videomaker, fotografo, musicista e sound-designer

Articoli con tag “terrorismo potenziale

zona rossa – zona sacra – zona morta (derive analogiche e pensieri frammentari)

Hanno esteso la “zona rossa” intorno a Piazza Montecitorio… Evidentemente il sacro eccita troppo… così hanno deciso di estendere la zona sacra che non è possibile valicare… tutti sogneranno di orgasmare all’interno del suo perimetro… è una roba come la belarda di “Madame Edwarda” (quella che per Bataille era Dio… o il corpo accecante e nauseante dell’incesto di cui lo stesso autore scrive in “Mia madre”…).

O come nella storiella dell’albero della conoscenza del Bene e del Male nel paradiso terrestre che non si doveva toccare sennò iradiddìo… un po’ fallo un po’ pelo di fica… (“fallo” è una parola polisemica… con double bind incorporato: può essere inteso sia come imperativo di “fare” – “Fallo!” – che come “infrazione punita dall’arbitro” o, ancora, “posto sbagliato”… quando si dice, per esempio, “mettere un piede in fallo”).

Io mi tengo alla larga persino dal centro di me stesso, per evitare le intensità allucinate della piega corrugata che si crede dio…

Roma… l’idea barocca di orbitare ellitticamente intorno al vuoto.

Una parabola dell’assoluta ambivalenza delle (psicotiche e psicotizzanti) tecnologie di controllo “preventivo” è il film di Cronenberg “La zona morta”

Qui invece un video liberamente ispirato a “Essi vivono” di Carpenter (con epilogo che rende bene l’idea della barbarie individuale cui porta la paranoia che si diffonde a tutto spiano):

Ora si parla (col solito appeal asettico, rassicurante e innocentino) delle nuove tecnologie, di realtà aumentata… (un’altra invenzione sperimentata, come “internet”, prima dai militari statunitensi e poi commercializzata per tutti i replicanti, ritornanti e consumati-consumatori sparsi per il mondo), come si riporta in questo video:


Ed ora un po’ di mainstream… o flussi schizo, che dir si voglia…

La vicenda di Luigi Preiti mette in scena il rischio di morte implicito (la shakespeariana “libbra di carne” da sacrificare per un debito non più restituibile) nelle scelte di chi vive per scommessa… è il riflesso di un’intera economia in un singolo individuo comunque conforme e assimilato al sistema che pur lo esclude, suppliziandolo come un Tantalo con i suoi beni, con i suoi bi-sogni (nel senso – seguendo un falso etimo – di doppi, paradossali, ambivalenti),  squalificandolo magari anche per il tramite dei corpi sociali come le sue famiglie (d’origine e acquisita…) con i loro immaginabili giudizi pressanti… voci interiorizzate (che si vanno a sommare ai noti, amplificati e reiterati insulti di stato… “bamboccioni”, “fannulloni”, ecc…) che intimano all’uomo di vendere la sua forza lavoro, anche se non vi riesce, mantenere moglie e figli (vedi al minuto 3’40”) e se stesso… oppure, sempre il sistema, la Grande Macchina, con una piccola variazione sul tema, lo esorta a dipendere dal meccanismo ossessivo-compulsivo dei giochi d’azzardo, a drogarsi di speranze disperate come quelle di tante economie nazionali che annaspano, prosciugate dei loro liquidi, seguendo un ordine assurdo e mortifero che i sadici del profitto e della sussunzione universale insistono a considerare immutabile e senza alternativa… T.I.N.A. (o valorizzi il capitale vendendo il tuo tempo, la tua forza-lavoro e, in definitiva, il tuo corpo o lo valorizzi comunque cedendo al circuito del capitale quote di salario e rendite residuali raccattate alla bell’e meglio… per il tramite onnipervasivo della forma-denaro).

Altra assurdità che mi colpisce è quella dei “politici”, in generale, individuati dallo sparatore giustiziere (secondo la ricorrente opposizione popolo/politica estremamente semplificata e priva di qualsiasi senso strategico o della realtà) come coupable (colpevoli-colpibili) della sua rovina personale… è certamente espressione di una rabbia oltremodo impotente e per questo tremendamente cieca, predisposta ad essere schiacciata sotto gli anfibi (se non sotto i colpi) della gendarmeria… Sono gesti che paradossalmente spostano l’attenzione da ciò che vi è di politico in molti gesti banali e quotidiani, familiari anche allo sparatore, su qualcosa che di per sé sarebbe il Vuoto se non vi fosse chi finisce addirittura per volerlo sacrificare (confermando cioè la sua tautologica e sedicente sacralità). Lo dicevo qualche anno fa che il potere non esiste… nasce da un movimento corale di in/dividui opportunamente plasmati (e individuati, nel senso di “resi individui”, cioè identificati, iscritti e registrati per accedere alla fabbrica che li ha prodotti surcodificando e sussumendo – decodificando e ricodificando – la loro nuda vita) che lo legittima… Ma quando per legittimarsi si trova a sospettare di tutti i “cittadini” poveri o in difficoltà e senza alcuna determinazione politica in quanto potenziali sparatori? Non è un po’ troppo vasta questa categoria per non trasformare il Nulla (il buco nero di ogni centro, galattico e non) in dispotismo totalitario, perdendo del tutto i connotati della finzione “democratica”?

Nel frattempo in Italia c’è un clima in cui la stampa adora i necrologi dei fondamentalisti del Lavoro Perduto, martiri e suicidi (ovviamente solo quelli innocui, effetti collaterali del disfunzionamento perfino della legge bronzea di Ricardo), che si immolano alla causa dell’articolo 1 della “Costituzione più bella del mondo”… e c’è anche un clima da inquisizione di chiunque prenda la parola in merito a quella sparatoria insensata, cui viene richiesto un “abiura!” preventivo, manco fossimo nello Stato Pontificio… Di questo passo criminalizzeranno in tutto il Lazio anche il popolarissimo te-possino-ammazza’ o il ma-va’-a-mori’-ammazzato… Io a questo proposito non ho niente da aggiungere, dal momento che ravviso in ciò che accade, in queste dinamiche spettacolari e semplificate, una procedura che non mi coinvolge, non mi eccita né sovreccita… Lo trovo semmai un po’ deprimente e di cattivo gusto questo sollecitare emozioni… no alarms and no surprises… non cerco colpevoli (per quello ci sono già corpi armati dappertutto) o condanne esemplari, torture nelle patrie galerie (come si usa fare anche a chi è solo “clandestino”… un reato che, stando alle loro premesse teoriche sui Diritti dell’Uomo, non dovrebbe esistere… come piuttosto, in senso anti-universalista e anti-territorialista, il confine e il νόμος che lo istituisce, aggiungerei io)… né si possono far diventare colpevoli preventivamente tutti i depressi o i disoccupati senza psicotizzare tutto l’insieme, minando le fondamenta “pattizie” (ma dove sarebbe questo patto fantasma, imposto, asimmetrico, se non nei sogni del Dominio reale?) della “società civile” che si intenderebbe “proteggere”… Mi sembra un colossale equivoco… e sembra tutto previsto… già visto…

“Nessuno è mai morto di contraddizioni. E più si guasta, più si schizofrenizza, meglio funziona, all’americana”.

(da “L’anti-Edipo” di Deleuze-Guattari).

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L’ovvietà degli attentati nella “società gassosa”

In un certo senso
questo attentato
rientra nell’ovvio…

E’ così che si muore:
a casaccio…
fine delle competizioni
per qualcuno.

Un po’ alla volta è la consuetudine.
Tutto in una volta l’eccezione
…ma non cambia la sostanza.

