videomaker, fotografo, musicista e sound-designer

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A proposito di “veline”, pubblicità, mercificazione dei corpi… e gratuità del sesso

Quanto segue è frutto di alcune mie riflessioni e commenti (anche altrui) su un noto social network…

Mi chiedo (considerando le istanze di tanti/e che si indignano per l’uso dei corpi in pubblicità): ma perché mai la merce sessuale, i corpi ammiccanti, i tanti culi-tette-fica-cazzo simbolici da comprare metaforicamente, dovrebbero essere più osceni di un prosciutto cotto o della Coca-cola o dello stesso inganno metaforico, del surrogato, del “di più” di piacere che non c’è? Perché i primi stimolano in modo più diretto il riflesso condizionato dell’eccitazione, reificando qualcosa (i corpi, cioè) che la contemporaneità ritiene ipocritamente sacro e inviolabile? Certe battaglie contro la mercificazione dei corpi sono perse in partenza.
Siamo fottuti… questa è la realtà.
Sottrarre anche quel poco di piacere a questa condizione di prostrazione senza indicare altri piaceri (montati secondo altre modalità e paradigmi, giacché di macchine si tratta, non di “istinti”, che non esistono…) è un’operazione moralista, penosa, reazionaria.
(A mio avviso si dovrebbe godere molto più di quel che viene suggerito e di come viene suggerito… in modo improvviso e traboccante… una festa che spazzi via tutte le contrazioni ragionevoli immaginabili: questa nauseante morale del sacrificio, della vittima, questo chinare continuamente il capo, questo legare un piacere omeopatico a idiozie pubbliche e pubblicitarie frizzanti, gustose, brillanti, pulite, morbistenti… ammorbanti… questo mendicare diritti, questa continua interiorizzazione e richiesta di una Legge pensata da mentecatti criminali…).

Noemi commenta:

Come ti dicevo: ieri vedevo “Veline” e mi è apparso evidente che a prescindere dal desiderio indotto dalla TV, non vedo questa cosa come oscena. Dimenarsi e far arte spicciola delle proprie movenze per guadagnare diviene un lavoro come un altro (forse più piacevole e meglio retribuito e con l’agognata fama che questo mondo e modo impone). Trovo osceno, inguardabile, non le veline (che si dice siano di contorno) ma quel centro della scena dal quale due maschietti allupati ammiccano e fanno battute di bassa lega. L’attenzione e l’indignazione vanno rivolti al ruolo che il maschio pretende dalle donne e al perché la morale bigotta richieda alle donne intelligenza e profondità da mostrare… Mi vengono in mente quei quadri che ritraggono delle modelle: pensiamo forse che a loro siano state riservate modalità più sublimi? Qualcuna la pagavano… altre, di quei pittori famosi, divenivano le amanti e quelli, in cambio di qualche lusinga ricevevano la disponibilità delle fanciulle a mostrarsi gratis. E così mi domando: se le “veline” non si facessero pagare per mostrarsi, avrebbero la stessa attenzione? Quel che noto è molto spesso il fastidio nei confronti di chi ottiene posizioni e ricompense per la propria estetica, delle donne che scelgono questo ruolo e che vengono apostrofate come incapaci, inutili ecc… Invece questi maschietti che presentano, loro si che son bravi, pensiamo a un morandi, a un fiorello… mecojoni!

