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Complicare o semplificare? | L’ambivalenza della guerra in corso

Il nostro edificio è bellissimo, perfetto… Non riuscirete mai a farne uno simile… Occorrono decine, centinaia di anni per pensare un’architettura così complessa e condivisa… e comunque, con-dividui, nel caso aveste idee diverse, abbiamo i droni…
[…]
Provate a tornare a casa… non ce l’avete una casa!… e allora provate a vagare fino a trovarne una… nomadi pezzenti.

(da “Adaequatio rei ad imaginem” di Valerio Mele)

Innanzitutto bisognerebbe capire a quale guerra in corso mi riferisco… Forse alla IV Guerra Mondiale di cui parlava Baudrillard?

“La prima [guerra mondiale] aveva posto fine alla supremazia europea e all’era del colonialismo; la seconda al nazismo; e la terza al comunismo. Ciascuna ci ha portato sempre più vicini all’ordine mondiale unitario di oggi, che si sta ora avvicinando alla sua fine, in ogni parte, ad ogni lato in lotta contro forze ostili. Questa è una guerra di complessità frattale, condotta su scala mondiale contro realtà singole ribelli che, come gli anticorpi, oppongono resistenza in ogni cellula”.

1 – Rassegna di blog sulla guerra in Mali e non solo…

(consiglio di prendere fiato prima di leggere: vi sono domande molto lunghe e piene di parentesi)

…o mi riferisco a questa nuova guerra in Mali (che pur ho cominciato a seguire in un commento che ho intitolato  “L’ITALIA E’ IN GUERRA (di nuovo) MA LA CHIAMANO “SUPPORTO LOGISTICO” in cui narro le gesta e le opinioni di Prodi, Terzi, Leon Panetta, Bersani e alcuni giornalisti inqualificabili… azzardando alcune ipotesi circa la nuova strategia indiretta del dominio statunitense),  le cui motivazioni reali [più che appassionandosi agli scontri tra i ribelli Touaregs del Mouvement National de Libération de l’Azawad MNLA, forze governative invocanti l’aiuto del protettore globale, fantomatici integralisti-terroristi-alquaidisti dai metodi talebani come Ansar Dine, il Mouvement pour l’Unicité et le Jihad en Afrique de l’Ouest (MUJAO), Al-Qaïda au Maghreb Islamique (AQMI) e Boko Haramvenuti fuori non si sa da dove e finanziati non si sa da chi, di cui si sa solo quello che passa la propaganda guerrafondaia occidentale – e chissà quante altre ulteriori etnie e gruppi maliani…] si spiegano comunque in buona parte dando un’occhiata alla mappa di uno stato posticcio (messo su da un golpe militare per rimpiazzarne uno corrotto, marionetta ultraliberista dell’IFI) sezionato dai diritti di esplorazione (concordata evidentemente da team multinazionali, da squadre munite di squadrette) delle compagnie petrolifere?…

…o [le motivazioni reali di questa guerra in Mali] si spiegano meditando sulle altre risorse naturali di cui il paese è ricco (“fosfati, ferro, molto oro estratto dalle sabbie del Sahel, diamanti, petrolio, uranio, bauxite, manganese, ecc.”)… o su questo movente da società gassosa che suggerisce Olympe de Gouges?

Il ministro delle miniere del Mali, Amadou Baba Sy, ha firmato, il 18 dicembre 2012, un decreto attestante l’acquisizione da parte dello Stato del blocco 4 del bacino di Taoudeni, precedentemente concesso a ENI e Sonatrach (Sipex), multinazionale algerina (2° esportatore di GNL e GPL e 3° esportatore di gas naturale del mondo) dallo spodestato presidente Amadou Toumani Touré.

Di quale guerra in corso stiamo dunque parlando?… Un post notevole di Miguel Martinez inquadra il fenomeno Mali per come lo possiamo leggere in questo momento, con tre racconti, un’ipotesi e due vie, fornendo una lettura per certi versi in trasparenza dei mutamenti del mondo e delle società (anche “occidentali”) nell’epoca del superamento della forma stato-nazione… nell’epoca della “globalizzazione” intesa come smaterializzazione dei confini dello sfruttamento:

  • Racconto primo, che è l’unico che sentirete nei media o dai politici. Ci sono i soliti Pazzi Terroristi Islamici, che questa volta agiscono nel Mali, che sta da qualche parte tra l’Afghanistan e l’Iran, forse. Sgozzano, vietano i film, picchiano le donne. Due minuti d’odio. Ma ecco che si alzano in volo i nostri luccicanti bombardieri dotati di insetticida, evviva!

  • Racconto secondo, leggibile in represensibili angoli di Internet. Ci sono, è vero, i Pazzi Terroristi Islamici, solo che sono al servizio dell’Emiro del Qatar, che è amico dell’Occidente, e quindi è tutta una truffa.

  • Racconto terzo, reperibile anch’esso solo in luoghi reconditi. Ci sono i saccheggiatori francesi, o americani, che stanno facendo un’ennesima guerra per riportare a casa un carico di… segue un lungo elenco di risorse naturali, tratto da Wikipedia.

Voglio però costruire lo stesso un’ipotesi, magari piena di bachi. I paesi che si definiscono “civili” hanno avuto negli ultimi due secoli come caratteristica fondamentale lo Stato Nazione. Si tratta di un immenso dispositivo impersonale che tiene insieme la società.
[…]
Il Mali, disegnato sulla carta da qualche amministratore francese poco amante dell’arte, è uno dei paesi più poveri del pianeta.
[…]
Le ricche risorse minerarie non solo non danno lavoro, ma provocano la cacciata dei contadini dai loro villaggi.
E il paese è popolato da almeno tre grandi etnie che non si amano affatto. Quindi, uno Stato Nazione semplicemente non ci può essere nel Mali.
[…]
Il Mali si trova su due vie fondamentali. La prima è quella dell’emigrazione dei nigeriani verso nord. La seconda, a sorpresa, è la nuova grande via della cocaina sudamericana verso l’Europa, per valori che superano quello di tutto il prodotto interno lordo di molti paesi della regione. Quindi, ciò che succede nel Mali si ricollega sempre alla Grande Idrovora, al nucleo del dominio che risucchia il mondo, e alle incessanti lotte per attaccarsi alle sue tubature. Quando non c’è uno stato nazione, o c’è solo per finta, la società si organizza in altri modi. Questa è ormai la regola in vaste aree del mondo, forse la maggioranza.
[…]
Tutto questo diventa interessante, se ci rendiamo conto che si tratta di un processo mondiale. Lo Stato Nazione inizia a crollare in realtà a partire dal centro del dominio: lo constatiamo tutti anche qui, dalle infinite piccole crepe.
[…]
Una vicenda come quella del Mali diventa così di enorme interesse, ma non per il gusto di fare il tifo di squadra. Per capire il futuro del mondo.