Se poi nelle pieghe del sistema vi sono suggerimenti (mandati in onda in documentari dal taglio smart e accattivante, su YouTube e internet) su come costruire certe robe, l’evento diventa ancora più ovvio… anzi, direi che viene sognato (anticipato da film e fiction), invocato, istigato… è un difetto del sistema, un attrattore strano che però serve a far acquisire nuove forme alla mostruosità (la Grande Testa o la Grande Macchina) che si vorrebbe impossessare di tutto. L’eccezione (intensa) che conferma (ed estende) la regola. Improvvisa rivelazione della guerra nel bel mezzo della “società civile“… che non è quell’entità “pacifica” che si propaganda.
E’ ad ogni modo l’attentato perfetto perché l’attuale sistema di smaterializzazione del valore performi al meglio e si rivolga contro chi è diventato da un bel po’ di tempo “inutile”… Nessuna causa ideologica, nessun soggetto, nessuna rivendicazione, se non postuma e posticcia… In qualche modo sono eventi che si autogenerano, fanno il loro lavoro all’interno del sistema della divisione del lavoro. E danno ovviamente legittimità alla reazione organica delle istituzioni (o della parata di brandelli che si insiste a far sfilare…), che altrimenti franerebbero sotto la pressione della miriade di flussi di denaro che le attraversa… come attraversa il corpo della società.
Quando la società diventa gassosa, i compartimenti stagni della divisione del lavoro, che si insiste a volere arginare, tenere separati (anche per etnie, generi, religioni, ideologie e nazionalismi) e mettere l’uno contro l’altro, tendono a deflagrare o smottare “naturalmente” non appena vengono messi sotto pressione… Questa volta è toccato alla categoria random degli “appassionati di maratone cittadine”… E’ il fracking della società.

Altri miei post su temi analoghi: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7


POSTLUDIO

Il più ostile a questo sistema è il suo centro… ciò che lo legittima. Se questa ostilità fosse più diffusa e senza soggetto, probabilmente il sistema si rivolgerebbe contro se stesso. Che è un po’ quello che accade. E non è detto che non sopravviva proprio grazie a questa paradossale e provvidenziale “modalità provvisoria” (al di là di qualsiasi capro espiatorio o istanza soggettiva).
Forse bisognerebbe proprio evitare il centro, il sistema e l’ostilità… anche se sono già attrezzati a dare una “ripassata” a ciò che potrebbe evitarli… passano e ripassano, come satelliti in orbita… come droni striscianti, volanti o con rapidissime zampe d’acciaio.

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Questi “organizzatori di eventi” emotivamente coinvolgenti (o di “eventi che legittimano organi“) si fanno sempre più scaltri… (ora ci toccherà rivedere lo stesso evento migliaia di volte… mentre le interpretazioni prendono progressivamente e inesorabilmente il posto della realtà… altrove invece, si continuerà a morire e basta, senza telecamere…).

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Dall’organizzazione degli eventi agli eventi che organizzano.

…i cosiddetti “simboli”, la moneta tonante del dominio… quella che legittima i suoi organi con la violenza diffusa… ma che al contempo espone alla dis-organizzazione, all’embolia di qualsiasi processo, al rischio del non ritorno di alcun utile…

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“il killer verrà cercato porta a porta. La città è in stato di assedio“.
[…]
“casa per casa”

Scrive l’ANSA, dopo che stavo cercando guarda caso proprio la trama del film “Borat”:

Tirava di box, il suo film preferito era “Borat” (il bizzarro giornalista kazako inventato dal comico britannico Sacha Baron Cohen), voleva fare l’ingegnere e diceva di “non avere neanche un amico americano perché non li capisco“.

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Certo che se si dovesse uccidere tutto ciò che non si riesce a capire… ci sarebbe la dittatura del semplice, del superficiale, della prima impressione, del cittadino impazzito, di ciò che sembra cartesianamente chiaro ed evidente, dell’idiota che crede di sapere tutto… forse il problema è che si sono sviluppate teorie e sistemi incapaci di convivere con l’estrema frammentazione del reale… con le molteplici divisioni che ci solcano… non esiste ancora una rinuncia ufficiale e definitiva a cogliere la totalità… tutti sembrano ancora rincorrere questa chimera distributrice di sensi apparenti, dispensatrice di segni, di feticci, di denaro… di equivalenti generali di una realtà comunque singolare nella sua molteplicità inafferrabile…

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Insomma è confermata la capacità della feroce società statunitense (e non solo) di autoattentarsi, dato che stiamo parlando di americani senza una identità inquadrabile in statistiche o, comunque, con un profilo social molto stratificato… come quello di tanti…
E’ chiaro che l’intestardirsi su identitarismi, territorialismi e universalismi produce tutto questo… credo proprio non si possa opporre sensatamente la caccia all’uomo e la giustizia stile far west a certi effetti collaterali del fracking sociale (a meno che non si vogliano forzatamente lasciar proliferare l’anomia borderline e le identità in rovina per tentare di legittimare – lo trovo davvero impossibile – la sola Identità ad essersi presa, con la forza, il monopolio mondiale della violenza…).

Stranissimo, affascinante ed enigmatico (a proposito di identitarismi borderline) il video di un camaleonte che prende il colore di vari occhiali da sole che gli vengono presentati davanti al suo lento incedere, mentre si sentono preghiere musulmane sullo sfondo… era presente sul canale YouTube del presunto assassino assassinato (Tamerlan, che era appassionato di trance music e islam neanche in modalità fondamentalista, almeno da quel che si può capire… per il resto vedo un virile mix di nazionalismo ceceno, mimetiche e boxe…).

Ovviamente l’americano medio (da vero fondamentalista) reagisce insultando nei commenti su YT l’assassinato e promettendo una pioggia di proiettili anche sul fratello come su tutti i musulmani indistintamente… o alludendo alla frociosità dell’attentatore che non sarebbe stato all'”altezza” di Breivik… o ipotizzando che fosse stato vittima di uno stupro anale in Cecenia…
Al presunto attentatore sembra piacessero canzoni hip-hop deliranti, che invitavano a difendersi dai tanti complotti di cui l’idiota medio sarebbe vittima, nell’unico modo che viene tanto propagandato, difeso e accettato in USA… e cioè quello di riempirsi di armi… Loro, da novelli americani, forse le avrebbero anche usate…

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CADUTI DAL PERO…
“Come due fratelli che sono cresciuti qui possono essersi rivoltati contro il nostro Paese?”, si e’ chiesto il presidente Obama… che con questo evento coglie l’occasione per mettere in pratica spettacolarmente l’efficacia delle sue kill list… (sembra che il protocollo sia: si uccidono i sospettati prima di sapere oltre e poi si fanno sparire tutte le eventuali prove sia d’innocenza che di colpevolezza…).

“La madre però fornisce una notizia importante quando dice che il figlio aveva avuto problemi in relazione all’estremismo islamico e il FBI lo ha contattato e controllato diverse volte negli ultimi anni. Dichiarazioni che alimenteranno le polemiche sull’operato dell’agenzia, il cui l’interesse per Tamerlan è stato confermato anche da altre fonti”.

I contatti si possono prendere per tanti motivi… Nutro forti sospetti su tutta la messa in scena con “stato d’assedio” finale e applausi ai boia… Ma ad ogni modo qualsiasi retroscena ci sia dietro l’esplosione delle due pentole a pressione, permane il fatto che si è raggiunto l’effetto desiderato: esercito che vaga “strada per strada”, “casa per casa” (occhio per occhio, dente per dente), la caccia alle identità difformi (anche su internet), la rappresaglia, tante pallottole a segno, la soddisfazione per il ripristino dell'”ordine”… della “sicurezza”… il consenso paranoide e “sentimentale” di una società violentissima alle esecuzioni sommarie… l’evento terroristico è solo un momento subito/istigato, normale, ovvio di quel frame istituzionale.


Complicare o semplificare? | L’ambivalenza della guerra in corso

Il nostro edificio è bellissimo, perfetto… Non riuscirete mai a farne uno simile… Occorrono decine, centinaia di anni per pensare un’architettura così complessa e condivisa… e comunque, con-dividui, nel caso aveste idee diverse, abbiamo i droni…
[…]
Provate a tornare a casa… non ce l’avete una casa!… e allora provate a vagare fino a trovarne una… nomadi pezzenti.

(da “Adaequatio rei ad imaginem” di Valerio Mele)

Innanzitutto bisognerebbe capire a quale guerra in corso mi riferisco… Forse alla IV Guerra Mondiale di cui parlava Baudrillard?

“La prima [guerra mondiale] aveva posto fine alla supremazia europea e all’era del colonialismo; la seconda al nazismo; e la terza al comunismo. Ciascuna ci ha portato sempre più vicini all’ordine mondiale unitario di oggi, che si sta ora avvicinando alla sua fine, in ogni parte, ad ogni lato in lotta contro forze ostili. Questa è una guerra di complessità frattale, condotta su scala mondiale contro realtà singole ribelli che, come gli anticorpi, oppongono resistenza in ogni cellula”.

