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La caduta tendenziale del marxismo (prima parte)

Marxisti senza “lotta” e molto “di classe”…
molto hipster, sempre in prima fila a dire la loro sui blockbusters…
– Senti cava (con la evve moscia), che danno al Valle?

Contro l’umanismo vero o presunto di Marx – origine della critica e critica dell’origine.

Non si può criticare il capitalismo a partire dai preconcetti di una visione integrale dell’Uomo e dalla posizione dell’artigiano (tutta la teoria del valore si basa su questo equivoco pre-capitalista… a partire da quale “origine” altrimenti potrebbe definirsi il lavoratore come “alienato” dai suoi mezzi di produzione?)… L’umanismo di Marx è davvero roba passata, irrecepibile… ridicoli anche i tentativi di soggettivare la macchina da parte di quei post-operaisti che ci vorrebbero lavoratori inconsapevoli anche quando scriviamo cacate su Facebook, per esempio… Trovo più interessante il superamento della soggettività, la macchinazione… la costruzione di nuove macchine con nuove regole del gioco… la divisione e dividuazione di individui e proprietà… l’abbandono della premessa del lavoro sociale… di una soggettività e di una proprietà di qualunque tipo…

Per una critica della “caduta tendenziale del saggio di profitto” intesa come contraddizione fondamentale e letale del sistema capitalista.

Evidentemente non è una questione di capitale variabile o costante e forza-lavoro… non siamo più nell’Ottocento…

Non tornano i conti nella massa monetaria complessiva… nelle operazioni finanziarie, nei nuovi titoli senza riserva… si sono impegnati di tutto per i prossimi secoli e per garantire il dominio armato imperialista del capitalismo (che non è la apparentemente innocua globalizzazione di cui cianciano le anime belle del G-20 o dei vari G-qualcosa…) su qualsiasi altra opzione (e per fottersi una buona quota di rendita finanziaria ovviamente…). E’ una controffensiva di classe, questa sì ben ricomposta a livello mondiale… contro tutti indistintamente (forse anche contro se stessa… perciò parlavo di schizo-capitalismo…).

Il vecchio problemino della “caduta tendenziale del saggio di profitto” è stato “risolto” in tutti i modi noti e sotto gli occhi di tutti… a partire dalle idee malsane di Von Hayek, Friedman… veri ispiratori della costruzione del disastro mondiale… (non che prima fosse tutto pacifico… NON LO E’ MAI STATO… SIAMO SEMPRE STATI IN GUERRA). E poi si è continuato con varie perversioni, trucchi ed escamotage padronali… Gli strateghi del Capitale sono sempre molto più lesti dei lavoratori evidentemente… basti considerare che è il gioco stesso del lavoro salariato ad essere una rapina… o un rapporto sado-masochista…

La caduta tendenziale del saggio di profitto “che pende, che pende e che mai non va giù” veniva brandita come una clava dai marxisti per chiudere le discussioni tra “compagni” a colpi di “scientificità” contro qualunque obiezione meno dogmatica… la Madonna è Vergine… punto!…

In effetti è un tale garbuglio!… e rintracciare le formule marxiane nel calderone degli indici attuali (che mischiano di tutto, anche elementi eterogenei) appare un’impresa titanica… La realtà è che hanno messo su un bel gioco di specchi (cumulando, per esempio, nel saldo primario, redditi e profitti, considerando solo i flussi monetari – fiscali – e neutralizzando qualsiasi conflitto già negli stessi indicatori che contano)… e credo che anche la strizza della caduta tendenziale sia parte integrante del gioco… è un po’ come la “pulsione di morte” freudiana, centrale nel godimento con la sua “coazione a ripetere”… o, più prosaicamente, come un dito nel culo durante una fellatioSe vuoi che il capitalismo risorga (o torni in erezione), parla della caduta tendenziale del saggio di profitto

Come suggeriva qualcuno, sembra che l’ingegneria economica del marginalismo e le guerre strutturali, divenute neutro modus operandi, abbiano tamponato la falla (probabilmente il capitalismo è questo tappare i buchi, questo procedere nella direzione del rattoppo)… e non credo che le cose si risolvano in modo così economicistico, con una semplice contraddizione interna che giunge ad un breakpoint, ad un punto di rottura… come, in psicanalisi, con la rivelazione e l’emergere di un trauma rimosso non è che si guarisce dai sintomi, come sostenne inizialmente Freud…

La mia attitudine analogica, poetica (comunque non “soggettiva”, “creativa”, “sensibile”, “umana“, ecc…) mi porta a rintracciare un’episteme che taglia trasversalmente la divisione dei saperi: caduta tendenziale (in economia), pulsione di morte (in psicanalisi), entropia (in fisica) funzionano sistemicamente in modo analogo… come anche: i buchi neri al centro delle galassie (ipotizzati in astronomia), il noumeno (nella filosofia di Kant, Schopenhauer), ecc…

Ma non è un metodo che s-piega (ammesso che si riesca ad aver ragione di metafore e immagini)… è più una visione… una piega pre-scientifica, pre-categoriale (ma “pre” nel senso che determina, certo a posteriori di un processo di trasformazione “materiale”, la costruzione simbolica che segue… del resto come si può non essere grossolani in un mondo che confonde – e imbroglia – con la sua incompetente ragioneria di stato, con la sua complessità labirintica?).

Il gioco degli immaginari è senz’altro più distruttivo/costruttivo e deformante dei giochi simbolici (che, prendendosi e prendendolo sul serio, nulla cambiano del paradigma dato). La stessa realtà (vivente o meno) sembra muoversi mutando, ricombinando, e deformando i parametri dati… eravamo, noi dividui, listrosauri nei tempi durissimi del primo triassico, dopo la grande estinzione… ce lo dicono i buchi delle nostre tempie, per esempio…

Resta solo il sospetto che io parli, come la schiuma di un’onda, già a partire da un nuovo mostruoso paradigma economico pronto ad essere sussunto dalla Grande Testa, dal Grande Caput del capitalismo…

Si svegliano marxisti e si addormentano piddini…

Per i borghesucci di questo paese la crisi non è poi così grave… e per alcuni effettivamente non lo sarà… i più disgustosi sono i radical chic o gli “alternativi” che si atteggiano in pose da difesa del Lavoro (che chiamerei “collaborazionismo”) o dell’Ambiente (il delizioso software in cui si muovono, si intende…) non capendo di essere peggio dei peggiori reazionari… Se la plebe, imbarbarita dalle loro austerità di facciata o da anime belle, arrivasse a bussare alla loro porta, minacciando il sacro diritto della loro proprietà, non esiterebbero a prendere il fucile, chiamare le forze dell’ordine (loro… “nuovo” o vecchio che sia), invocare i droni, lasciar manganellare, torturare, accoltellare…

Sulla “Rivoluzione” e le “lotte”.