Alessandra Corrado di Uninomade, dopo aver descritto in modo chiaro e lineare la situazione attuale in Mali e le ragioni che avrebbero portato popolazioni nomadi ad alzare il tiro delle rivendicazioni territoriali fino a chiedere l’indipendenza dei territori a nord del Paese, giunge a queste conclusioni che sottolineano un iniziale e forzato processo di “semplificazione” del fronte da un lato e dall’altro (pur finendo per schierarsi in favore di fumose ed improbabili rivendicazioni sociali che dovrebbero salvare il paese dalle parti in conflitto… prospettiva irrealistica che fa quasi desiderare la fine dello stato del Mali e il trionfo dei gruppi armati anti-occidentali…):

La guerra senza fine mossa dall’Occidente contro il terrorismo sta avendo l’effetto paradossale di rafforzare e unire le organizzazioni fondamentaliste, producendo come si legge su Le Monde diplomatique una «autostrada dell’internazionale sovversiva», che va dal Pakistan al Sahel, passando per l’Irak e la Somalia e attraverso la quale circolano combattenti, idee, tecniche di lotta, armi, in una guerra contro le “nuove crociate”. Si rileva infatti che dal 2001 queste nuove guerre hanno avuto luogo in paesi musulmani – Afghanistan, Irak, Somalia, Libano, Mali, e non dimenticando Gaza. Ma individuando solo nella motivazione cultural-religiosa l’elemento di scontro e lotta si occultano quelli che sono i veri interessi in gioco fra le parti – quelli di una economia mineraria ed espropriatrice – e le strategie di mobilitazione sociale attivate, anti-occidentali da un parte e securitarie e islamofobiche dall’altra.

Scrive invece Sebastiano Isaia circa la guerra in corso, a suo avviso sociale e sistemica, su cui stiamo indagando (che costituisce la precondizione dell’intervento militare in Mali, come di altri passati e futuri interventi “umanitari” e che parla più di ciò che accade e accadrà qui in Europa):

Qui fa capolino la vecchia illusione europeista, ridicolizzata a suo tempo da De Gaulle, teorico dell’«Europa delle patrie», di chi immagina possibile la creazione di uno spazio politico-istituzionale di tipo federale (gli Stati Uniti d’Europa) attraverso una pacifica e totale cessione di sovranità da parte di tutti i Paesi europei. E quando dico pacifica non intendo alludere solo alla guerra di tipo tradizionale, quella che ha sconvolto e insanguinato periodicamente l’Europa, ma anche alla guerra di tipo economico-sociale, che infatti è in pieno corso nel Vecchio Continente. Anche qui, la guerra degli eserciti in armi non è che la continuazione della guerra sociale incardinata sul solito mantra capitalistico: profitti, profitti, profitti! La guerra sistemica (economica, scientifica, tecnologica, politica, culturale, psicologica) è la guerra peculiare dei nostri disumani tempi. I raid aerei “umanitari” ne sono solo l’ultima manifestazione. Ma può capirlo questo chi ha in testa gli Stati Uniti – e capitalistici! – d’Europa come il massimo di “utopia” possibile nel XXI secolo?

Un noto Institut infine, cui si abbevera la sapienza filo-atlantica della pregiatissima dirigenza politica italiana (e cui è doveroso far riferimento per capire le intenzioni da questo lato del campo, tese a quanto pare a non compattare e semplificare gli schieramenti come sostiene Alessandra Corrado), lascia intuire tra le righe (scritte in inglese) a che serve “il processo di frammentazione in corso dei gruppi jihadisti” (ops! ma non si stavano ricompattando?) e la proliferazione di “nuovi gruppi di insurgent con figure regionali sul modello di Bin Laden”… e cioè (questo è quel che penso) ad una rinascita della (bushiana) “guerra al terrorismo” sotto una nuova forma (obamiana) di guerra strutturale, di guerra preventiva, di “guerra giusta” con un fronte interno ed esterno, non più localizzabile ai confini dell’Impero, ma ovunque e ad ogni livello, con nemici più o meno arbitrari, che gestisca il caos non risolvendo più il conflitto in senso classico, clasusewitziano (data la crisi irreversibile degli stati-nazione), ma preferendo operare anche come i terroristi (il che potrebbe far capire come mai al Quatar, per esempio, secondo alcuni, sia stato lasciato il compito di appoggiare sia il “terrorismo” che gli interessi NATO), sollecitando e sostenendo un conflitto asimmetrico o “a bassa intensità” (includendo cioè il “rischio” di schegge impazzite come Mohamed Merah per convincere l’opinione pubblica interna della necessità e legittimità della guerra) e generando un fronte frattale, complesso fino all’impossibilità cioè di un esito che possa dirsi positivo o negativo… una strategia di governance del caos, da stato d’eccezione permanente che solleciti continuamente l’appoggio di un’opinione pubblica tenuta in costante stato d’allerta, che includa mezzi (come riassume Mazzetta) di libero bombardamento con dronikilleraggio mirato di qualunque cittadino, anche straniero… che cerchi “nuovi modi di cooperare con i governi locali anche in situazioni in cui non ci si fida pienamente di loro, replicando in qualche modo la corrente relazione USA-Pakistan in un contesto differente”, come si legge nell’articolo originale:

The decision by Mokhtar Bel Mokhtar to target the BP plant and attack Algeria’s strategic interests seems to be a reaction to France’s intervention in Mali, but in fact it stems from an ongoing fragmentation process among jihadi groups that are probably going to take the initiative with new attacks and kidnappings. The ensuing dynamic among terrorists in the Sahel and the governments fighting them will mark the beginning of a new phase in the “war on terror”, with the proliferation of insurgent groups and regional Bin Laden-like figures. Western countries, in turn, will need to learn new ways to cooperate with local governments also in situations where they would not fully trust them, somehow replicating the current US-Pakistan relation in a different context.