Inoltre se mi indigno per esempio per “Miss italia” o cose simili, implicitamente indico che la colpa sia della donna che si presta a questi giochetti e divertimenti maschili… In questo modo si alimenta proprio quella cultura che invece si vorrebbe cacciare…

Rispondo:

“Se le “veline” non si facessero pagare per mostrarsi, avrebbero la stessa attenzione?”
Questa è una domanda interessante… crea una specie di cortocircuito… Insomma di “norma”, secondo una preponderante morale del sacrificio, il desiderio sarebbe bello perché si paga… (a un tot di sacrificio simbolico – un tot di denaro – corrisponderebbe un tot di piacere simbolico – un surrogato sessuale più o meno sublimato o porno… che è la stessa cosa).
La gratuità dell’esibizionismo credo sia il vero scandalo, in quanto sarebbe un (incomprensibile!) sottrarsi alla forma-merce… o comunque sarebbe un fattore di forte deprezzamento dell’istanza sessuale nello spettacolo e nella merce (se il sesso è dappertutto ed è gratis o quasi, non è una buona esca…), spingerebbe ad una sorta di deflazione del sesso, della prestazione sessuale soft… e in definitiva al ripiego delle strategie pubblicitarie verso altri oggetti… (ma poiché le maggioranze seguono ancora principi feudali… temo che ci sarà ancora per molto quel “centro” maschile di coglionazzi ducetti automasturbatori… ammaestratori e domatori nel circo delle veline… potenzialmente indisciplinate… Ecco forse in questa indisciplina generalizzata potrebbe esserci la auspicabile “deflazione”… Anche se “farla pagare cara” resta la sola momentanea arma di difesa femminile contro chi sembra essere irrimediabilmente coglione, tipo i presentatori che indicavi… Insomma: darla/o gratis e il più possibile o farsi pagare il più possibile? deflazione o inflazione? allargare i cordoni della borsa o continuare con la stretta al credito?)

Senza dimenticare l’origine del sostantivo “veline”, che viene dal Min.Cul.Pop. (…m’incolpò? m’inculò?) fascista… cosa che marchia gli organi (nascosti… tipo il retto, l’ano, ecc…) delle ragazze, in mostra di qualcosa di soft, che va al di là della ovvia questione della merce su due gambe, che tutti siamo, più o meno… Questo qualcosa è più che hard (implicito, nascosto, inculcato… o comunque inteso in senso semplicemente sessuale)… sa proprio di mistificazione, di violenza politica, psicologica e morale, da parte di quel “centro” di cui scrive Noemi… che appunto tende a scaricare la colpa della presunta oscenità del proprio desiderio dell’altro sull’oggetto del desiderio stesso… (come dire: segretamente, più o meno metaforicamente, ti inculo , piegandoti ad esempio alla disciplina oscena dei contest, alla precarietà estrema del lavoro nello spettacolo, magari alla scorciatoia della prestazione sessuale sottobanco, e pubblicamente e spettacolarmente ti incolpo… della tua stupidità, inferiorità morale, superficialità, dei tuoi ammiccamenti sessuali, della perversità dei tuoi atteggiamenti che pur richiedo, ecc…).
A mio avviso può avere una sua intelligenza darla/o gratis quanto e a chi vuoi e farsi pagare il più possibile da chi non vuoi… ma in questa distinzione volontaristica potrebbe celarsi un ulteriore criterio capitalista di valorizzazione al ribasso o che investa, come già si sta facendo, nella socialità della produzione (si tratterebbe di definire i criteri della propria volontà, che andrebbe resa autonoma dalla Grande Macchina, altrimenti è tutto un cavolo…). Il problema dunque, come al solito, è il valore (anche il volere è valore, in certe condizioni…), che sembra pervertire sin da principio e irrimediabilmente qualsiasi gratuità spontanea della vita, del sesso, ecc…

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“Peto della mia verga”

Quando dico:
Merda, peto della mia verga,
(con tono imprecatorio, quel peto, eruttando sotto i colpi di stivale della polizia),
quando dico orrori della vita, solitudine di tutta la mia vita,
cacca, segreta, veleno, GENIA DI MORTE,
scorbuto di sete,
peste d’urgenza,
dio risponde sull’Himalaya:
Dialettica della scienza,
aritmetica del tuo usufrutto, esistenza, dolore, osso raspato dello scheletro del vivere contro Aziluth
al quale,
io,
io dico ZUT

(Antonin Artaud)