Insomma il problema in Italia è questo blocco che virtualizza il cambiamento, sterilizzandolo, confermando all’infinito le stesse cose, gli stessi rapporti sociali…

Se esistesse una “sinistra”, dovrebbe captare le capacità produttive di chiunque e liberarle dalla visione aziendale… Sono decenni che sono solo buoni a parlare e dividersi in fazioni, senza progettare mai nulla di concreto, di reale… nessuna filiera produttiva ordinata secondo nuove relazioni (che non siano di sfruttamento, ricattatorie), nessuna rottura dei rapporti esistenti… se non dai da mangiare e vivere, istituendo nuove pratiche, per forza poi scompari, “sinistra”!… non si vive di “comune” e parole d’ordine a scoppio ritardato di vegliardi autonomi circondati da (relative) “moltitudini” che ripetono slogan autisticamente… e poi: ancora a sognare la “Rivoluzione”? aspettare il Messia sulle barricate? le “lotte”???… non c’è più niente… dovrebbero ricominciare da zero o quasi… ma sono troppo contaminati dalla Cosa… feticci tra i feticci, preferiscono illudersi, perché sotto sotto sono del tutto borghesi e integrati… giocano a fare gli “alternativi”… gli “indipendenti”… i “marxiani”… per non cedere (come dovrebbe chi inganna e si inganna) alla disperazione e allo sconforto.

La caduta tendenziale mi ingrifa…

Proprio non capisco i marxiani… a me questa “caduta tendenziale del saggio di profitto” (per quanto affondi nella melma di “rimedi”, recuperi marginali qua e là e rischi capitali) mi piace proprio… Alcuni di loro insistono a fare le cassandre, ad avvertire la borghesia della sua disumanità, spaventandola con il declino inevitabile scritto nelle carte (ma sono truccate…) dell’economia, con il loro memento mori preferito, confidando forse in un deus ex machina, in una clemenza keynesiana che non ci sarà o in una ancora più improbabile auto-redenzione della “comunità” o dell'”umanità”, invece di giubilare di quella caduta e accelerarla con criterio… ecco: manca il criterio, la macchina di smontaggio dei giunti, dei rapporti, delle combinazioni… preferiscono ripetere la lezioncina della loro ortodossia… accompagnare dolcemente il declino, in una lentissima e tendenziale eutanasia… “dentro e contro” fino alla schizofrenia…

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La semiosi, malattia infantile della semiocrazia

Se questa è una semiocrazia, la semiosi (che alcuni, come Peirce, indicavano come “infinita”) è una gran brutta malattia, il contagio che la fa proliferare…

Nell’emersione alla superficie dei simboli io mi auguro invece che vi sia un’embolia… Ho infatti scritto di embolon opposto al symbolon… Si dovrebbero stroncare sul nascere certi statuti (dell’io, del sog-getto, dell’identità, della coscienza, dell’essere, ecc). Ne conseguirebbe una moria di sub… (o del “sog-“ del sog-getto).

Peirce, citato da Julia Kristeva in “Semeiotikè”, così definisce un segno (implicando una struttura triadica, idealistica… o, diremmo anche, edipica, monetarista, ecc…): “Il segno, o representamen, è ciò che sostituisce per qualcuno qualcosa sotto un determinato aspetto o in una determinata posizione. Esso si rivolge a qualcuno, crea cioè nello spirito di questa persona un segno equivalente o forse un segno appena sviluppato”. 

Così l’individuo sopprime il dividuo (o il sog-getto il -getto)… con il “representamen”… (nella semiosi propria dell’economia, con il denaro… che per Marx è l'”equivalente generale delle merci”… merci che sono oggetti, ma anche soggetti, attraversati e condizionati dal rapporto sociale che li imprigiona… in superficie).

Ri-gettare, pro-gettare, ri-articolare le giunture dei (bi)sogni, prima che emergano alla superficie della coscienza.


Le oche starnazzanti della “sicurezza” e la dea Moneta.

CONTADINI – Signor Ubu, di grazia, abbiate pietà, siamo poveri contadini.

PADRE UBU – Me ne frego. Pagate.

CONTADINI – Non possiamo, abbiamo già pagato.

PADRE UBU – Pagate o finirete nella mia tasca!

(da “Ubu re” di Alfred Jarry, atto terzo) 

 

Sono affari nostri se la Borsa va giù o affari loro? o non si vendono i titoli di stato? Perché questo costante martellamento per persuaderci di essere parte del loro gioco? Sono io parte dello Stato? o del Big Business?… (ho una carta di identità, maneggio qualche euro…) Oh sì, certo che è così… ma… siamo proprio sicuri? Siamo proprio sicuri che quel che siamo è nei portafogli? E senza propaganda e pubblicità esisterebbe lo Stato e la Borsa?… Credo di no.