Ci si potrebbe chiedere quale possa essere lo scopo di una guerra sistemica, generalizzata, preventiva“giusta”, frattale, permanente, ecc… è ancora guerra?… o è semplicemente l’impossibile governance globale che si rivela per quello che è?… e cioè una gestione violenta dello stato d’eccezione permanente determinato dalla difesa ad oltranza degli interessi del capitale “globale” nell’epoca della crisi del dominio imperialista americano, coperti in modo sempre più approssimativo dai fantasmi (che ancora incredibilmente dominano le allucinazioni collettive della pubblica opinione occidentale) della Democrazia e dei Diritti Umani?…

E’ lo scenario messo in campo, per esempio, dalla Guerra al Terrorismo, in cui, dietro un’apparente gestione razionale degli eventi, si cela un mostro di innesti e proliferazioni nel tessuto stesso della società, che si pretende Razionale e che si suppone esista (pur essendo una sorta di finzione scenica, la rappresentazione di un ordine semi-naturale, un sostrato mitico su cui adagiare il corpo-in-frammenti del sistema). Dunque questo Dualismo terrorista, questa Eccezione del Diritto, quando rivela la sua verità oscena, nascosta dal Sistema che la copre e la supporta occultamente, sembra presentarsi come fosse la Realtà… Ma è un mostro creato in laboratorio…

(da “Il feto-monolito e lo schizo-capitalismo”)

Vengo a sapere oggi che la guerra in Mali sembra sia “finita” (o forse è solo un’impressione di qualche commentatore), che le truppe franco-maliane abbiano sfilato per le strade festanti di Timbuctù, che ci saranno nuove elezioni per mettere un fantoccio più conciliabile con gli interessi delle multinazionali dell’estrazione mineraria, che Leon Panetta ha ammesso il coinvolgimento statunitense nell’operazione e che gli stessi USA intendono costruire una base aeronautica per i droni (come del resto accadrà anche in un’altra colonia, l’Italia, col progetto MUOS), dicono, per sorvegliare i fantasmi alqaidisti (da loro stessi invocati…) che dovrebbero arrivare dal deserto…

2 – Teoria e prassi dei conflitti contemporanei

dalla rottura della linearità del conflitto tra stati-nazione alla dimensione frattale, labirintica, aleatoria, deterritorializzata, spettacolare, proliferante, contagiosa dei conflitti (sociali, economici, politici).

Dalla rassegna riportata nella prima parte emerge una differenza di opinione sui conflitti… in particolare tra la posizione di Alessandra Corrado e il post del noto Institut… Quest’ultimo, pur rispolverando la roboante “war on terror” scrive di una visione complessa del conflitto (che include terminologie come proliferazione, processo di frammentazione…) che si suppone di poter controllare (ma vedremo in quale modo schizo-paranoide, caotico, segreto e ben oltre gli ormai sostanzialmente superati limiti moderni del conflitto convenzionale…), mentre la prima sostiene che una reazione militare di un certo peso compatti una resistenza, delineando un andamento schmittiano del conflitto, fatto cioè di semplificazioni di un fronte più complesso. Dunque cosa accade: si semplifica o si complica all’infinito in modo proliferante e frattale questo fronte?

Sebastiano Isaia ci ricorda il pensiero di Schmitt e le semplificazioni del potere (nazional-socialista o liberale-capitalista poco importa… parliamo di tecnologie di controllo e di strategie di dominio – comuni a dittature e democrazie – volte a difendere proprietà, beni, capitali, rendite, profitti, rapporti sociali dati, ecc…, che oggi sembrano essersi nebulizzate tra le teorie cognitiviste e il marketing, rese fruibili anche dagli infanti, più che essere espresse con la propaganda paranoide che costruisce il “nemico”):

Nel 1932 Carl Schmitt, teorico della dialettica amico-nemico (Legalità e legittimità), scrisse che la contesa politica nella moderna società della tecnica si svolgeva ormai quasi completamente attorno alla figura del nemico di turno descritto ossessivamente come brutto e cattivo, come una «entità esistenziale» irriducibilmente «altra»: è questa caricatura «umana» che infatti si dà in pasto al popolo assetato di «senso» («che senso ha tutto ciò?, di chi è la colpa?») per riceverne l’appoggio e la legittimazione politica, ed esso mostra di gradire una tale «semplificazione». Chi non ha «denti critici», preferisce ingoiare le pappe «predigerite» – più spesso già defecate.. – amorevolmente cucinate dagli altri.

Ma senza incartarci nella costruzione del nemico o dell’amico o della vittima o nelle empasse della logica ricorsiva della ricerca di una impossibile (e dunque finta, arbitraria) giustizia ultima e neutrale così ben raccontate e illustrate da RAV

(“Questa è una guerra in cui nessuno ha diritto di vincere” […] “Soprattutto, l’inganno della prima vittima si basa sull’inganno del soggetto politico. Per costruire un’unità politica – un popolo, ad esempio – a partire da un aggregato di singoli è spesso necessario «semplificare» la complessità dell’aggregato in questione” […]  “Se la prima vittima non esiste, o meglio esiste soltanto come mito, appare del tutto vana la pretesa di rivendicare un ordine politico neutrale o una soluzione neutrale del conflitto”)

riprenderei dal rovesciamento del noto motto di Clausewitz (“La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”) da parte di Foucault e di Deleuze-Guattari, per i quali il motto diventa: “Il potere è la guerra, la guerra continuata con altri mezzi” (Difendere la società di Foucault) oppure in Capitalismo e schizofrenia di Deleuze-Guattari:E’ la politica che diventa continuazione della guerra, è la pace che libera il processo materiale illimitato della guerra totale. La guerra smette di essere la materializzazione della macchina da guerra, è la macchina da guerra stessa che diviene guerra materializzata”. Oltre ad evidenziare il carattere generalizzato e microfisico del conflitto contemporaneo, dunque rintracciabile in tutti i rapporti di potere o sul piano molare della rappresentazione, Deleuze-Guattari scrivono in particolare dell’indisciplina della macchina da guerra, che in qualche modo rischia sempre la fuga dal controllo della macchina statale:

Non si può certo dire che la disciplina sia la caratteristica della macchina da guerra: la disciplina diviene il carattere indispensabile degli eserciti quando lo stato se ne appropria; ma la macchina da guerra risponde ad altre regole […] che animano un’indisciplina fondamentale del guerriero, una continua messa in discussione delle gerarchie, un ricatto perpetuo all’abbandono e al tradimento, un senso dell’onore spiccatamente suscettibile che contrasta con la formazione di stato. (cap. Capitalismo e schizofrenia, in Millepiani)

per poi giungere al paradigma contemporaneo del “nemico qualunque” (fissato dal controllo totalitario o, se si preferisce, dal dominio reale del capitalismo):

Abbiamo visto la macchina da guerra mondiale prendere proporzioni sempre più grandi [..]; l’abbiamo vista attribuirsi come obiettivo una pace ancora più terribile della morte fascista; l’abbiamo vista mantenere o suscitare le più terribili guerre locali […] l’abbiamo vista fissare un nuovo tipo di nemico che non era più un altro stato, e nemmeno un altro regime, ma il ‘nemico qualunque’ […] multiforme, manovriero e onnipresente[…], d’ordine economico, sovversivo politico, morale”. (ibidem)

