS: Per gli anagrammi c’è questo sito

 


POESIA ANAGRAMMATICA II

Le lire movea…
e volle reami
e allieve rom
e ville e Roma!
o ville e mare?

Amore le veli,
amore le levi,
amore e ville
mai le leverò!

Ere malevoli…
vi è Lele Mora!
verme! o Leali,
Allevi! o me, reo!…

Allevo eremi
e vile morale…
è il vero Male.

Me lo leverai?
e rivelamelo!

(Me lo laverei…).


Sono un impostore…

Doveva esserci Dio al mio posto… e invece ci sono io… Per ogni cosa (minerale, vegetale o animale) è così. Lui non c’è mai, in nessun luogo, e al suo posto c’è sempre qualcos’altro o qualcun altro.
Pur non essendoci però, è dappertutto e in ogni tempo, sotto forma di "Poliverso" o "impostura ordinata" (con uno scopo di volta in volta funzionale a qualche altra piccola impostura, che dia localmente l’impressione – io la chiamo "menzogna tattica" – di una macchinazione universale riuscita più o meno bene, dunque credibile in qualche modo – E’ il caso della Scienza, della Religione, come degli altri campi del sapere… o della realtà come tende a presupporla un qualunque essere pensante).

Così io sono "Valerio", che è attributo di ciò che è salutare, ciò che fa bene… e "Mele", da "mel"=miele. Sono dunque, con libera traduzione, il "nettare della salute". Ecco il mio Nome di Nume (o, in latino, Nomen Numinis).

"Mel" del resto è anche nel motto dei Rosacroce: Dat rosa mel apibus = "La rosa dà il miele alle api".

Potete dunque prendermi per "oro colato" (elisir di lunga vita, nettare degli dei, fonte dell’eterna giovinezza, ecc…)… ma sono solo una delle voci possibili di un dio che è, a sua volta, un’evidente impostura.

Ora: può l’impostura di un Impostore essere credibile?

Se immaginate un vocabolario infinito in cui una sola voce possa tendere (crescendo) a diventare l’intero vocabolario (con diverse singolari variazioni), la risposta è "sì"…

Sembra che non capiamo o non crediamo che a metafore, simulacri, impostori… spostamenti… Del resto se ci penso, da che son vivo, non sono mai stato fermo (il cuore che continua a battere, ecc).

Ecco: fuor di metafora, vi è solo movimento

Nel frattempo, per far finta di potermi capire, dovreste innanzitutto prendermi per un blogger qualsiasi, per un certo "Valerio Mele"… e intuire di volta in volta dove voglia andare a parare la presente impostura che sono (e che siete)… E questo vale per qualsiasi altro autore o altra persona in generale… (dato che l’Impostore "parla ovunque e costantemente attraverso ogni lingua", come scriveva Derrida alla fine del suo saggio "La différance"… ma a proposito dell’essere).

Ecco: il "movimento" non è che questo agitarsi di imposture (non necessariamente maligne)… piuttosto simili, ma molto spesso in contrasto.

Hai presente le onde del mare?