Ti verrebbero a prendere a casa… e ti getterebbero in carcere (se ti va bene) senza che tu sappia neanche il perché. Si farebbero le leggi in gran segreto, per giustificare i peggiori soprusi. Oppure, allo stesso modo, potrebbero invitarti ad entrare nelle sale dove si decidono cose che nessuno conosce… a partecipare al banchetto insensato, non più pubblico, condiviso. Niente repubblica, solo una dittatura senza consenso che si farebbe conoscere dall’uso casuale o arbitrario della forza o del suo (poco probabile) contrario. Potrebbe mai esistere?… Non per molto… Ci sarebbe instabilità. Ognuno si arrogherebbe il diritto di legiferare segretamente e imporre l’obbedienza alle leggi. Sarebbe una “guerra per bande” (come lo è anche adesso, se non fosse per la propaganda che tutto copre e trasforma, sotto un manto di universalità). Ma ci si potrebbe interrogare anche sulla necessità di un centro… che non c’è… e da cui ci si dovrebbe tenere a debita distanza (come per il buco nero e il suo relativo orizzonte degli eventi al centro della galassia…). Insomma è un fatto dinamico… Occorre sfuggire alla gravità… e dai volti gravi dei sog-getti che dicono che la situazione è grave… mantenere la distanza, la sola cosa che permette di distinguere enti ed eventi… e interagire senza mostruosità (stesso etimo di “moneta”) con gli altri (e con se stessi). Ormai è questione di come evitare la psicosi… (sennò che schizo-capitalismo sarebbe?).

PS: Pare dunque che Giunone (dea madre e moglie per eccellenza) amMONisse tramite le oche dall’invasione dei nemici… e che questo MONito per difendere un territorio abbia dato origine alla MONeta… che i greci chiamavano “nòmisma”=cosa stabilita dalla legge (=”nòmos”)… da cui numismatica, numero… ma anche i “nomoi”, i distretti dell’antico Egitto o dell’attuale Grecia. L’arbitrarietà, l’ocaggine di questo potere dettato e scusato dalla difesa di un territorio da un’aggressione, l’ocaggine che oggi chiameremmo “sicurezza”, è dunque la “MONstruosità” cui accennavo…

L'”autonomia in/dividualista” (o meglio /dividualista) in questo senso designa un certo territorio virtuale, immateriale, da ridefinire e ritagliare di volta in volta… una regola del gioco, che non può essere definita universalmente, ma che segna uno strappo (alla lettera: mediante una sorta di symbolon, una “moneta” divisibile) rispetto allo starnazzante allarme del potere armato, sovra-determinante, “surcodificante” (direbbe Deleuze)…

* * * * * * *

(digressione alchemica)

In alchimia Giunone è associata alla coda di pavone-volo astrale (del plusvalore?…) che precede la formazione dell’oro  ☉ (dell’elemento “divino”, sovra-determinante, con pretese universali… mediato in questo caso dall’argento  lunare  ☽ , notturno, dell’invasione del nemico). Nella moneta qui rappresentata, ci sono sia la dea madre e moglie per eccellenza (che difende la sua prole, coloro che condividono il volo astrale del plusvalore) che gli strumenti della lavorazione del metallo-anima degli alchimisti. Le armi di persuasione e propaganda dalla dea dei territori, della stabilità, della “sicurezza”, del verbo tintinnante (al pari delle spade) della zecca di Roma… Di qui anche l’eresia marziale ♂ (rubedo) dei romani: “Non con l’oro ☉ , ma col ferro  ♂ si conquista Roma”.

Altro richiamo alchemico è nel nome di Brenno (il Corvo), il gallo vinto dagli schiamazzi delle oche capitoline… la nigredo ♄ cui segue l’albedo  ☿   ☽. La sublunarizzazione-sussunzione della natura (di quella Venere- jeune-fille  ♀,  moglie di Vulcano, il Fabbro per eccellenza, forgiatore d’anime-metalli), la sottomissione del “nemico”, della forza lavoro… ecc, ecc…


La Sussunzione e il Generale

G. Grotz - Eclisse di sole

Ci sono parole come “sussunzione“, che hanno un suono davvero evocativo… Sa di “suzione”, “su… su”, “assunzione”… Sembra qualcosa che perde corpo. Cosa che poi è quel che in un certo senso significa la parola. Il “Singolare” che si fa “Generale“, entra nelle odiate categorie (quelle di Kant per esempio, l’inventore della paranoia filosofica moderna…).
Anche Marx parlava di sussunzione… Senza entrare nel merito, come analogia, è una sorta di “aspirazione” del povero singolo (elemento singolare, lavoro particolare, dato esperienziale, ecc…) nel cielo del Capitale, e del catalogismo (quella che per me è la passione per le categorie, le classificazioni e le tassonomie…), ove splende, come in questo quadro del grande Grotz, un sole eclissato dal dollaro.
Un valore viene sostituito dal suo equivalente Generale (il denaro)… ecco spiegati gli uomini senza testa seduti al tavolo di Guerra.
Chiamiamo questo pensiero generalizzante (cui non si sottrae ovviamente anche la dimensione virtuale di questo social network) e gli uomini che (si) governano secondo tali principi con il giusto appellativo:

ASS-ASS-INI!

(…della realtà, degli individui, delle eccezioni, della vita, della bellezza, ecc… “ass” per via dell’asino presente nel quadro o dei culi su cui sono assisi i personaggi ritratti da Grotz).