1 – Rassegna di blog sulla guerra in Mali e non solo…

(consiglio di prendere fiato prima di leggere: vi sono domande molto lunghe e piene di parentesi)

…o mi riferisco a questa nuova guerra in Mali (che pur ho cominciato a seguire in un commento che ho intitolato  “L’ITALIA E’ IN GUERRA (di nuovo) MA LA CHIAMANO “SUPPORTO LOGISTICO” in cui narro le gesta e le opinioni di Prodi, Terzi, Leon Panetta, Bersani e alcuni giornalisti inqualificabili… azzardando alcune ipotesi circa la nuova strategia indiretta del dominio statunitense),  le cui motivazioni reali [più che appassionandosi agli scontri tra i ribelli Touaregs del Mouvement National de Libération de l’Azawad MNLA, forze governative invocanti l’aiuto del protettore globale, fantomatici integralisti-terroristi-alquaidisti dai metodi talebani come Ansar Dine, il Mouvement pour l’Unicité et le Jihad en Afrique de l’Ouest (MUJAO), Al-Qaïda au Maghreb Islamique (AQMI) e Boko Haramvenuti fuori non si sa da dove e finanziati non si sa da chi, di cui si sa solo quello che passa la propaganda guerrafondaia occidentale – e chissà quante altre ulteriori etnie e gruppi maliani…] si spiegano comunque in buona parte dando un’occhiata alla mappa di uno stato posticcio (messo su da un golpe militare per rimpiazzarne uno corrotto, marionetta ultraliberista dell’IFI) sezionato dai diritti di esplorazione (concordata evidentemente da team multinazionali, da squadre munite di squadrette) delle compagnie petrolifere?…

…o [le motivazioni reali di questa guerra in Mali] si spiegano meditando sulle altre risorse naturali di cui il paese è ricco (“fosfati, ferro, molto oro estratto dalle sabbie del Sahel, diamanti, petrolio, uranio, bauxite, manganese, ecc.”)… o su questo movente da società gassosa che suggerisce Olympe de Gouges?

Il ministro delle miniere del Mali, Amadou Baba Sy, ha firmato, il 18 dicembre 2012, un decreto attestante l’acquisizione da parte dello Stato del blocco 4 del bacino di Taoudeni, precedentemente concesso a ENI e Sonatrach (Sipex), multinazionale algerina (2° esportatore di GNL e GPL e 3° esportatore di gas naturale del mondo) dallo spodestato presidente Amadou Toumani Touré.

Di quale guerra in corso stiamo dunque parlando?… Un post notevole di Miguel Martinez inquadra il fenomeno Mali per come lo possiamo leggere in questo momento, con tre racconti, un’ipotesi e due vie, fornendo una lettura per certi versi in trasparenza dei mutamenti del mondo e delle società (anche “occidentali”) nell’epoca del superamento della forma stato-nazione… nell’epoca della “globalizzazione” intesa come smaterializzazione dei confini dello sfruttamento:

  • Racconto primo, che è l’unico che sentirete nei media o dai politici. Ci sono i soliti Pazzi Terroristi Islamici, che questa volta agiscono nel Mali, che sta da qualche parte tra l’Afghanistan e l’Iran, forse. Sgozzano, vietano i film, picchiano le donne. Due minuti d’odio. Ma ecco che si alzano in volo i nostri luccicanti bombardieri dotati di insetticida, evviva!

  • Racconto secondo, leggibile in represensibili angoli di Internet. Ci sono, è vero, i Pazzi Terroristi Islamici, solo che sono al servizio dell’Emiro del Qatar, che è amico dell’Occidente, e quindi è tutta una truffa.

  • Racconto terzo, reperibile anch’esso solo in luoghi reconditi. Ci sono i saccheggiatori francesi, o americani, che stanno facendo un’ennesima guerra per riportare a casa un carico di… segue un lungo elenco di risorse naturali, tratto da Wikipedia.

Voglio però costruire lo stesso un’ipotesi, magari piena di bachi. I paesi che si definiscono “civili” hanno avuto negli ultimi due secoli come caratteristica fondamentale lo Stato Nazione. Si tratta di un immenso dispositivo impersonale che tiene insieme la società.
[…]
Il Mali, disegnato sulla carta da qualche amministratore francese poco amante dell’arte, è uno dei paesi più poveri del pianeta.
[…]
Le ricche risorse minerarie non solo non danno lavoro, ma provocano la cacciata dei contadini dai loro villaggi.
E il paese è popolato da almeno tre grandi etnie che non si amano affatto. Quindi, uno Stato Nazione semplicemente non ci può essere nel Mali.
[…]
Il Mali si trova su due vie fondamentali. La prima è quella dell’emigrazione dei nigeriani verso nord. La seconda, a sorpresa, è la nuova grande via della cocaina sudamericana verso l’Europa, per valori che superano quello di tutto il prodotto interno lordo di molti paesi della regione. Quindi, ciò che succede nel Mali si ricollega sempre alla Grande Idrovora, al nucleo del dominio che risucchia il mondo, e alle incessanti lotte per attaccarsi alle sue tubature. Quando non c’è uno stato nazione, o c’è solo per finta, la società si organizza in altri modi. Questa è ormai la regola in vaste aree del mondo, forse la maggioranza.
[…]
Tutto questo diventa interessante, se ci rendiamo conto che si tratta di un processo mondiale. Lo Stato Nazione inizia a crollare in realtà a partire dal centro del dominio: lo constatiamo tutti anche qui, dalle infinite piccole crepe.
[…]
Una vicenda come quella del Mali diventa così di enorme interesse, ma non per il gusto di fare il tifo di squadra. Per capire il futuro del mondo.

Alessandra Corrado di Uninomade, dopo aver descritto in modo chiaro e lineare la situazione attuale in Mali e le ragioni che avrebbero portato popolazioni nomadi ad alzare il tiro delle rivendicazioni territoriali fino a chiedere l’indipendenza dei territori a nord del Paese, giunge a queste conclusioni che sottolineano un iniziale e forzato processo di “semplificazione” del fronte da un lato e dall’altro (pur finendo per schierarsi in favore di fumose ed improbabili rivendicazioni sociali che dovrebbero salvare il paese dalle parti in conflitto… prospettiva irrealistica che fa quasi desiderare la fine dello stato del Mali e il trionfo dei gruppi armati anti-occidentali…):

La guerra senza fine mossa dall’Occidente contro il terrorismo sta avendo l’effetto paradossale di rafforzare e unire le organizzazioni fondamentaliste, producendo come si legge su Le Monde diplomatique una «autostrada dell’internazionale sovversiva», che va dal Pakistan al Sahel, passando per l’Irak e la Somalia e attraverso la quale circolano combattenti, idee, tecniche di lotta, armi, in una guerra contro le “nuove crociate”. Si rileva infatti che dal 2001 queste nuove guerre hanno avuto luogo in paesi musulmani – Afghanistan, Irak, Somalia, Libano, Mali, e non dimenticando Gaza. Ma individuando solo nella motivazione cultural-religiosa l’elemento di scontro e lotta si occultano quelli che sono i veri interessi in gioco fra le parti – quelli di una economia mineraria ed espropriatrice – e le strategie di mobilitazione sociale attivate, anti-occidentali da un parte e securitarie e islamofobiche dall’altra.

Scrive invece Sebastiano Isaia circa la guerra in corso, a suo avviso sociale e sistemica, su cui stiamo indagando (che costituisce la precondizione dell’intervento militare in Mali, come di altri passati e futuri interventi “umanitari” e che parla più di ciò che accade e accadrà qui in Europa):

Qui fa capolino la vecchia illusione europeista, ridicolizzata a suo tempo da De Gaulle, teorico dell’«Europa delle patrie», di chi immagina possibile la creazione di uno spazio politico-istituzionale di tipo federale (gli Stati Uniti d’Europa) attraverso una pacifica e totale cessione di sovranità da parte di tutti i Paesi europei. E quando dico pacifica non intendo alludere solo alla guerra di tipo tradizionale, quella che ha sconvolto e insanguinato periodicamente l’Europa, ma anche alla guerra di tipo economico-sociale, che infatti è in pieno corso nel Vecchio Continente. Anche qui, la guerra degli eserciti in armi non è che la continuazione della guerra sociale incardinata sul solito mantra capitalistico: profitti, profitti, profitti! La guerra sistemica (economica, scientifica, tecnologica, politica, culturale, psicologica) è la guerra peculiare dei nostri disumani tempi. I raid aerei “umanitari” ne sono solo l’ultima manifestazione. Ma può capirlo questo chi ha in testa gli Stati Uniti – e capitalistici! – d’Europa come il massimo di “utopia” possibile nel XXI secolo?