Nemico qualunque di cui anche io scrivevo quasi un anno fa a proposito di questa guerra frattale, totale praticata per lo più in modo non convenzionale, da terroristi, mercenari, traditori, doppiogiochisti infiltrati, agenti dei servizi segreti, trafficanti, sovversivi, folli armati, ecc:

I sospettati siamo tutti noi… “colpevoli” semplicemente in quanto coupable, “colpibili”… da un potere che per funzionare non deve reprimere secondo un criterio logico, razionale, ideologico, punitivo, castratore (che ritagli i suoi particolari capri espiatori per assoggettare o soggettivare delle masse produttive, rincoglionendole a suo comodo), ma statisticamente, in modalità random, senza che si produca alcun soggetto (se è vero che vi è una «crisi della produttività di soggettività»)… La nube (di connessioni possibili e tecnologie di controllo) che chiamiamo, semplificando, “potere” è così che agisce quando performa al meglio… quando è al passo coi tempi. Il minimo dispendio col massimo profitto. Non c’è nemmeno bisogno di mobilitare reti terroristiche, investire in infiltrazioni, attentati, corpi speciali, mettere su complotti, logge segrete, ecc… Il sistema è abbastanza schizofrenico da mettere direttamente d’accordo il dispositivo di controllo e la sua eccezione terroristica, senza che sia necessario un complotto o una stretta di manoLa produzione di discorsività individuali sovversive è un effetto collaterale (e fortemente invocato e incentivato) dai meccanismi di controllo totalitario già in atto. […] Il fantoccio del terrorismo potenziale sembra funzionare in qualche modo… in pensieri, parole, opere e omissioni… Ormai sembra che la dinamica di ogni conflitto sia disinnescata a monte… (a me sembra che si impedisca con ogni mezzo il sorgere di nuovi modi di produzione, spostando continuamente il conflitto su un piano simbolico, metaforico… in una sandbox di conflittualità su base etnica, religiosa, nazionalista, ecc… è solo di questo che si ha paura… che si tocchino i modi di produzione, la proprietà privata/pubblica, i metodi di estrazione di plusvalore, difesi dagli apparati e dalle macchine umane che ne fanno la guardia… Si ha paura che riprenda in concreto questo discorso… per questo la si butta sulla follia, sulla schizofrenia… che ormai è sistemica… è il cuore del sistema, che reagisce col suo criterio paranoide di auto-legittimazione… Si fa di tutto purché scompaia la realtà e non sia possibile un’azione con una qualche efficacia, che produca una trasformazione dell’esistenza cibernetica o miserabile che ci si prospetta…).

E’ chiaro che in questa prospettiva, dal punto di vista dello spettatore-killer “occidentale”, siamo di fronte anche ad una simulazione di guerra, quasi un videogame… cosa che fece affermare a Baudrillard che la guerra in Iraq non ci fosse stata, scomparsa come era dietro la fantasmagoria iperreale della sua sovraesposizione mediatica… Baudrillard si dimostrò più volte abile nel destreggiarsi tra i paradossi e le allucinazioni del mondo contemporaneo… Memorabili anche la sua descrizione dell’America come traversata nel deserto a folle velocità, come scomparsa del reale in una dimensione deterritorializzante in cui sprofondano e si s-terminano tutti punti fermi della modernità…

“La velocità è creatrice di oggetti puri, è essa stessa un oggetto puro, perché cancella il suolo e i riferimenti territoriali, perché risale il corso del tempo per annullarlo, perché va più in fretta della propria causa e ne risale il corso per annientarla. La velocità è il trionfo dell’effetto sulla causa, il trionfo dell’istantaneo sul tempo come profondità, il trionfo della superficie e dell’oggettualità pura sulla profondità del desiderio. La velocità crea uno spazio iniziatico che può implicare la morte e la cui sola regola è quella di cancellare le tracce. Trionfo dell’oblio sulla memoria, ebbrezza incolta, ebbrezza da amnesia. Superficialità e reversibilità di un oggetto puro nella geometria pura del deserto. Correre in macchina crea una sorta di invisibilità, di trasparenza, di trasversalità delle cose attraverso il vuoto. E’ una sorta di suicidio a rallentatore, attraverso l’estenuazione delle forme, una forma deliziosa del loro sparire. […] Nostalgia dell’immobilità delle forme dietro l’esacerbazione della mobilità. Analoga alla nostalgia delle forme vive nella geometria”

(Da “L’America” di Jean Baudrillard)

E nel deserto ci si ritrova anche in Mali… in una guerra lampo, annunciata ed evocata da tempo (senza vittoria possibile perché i “nemici” sembrano fantasmi del deserto,  come ne Il deserto dei Tartarirevenant… scomparsi chissà dove, così come erano giunti)… mancava giusto la passerella dei soldati francesi a Timbuctù, supportata dagli alleati, figuranti di interessi osceni, volti ad accrescere l’obesità ubuesca di un sistema capitalista ipertrofico… che si muove non per un senso qualsiasi, ma per l’inerzia dei suoi contratti e obbligazioni, dei suoi business siderali, desertici, votati ad una distruzione sempre sospesa, quanto insensata (…relativamente… c’è sempre bisogno di riprodurre il rapporto sociale alla base del capitalismo quando questo va in crisi o genera crisi… e ricomincia sempre dai margini del vivibile e dell’abitabile… facendo il deserto… tendendo fino allo spasimo le potenzialità dello sfruttamento intensivo ed estensivo, agendo la morte, o la caduta tendenziale, che scaccia da sé).

Interno alle figure de “Le strategie fatali” (come quella dell’ostaggio) sembra essere anche l’assalto al compound in Algeria… in cui la posizione indefinibile degli ostaggi (multinazionali) nega qualsiasi funzionalità e senso alla rappresaglia (clausewtziana non direi proprio a questo punto…) che si era tentato di mettere in atto… Ognuno si è rivelato ostaggio di qualcosa, compresi i guerriglieri, ostaggi degli ostaggi… che il governo algerino, ostaggio dell’intervento francese, si è trovato a gestire a modo suo, per evitare di essere coinvolto maggiormente nel conflitto… I maliani del nord ostaggi di alcuni di gruppi armati che i paesi del blocco NATO sono corsi a “liberare”, il Mali “ufficiale” a sud ostaggio delle politiche coloniali “occidentali” (si veda il paragrafo “Notre triste statut d’otages in questo articolo critico dell’intervento militare “per procura” scritto da Aminata Traoré, una femminista maliana, come ricorda il blog Marginalia), noi stessi ostaggi dei sistemi di approvvigionamento energetico che la nazione cui apparterremmo ci ha approntato con altri stati-nazione fantoccio potenzialmente ostili… Siamo in una logica costantemente reversibile e ambivalente… in cui sembra decisamente naufragare il progetto di Edgar Morin di voler affrontare, pensare e gestire la complessità del reale a colpi di pedagogia ed epistemologia… ma ancora in nome di un umano ormai improponibile o divenuto regno del kitsch, sentimentalismo da soap opera… spalmato come marmellata su una distesa di macchine da guerra.