La questione dunque è soprattutto strategica. Noi “occidentali” ragioniamo come un esercito. “Sussumiamo” le nostre sensazioni e i dati esperienziali in un presunto ordine (che visivamente è sempre una “griglia“… di concetti, di soldati, di operai, di fabbriche, fabbricati, campi, isolati… che tende sempre a quadrare). In logica, per sussunzione, un gruppo diviene parte di una insieme ad esso gerarchicamente superiore. Nel caso di un individuo è necessario diventi “studente” tra i banchi, “militare” eventualmente o “impiegato”, ecc… e, in tutti i casi, un “cittadino” sottoposto al quadrillage delle leggi e del pattugliamento poliziesco e all’esposizione delle videocamere di sorveglianza… La sua natura di libero animale bipede, che vaga liberamente, senza precise traiettorie e senza confini viene sussunta in una cultura che ritaglia e (ri)definisce gli spazi e i tempi del suo agire (e del suo pensare) in continuazione.
Ma… vi pare che la foresta di neuroni qui accanto possa mai essere organizzata secondo un “incasellamento” (=quadrillage)?
Come dicono le recenti teorie epigenetiche, il “centro” è nella periferia… nelle piccolissime ramificazioni (i dendriti) che captano i segnali chimici anche a distanza… I fulmini, si sa, partono dal punto in cui incontreranno la terra… Similmente i neuroni creano una connessione per il vagare casuale dei movimenti tentacolari periferici… che non “obbediscono” a nessun centro, ma alla diffusione caotica di un recettore chimico che li guida ad una connessione sensata (mirata), ancor prima di avere un senso. Il bersaglio sa di essere bersaglio solo dopo che avviene la connessione, non viceversa (ma nel frattempo giunge a destinazione). Per questo chi pensa in senso meccanico e causale (come è costume della scienza) non ci capirà mai nulla… E comunque non vi è regola se non è predisposto un numero infinito di eccezioni. Niente percorso senza infiniti percorsi alternativi. Lo scopo non è il senso o il bersaglio… Il vivente simula un ordine (un senso e un bersaglio) solo per spinta vitale. Ed è completamente disinteressato a catalogare i suoi movimenti come dati presi una volta per tutte. La sua dimensione è quella di un’illusione dimensionale provvisoriamente necessaria, interna ad innumerevoli dimensioni potenziali. Tra le quali, di sicuro, vi sono anche quelle anticipano il futuro… (noi continuiamo a ragionare nell’unità spazio-tempo e non capiamo che le altre dimensioni sono compresenti pur non essendo “leggibili” o “comprensibili”)
Vi sono dunque solo brancolamenti singolari e provvisori (
embolon)… Tutti i “nodi” che vedete nel paesaggio neuronale non sono che illusioni condensate (symbolon).
Similmente ai neuroni, dovremmo vagare senza confini… e incontreremo chi darà un senso al nostro vagare. Fino a che non saremo costretti ad abbandonare la familiarità del nostro rifugio temporaneo (le nostre tranquille vite sedentarie, il nostro corpo), per vagare ancora… per morire.
Forse bisognerebbe abbandonare la figura geometrica del quadrato come paradigma di costruzione e astrazione… Proporrei il labirinto come modello… la spirale.
O il deserto.

Psicanalogica – l’Embolon contro il Symbolon

In questo post si parlerà dell’Analogica applicata alla psiche umana, ovvero della Psicanalogica e dell’oggetto (o piuttosto dell’ in-getto, em-bolo o em-blema) del suo studio. Poichè, per inventare una nuova “scienza”, occorre prima decidere di cosa si occupi…

Io, suo fondatore, sarei dunque uno psicanalogista?… Non so, forse è un po’ presto per definire i titoli d’onore e i diritti di esistenza di una “scienza” che deve ancora nascere… Ma l’ho già tutta in mente, quindi non resta che inventarmela (da “invenio”=scopro) man mano…

Jacques Lacan con sigaro storto

Questo signore, Jacques Lacan, parlava, finché era vivo, con voce cavernosa, producendosi in discorsi spesso oscuri e incomprensibili, ma la moda dei pensatori francesi dell’epoca faceva sì che lo si stesse ad ascoltare molto attenti, ripetendo le sue oscure formule e spesso  complicandole ulteriormente… Era uno “sciamano” che magnetizzava l’attenzione sulla sua rilettura di Freud. Insomma era uno psicanalista, non uno “psicanalogista” come me… e aveva l’intenzione di rivelare la “verità” dell’inconscio. E di definire, nel corso dei peregrinamenti teorici di una ventina di seminari, la “posizione del soggetto” nello spazio psichico che aveva disegnato:

il "nodo borromeo", incontro dei tre piani RSI (Reale, Simbolico, Immaginario) che per Lacan definiscono il soggetto della psicanalisi

E’ il nodo che intreccia “Reale, Immaginario e Simbolico” (tipicamente lacaniani) e fa emergere nell’intersezione il sintomo (quello che gli psicanalisti dovrebbero curare…). Bello vero? Pare una fede turca (quella fatta da 3 anelli incastrati tra loro) aperta in tre. A suo modo un emblema… E questa sarebbe la mappa del suo campo d’azione. Qui ci sarebbe il famoso “soggetto”… Sub-jectus dal latino. Che vale “gettato sotto, sotto-posto”. Dunque… cominciamo male. Io sarei un “soggetto”? Una persona risibile, una caricatura, un dipendente? Una  specie di Fantozzi? Nooo… Ma la moda strutturalista dell’epoca non vedeva di buon occhio l’Uomo. Al punto da porlo come “soggetto”, strutturato dal linguaggio di cui non era che un effetto. “Ciò parla”, diceva Lacan.

E che ci dice?… io e la mia mania di scomporre etimologicamente le parole (che hanno una vita animale e una genealogia) diciamo, prima ancora che io ci capisca qualcosa, che si parla di “-getto“. Parlerò dunque di getto, senza pensarci troppo.

