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Cori a Cori

(clicca qui per il diario fotografico della nostra deriva psicogeografica)

Prima di parlar male dell’architettura, bisognerebbe fare un salto a Cori (immagino improbabili etimi greci… kore inteso come “fanciulla”… chora come “luogo”, “ricettacolo”), dove gli accostamenti più dissonanti coesistono con un’ignoranza attiva, distruttrice di “bellezza”, inscritta nelle sue pietre (in tutte le fogge) di epoche (non stratificate ma) compresenti in modo imprevedibile, tra anfratti, archi, cunicoli e rovine che incorniciano il nulla… o tra templi che minacciano venti, marosi o l’improvviso comparire al galoppo dei Dioscuri. Noi, dopo aver visto i loro simulacri sotto forma di colonne corinzie di 10 metri, ci siamo imbattuti, per associazione di idee equine, in un’isolata e misteriosa cacata di cavallo sul sagrato di una chiesa…
Cori è la fine dell’architettura. Le persone sono pietre. Le pietre persone. La civiltà, coi suoi insediamenti umani, infastidisce la campagna ordinatissima che si stende a valle… Tutto il contrario di quella incolta e abusiva di Velletri… Tra le due cittadine, ad un certo punto, si stendono ettari di campagna senza tracce di civiltà… prati e filari d’alberi felicemente e silenziosamente incivili. E non per retorica antimoderna, ma proprio per odio verso chi accusa di rivolta antimoderna tutto ciò che non possiede quell’aura insopportabile di cultura (di colonizzazione) che tanto affascina la borghesia cittadina, gli hipster e i turisti in genere…
Noi (ce ne rendiamo conto un po’ alla volta) veniamo da lì e non volevamo Roma, non volevamo i Dioscuri, le fatiche di Ercole, le metamorfosi di Zeus… e non volevamo l’architettura di merda… Quelle pietre sono state messe lì ad arte per impedire la civiltà, non per edificarla o esserne i ruffiani. Forse anche per questo una piccola cappella sistina che non abbiamo potuto ammirare (nell’Oratorio della Santissima Annunziata), ai piedi di Cori, viene custodita da chi ci abita di fronte e da questi tenuta più chiusa che aperta…
Visitatori, noi vi spiamo, vi seguiamo, vi accompagniamo in visita alle pietre rupestri appena sbozzate che siete. Vi riduciamo ad imprevisti puzzle di dimensioni ciclopiche, vi facciamo sentire delle merde al cospetto di giganti a dismisura d’uomo, in agguato dietro l’angolo, fusi in un groviglio di alberi contorti, lune, braccianti stranieri ed anziane signore… Grigio! grigio! Ocra! Grigio! Poligoni! Cilindri! Archi! Scale! Grigio! Grigio! Ocra!

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Per una “damnatio memoriae” preventiva e retroattiva

A proposito di monumenti viventi che non vogliono crollare e della Ricorrenza… del buco di memoria che “siamo”…

– Cosa successe? Non ricordo… Che sta succedendo? Qual è la successione degli eventi? Ho almeno diritto ad una successione?…

Questa smania per la storia monumentale (o “universale”) deve finire…

…e il bello è che pure gli oppositori di tutte le risme hanno i loro simboli, i loro monumenti, le loro bandiere, i loro sacrari, i loro caduti!…

George Grosz – “Republikanische Automaten” [Macchine repubblicane], 1920.

Del “popolo sovrano” come caricatura e cratere.

La strage di Bologna, in questa prospettiva, non è un evento monumentale, in quanto evento probabile, sempre sospeso, privo di chiara identità… è un buco (anche di memoria) con intorno delle ideologie e depistaggi… una metafora della realtà la cartina tornasole della farsa acida o basica, formale o sostanziale, che “siamo” (o, meglio, recitiamo, taluni malvolentieri, come macchine, fuori campo, senza sembianza – la sola condizione possibile – indicando ferocemente il buco “democratico”… Viene da pensare: “Ma è davvero avvenuta?”… Stazione ricostruita, traffico ripristinato… Abbiamo solo tracce filmate, qualche morto, carte processuali, indagini labirintiche, i parenti delle vittime, fischi di circostanza, ancora per qualche anno… Ad ogni modo la democrazia è quella… sembra che sia il solo modo in cui al “popolo”, questa specie di caricatura delle parate militari nazionali, sia stato concesso di “governare”… una sorta di impossibile monumento probabile, ipotetico… una storia sospesa… dunque una non storia, un non governo… un buco appunto… un’attesa perenne della violenza che crea confini, esterni ed interni, e monumenti, contratti, Verità…).

George Grosz “Der graue Mann tanzt” [La danza dell’uomo grigio], 1949.