Un noto Institut infine, cui si abbevera la sapienza filo-atlantica della pregiatissima dirigenza politica italiana (e cui è doveroso far riferimento per capire le intenzioni da questo lato del campo, tese a quanto pare a non compattare e semplificare gli schieramenti come sostiene Alessandra Corrado), lascia intuire tra le righe (scritte in inglese) a che serve “il processo di frammentazione in corso dei gruppi jihadisti” (ops! ma non si stavano ricompattando?) e la proliferazione di “nuovi gruppi di insurgent con figure regionali sul modello di Bin Laden”… e cioè (questo è quel che penso) ad una rinascita della (bushiana) “guerra al terrorismo” sotto una nuova forma (obamiana) di guerra strutturale, di guerra preventiva, di “guerra giusta” con un fronte interno ed esterno, non più localizzabile ai confini dell’Impero, ma ovunque e ad ogni livello, con nemici più o meno arbitrari, che gestisca il caos non risolvendo più il conflitto in senso classico, clasusewitziano (data la crisi irreversibile degli stati-nazione), ma preferendo operare anche come i terroristi (il che potrebbe far capire come mai al Quatar, per esempio, secondo alcuni, sia stato lasciato il compito di appoggiare sia il “terrorismo” che gli interessi NATO), sollecitando e sostenendo un conflitto asimmetrico o “a bassa intensità” (includendo cioè il “rischio” di schegge impazzite come Mohamed Merah per convincere l’opinione pubblica interna della necessità e legittimità della guerra) e generando un fronte frattale, complesso fino all’impossibilità cioè di un esito che possa dirsi positivo o negativo… una strategia di governance del caos, da stato d’eccezione permanente che solleciti continuamente l’appoggio di un’opinione pubblica tenuta in costante stato d’allerta, che includa mezzi (come riassume Mazzetta) di libero bombardamento con dronikilleraggio mirato di qualunque cittadino, anche straniero… che cerchi “nuovi modi di cooperare con i governi locali anche in situazioni in cui non ci si fida pienamente di loro, replicando in qualche modo la corrente relazione USA-Pakistan in un contesto differente”, come si legge nell’articolo originale:

The decision by Mokhtar Bel Mokhtar to target the BP plant and attack Algeria’s strategic interests seems to be a reaction to France’s intervention in Mali, but in fact it stems from an ongoing fragmentation process among jihadi groups that are probably going to take the initiative with new attacks and kidnappings. The ensuing dynamic among terrorists in the Sahel and the governments fighting them will mark the beginning of a new phase in the “war on terror”, with the proliferation of insurgent groups and regional Bin Laden-like figures. Western countries, in turn, will need to learn new ways to cooperate with local governments also in situations where they would not fully trust them, somehow replicating the current US-Pakistan relation in a different context.

Ci si potrebbe chiedere quale possa essere lo scopo di una guerra sistemica, generalizzata, preventiva“giusta”, frattale, permanente, ecc… è ancora guerra?… o è semplicemente l’impossibile governance globale che si rivela per quello che è?… e cioè una gestione violenta dello stato d’eccezione permanente determinato dalla difesa ad oltranza degli interessi del capitale “globale” nell’epoca della crisi del dominio imperialista americano, coperti in modo sempre più approssimativo dai fantasmi (che ancora incredibilmente dominano le allucinazioni collettive della pubblica opinione occidentale) della Democrazia e dei Diritti Umani?…

E’ lo scenario messo in campo, per esempio, dalla Guerra al Terrorismo, in cui, dietro un’apparente gestione razionale degli eventi, si cela un mostro di innesti e proliferazioni nel tessuto stesso della società, che si pretende Razionale e che si suppone esista (pur essendo una sorta di finzione scenica, la rappresentazione di un ordine semi-naturale, un sostrato mitico su cui adagiare il corpo-in-frammenti del sistema). Dunque questo Dualismo terrorista, questa Eccezione del Diritto, quando rivela la sua verità oscena, nascosta dal Sistema che la copre e la supporta occultamente, sembra presentarsi come fosse la Realtà… Ma è un mostro creato in laboratorio…

(da “Il feto-monolito e lo schizo-capitalismo”)

Vengo a sapere oggi che la guerra in Mali sembra sia “finita” (o forse è solo un’impressione di qualche commentatore), che le truppe franco-maliane abbiano sfilato per le strade festanti di Timbuctù, che ci saranno nuove elezioni per mettere un fantoccio più conciliabile con gli interessi delle multinazionali dell’estrazione mineraria, che Leon Panetta ha ammesso il coinvolgimento statunitense nell’operazione e che gli stessi USA intendono costruire una base aeronautica per i droni (come del resto accadrà anche in un’altra colonia, l’Italia, col progetto MUOS), dicono, per sorvegliare i fantasmi alqaidisti (da loro stessi invocati…) che dovrebbero arrivare dal deserto…

2 – Teoria e prassi dei conflitti contemporanei

dalla rottura della linearità del conflitto tra stati-nazione alla dimensione frattale, labirintica, aleatoria, deterritorializzata, spettacolare, proliferante, contagiosa dei conflitti (sociali, economici, politici).

Dalla rassegna riportata nella prima parte emerge una differenza di opinione sui conflitti… in particolare tra la posizione di Alessandra Corrado e il post del noto Institut… Quest’ultimo, pur rispolverando la roboante “war on terror” scrive di una visione complessa del conflitto (che include terminologie come proliferazione, processo di frammentazione…) che si suppone di poter controllare (ma vedremo in quale modo schizo-paranoide, caotico, segreto e ben oltre gli ormai sostanzialmente superati limiti moderni del conflitto convenzionale…), mentre la prima sostiene che una reazione militare di un certo peso compatti una resistenza, delineando un andamento schmittiano del conflitto, fatto cioè di semplificazioni di un fronte più complesso. Dunque cosa accade: si semplifica o si complica all’infinito in modo proliferante e frattale questo fronte?

Sebastiano Isaia ci ricorda il pensiero di Schmitt e le semplificazioni del potere (nazional-socialista o liberale-capitalista poco importa… parliamo di tecnologie di controllo e di strategie di dominio – comuni a dittature e democrazie – volte a difendere proprietà, beni, capitali, rendite, profitti, rapporti sociali dati, ecc…, che oggi sembrano essersi nebulizzate tra le teorie cognitiviste e il marketing, rese fruibili anche dagli infanti, più che essere espresse con la propaganda paranoide che costruisce il “nemico”):

Nel 1932 Carl Schmitt, teorico della dialettica amico-nemico (Legalità e legittimità), scrisse che la contesa politica nella moderna società della tecnica si svolgeva ormai quasi completamente attorno alla figura del nemico di turno descritto ossessivamente come brutto e cattivo, come una «entità esistenziale» irriducibilmente «altra»: è questa caricatura «umana» che infatti si dà in pasto al popolo assetato di «senso» («che senso ha tutto ciò?, di chi è la colpa?») per riceverne l’appoggio e la legittimazione politica, ed esso mostra di gradire una tale «semplificazione». Chi non ha «denti critici», preferisce ingoiare le pappe «predigerite» – più spesso già defecate.. – amorevolmente cucinate dagli altri.