Sog-getto, og-getto=”gettato sotto”, “gettato innanzi”… evoca nella mia mente la scena di uno schiavo lanciato ai piedi di un Re. Possiamo sopportare ancora questo stato di sog-gezione? Seguendo la scia del latino dovremmo parlare di in-getto, ma questa parola evoca la puntura, l’in-iezione. Parliamo di qualcosa che ci viene scaraventato dentro. Non proiettato, introiettato… o inoculato. Una specie di sasso in uno stagno… Quiete turbata dal “fuori” e che riverbera… gran sollecitazione di neuroni, della memoria. Fuori di che? Fuori di chi? Fuori di noi. Fuori dal danni di un embolo...tempo. E cosa viene scagliato dentro? Un embolon (=”gettare dentro“, dal greco)… che a prima vista sembra una minaccia mortale. Nella nostra lingua lo intendiamo come un embolo, qualcosa che ostruisce le arterie e crea danni al cervello, per esempio con un ictus… Anticamente si intendeva con “embolon” il rostro, la punta della chiglia che si incuneava nelle navi nemiche per affondarle… o uno schieramento a V in guerra. Dunque appare come una minaccia mortale per il soggetto, sotto-posto alle classi e alle categorie che lui stesso s’è inventato al punto da essere determinato da queste. Minaccia di morte per la filosofia, perché in realtà l’embolon è un emblema (che permane nella sua natura emblematica, dunque non riducibile alla logica identitaria e copulante A=A… una rosa=una rosa, ma a quella più ambigua, della rassomiglianza, dell’analogia: A sembra A, ma anche un triangolo, una vocale…). Emblema che si oppone al symbolon, ovvero al “simbolico” con cui Lacan chiamava l’ordine del linguaggio, della società, sotto il vessillo trionfale del Nome-del-Padre… La chiave per accedere a questo castello di segni (o meglio di “significanti”) era il più ovvio “significante del desiderio”… più volgarmente, il Fallo… che ci liberava da quel terreno paludosamente insidioso del regno materno, della reggitrice oscura del gioco dello specchio che avrebbe fatto identificare il bambino che siamo stati tutti noi in un abbozzo di segno, una prima percezione di sé… l’Io ideale. L’immagine del corpo… allo specchio. Quello sei tu! Oh che sorpresa! Oh che emozione! Mi sposto a destra e lui si sposta… Ma come si fa a dire che questo è un segno primitivo? Un primo segnale di senso… solo per essere stato sottratto all’impossibile spazio del Reale (al di là del materno, dello schizoide, dell’ab-ietto … inaccessibile, indescrivibile, inimmaginabile, immemorabile)? L’incorporea immagine al di là dello specchio è un embolon. Ci viene scagliata dentro. Anticipa i nostri movimenti, li scrive nella memoria, li ripete… E’ il perenne anticipo del tempo che vivono gli animali, specie quelli autocoscienti come gli uomini. Un fuori-tempo che ci viene “scagliato dentro” nel nostro tempo psichico. L’embolon ovvero lo spazio embolico è reale, immaginario e simbolico in un unica soluzione… Dissolve la mappa (topologia) del soggetto di Lacan. Non è più possibile speculare senza sapere di mentire. Se dell’inconscio Lacan dice “ciò parla”… io aggiungo che piscia (in balistica, si parlerebbe di traiettoria),  getta, prende, canta, ascolta, ricorda, vede, ride, mangia, pensa, immagina, scrive, cancella, dimentica, sogna, dorme… spesso con una musica di fondo.

“Io” non è uno spazio chiuso. E’ un fuori “gettato dentro”.

Gli indiani non sbagliano a considerare la mente-corpo come una sola cosa. Il pensiero è un gesto, un movimento. Ci muoviamo nel nostro pensiero come in uno spazio fisico. I nostri stessi pensieri si muovono come in uno spazio fisico. Questo spazio fisico ci è stato scagliato dentro e ci “anticipa” continuamente, come a provenire da un fuori dello spazio-tempo che comprende la nostra percezione, con intuizioni, previsioni, schemi tattici, figure. Costruiamo un linguaggio solo per emblemi (o catene di associazioni), solo per questo continuo getto, dentro di noi, di immagini, suoni, odori, parole, carezze, fuoco, strepiti, ecc… Tra gli emblemi o emboli ve n’è uno particolarmente usato, che finisce per snaturare tutti i nostri possibili discorsi sulla psiche. Il symbolon. Definibile come il titolo esemplificativo di un oggetto, quello scambiabile per capirsi e farsi capire, è anche quello che ha dominato per secoli nelle teste fallocentriche e patriarcali dell’Occidente. Abbiamo il denaro e Dio Padre in testa. Una cosa ha valore se si scambia. Per esempio: nel sesso si scambiano cazzi? Il cazzo sarà l’equivalente generale del desiderio… si scambiano donne (come sosteneva Levi-Strauss ne “Le strutture elementari della parentela”)? La donna sarà la moneta vivente di scambio nelle società umane (forse da queste due equivalenze nasce la figura della “donna fallica” di Lacan?). E circolerà nelle società come il sangue nel corpo (finché non ci sarà un’embolia a rompere questo schema circolatorio, trasformandolo in una spirale emorragica che conduca altrove… ma subito si creerà un nuovo vortice e una nuova circolazione)… E’ un gioco che sminuisce qualunque -getto. Che sia seme, contrazioni vaginali, che sia polluzione di pensieri dentro di noi, che sia gioco del fuori col dentro, poco importa… Quel che conta si definisce con un patto chiaro. Infatti cos’era il symbolon (dal gr. syn+ballo=”metto insieme”) in origine? Una tessera che veniva gettata per terra, spezzata in due… e il margine di taglio, che solo poteva combaciare con l’altra parte, era garanzia del patto tra i due che rompevano il coccio. Su questo scambio è nato il segno, che sempre pretende di combaciare e significare altro, garantendo l’ordine (o la grande menzogna della “mente che mente”) come meglio può…

Ma il fatto è che non c’è ordine. L’ordine non è che un embolon. Un campo di forza che collega svariate percezioni e le inscrive in una “serie“: Padre-Dio-Logos-ordine sociale-territorio-soci-clan-stupro rituale-sfruttamento-patriottismo-guerrieri-ragione-linguaggio e così via… serie gettata dentro dall’ambiente circostante e non solo per patti, per convenzioni, ma anche da singole impressioni, da un’educazione al symbolon (fatta di convenzioni e classificazioni) che ci viene riproposta come una marziale e deviante palestra della mente-corpo. Muoviti così e dici “fallo”… Muoviti cosà e dici “fallimento”… Il symbolon è una particolare specie di embolon che si prende per vero, reale, chiaro, evidente, razionale, buono, incontrovertibile… è un embolon “presuntuoso”, che cerca costantemente di celare la sua natura emblematica. Necessario per il “progresso” e la “civiltà”, nega costantemente i suoi accidenti e le sue eccezioni… La Psicanalogica è qui per questo. Per “embolizzare” questo sistema proliferante e virale e bloccare la sua circolazione arteriosa e, nella sua accezione positiva, muovere il pensiero secondo la sua “natura”, ovvero il suo ritmo e il suo movimento. Vaglierà rassomiglianze e le inanellerà come in un diadema o in una collana. Cercherà di continuare ad accostarsi alla comprensione (e alla rigenerazione) dei sogni, delle analogie, delle intuizioni, delle trasmutazioni e del mondo non più scientifico e filosofico che ci attende. Continuerà il racconto interrotto (ma sempre rilanciato) delle donne-sacedotesse (delle verie  magdalene, pizie, bakhti, diane cacciatrici), delle radure dei boschi, dei desideri, delle leggende, dei sincretisti. Seguendo un’arte del “-getto” che sappia cosa “gettare dentro”… come masticare la luce, indirizzare i fulmini e i soffi e seguire le eccezioni. Nel tentativo di dischiudere il corpo-mente a quel “fuori” che ce lo re-invia costantemente mutato e modulato.

il -getto: movimento dell'embolon (gettare dentro) e dell'eccezione (prendere da fuori). Al centro la spirale del corpo-mente. Elaborazione grafica 3D di Valerio Mele.