“Lunga storia che condurrà il corpo del despota assassinato, disorganizzato, smembrato, limato, nelle latrine della città. Non era già l’ano a staccare l’oggetto delle altezze e a produrre la voce eminente? La trascendenza del fallo non dipendeva forse dall’ano? Ma esso si rivela solo alla fine, come ultima sopravvivenza del despota scomparso, il retro della sua voce: il despota non è più altro che questo «culo di topo morto appeso al soffitto del cielo». Gli organi hanno cominciato con lo staccarsi dal corpo dispotico, organi del cittadino drizzati contro il tiranno. Poi diventeranno quelli dell’uomo privato, si privatizzeranno sul modello e sulla memoria dell’ano destituito, estromesso dal campo sociale, assillo di puzzare. Tutta la storia della codificazione primitiva, della surcodificazione dispotica, della decodificazione dell’uomo privato è inclusa in questi. movimenti di flusso: l’influsso germinale intenso, il surflusso dell’incesto reale, il riflusso d’escremento che conduce il despota morto alle latrine, e ci conduce tutti all’«uomo privato» di oggi – la storia abbozzata da Artaud in quel capolavoro che è Eliogabalo. Tutta la storia del flusso grafico va dal flutto di sperma nella culla del tiranno, fino al flutto di merda nella sua tomba-fogna – «ogni scrittura è porcheria», ogni scrittura è questa simulazione, sperma ed escremento.
Si potrebbe credere che il sistema della rappresentazione imperiale sia malgrado tutto più mite di quello della rappresentazione territoriale. I segni non vengono più iscrittti nella viva carne, ma su pietre, pergamene, monete, liste. Secondo la legge di Wittfogel della «redditività amministrativa decrescente», ampi settori vengono lasciati semiautonomi, in quanto non compromettono il potere di Stato. L’occhio non trae più un plusvalore dallo spettacolo del dolore, ha cessato d’apprezzare; si è piuttosto messo a «prevenire» e sorvegliare, a impedire che un plusvalore sfugga alla surcodificazione della macchina dispotica”.

(da “L’anti-Edipo” di Deleuze-Guattari)

“Ti hanno tagliato la parte…”, diceva un tale nelle pause di non-lavorazione di un film.
Il punto è che nessuno saprebbe cosa fare nella vita reale… sembra che ci sia solo questa recita, questo récit, questo gioco di ruolo, la cui regola principale è:
“Non si esce…”.
La seconda è ri-petere (ri-chiedere-per-ottenere), più che ri-cantare la me-lo-dia del se-lo-prenda. O forse si dovrebbe dire più propriamente “ri-petare”… se è vero (come notavano Deleuze e Guattari) che ad ogni elevazione corrisponde un peto.

Insomma ci si aspetta sempre qualcosa di consonante, melodioso, armonico… il che vuol dire con ogni evidenza che ci si eleva su una base di dissonanze, ensemble pletorici, disarmonie… o meglio, proprio di rumore… scorreggioni insomma. Non si canta (o recita) di testa, di gola o di diaframma… ma di culo. La prima divisione del /dividuo è questa: Io e Cacca. Non dunque i vapori acquei e l’anidride carbonica della voce, ma i gas sulfurei e il metano della fermentazione intestinale… (che è più o meno quello di cui odorerebbero i panciuti pianeti gassosi… o la flautulenta, corrosiva e nuvolosa Venere… mitologicamente nata dai genitali recisi del Tempo… da cui la sintesi poetica di Artaud… circa il “peto della mia verga”…).

La tempesta su Saturno, per esempio, è un immenso peto pluri-tonante che si avvolge in spirali e perturbazioni titaniche…

Ebbene sì… il sublime Saturno, divoratore dei suoi figli, dio dell’età dell’oro, Tempo personificato, depressione plumbea, falciatore di gambe (specie quando si tratta di fissare il volatile Mercurio), scorreggia come un colossale ragazzino impertinente…

Per fortuna ci sono i fulmini