Ma senza incartarci nella costruzione del nemico o dell’amico o della vittima o nelle empasse della logica ricorsiva della ricerca di una impossibile (e dunque finta, arbitraria) giustizia ultima e neutrale così ben raccontate e illustrate da RAV

(“Questa è una guerra in cui nessuno ha diritto di vincere” […] “Soprattutto, l’inganno della prima vittima si basa sull’inganno del soggetto politico. Per costruire un’unità politica – un popolo, ad esempio – a partire da un aggregato di singoli è spesso necessario «semplificare» la complessità dell’aggregato in questione” […]  “Se la prima vittima non esiste, o meglio esiste soltanto come mito, appare del tutto vana la pretesa di rivendicare un ordine politico neutrale o una soluzione neutrale del conflitto”)

riprenderei dal rovesciamento del noto motto di Clausewitz (“La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”) da parte di Foucault e di Deleuze-Guattari, per i quali il motto diventa: “Il potere è la guerra, la guerra continuata con altri mezzi” (Difendere la società di Foucault) oppure in Capitalismo e schizofrenia di Deleuze-Guattari:E’ la politica che diventa continuazione della guerra, è la pace che libera il processo materiale illimitato della guerra totale. La guerra smette di essere la materializzazione della macchina da guerra, è la macchina da guerra stessa che diviene guerra materializzata”. Oltre ad evidenziare il carattere generalizzato e microfisico del conflitto contemporaneo, dunque rintracciabile in tutti i rapporti di potere o sul piano molare della rappresentazione, Deleuze-Guattari scrivono in particolare dell’indisciplina della macchina da guerra, che in qualche modo rischia sempre la fuga dal controllo della macchina statale:

Non si può certo dire che la disciplina sia la caratteristica della macchina da guerra: la disciplina diviene il carattere indispensabile degli eserciti quando lo stato se ne appropria; ma la macchina da guerra risponde ad altre regole […] che animano un’indisciplina fondamentale del guerriero, una continua messa in discussione delle gerarchie, un ricatto perpetuo all’abbandono e al tradimento, un senso dell’onore spiccatamente suscettibile che contrasta con la formazione di stato. (cap. Capitalismo e schizofrenia, in Millepiani)

per poi giungere al paradigma contemporaneo del “nemico qualunque” (fissato dal controllo totalitario o, se si preferisce, dal dominio reale del capitalismo):

Abbiamo visto la macchina da guerra mondiale prendere proporzioni sempre più grandi [..]; l’abbiamo vista attribuirsi come obiettivo una pace ancora più terribile della morte fascista; l’abbiamo vista mantenere o suscitare le più terribili guerre locali […] l’abbiamo vista fissare un nuovo tipo di nemico che non era più un altro stato, e nemmeno un altro regime, ma il ‘nemico qualunque’ […] multiforme, manovriero e onnipresente[…], d’ordine economico, sovversivo politico, morale”. (ibidem)

Nemico qualunque di cui anche io scrivevo quasi un anno fa a proposito di questa guerra frattale, totale praticata per lo più in modo non convenzionale, da terroristi, mercenari, traditori, doppiogiochisti infiltrati, agenti dei servizi segreti, trafficanti, sovversivi, folli armati, ecc:

I sospettati siamo tutti noi… “colpevoli” semplicemente in quanto coupable, “colpibili”… da un potere che per funzionare non deve reprimere secondo un criterio logico, razionale, ideologico, punitivo, castratore (che ritagli i suoi particolari capri espiatori per assoggettare o soggettivare delle masse produttive, rincoglionendole a suo comodo), ma statisticamente, in modalità random, senza che si produca alcun soggetto (se è vero che vi è una «crisi della produttività di soggettività»)… La nube (di connessioni possibili e tecnologie di controllo) che chiamiamo, semplificando, “potere” è così che agisce quando performa al meglio… quando è al passo coi tempi. Il minimo dispendio col massimo profitto. Non c’è nemmeno bisogno di mobilitare reti terroristiche, investire in infiltrazioni, attentati, corpi speciali, mettere su complotti, logge segrete, ecc… Il sistema è abbastanza schizofrenico da mettere direttamente d’accordo il dispositivo di controllo e la sua eccezione terroristica, senza che sia necessario un complotto o una stretta di manoLa produzione di discorsività individuali sovversive è un effetto collaterale (e fortemente invocato e incentivato) dai meccanismi di controllo totalitario già in atto. […] Il fantoccio del terrorismo potenziale sembra funzionare in qualche modo… in pensieri, parole, opere e omissioni… Ormai sembra che la dinamica di ogni conflitto sia disinnescata a monte… (a me sembra che si impedisca con ogni mezzo il sorgere di nuovi modi di produzione, spostando continuamente il conflitto su un piano simbolico, metaforico… in una sandbox di conflittualità su base etnica, religiosa, nazionalista, ecc… è solo di questo che si ha paura… che si tocchino i modi di produzione, la proprietà privata/pubblica, i metodi di estrazione di plusvalore, difesi dagli apparati e dalle macchine umane che ne fanno la guardia… Si ha paura che riprenda in concreto questo discorso… per questo la si butta sulla follia, sulla schizofrenia… che ormai è sistemica… è il cuore del sistema, che reagisce col suo criterio paranoide di auto-legittimazione… Si fa di tutto purché scompaia la realtà e non sia possibile un’azione con una qualche efficacia, che produca una trasformazione dell’esistenza cibernetica o miserabile che ci si prospetta…).

E’ chiaro che in questa prospettiva, dal punto di vista dello spettatore-killer “occidentale”, siamo di fronte anche ad una simulazione di guerra, quasi un videogame… cosa che fece affermare a Baudrillard che la guerra in Iraq non ci fosse stata, scomparsa come era dietro la fantasmagoria iperreale della sua sovraesposizione mediatica… Baudrillard si dimostrò più volte abile nel destreggiarsi tra i paradossi e le allucinazioni del mondo contemporaneo… Memorabili anche la sua descrizione dell’America come traversata nel deserto a folle velocità, come scomparsa del reale in una dimensione deterritorializzante in cui sprofondano e si s-terminano tutti punti fermi della modernità…

“La velocità è creatrice di oggetti puri, è essa stessa un oggetto puro, perché cancella il suolo e i riferimenti territoriali, perché risale il corso del tempo per annullarlo, perché va più in fretta della propria causa e ne risale il corso per annientarla. La velocità è il trionfo dell’effetto sulla causa, il trionfo dell’istantaneo sul tempo come profondità, il trionfo della superficie e dell’oggettualità pura sulla profondità del desiderio. La velocità crea uno spazio iniziatico che può implicare la morte e la cui sola regola è quella di cancellare le tracce. Trionfo dell’oblio sulla memoria, ebbrezza incolta, ebbrezza da amnesia. Superficialità e reversibilità di un oggetto puro nella geometria pura del deserto. Correre in macchina crea una sorta di invisibilità, di trasparenza, di trasversalità delle cose attraverso il vuoto. E’ una sorta di suicidio a rallentatore, attraverso l’estenuazione delle forme, una forma deliziosa del loro sparire. […] Nostalgia dell’immobilità delle forme dietro l’esacerbazione della mobilità. Analoga alla nostalgia delle forme vive nella geometria”

(Da “L’America” di Jean Baudrillard)

E nel deserto ci si ritrova anche in Mali… in una guerra lampo, annunciata ed evocata da tempo (senza vittoria possibile perché i “nemici” sembrano fantasmi del deserto,  come ne Il deserto dei Tartarirevenant… scomparsi chissà dove, così come erano giunti)… mancava giusto la passerella dei soldati francesi a Timbuctù, supportata dagli alleati, figuranti di interessi osceni, volti ad accrescere l’obesità ubuesca di un sistema capitalista ipertrofico… che si muove non per un senso qualsiasi, ma per l’inerzia dei suoi contratti e obbligazioni, dei suoi business siderali, desertici, votati ad una distruzione sempre sospesa, quanto insensata (…relativamente… c’è sempre bisogno di riprodurre il rapporto sociale alla base del capitalismo quando questo va in crisi o genera crisi… e ricomincia sempre dai margini del vivibile e dell’abitabile… facendo il deserto… tendendo fino allo spasimo le potenzialità dello sfruttamento intensivo ed estensivo, agendo la morte, o la caduta tendenziale, che scaccia da sé).