P.S.: Eccovi cosa c’è “in ballo”. Ed eccovi “imballata” la psicanalogia… (sono solo altri due termini derivati da “embolon“…).  Parleremo in seguito della pratica psicanalogica (inattendibilità della scienza, analisi dei sogni, amplificazione associativa e analogica, “sciamanesimo”, metodi e terapie, dono).


Sciamano

(parole e silenzio di Valerio Mele)

Si getta

dal fondo della notte

cascata oscura

incessante e banale

tuono mugghiante

nel pozzo di luce

dei mondi.

Sciama di nuovo indietro,

sfuggendo al terrore sismico

di miriadi di uccelli in volo,

verso la breccia impossibile

della sua sorgente…

e ritorna a cambiare le rotte

e rifrangere i raggi fulminei

delle cascate.

Mai sarà compreso

sempre sfuggirà,

sempre tornerà,

sempre (o quasi) a bersaglio.

Ogni volta differente.

Ogni volta diluito.

Ogni volta trasmutato.

Eccezione di Dio,

sabbia e sale,

fango e seme,

poi sciame,

eccezione dell’ eccezione,

e ancora e sempre…

-getto.


IL DI-VERSO DEI -GETTI

decomponendosicompongono


sog-getti, né og-getti!

PS: Cito da questo interessante articolo che cita il libro “Forsennare il soggettile” di Derrida… che scrive di “getto” (il grassettato è mio):

In Forcener le subjectile, Derrida elabora un’interpretazione complessiva della paradossale non-opera del poeta-artista francese, attraverso il grimaldello di un’antica e desueta parola, forse francese o italiana: subjectile, soggettile. Artaud la utilizza tre volte nei suoi scritti, per parlare dei suoi disegni (nel 1932, nel 1946, nel 1947). Infatti, il “soggettile” indica innanzitutto il “supporto” materiale dell’opera figurativa. Ma in Artaud assume connotazioni aggiuntive inedite. È sì supporto ma anche soggetto, indica la passività della materia ma anche quella del “soggetto” (nel senso dell’esser soggetto a); indica un “giacere” (dal latino iaceo-iacēre) ma anche, nello stesso tempo, un “lanciare” (dal latino iacio-iacĕre); ha a che fare, quindi con la “gettatezza” dell’essere al mondo e con il “gettare” (jeter) e il “progettare” (projeter).

Il soggettile cos’è? – si chiede Derrida. Qualsiasi cosa, tutto e qualsiasi cosa? Il padre, la madre, il figlio e io? Per fare buon peso, perché possiamo dire la soggettile, è anche mia figlia, la materia e lo Spirito Santo, la materia e la forma delle forme, il supporto e la superficie, la rappresentazione e l’irrappresentabile, una figura dell’infigurabile, l’impatto del proiettile, il suo bersaglio e la sua destinazione, l’oggetto, il soggetto, il progetto, il soggiacente di tutti questi getti, il letto del succube e dell’incubo […], ciò che porta tutto in gestazione, che gestisce tutto e partorisce tutto, capace di tutto. […] Tutto e il resto, ecco ciò che è senza esserlo.


D.e A.D. – decentralizzazione e anomia dividualista (ex D.A.I.)

 (“L’uomo rotola via dal centro verso la X”.
(Friedrich Nietzsche)

Aggiunta del 1 marzo 2013. La D.A.I., viste le ultime ricerche e ipotesi sul dividuo, è diventata DeAD – decentralizzazione e anomia dividualista. Si prendono in tal modo le distanze anche da una tradizione (individualista di qualsiasi tipo) in cui non è più possibile riconoscersi (dato che, a quanto pare, non ci sottrae dai rapporti sociali che ci imprigionano).

Quanto all’anomia (oltre al rifiuto della chiusura che l’auto- di “autonomia” implica) è uno sberleffo alle tesi di Durkheim al riguardo… è la macchina ludica delle “periferie” e delle pratiche produttive e riproduttive che rifiutano il centro, contrarie appunto al nomos (come all’identitarismo, all’universalismo, al territorialismo) e favorevoli al gioco delle regole, alla ricombinazione delle relazioni tra insiemi di dividui al di là della divisione del lavoro o attraverso di essa.

simbolo della Decentralizzazione e l'Autonomia Individualista

Aggiunta del 12 marzo 2013. La D. e A. D. (Decentralizzazione e Anomia Dividualista) discute le premesse e le regole di una sorta di GRV (“gioco di ruolo dal vivo”… con spunti da LARP o da Nomic…) che orbiterà attorno a due istituzioni provvisorie principali:
– le utòpie (nome provvisorio e casuale delle note dei muncipi virtuali – divisibili in due, tra i contraenti, come l’antico symbolon – che regolano gli scambi secondo principi mutualistici, che contrassegnano il tipo, la qualità e il tempo di lavoro… e che costituiscono un patto politico dividuale oltre che un mezzo di scambio o un accordo di produzione, distribuzione, consumo – ricongiungendo in tal modo la separazione dell’economico dal politico. Lo scambio e la registrazione delle utòpie , o p.d.t. – perdite di tempo – viene regolato, mediante una sorta di gioco a livelli crescenti di coinvolgimento e complessità, dai municipi virtuali)
– i municipi virtuali (…deterritorializzati e anti-identitari…  sono istituzioni-software, calibrate collegialmente, atte a regolare e pianificare l’attività di un gruppo di dividui aventi come finalità strategica la decentralizzazione di poteri, energie e risorse e l’autonomia e autosufficienza degli stessi municipi – da munus + cipium, “ricevere un dono, un incarico, un servizio, un prodotto, un’opera, ecc” – vedi i significati latini di “munus” anche qui – con l’impegno volontario di ricambiare e partecipare; differente dal senso del “com-munis”, del mettere in comune, accentrando, regolando con la forza della necessità lo scambio dei beni… dal valorizzare e porre l’isituzione al di sopra delle volontà dei singoli in/dividui istituenti).