Non ci si può voltare dall’altra parte. Il campo di battaglia pieno di morti che è il fine di ogni guerra secondo Elias Canetti (in Massa e potere) è un campo di segni. I nostri discorsi, i nostri concetti, giacciono su un campo di battaglia, ordinati e contenuti da confini mobili che ne determinano la praticabilità, li suddividono in categorie, evocano significati o fantasmi di senso… la guerra ci insegue ovunque, fin dentro i pensieri (finzioni tattiche intagliate da una finalità strategica che ci sfugge e che cerchiamo se non altro come direzione, se non vi è più da tempo un centro che tiene… campo di battaglia del -getto nel sog-getto, del /dividuo nell’in/dividuo, futuro che brucia il margine del presente/passato, caos entropico che si condensa in materia ordinata e visibile), determina contro ogni possibile autonomia o anomia il nostro essere residenti, cittadini, viventi in quanto ostaggi di uno stato (o lavorate alle nostre condizioni… o crepate!)… la morte ci incalza nelle retrovie sempre, schierata sul campo come fosse qualcosa che ci è estraneo… Non c’è migliore definizione della guerra (e della vita) che questa di Canetti, questa assurda lotta tra vivi e morti:

Peculiarità di questo particolare tipo di lotta fra morti e vivi è il suo carattere intermittente. Non si sa mai quando accadrà nuovamente qualcosa. Forse non accadrà nulla per molto tempo. Ma non vi si può contare. Ogni nuovo colpo giunge improvvisamente dalle tenebre. Non c’è alcuna dichiarazione di guerra. Dopo una sola morte, tutto potrebbe essere finito. Ma potrebbe anche continuare a lungo, come nei contagi e nelle epidemie. Si è sempre in ritirata, e non è mai davvero la fine.

Noi “occidentali” ragioniamo come un esercito. “Sussumiamo” le nostre sensazioni e i dati esperienziali in un presunto ordine (che visivamente è sempre una “griglia“… di concetti, di soldati, di operai, di fabbriche, fabbricati, campi, isolati… che tende sempre a quadrare). In logica, per sussunzione, un gruppo diviene parte di una insieme ad esso gerarchicamente superiore. Nel caso di un individuo è necessario diventi “studente” tra i banchi, “militare” eventualmente o “impiegato”, ecc… e, in tutti i casi, un “cittadino” sottoposto al quadrillage delle leggi e del pattugliamento poliziesco e all’esposizione delle videocamere di sorveglianza… La sua natura di libero animale bipede, che vaga liberamente, senza precise traiettorie e senza confini viene sussunta in una cultura che ritaglia e (ri)definisce gli spazi e i tempi del suo agire (e del suo pensare) in continuazione. Lo scrivevo qui

Dunque la guerra è morte che si vuole allontanare da sé come se fosse il nemico, assecondando un delirio paranoide (più anima, più proprietà, più profitti) di immortalità, di accumulazione perenne. Lotta per un’universalità impossibile.

E ancora (lascio delle ultime riflessioni come appunti)… guerra di segni: andirivieni ambivalente di depistaggio-complottismo/sabotaggio-sovversione, paranoia/schizofrenia… E ancora: spazio dell’indisciplina… violenza eccedente che può sempre rivoltarsi controviolenza che risponde all’eccedenza di plusvalenze virtuali, di aspettative di utili già divenute titoli, la nuova terra di un capitalismo finanziario dai tratti “feudali”.

* * * * * * *

C’è poi chi, come Obama, dopo Hiroshima, ha ancora il coraggio di “scatenare “una campagna infinita per IMPORRE i nostri valori”… e ancora lui, sempre alla cerimonia di consegna del Premio Nobel per la Pace lancia intendere, tra le righe, l’annuncio degli eventi bellicosi che verranno: “Le guerre fra nazioni sono sostituite sempre più dalle guerre all’interno delle nazioni. La resurrezione di conflitti etnici o settari, la crescita di movimenti secessionistici, guerriglie e Stati allo sbando intrappolano sempre di più i civili in un caos senza fine“.

Le caratteristiche della guerra contemporanea per Alessandro Dal Lago, nel suo libro “Le nostre guerre”, sono la guerra globale, privatizzata, preventiva, asimmetrica:

Si è trattato di guerre di aggressione «asimmetriche», nelle quali l’uso di armi di distruzione di massa sempre più sofisticate e potenti ha reso soverchiante il potere distruttivo degli aggressori e sottratto agli aggrediti ogni speranza di salvezza. E molto spesso gli aggressori si sono fatti forti del proprio strapotere economico arruolando truppe mercenarie di contractors, alle dipendenze di grandi corporations globali, talora in numero superiore a quello dei combattenti di ruolo. E si è trattato di guerre «privatizzate» nelle quali non esiste più un «nemico legittimo», definito come tale dalle norme del diritto internazionale, come un tempo accadeva.
La logica delle guerre di aggressione contemporanee è la stessa di qualsiasi «guerra civile», nella quale si lotta fino all’estremo e non si fanno prigionieri. Per di più, si tratta di guerre che non hanno la finalità di una conquista territoriale: si combatte su scala globale coinvolgendo potenzialmente il mondo intero. La finalità è un obiettivo strategico di dimensioni planetarie che coincide con la volontà egemonica degli Stati Uniti e che si esprime attraverso la costante minaccia dell’uso della forza.

3 – SCENA FINALE

– Uscite fuori!
– Non ci fidiamo… ci volete ammazzare!
– Uscite fuori: lì siete reclusi! E se continuate a star lì morirete… il cibo scarseggia… qui sareste liberi!
(Si sentono spari dalla caserma)
– Ecco! Abbiamo ucciso chi voleva uscire… Smettetela di tormentarci, spiriti delle tenebre!…
– Pazzi!… Ma che fate?… Uscite fuori!…
– Voi non esistete… siete voci nella nostra testa!… E comunque abbiamo un regolamento da rispettare… Andatevene via!… via!
– Uscite fuori, se volete vivere!…
(Caricano i fucili… altri spari. Silenzio).