Interno alle figure de “Le strategie fatali” (come quella dell’ostaggio) sembra essere anche l’assalto al compound in Algeria… in cui la posizione indefinibile degli ostaggi (multinazionali) nega qualsiasi funzionalità e senso alla rappresaglia (clausewtziana non direi proprio a questo punto…) che si era tentato di mettere in atto… Ognuno si è rivelato ostaggio di qualcosa, compresi i guerriglieri, ostaggi degli ostaggi… che il governo algerino, ostaggio dell’intervento francese, si è trovato a gestire a modo suo, per evitare di essere coinvolto maggiormente nel conflitto… I maliani del nord ostaggi di alcuni di gruppi armati che i paesi del blocco NATO sono corsi a “liberare”, il Mali “ufficiale” a sud ostaggio delle politiche coloniali “occidentali” (si veda il paragrafo “Notre triste statut d’otages in questo articolo critico dell’intervento militare “per procura” scritto da Aminata Traoré, una femminista maliana, come ricorda il blog Marginalia), noi stessi ostaggi dei sistemi di approvvigionamento energetico che la nazione cui apparterremmo ci ha approntato con altri stati-nazione fantoccio potenzialmente ostili… Siamo in una logica costantemente reversibile e ambivalente… in cui sembra decisamente naufragare il progetto di Edgar Morin di voler affrontare, pensare e gestire la complessità del reale a colpi di pedagogia ed epistemologia… ma ancora in nome di un umano ormai improponibile o divenuto regno del kitsch, sentimentalismo da soap opera… spalmato come marmellata su una distesa di macchine da guerra.

Non ci si può voltare dall’altra parte. Il campo di battaglia pieno di morti che è il fine di ogni guerra secondo Elias Canetti (in Massa e potere) è un campo di segni. I nostri discorsi, i nostri concetti, giacciono su un campo di battaglia, ordinati e contenuti da confini mobili che ne determinano la praticabilità, li suddividono in categorie, evocano significati o fantasmi di senso… la guerra ci insegue ovunque, fin dentro i pensieri (finzioni tattiche intagliate da una finalità strategica che ci sfugge e che cerchiamo se non altro come direzione, se non vi è più da tempo un centro che tiene… campo di battaglia del -getto nel sog-getto, del /dividuo nell’in/dividuo, futuro che brucia il margine del presente/passato, caos entropico che si condensa in materia ordinata e visibile), determina contro ogni possibile autonomia o anomia il nostro essere residenti, cittadini, viventi in quanto ostaggi di uno stato (o lavorate alle nostre condizioni… o crepate!)… la morte ci incalza nelle retrovie sempre, schierata sul campo come fosse qualcosa che ci è estraneo… Non c’è migliore definizione della guerra (e della vita) che questa di Canetti, questa assurda lotta tra vivi e morti:

Peculiarità di questo particolare tipo di lotta fra morti e vivi è il suo carattere intermittente. Non si sa mai quando accadrà nuovamente qualcosa. Forse non accadrà nulla per molto tempo. Ma non vi si può contare. Ogni nuovo colpo giunge improvvisamente dalle tenebre. Non c’è alcuna dichiarazione di guerra. Dopo una sola morte, tutto potrebbe essere finito. Ma potrebbe anche continuare a lungo, come nei contagi e nelle epidemie. Si è sempre in ritirata, e non è mai davvero la fine.

Noi “occidentali” ragioniamo come un esercito. “Sussumiamo” le nostre sensazioni e i dati esperienziali in un presunto ordine (che visivamente è sempre una “griglia“… di concetti, di soldati, di operai, di fabbriche, fabbricati, campi, isolati… che tende sempre a quadrare). In logica, per sussunzione, un gruppo diviene parte di una insieme ad esso gerarchicamente superiore. Nel caso di un individuo è necessario diventi “studente” tra i banchi, “militare” eventualmente o “impiegato”, ecc… e, in tutti i casi, un “cittadino” sottoposto al quadrillage delle leggi e del pattugliamento poliziesco e all’esposizione delle videocamere di sorveglianza… La sua natura di libero animale bipede, che vaga liberamente, senza precise traiettorie e senza confini viene sussunta in una cultura che ritaglia e (ri)definisce gli spazi e i tempi del suo agire (e del suo pensare) in continuazione. Lo scrivevo qui

Dunque la guerra è morte che si vuole allontanare da sé come se fosse il nemico, assecondando un delirio paranoide (più anima, più proprietà, più profitti) di immortalità, di accumulazione perenne. Lotta per un’universalità impossibile.

E ancora (lascio delle ultime riflessioni come appunti)… guerra di segni: andirivieni ambivalente di depistaggio-complottismo/sabotaggio-sovversione, paranoia/schizofrenia… E ancora: spazio dell’indisciplina… violenza eccedente che può sempre rivoltarsi controviolenza che risponde all’eccedenza di plusvalenze virtuali, di aspettative di utili già divenute titoli, la nuova terra di un capitalismo finanziario dai tratti “feudali”.

* * * * * * *

C’è poi chi, come Obama, dopo Hiroshima, ha ancora il coraggio di “scatenare “una campagna infinita per IMPORRE i nostri valori”… e ancora lui, sempre alla cerimonia di consegna del Premio Nobel per la Pace lancia intendere, tra le righe, l’annuncio degli eventi bellicosi che verranno: “Le guerre fra nazioni sono sostituite sempre più dalle guerre all’interno delle nazioni. La resurrezione di conflitti etnici o settari, la crescita di movimenti secessionistici, guerriglie e Stati allo sbando intrappolano sempre di più i civili in un caos senza fine“.

Le caratteristiche della guerra contemporanea per Alessandro Dal Lago, nel suo libro “Le nostre guerre”, sono la guerra globale, privatizzata, preventiva, asimmetrica:

Si è trattato di guerre di aggressione «asimmetriche», nelle quali l’uso di armi di distruzione di massa sempre più sofisticate e potenti ha reso soverchiante il potere distruttivo degli aggressori e sottratto agli aggrediti ogni speranza di salvezza. E molto spesso gli aggressori si sono fatti forti del proprio strapotere economico arruolando truppe mercenarie di contractors, alle dipendenze di grandi corporations globali, talora in numero superiore a quello dei combattenti di ruolo. E si è trattato di guerre «privatizzate» nelle quali non esiste più un «nemico legittimo», definito come tale dalle norme del diritto internazionale, come un tempo accadeva.
La logica delle guerre di aggressione contemporanee è la stessa di qualsiasi «guerra civile», nella quale si lotta fino all’estremo e non si fanno prigionieri. Per di più, si tratta di guerre che non hanno la finalità di una conquista territoriale: si combatte su scala globale coinvolgendo potenzialmente il mondo intero. La finalità è un obiettivo strategico di dimensioni planetarie che coincide con la volontà egemonica degli Stati Uniti e che si esprime attraverso la costante minaccia dell’uso della forza.

3 – SCENA FINALE

– Uscite fuori!
– Non ci fidiamo… ci volete ammazzare!
– Uscite fuori: lì siete reclusi! E se continuate a star lì morirete… il cibo scarseggia… qui sareste liberi!
(Si sentono spari dalla caserma)
– Ecco! Abbiamo ucciso chi voleva uscire… Smettetela di tormentarci, spiriti delle tenebre!…
– Pazzi!… Ma che fate?… Uscite fuori!…
– Voi non esistete… siete voci nella nostra testa!… E comunque abbiamo un regolamento da rispettare… Andatevene via!… via!
– Uscite fuori, se volete vivere!…
(Caricano i fucili… altri spari. Silenzio).

* * * * * *

Infine la canzone, dalle direzioni paradossali, che mi ha suggerito questo lungo post… che alla fine mi lascia con la sensazione che non si possa non sfidare la complessità con un’altra complessità… divergente… ogni tanto forse, al momento più propizio, occorrerebbe semplificare… (intensificare il conflitto)… ed è vero… forse la guerra è infinita… ma è anche vero che “noi” che non siamo il fantasma di una totalità maggiore della somma delle sue parti, abbiamo già vinto.

Left on man (di Robert Wyatt)
(che si potrebbe tradurre con A sinistra, amico… ma resta il sotto-significato di Lasciato per l’uomo… traduzione mia)

(Coro: Semplifica! Riduci! Semplifica di più!)

Quando si dice “Libertà”, qui a nord, si intende la nostra libertà di usarti
E se non collabori, ti tagliamo le linee di approvvigionamento
Ma sarai libero di riconnetterti, se ci chiedi perdono
Tu dici che semplifico un po’ troppo, beh… faceva così anche Albert Einstein
Non ci sono vie di mezzo: Pentagono über alles!
Non c’è mai stata una via di mezzo, è questo il punto
Non c’è mai stato un posto che potesse essere una via di mezzo
Sinistra o destra dell’equatore


Paracul(t)i

Per capire quel che sta succedendo, occorre prendere alla lettera l’idea di Walter Benjamin, secondo la quale il capitalismo è, in verità, una religione e la più feroce, implacabile e irrazionale religione che sia mai esistita, perché non conosce redenzione né tregua. Essa celebra un culto ininterrotto la cui liturgia è il lavoro e il cui oggetto è il denaro. Dio non è morto, è diventato Denaro.