Seguono i primi spunti dell’idea originaria…

A proposito del nuovo simbolo. Ho scelto colori che vanno alchemicamente dalla nigredo all’albedo (meglio un’ispirazione lunare e non-violenta, ma con una punta di corrosiva acidità, la freccia) e che indicano in modo inequivocabile la forza centripeta del movimento… ritratto di Alcuni potranno trovarvi la citazione della “giduglia”, la spirale disegnata sul ventre di Padre Ubu… altri l’eccentricità di alcune armonie naturali chiaramente osservabili nelle conchiglie o nelle galassie… altri una irresistibile attrazione, contrario della “logica stringente”…
Lascio qui sotto, invece, la spiegazione del precedente simbolo, per meglio comprendere la genesi del logo e i commenti che seguono al post… La rimozione del profilo di Stirner, oltre che per motivi squisitamente estetici, è anche dovuta ad una certa insofferenza nei confronti dei predecessori, che, per definizione, è meglio che rimangano nei loro libri. Altro importante motivo è che  una premessa essenziale della presente idea “politica” è la imprescindibile critica dell’identità e della metafisica (che va da Nietzsche a Derrida) e dunque anche dell’esaltazione dell’Ego così cara a Stirner. La verità e la metafisica (le ideologie e le religioni che vogliono un pensiero unico, fondante) sono ancora peggio delle strutture economiche che hanno ispirato… Non credo che l’uomo debba cercare un’unica logica. E’ semmai costretto (anche dalla sua stessa “natura”) a dover praticare più logiche, cambiare idea, confrontarsi o distrarsi… e  seguire paradossi, infiltrarsi e contaminarsi.
Mi concentro sulla spirale (per uscire dalla storia, dalla dialettica e dall’incubo illuminista…). Come un neutrino che sfugge ad una supernova.

La D.A.I. (Decentralizzazione e Autonomia In/dividualista) propone una forma di federalismo esasperato, volto alla progressiva scomparsa, oltre che degli apparati centralizzati dello Stato, della Società (intesa come astrazione sovra-individuale, mitologema fondante) per nuovi progetti di co-esistenza basati su un “accordo politico“, piuttosto che su un “contratto sociale”, tra individui energeticamente e politicamente autonomi.
Una sua premessa teorica (a differenza del socialismo, del comunismo o del cristianesimo e del Mulino Bianco) è il “pessimismo antropologico”, che ritroviamo in pensatori come Hobbes, Machiavelli, ma anche in scrittori come de Sade e Lautréamont.

L’uomo non è “buono” per natura. La sua inclinazione alla prevaricazione rende quest’ultima la tendenza generale della società, che è la somma dei singoli in/dividui, per il solo fatto di essere possibile… Così chi si afferma nella società sono solo i “cattivi” (dal latino “captivi”=prigionieri… di una società – il fantasma preferito della convivenza umana – che ne asseconda e ne amplifica le inclinazioni perniciose). Si può dunque dire che la società è intrinsecamente “cattiva” e incapace di esprimere una giustizia che rispetti tutti gli in/dividui nella loro singolarità e specialità, poiché in realtà afferma il principio contrario. Quello di una norma generale che si ispira a presunti valori universali. La DAI, riconoscendo il “male” come costitutivo dell’uomo e della società (ma non esaltandolo in alcun modo), sostituisce la legge morale “Ama il prossimo tuo” dell’era dei Pesci con il più realistico invito a “Non nuocere agli altri” (in/dividui o viventi che dir si voglia). Critica aspramente tutte quelle ideologie volte a considerare le società come superiori all’in/dividuo e fautrici del suo bene. E inoltre tutte quelle religioni che inneggiano acriticamente e ipocritamente all’amore reciproco come unica legge morale. Per la DAI il senso della responsabilità ed una progressiva educazione alla libertà in/dividuale e al suo valore, determinato da nuove regole di scambio e convivenza, dovrebbero bastare a bilanciare le tendenze alla prevaricazione. Tale “pedagogia” potrà essere messa in pratica da scuole, laboratori e gruppi di in/dividui liberi (soprattutto dal ressentiment).

La DAI intende sostituire gli accordi politici in/dividuali alle Società e ai poteri centrali. Intende rimpiazzare il diritto (borghese, nato dalla Rivoluzione francese) di essere un “cittadino” con la possibilità di essere un “in/dividuo”, un “vivente”, libero e rispettato anche al di fuori delle logiche statali e nazionali.
In un contesto di dissoluzione dei principi che hanno fondato le democrazie liberali, di violazione programmatica del diritto internazionale, di messa in discussione delle norme costituzionali e della forma-stato, la DAI cavalca l’onda del cambiamento, piuttosto che attestarsi su posizioni giacobine di più di due secoli fa… che suonano come restauratrici e reazionarie (vedi i partiti e i molti movimenti a favore del “cittadino” che nascono sempre più numerosi). Non difendiamo né il diritto, né la prigione…