* * * * * *

Infine la canzone, dalle direzioni paradossali, che mi ha suggerito questo lungo post… che alla fine mi lascia con la sensazione che non si possa non sfidare la complessità con un’altra complessità… divergente… ogni tanto forse, al momento più propizio, occorrerebbe semplificare… (intensificare il conflitto)… ed è vero… forse la guerra è infinita… ma è anche vero che “noi” che non siamo il fantasma di una totalità maggiore della somma delle sue parti, abbiamo già vinto.

Left on man (di Robert Wyatt)
(che si potrebbe tradurre con A sinistra, amico… ma resta il sotto-significato di Lasciato per l’uomo… traduzione mia)

(Coro: Semplifica! Riduci! Semplifica di più!)

Quando si dice “Libertà”, qui a nord, si intende la nostra libertà di usarti
E se non collabori, ti tagliamo le linee di approvvigionamento
Ma sarai libero di riconnetterti, se ci chiedi perdono
Tu dici che semplifico un po’ troppo, beh… faceva così anche Albert Einstein
Non ci sono vie di mezzo: Pentagono über alles!
Non c’è mai stata una via di mezzo, è questo il punto
Non c’è mai stato un posto che potesse essere una via di mezzo
Sinistra o destra dell’equatore

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Orgasmi e glossolalie

Dopo il mio primo orgasmo, ricordo che mi distesi sul letto con molte questioni nella mente che non riuscivano a trovare una risposta a parole… ma che pure una risposta ce l’avevano. Così, disteso sul letto e con l’accappatoio, guardando in su verso il soffitto, cercai di liberare in una lingua le costellazioni che mi avevano attraversato dischiudendo ben oltre me stesso il flusso dei pensieri e del tempo. Ricordo che predominavano sillabe con la L… probabilmente perché è la lettera che frusta dal palato al fondo della bocca… e ciò dà un certo gusto… come di goccia che cade. Gli ebrei la chiamano “frusta” (lamed).

laie laie lalla
ielà lallà
iela
ralla lalài lalaiei
leilo leilo leila leilo
lai lallai laralei laralelai

Disarticolare la lingua è un buon esercizio per articolare il senso anche in assenza di significato e con una coerenza provvisoria… ovvero secondo il ritmo e la materia che suggeriscono le consonanti e le vocali. La L era solo un esempio… ogni suono ha sfumature diverse, ssssibila, vibrrrrrra, sffffffiata, ronzzzzza (TRRRR, CRRRRR, GRRRR, CLA, ARRRRT, FFFFFF, SSSSSSS, VVVVVVV, ZZZZZZZ). Ovvio che occorre fare attenzione a non lasciare che altri spiriti parlino con la propria bocca…
Vi sono esempi di glossolalie in Artaud, Robert Wyatt (per es.: in “The end of an ear”), Lisa Gerrard… nella stessa “Saaeee”

Anche all’inizio di “Speed of light” degli Asian Dub Foundation… o nei vagabondaggi lisergici di questo signore:


Jacques Derrida, l’ultimo filosofo.

Jacques Derrida

Jacques Derrida è stato probabilmente l’ultimo filosofo… morto nel 2004, agli inizi dunque di questo millennio che si apre all’insegna di un’episteme post-moderna e post-tutto di decostruzione e ricostruzione permanente. La politica, l’economia, la genetica, la fisica quantistica (e tutte le scienze umane e non) si muovono allo stato attuale in questo modello di interazione caotica.

Aveva annunciato la “morte della filosofia“. Considerava quest’ultima un “genere letterario”, una “avventura seminale” di tracce di pensiero, di concetti, di realtà (quel che la moda del tempo chiamava, con la prosopopea della linguistica, un “testo”). Pensiero quasi erotico e giocoso (proliferante, germinale), lontano dall’intenzionalità, dal “voler-dire”… che, in definitiva, non sapeva bene dove andare a parare… affidandosi ad un metodo (o uno stile) più che ad una finalità… la ricerca e il tentativo come gioco. Lo si può leggere direttamente nell’espressione del suo volto. Il suo divertimento nel decostruire tutto: la metafisica, l’ontologia, il logos… i fondamenti del “pensiero occidentale”… C’è la distruttività analitica di un bambino che smonta i suoi giochi in quello sguardo.

Mi vengono in mente brani musicali come “Las Vegas tango (part I)” di Robert Wyatt o “Dark star” dei Grateful dead, se penso al suo modo di procedere… citazioni, deragliamenti, strutture smontate fin nelle minime articolazioni, materiali vari assemblati, campo di possibilità perennemente rilanciate ad ogni accenno di codice o struttura linguistica.

Ma resta un professore. Resta iscritto all’interno di un’istituzione che ha spesso messo in discussione e interrogato… A che “titolo” può dirsi professore Derrida? Io lo noto nella sua insistenza a chiosare e commentare il pensiero e le arti… Nel suo essere interno ad un linguaggio che pur tenta di sovvertire (quello filosofico). Portandolo alle estreme conseguenze. Spezzettando le parole, usando neologismi… Molti lo trovano oscuro e incomprensibile… e per certi versi lo è. Ma il mio ricordo della lettura dei suoi scritti, la sperimentazione su di me dei suoi concetti, parla un linguaggio più comprensibile. Proverò a raccontarne gli “effetti” (mescolando citazioni a memoria e terminologia personale)…