La Banca – coi suoi grigi funzionari ed esperti – ha preso il posto della Chiesa e dei suoi preti e , governando il credito (persino il credito degli Stati, che hanno docilmente abdicato alla loro sovranità), manipola e gestisce la fede – la scarsa, incerta fiducia – che il nostro tempo ha ancora in se stesso. Del resto, che il capitalismo sia oggi una religione, nulla lo mostra meglio del titolo di un grande giornale nazionale qualche giorno fa: “salvare l’Euro a qualsiasi costo”. Già “salvare” è un concetto religioso, ma che significa quell’ “a qualsiasi costo”? Anche a prezzo di “sacrificare” delle vite umane? Solo in una prospettiva religiosa (o, meglio, pseudoreligiosa) si possono fare delle affermazioni così palesemente assurde e inumane.

(da un’intervista a Giorgio Agamben)

Dio non è mai esistito (dunque non è mai morto…) se non come Denaro. Non condivido molto l’ipotesi “teologico-politica” di Agamben e predecessori… Più che di pseudoreligione parlerei di paracul(t)i.

Prima del pieno dispiegamento del software “Dio”, poteva giusto esserci qualche sovrano paranoide che si arrogava poteri arbitrari di surdeterminazione dei viventi, delle loro regole del gioco e dell’esistente, imponendoli tramite un codice linguistico… (che poi si sarebbe meno misticamente e più specificatamente, con l’estendersi della divisione del lavoro e del “debito infinito”, evoluto nella forma Denaro).

(Detto questo, Dio se c’è, è dappertutto, anche nelle sue eccezioni… dunque non è se non l’Alienato Assoluto, lo Schizofrenico, il Fuori-di-Sé… dove il , si badi bene, non è e non c’è… Puf!).

Rimarchevole nella stessa intervista questo passaggio (che collego ad alcuni temi già espressi in questo post, anche se, a differenza del prof., personalmente non sarei così interessato a difendere la “democrazia”, come ho scritto qui e qui, per esempio):

“Si direbbe che oggi lo Stato consideri ogni cittadino come un terrorista virtuale. Questo non può che deteriorare e rendere impossibile quella partecipazione alla politica che dovrebbe definire la democrazia. Una città le cui piazze e le cui strade sono controllate da telecamere non è più un luogo pubblico: è una prigione”.

(Giorgio Agamben)


Un commento sulla morte di Mohamed Merah

Cerchiamo di fare il punto della situazione sulla morte di Mohamed Merah, il giovane francese accusato di attacchi contro parà francesi a Tolosa e Montauban, e una scuola ebraica a Tolosa.

Come sempre in questi casi – che ricordiamo fanno molta scena, ma sono anche molto, molto rari – ci sono tre scuole di pensiero:

– l’attentatore ha agito da solo ed è sostanzialmente ciò che la società tende a chiamare un pazzo. E’ una tesi che in genere lascia delusi, perché se le cose stanno così, non c’è nulla da fare.

– l’attentatore fa parte di un vasto complotto terroristico: da una parte, ha subito un “lavaggio del cervello” oppure esegue addirittura gli ordini di una Rete del Terrore. Questa ipotesi offre molte soddisfazioni, perché permette di costruire ipotesi repressive e punitive: sciogliere organizzazioni e chiudere siti web, oppure denunciare quei politici complici che non reprimono abbastanza.

– l’attentatore fa parte di un complotto sì, ma diretto dal potere, proprio per poter reprimere di più.

(“Mohamed Merah, tra psichiatria, complotti e media” dal blog “Kelebek” di Miguel Martinez)

Resta da considerare che la prima ipotesi, quella del folle che agisce da solo, è la più funzionale per attivare un dispositivo di controllo totalitario (supportato dall’ideologia securitaria dominante che ha portato alla crisi irreversibile del diritto come lo abbiamo conosciuto)… Fossi in chi gestisce gli apparati di controllo sarei favorevole a quella di ipotesi… “Se le cose stanno così, non c’è nulla da fare”, scrive Miguel Martinez… Per i suddetti apparati c’è da fare, invece. Meglio tutti sospetti

Secondo me è da un po’ che si stanno rovesciando i “soggetti” della “scuola del sospetto” (Nietzsche-Freud-Marx), una volta essenzialmente rivolto a sovvertire le sovrastrutture del potere espresso come verità-Io-ideologia borghese dal suddetto trittico, a far emergere una produttività rivoluzionaria (ma questa rivoluzione produttivista c’è già stata, con l’industrializzazione pienamente dispiegata… e ci si è ritorta contro)… Ora (che siamo in un’epoca post-industriale o post-fordista, come si preferisce, e non è più necessario alla riproduzione del sistema preservare la massa crescente di disoccupati cronici, micro-prosumer, individui felicemente asociali e le loro vite) i sospettati siamo tutti noi… “colpevoli” semplicemente in quanto coupable, “colpibili”… da un potere che per funzionare non deve reprimere secondo un criterio logico, razionale, ideologico, punitivo, castratore (che ritagli i suoi particolari capri espiatori per assoggettare o soggettivare delle masse produttive, rincoglionendole a suo comodo), ma statisticamente, in modalità random, senza che si produca alcun soggetto (se è vero che vi è una «crisi della produttività di soggettività»)… La nube (di connessioni possibili e tecnologie di controllo) che chiamiamo, semplificando, “potere” è così che agisce quando performa al meglio… quando è al passo coi tempi. Il minimo dispendio col massimo profitto. Non c’è nemmeno bisogno di mobilitare reti terroristiche, investire in infiltrazioni, attentati, corpi speciali, mettere su complotti, logge segrete, ecc… Il sistema è abbastanza schizofrenico da mettere direttamente d’accordo il dispositivo di controllo e la sua eccezione terroristica, senza che sia necessario un complotto o una stretta di mano… La produzione di discorsività individuali sovversive è un effetto collaterale (e fortemente invocato e incentivato) dai meccanismi di controllo totalitario già in atto. Si arriva dunque ad eccessi (anche qui in Italia) in cui ci si accusa di reati inesistenti, si evocano scenari improbabili… e questo solo perché persino il fantoccio del terrorismo potenziale (espresso su magliette o con altri gesti più o meno innocui…) sembra funzionare in qualche modo… in pensieri, parole, opere e omissioni… Ormai sembra che la dinamica di ogni conflitto sia disinnescata a monte… (a me sembra che si impedisca con ogni mezzo il sorgere di nuovi modi di produzione, spostando continuamente il conflitto su un piano simbolico, metaforico… in una sandbox di conflittualità su base etnica, religiosa, nazionalista, ecc… è solo di questo che si ha paura… che si tocchino i modi di produzione, la proprietà privata/pubblica, i metodi di estrazione di plusvalore, difesi dagli apparati e dalle macchine umane che ne fanno la guardia… Si ha paura che riprenda in concreto questo discorso… per questo la si butta sulla follia, sulla schizofrenia… che ormai è sistemica… è il cuore del sistema, il suo criterio paranoide di auto-legittimazione… Si fa di tutto purché scompaia la realtà e non sia possibile un’azione con una qualche efficacia, che produca una trasformazione dell’esistenza cibernetica o miserabile che ci si prospetta…).

Si assiste ad un continuo détournement di stato (o da parte dei media, con i quali spesso coincide)… situazionismo istituzionalizzato… (quello che coi suoi peana totalitari e maniaco-depressivi spinge, mascherandosi da critica radicale e simulando un demenziale accanimento speculativo, partecipando cioè in tutto al gioco che denuncia, ad atterrare le ultime resistenze… es.: “Lo sviluppo della critica dunque non può ignorare che il rifiuto dello spettacolo nasconde, come in una crisalide, la prossima fase di individualizzazione e socializzazione dello stesso”).


Perché c’erano due torri al World Trade Center di New York?