DECENTRALIZZAZIONE va intesa come allontanamento sia dai poteri centrali che dal modello energetico centralizzato. E anche dal modello bancario centralizzato. Come da quello architettonico, urbanistico… La DAI respinge l’idea di centrale. Invece di centralizzare tutto il potere (poteri centrali), l’energia (centrali energetiche), il denaro (banche centrali) e  le informazioni (nei database delle centrali informatiche), si dovrebbe tendere a non superare di molto la misura dell’in/dividuo. Devo poter toccare e conoscere chi amministra e accumula. Devo poter partecipare alle decisioni che riguardano la mia stessa sussistenza. Devo avere io stesso, eventualmente, questo potere (dividuabile, de visu, prima che individuale). Questo processo di decentralizzazione rappresenta un’istanza e non importa quale apparato possa essere considerato provvisoriamente più idoneo… purché si tenda a far coincidere il potere (inteso come principio di responsabilità e  rispetto oltre che come possibilità e capacità) con l’in/dividuo. Decisioni collettive nelle mani di ognuno. Niente elezioni e principio di delega. Si intende tracciare una via. Che dovrebbe condurre ciascuno a chiedere il minimo sforzo possibile ad altri in/dividui. E tendere all’autonomia…
AUTONOMIA energetica e autonomia, sperimentale e concordata, dalle Leggi, cui vanno affiancate (o che andrebbero sostituite con) delle più snelle e revocabili regole del gioco. Le Leggi (anche “costituzionali”) delle attuali democrazie sono contratti (anche millantati, non scritti come nel caso del “contratto sociale” e ad ogni modo mediati in modo troppo articolato e tramite deleghe troppo dilazionate per non risultare in realtà unilaterali) temporanei e convenzionali tra più insiemi di in/dividui (che altri chiamano classi)… e possono essere considerate come giuste nella misura della convenienza complessiva della moltepliclità degli in/dividui che ne riconoscono una qualche importanza o che vi sono sottomessi. Se nuocciono a troppi, o comunque nuocciono (com’è scontato) a coloro che non l’hanno redatta, non sono leggi giuste e perdono di legittimità e di forza. Nessuna legge è comunque legittima se non per convenzione (Diritto)… e, soprattutto, per Forza. Insomma il mitologico e fantomatico “contratto sociale” è una finzione tattica per dominare l’insieme complesso degli in/dividui, stipulato da una classe che domina degli insiemi… Per ridurre al minimo il rischio di interazioni conflittuali e favorire la tenuta degli insiemi, in assenza di una Legge e in presenza di un municipio virtuale deterritorializzato, decentralizzato e diviso secondo il volume e la sufficienza degli accordi, con delle regole del gioco valide tra chi le condivide, dovrebbe essere garantita come regola iniziale ad ogni individuo l’autonomia della produzione e degli scambi e la possibilità di istituire una serie di accordi politici in/dividuali regolati collettivamente, in senso municipale e tramite software decentralizzato (di un “hardware” da riprogettare). In questo senso la tecnologia (anche digitale) potrebbe essere intesa in senso virtuoso, invece che come strumento di dominio e sfruttamento da parte di un potere centrale. Così come, sul piano dell’esistere (ove si territorializzasse), le abitazioni dovrebbero essere costruite per far vivere autonomamente (con laboratori, fabbriche, orti, piantagioni e mezzi di produzione, anche di energia, a disposizione di tutti) il minimo numero possibile di in/dividui, ecc… Il consumo superfluo, distruttore di risorse, dovrebbe essere rimpiazzato da pratiche di s-valorizzazione come le feste, l’arte, ecc… (che possano creare spazi di potlach e libertà carnevalesca anche dall’equilibrio di bilancio continuo che richiederebbe il munus degli accordi politici in/dividuali).
E’ chiaro che queste due direttive non sono realizzabili nell’immediato, ma come ho detto, tracciano una linea di tendenza… che passa innanzitutto per un mutamento spirituale, per percorsi cognitivi singolari e differenti che prendano le distanze dalle falsità delle religioni e di alcune ideologie para-religiose e dogmatiche. Fine del contratto sociale, dell’Illuminismo e del sogno del “buon governo” (non esiste!). Fine della divisione del lavoro. Siano favorite le eccezioni, sfavorito il pregiudizio e il mimetismo. Al centro dell’attenzione ci siano l’in/dividuo e la sua autonomia. E la varietà del mondo. Una struttura decentralizzante estremamente capillare, simile ad una rete o, piuttosto, a un labirinto, con snodi centrali sempre più piccoli, svincolabili ma non isolati (con una comunicazione “da punto a punto”), dovrebbe garantire la complessità dello sviluppo collettivo e la qualità degli scambi. Nell’ibrido immediato sarebbe auspicabile la sburocratizzazione e la detassazione del lavoro autonomo (inteso anche come progettazione dell’autonomia dal lavoro salariato) e di nuove forme “societarie” o “associative” non padronali o a vocazione imprenditoriale ancora da istituire (che operino specialmente nel settore produttivo, alimentare, manifatturiero e della distribuzione)… La liberazione dalle retoriche identitarie, territorialiste e nazionaliste… La costituzione parallela del mutualismo sotto forma di municipi virtuali” e di un nuovo paradigma del denaro (inteso come “accordo politico in/dividuale” in luogo di “equivalente generale della merce”, che la D.A.I. chiama “utòpie”, moneta divisibile in due come l’antico symbolon)… Finanziamenti alla ricerca (o autogestione della ricerca) nel senso dell’autonomizzazione energetica e alimentare di ciascun dividuo (energie alternative, accumuli di scorte energetiche locali, diffusione dei mercati alimentari a vendita diretta, ecc…). Accanto alla ripresa e alla radicalizzazione di una nuova forma di resistenza dei viventi contro le politiche neo-liberiste, la mercificazione globale e la società del controllo tecnocratico e mediocratico.
C’è un immenso lavoro di distruzione da compiere. Anche se, molto probabilmente, il capitalismo ci sta già pensando da solo ad annientarsi… Il suo progetto di espansione globale fallirà in pochi decenni. Nel frattempo occorre rimpiazzare un po’ alla volta, con nuove relazioni, i rapporti di produzione e il deserto che avanza, sottrarci al lavoro dipendente e non far funzionare più la fabbrica ideologica della società. Fare di tutti noi degli in/dividui singolari e non ricattabili… non più prigionieri di costruzioni mentali e architetture discutibili…
C’è un immenso lavoro di riciclaggio delle materie e delle idee, reinvenzione, alchimia, mutazione e bricolage da compiere.
Ognuno resti al suo posto, piuttosto che innestare reazioni a catena già scritte e prevedibili, e “decostruisca” ed “eccepisca” il suo mondo più possibile.

NO FRENCH REVOLUTION.

Libertà, Uguaglianza e Fratellanza
diventano
Responsabilità, Rispetto e Giusta Distanza.