Leggevo, quando avevo 18 anni, sul balcone della casa dei miei, una raccolta di saggi dal titolo “Scrittura e rivoluzione” (con altri testi del gruppo di intellettuali di “Tel Quel”, tra cui una fine filosofa-psicanalista-semiologa, Julia Kristeva, che tanto ha influenzato le vite dei miei amici, nonché la mia…). Il saggio di Jacques Derrida era “La différance“… un errore ortografico in francese… non si scrive con la “a”, si scrive “différence”, con la “e”. Ma si legge uguale. Su questa differenza tra pronuncia fonetica e scrittura parte una giaculatoria contro la diffidenza (socratica) nei confronti dello scritto su cui secondo Derrida si fonderebbero tutte le magagne del pensiero occidentale, la violenza di quest’ultimo contro l’articolazione (le “giunture”) del concetto. I latini direbbero: “Verba volant, scripta manent“… E le cose scritte, si sa, stanno là… danno fastidio. Non si può imbrogliare, semplificare… inceppano il discorso sciolto di Socrate e Platone, che per lo più erano interessati a inchiappettarsi i discepoli tra un dialogo e l’altro… (sia ben inteso che la presenza nel testo di Derrida di Socrate e Platone credo di essermela immaginata). Ma c’è di peggio. Derrida intende far tremare tutto l’edificio dell’essere, del discorso meta-fisico (=al di là della natura), probabilmente in nome di un materialismo che egli, a sua volta, mette in crisi… Che differenza ci sarebbe tra materia e spirito o tra qualunque altra opposizione (soggetto/oggetto, io/altro, intellegibile/sensibile, ecc…) se la différance testè inventata è il terreno comune (tellurico, mai fermo) che queste opposizioni o differenze genera? e che a sua volta non ha origine alcuna?… Derrida sostiene che non esiste niente di puro… Né un fuori puro, né un dentro puro… Né un origine pura, né un essere puro. Nè una “traccia pura” (tanto cara ad Heidegger)… Solo differenze e “tracce di tracce” in una “struttura di rimando generalizzato”. E dunque? cosa caspita pensiamo? Pensiamo di avere una realtà definita e invece non ci sono che “presenze”… che si definiscono in base alla differenza l’una con l’altra invece che ad un senso logico che le attribuisca un significato. Presenze fittizie dunque… come il tempo. Che anticipa (passato) o ritarda (futuro) le sue tracce nello spazio della “presenza” (=l’essenza del presente), di ciò che avvertiamo come coscienza. Lo spazio del presente… riuscite a immaginarlo? La “spaziatura” di una traccia temporale, il divenire spazio del tempo… “Ecco!”, esclamo mentre sono sulla sdraio a righe verdi sul balcone… “sono i miei neuroni!”… sembra quasi di vederli. Andare a tentoni, anticipare movimenti e pensieri prima di pensarli, protendersi e ritrarsi… E subito dopo leggo della “protensione e ritensione della traccia”. Sì, è così… Questo buontempone fa degli sforzi incredibili per discutere dei concetti filosofici e non sta pensando altro che i suoi pensieri. Nel suo compiersi “fisico”… nei suoi neuroni… nel loro codificarsi senza un senso che non sia dato dal gioco delle differenze. Un po’ per caso, un po’ per necessità… Un po’ per gioco, un po’ per regola… noi pensiamo, giochiamo a dadi con la “différance”, con [per dirla con parole mie] l’ec-centricità e l’ec-cezione che mantiene e supera costantemente il codice (del linguaggio, delle classificazioni, delle informazioni). Una sorta di irriducibile animalità fulminea del pensiero


CONSIDERAZIONI PERSONALI E CRITICHE AL PENSIERO DI DERRIDA. L’etimo di “differenza” nasce dal latino “dif+ferre” che vale “portare lontano”, “procrastinare”, “rinviare”. Insomma quello che genera il senso di ciò che diciamo qui e ora (nello spazio della “presenza”, nel tempo “presente”) è a-venire, è re-inviato, ri-mandato… Dunque il presente è questa “breccia” (come diceva la Arendt o… Michaux) che ri-manda in qualche modo ciò che era stato anti-cipato (=”preso prima”), previsto sulla scorta di esperienze ripetute, e che si augura di “giungere a destinazione” nel presente, nel luogo in cui può esser-ci un senso (che emergerebbe come da quello che definisco un varco, “filtrato” dalle differenze e dagli “scarti” che lo precedono). Ma la frattura del presente c’è. Derrida infatti espone la questione che questa “cartolina postale” del passato, qualunque significato o verità, “giunge e non giunge a destinazione”… Che significa? Che non è scontata la continuità temporale. E’ un continuo rilancio, una scommessa… Del resto anche la fisica quantistica pone la questione della relatività del tempo come legata al paradigma dell’universo che esploriamo e per come lo esploriamo. La luminosa scena del presente è costantemente travagliata dalla possibilità che il passato venga smentito dall’a-venire, dal futuro. Ragioniamo secondo i parametri della materia (spazio-tempo, massa)… Ma che senso ha la posizione “materialista” e “anti-metafisica” di Derrida a questo punto se la materia non è che uno dei paradigmi possibili? Lui sposta nel luogo oscuro dell’assenza la questione di Dio, della coscienza, del significato, che metterebbe in ordine le “cose”, darebbe loro un senso… dice che l’Essere (o Dio) è impossibile, che non c’è, è un’assenza… e se c’è gioca a fare “cucù-sèttete” (il gioco di Freud, che Derrida cita, del “Fort-da”). Il segno per eccellenza sarebbe una “piramide”… una tomba. Un significante senza significato… Come non vedervi una “teologia negativa“? Una posizione che nega ogni possibile esistenza assoluta (“ab-soluta”=libera da, sciolta) per lanciare l’assoluto movimento del differire (e dunque del rimanere im-plicati e com-plicati) anziché l’assoluta presenza dell’Essere, è comunque un ritorno sotto mentite spoglie della meta-fisica. Derrida sembra dire: “Dio non c’è, ma lasciamoci travagliare dalla sua dissoluzione, lasciamoci essere nella nostra complicazione”. Perché invece non prendere nulla dal “fuori” paradigma, dall’aldilà, non considerare gli accidenti che aristocraticamente Aristotele scartava e le ec-cezioni? Davvero non c’è nulla da ec-cepire (=prendere da fuori) in questo nostro essere “originariamente complicati”?… Perché vincolarsi così pervicacemente a quella materia (anche se solo alla sua traccia) sulla cui natura gli attuali fisici gettano pesanti dubbi? il fatto che non ne conosciamo che il 16%, che un elettrone possa essere simultaneamente in due luoghi diversi, che il tempo a certe condizioni sia reversibile,  che sia impossibile decidere la posizione corpuscolare di una particella sub-atomica, che tutto ciò che avvertiamo della materia siano nubi elettroniche, campi di forza, qualità di un essere che non c’è, che viene fermato su lastra come traccia, esistenza “probabile”… tutti questi fatti pongono seri dubbi sul paradigma che viviamo e di cui discorriamo. Certe osservazioni sperimentali eccedono ad ogni livello il principio di identità e qualsiasi logica univoca…

L’affermazione di un in-finito travaglio cosmico (la différance) è un paradigma meta-fisico, che in-forma la materia pur in assenza di un logos. Vi si potrà scorgere una certa ec-centricità, ma non è centri-fuga… è centripeta. Come le volute del cervello, come il garbuglio degli intestini, come i vortici, gli uragani… Ma come non leggere in questi movimenti anche una resistenza ad una forza centripeta e che porta fuori, ec-cede? Il criterio dell’accendersi delle “luci” neuronali è estraneo a questa dimensione spazio-temporale, al paradigma entro cui ci muoviamo… questo non vuol dire che abbia un origine “meta-fisica”. E’ “fisico” anche ciò che non conosciamo ancora e che segue un paradigma differente e sconosciuto. Che senso ha allora la critica della “meta-fisica” se non si sa ciò di cui si parla, in quanto illeggibile dal nostro pensiero ed apparentemente estraneo alla nostra stessa vita? E’ forse una critica dell’al di qua… di certe idee e sistemi filosofici che insistono nel cercare un senso pieno a questo mondo. Ancora non si è inteso lo strappo che comporta essere “eccezionali”, “presi fuori”, da un altro paradigma che non conosciamo, ma che si muove che è una bellezza… Quel che io dico è che siamo preveggenti e profeti e non ce ne accorgiamo perché diamo per scontato che il movimento del nostro pensiero (che a sua volta non è che un movimento) cada sotto l’egida delle leggi spazio-temporali.