Perché ci sono due torri al World Trade Center di New York?
(Jean Baudrillard, “Lo scambio simbolico e la morte”, 1976)

Ancora dallo stesso libro:
La “libera scelta” degli individui, che è il credo della democrazia, sbocca in realtà esattamente nell’opposto: il voto è diventato sostanzialmente obbligatorio: se non lo è di diritto, lo è per costrizione statistica, strutturale dell’alternanza, rafforzata dai sondaggi. Il voto è diventato sostanzialmente aleatorio: quando la democrazia raggiunge uno stadio formale avanzato, essa si distribuisce intorno a delle percentuali uguali (50/50). Il voto rassomiglia al moto browniano delle particelle o del calcolo delle probabilità, è come se tutti votassero a caso, è come se votassero delle scimmie.
A questo punto, poco importa che i partiti in causa esprimano storicamente e socialmente chicchessia – bisogna anzi che non rappresentino più nulla: il fascino del gioco, dei sondaggi, la coazione formale e statistica è tanto maggiore.
[…]
L’oligopolio, o duopolio, attuale deriva dallo sdoppiamento tattico del monopolio. In tutti i campi il duopolio è lo stadio raggiunto del monopolio. Non è la volontà politica (intervento dello stato, leggi anti-trust, ecc…) a spezzare il monopolio del mercato – è che qualsiasi sistema unitario, se vuole sopravvivere, deve trovare una regolazione binaria. Questo non cambia nulla del monopolio: al contrario, il potere è assoluto solo se sa diffrangersi in varianti equivalenti, se sa sdoppiarsi per moltiplicarsi. Ci vogliono due superpotenze per mantenere un universo sotto controllo: un unico impero crollerebbe da se stesso.
[…]
Dalla più piccola unità disgiuntiva (la particella domanda/risposta) fino al livello macroscopico dei grandi sistemi d’alternanza che governano l’economia, la politica, la coesistenza mondiale, la matrice non cambia: è sempre lo 0/1, la scansione binaria che s’afferma come la forma metastabile, e omeostatica, dei sistemi attuali.

 

In ogni caso dopo queste parole profetiche di Baudrillard, da 2 si è passati a 0… dunque l’universo è diventato un multiverso… è il regno del caos. E’ l’entropia che conduce il sistema. La polverizzazione del cemento e della civiltà. Come nel finale di “Fight club”, l’America sogna che crollino tutti i grattacieli. Sogna la vera perfezione: lo Zero Assoluto (la massima entropia).

Questa gigantesca simulazione e presa per il culo che ancora ci conduce, il raddoppiamento del codice (come avviene per il DNA, come per la clonazione) delle Due Torri abbattute, sopravvive oggi nel Lutto (unica garanzia di sopravvivenza temporanea, contro nemici random o inventati di volta in volta – i terroristi, Al Qaida, Saddam Hussein, Gheddafi, i mercenari negri, gli insorgenti, i terroni, i “clandestini”, le donne, i rumeni, i comunisti, gli anarchici, i “ratti”… tutti noi)… Ma il sistema, in cuor suo, sogna che crolli tutto, per liberarsi dal suo stesso incubo totalitario, divenuto insostenibile, prolifera in meta-stasi (meta-stati) si sdoppia senza quel codice perfettamente duplicato che era rappresentato dalle Due Torri, inventa strenue resistenze individuali, terroristiche, contro se stesso… (poiché il sistema si rifrange anche nell'”individuo”, nel Ribelle… nell’Eroe del cazzo). Di questa follia schizo-paranoide del sistema, di questo cancro, di questa catastrofe inerziale senza più referenti reali (e neanche ideali), ne sono la prova film come il su citato “Fight club”, “2012”, ma anche “Resident Evil”, “Inception”, “Il cigno nero”… Questo è, ahinoi, l’immaginario contemporaneo che tutto trascina e travolge con sé. Il punto è che “Terminator” non muore mai… Quella lucina rossa, quel red alert poliziesco si risveglia sempre, mortacci sua

Sparati, Schwarzenegger!
Suicidati, yankee!
Fatti a pezzi, carbonìzzati, bombàrdati coi droni!
Fatti la guerra in casa!
Mastùrbati col cesio!
Pròvocati terremoti, maremoti e uragani spaventosi!
Crepa sepolto dal busto di merda secca di Abramo Lincoln!
Bombàrdati coi missili nucleari!
Muori di leucemia, se sopravvivi al fallout radiattivo!
Vai a giocare agli indiani su Encelado!
Mangiati i batteri che resistono ai solfuri e al metano!
Esplodi in una supernova, scompari in un buco nero!
Fottiti col tuo cazzo anabolizzato!
Dio ti benedica, ma fuori da questa cazzo di galassia,
perduto nella 26esima dimensione
della tua fottuta teoria delle stringhe!


La pedofilia mediatica II | A proposito di “Vi ho tanto amato”

Ieri ho assistito ad un orripilante reportage sul turismo sessuale in Thailandia, andato in onda su Raitre per la serie di inchieste e reportage di “C’era una volta”, in cui si mostra anche il corpo torturato di un bambino… E’ sempre più difficile distinguere tra censura (condanna morale, esecrazione) e pubblicità (inconfessabile istigazione)… è l’ambivalenza dei media e delle notizie, l’ambiguità dell’immagine (esplorata per esempio da Klossowski nelle sue elucubrazioni sul simulacro).
Lo stesso meccanismo vale, per esempio, anche per i “pacchi bomba” (anche qui la condanna preventiva di un gruppo specifico è indistinguibile, nella simulacralità della notizia, da una potenziale istigazione virale a delinquere… al sogno dell’esplosione immaginaria nel cuore dei simboli che si intendono difendere… qui le Nazioni, lì il Bambino-“couch potato” che è in noi… vedi la foto a fine post…). Un italiano in Thailandia diceva, riferendosi all’uso delle giovani prostitute: “E’ un lavoro come un altro, per loro”… “Noi siamo la loro fabbrica”. Da vomito…

Nel mio post “La pedofilia mediatica” avevo già discusso dell’argomento…
La comunicazione mediatica tutta è pedofilia… I media (anche quelli “social”), con i loro meccanismi e giochini che si fanno paradigma prima che il nostro immaginario possa opporre resistenza… non operano forse una sorta di “stupro”?

L’immaginazione va riordinata diversamente, salvaguardata, educata, sottraendola alla pressione devastante dei media e delle loro regole (scritte e non), degli stupratori di corpi e coscienze (americani e non – gli “occidentali”, i professionisti dello stupro immaginario, matrice e calco di quello reale…).

Il denaro è il medium dei media… lo stupratore principale. L’equivalente generale delle inclinazioni sessuali… Qui la Rai snocciola il tariffario thailandese (lo faccio anche io ora, ma per svelare l’ambiguità irrisolvibile della notizia pubblicata…): 7 € la prestazione, 400 € il salario mensile, 5.000-10.000 € una piccola schiava, ecc…

“Noi siamo la loro fabbrica”… Il Pedofilo si vede dunque come la macchina di una fabbrica… al cui corpo si attaccano operaie e operai giovanissimi. Per loro si tratta, al massimo, di sfruttamento del lavoro minorile… deve diventare una questione professionale (“un lavoro come un altro”), esperienza desensualizzata, disposizione di corpi a disposizione (come nel più classico dei “quadri” di De Sade).

Forse quello che viene ucciso è proprio l’aspetto propriamente vitale, sessuale… Quello che più si odia è proprio ciò che sfugge alla macchina, alla fabbrica… Corpi connessi a forza, innestati alla macchina “pére-verse” (nel senso inteso da Lacan, qui a pag 5). E’ una passione fredda, gelida… roba da killer.

E’ come un soldato che uccide per divertimento   in Afghanistan, facendo il tiro al bersaglio coi civili… o forse peggio. Poiché si tratta di educarsi all’insensibilità… (forse per questo accade proprio in Thailandia e dintorni, dove transita oppio, ci si narcotizza, ci si assuefà, ecc…).

Si è pronti a questo punto ad ingozzarsi di pop-corn seduti sul divano davanti ad un mega schermo al plasma che trasmette a ripetizione quei delitti erotici, esotici, narcotizzanti che chiamiamo palinsesto… E questo delitto contro la propria immaginazione, purtroppo non è esclusiva di qualche turista zozzone… non è così lontano…

Probabilmente il brodo di cultura della pedofilia (se non la pedofilia stessa) sono gli stili di vita occidentali, l’indifferenza alla vita, sempre più “schermata”, spettacolare, di cui necessita il Mercato, la percezione estetica contemporanea… il Pene Capitale