L’alchimia nel suo doppio movimento di “spiritualizzazione della materia” e “materializzazione dello spirito” e, soprattutto nel considerare la materia come “materia densa” e lo spirito come “materia sottile” è già al di là del pensiero occidentale, che divide la “natura” in corpo e spirito, per giungere infine con Derrida, suo ultimo filosofo, a rinviare, differenziare e complicare il più possibile… Per di più l’alchimia dà vita a delle sfere di influenza energetica sulla materia sottile, che possono essere ec-cepite e discusse tra alchimisti… L’Arte è proprio qui. Spingere verso l’ec-cezione… spostare con un soffio le regole e i codici (farle giocare con un “fuori-paradigma”) che, raccolto l’emblema (=”ciò che è gettato dentro”), risponderanno in modo nuovo e imprevisto. Dirigere queste eccezioni e questi movimenti imprevedibili è sempre stato il cruccio e la speranza degli alchimisti.

Inoltre, non sono soddisfatto dal definire un “oggetto” in base alla differenza con tutti gli altri. Questa rete o “struttura di rimando generalizzato” che si costruisce e decostruisce ed è sempre esposta al travaglio della sua complessità, somiglia tanto alla politica italiana. E non mi pare accettabile come modello. Come è successo per tante avanguardie, le idee migliori, le più innovative e rivoluzionarie vengono inglobate e neutralizzate dal sistema dei poteri. Niente di più “derridiano” dell’attuale economia finanziaria, delle politiche decostruttive-costruttive dei governi, dell’indecidibilità delle posizioni politiche… delle crisi-ristrutturazioni, della riforma permanente delle istituzioni… E’ finita l’epoca dei lumi, della certezza del Diritto e del trionfo dell’Uomo, ma quest’altra, che genera crisi e soggettività debolissime e incerte (facili al raggiro), non mi piace ugualmente…

Sono convinto che un pensiero venga delimitato dall’ambiente e fissato dall’energia emotiva (relazionandosi a percezioni e immaginazioni), scrivendosi con un linguaggio analogico di rassomiglianze e non si produca per logiche differenziali (una foglia non è un albero, non è un animale, non è un minerale, non è un triangolo, un’ellisse, ecc…) se non in un successivo scartare per meglio ascoltare ciò che sovviene. Non è questione di pensare “né… né”… né questo, né quello, ma la sorpresa in positivo della rassomiglianza… Le classi, le categorie, gli archivi, i codici, vengono giocati a dadi e restituiti come previsto o secondo modalità diverse, sorprendenti, “eccezionali”… Ragioniamo un po’ per caso e un po’ per necessità. Un po’ per imprevisti, un po’ per strutture consolidate, percorsi già tracciati e ripetuti finché la memoria (cerebrale o scritta, storica) li mantiene in vita. Non c’è pensiero che non sia legato alla vita. Anche il più astratto dei pensieri non può dissociarsi dall’essere seduti a pensare e dal maggiore afflusso di sangue al cervello… né, per me, dalla sedia a sdraio a righe verdi dove leggevo Derrida… Dove sono in questo le categorie, le classi e le sottoclassi e le strutture del pensiero? Puf!… svanite… solo tante immagini, suoni, sensazioni e… frecce a bersaglio prima di essere scoccate.

L'ottava delle "Dodici chiavi" di Basilio Valentino

Nella scienza (?) che avevo annunciato, l’analogica, e nella psicanalogica, sua ovvia branca che studia (“fisicamente”) il movimento del pensiero e dell’anima, risiedono i principi di un nuovo discorso, emblematico, che nasce per negarsi alla logica dell’identità e della verità (non più struttura architettonica, pensiero-strumento, ma libera deriva di associazioni ed esperienze, aperta a ciò che viene e sovviene)… per non dilazionare più la vita, ma per assecondarne sempre il movimento. Incompatibile con qualunque “teoria” (sfilata, processione) di idee che presuma di farsi sistema e scienza delle risposte definitive…

Non c’è pensiero che non sia esperienza.

…E lei, somigliante e differente, mi dice: “Io sono te”.


P.S.: Scopro solo ora (è il 9 ottobre 2008) l’esistenza di un seminario-blog su Derrida qui su splinder [n.d.r.: che nel frattempo ha chiuso], in particolare su un suo scritto (“La metafora nel testo filosofico”) in cui posso rintracciare diversi spunti di grande interesse. Non sono affatto d’accordo invece sulla perentoria affermazione derridiana: “Non c’è alcun fuori testo”. S’è garantito il suo titolo di professore… Tutto testo, tutto complicato, tutto usurato all’infinito… che tristezza entropica (nel tropo). Molto meglio il Nastro di Moebius II di Escher… ove si passeggia amabilmente tra il dentro e il fuori in compagnia di formiche rosse:

Forse un po’ troppo perfetto nella sua anomalia… ma decisamente divertente.

Il “fuori” cui io alludo è dentro in ogni istante, animalesco e fulmineo.

P.P.S.: Altrove, commentando “Corpus” del suo allievo Nancy, Derrida scrive: Psiche, insomma, è la piegatura di un divenire dentro del primo fuori”. Detto così pare quasi una cucitura, una tessitura… un testo appunto. Che noia… Ma non è meglio una fonte? non origine, ma azione dello scorrere, che “getta dentro” e che e-siste solo in virtù del dentro… Dal dentro verrà scoccata di nuovo la freccia alla sorgente. Che ripete all’infinito ciò che sarà stato… con le opportune eccezioni che ne svelano l’inganno e il carnevale. Non è mai del tutto così. E’ un gran giocare di paradigmi e geometrie (anche non euclidee) simultanee, rassomiglianti e non coincidenti… E ora provate ricucire!…