videomaker, fotografo, musicista e sound-designer

Psicanalogica – l’Embolon contro il Symbolon

In questo post si parlerà dell’Analogica applicata alla psiche umana, ovvero della Psicanalogica e dell’oggetto (o piuttosto dell’ in-getto, em-bolo o em-blema) del suo studio. Poichè, per inventare una nuova “scienza”, occorre prima decidere di cosa si occupi…

Io, suo fondatore, sarei dunque uno psicanalogista?… Non so, forse è un po’ presto per definire i titoli d’onore e i diritti di esistenza di una “scienza” che deve ancora nascere… Ma l’ho già tutta in mente, quindi non resta che inventarmela (da “invenio”=scopro) man mano…

Jacques Lacan con sigaro storto

Questo signore, Jacques Lacan, parlava, finché era vivo, con voce cavernosa, producendosi in discorsi spesso oscuri e incomprensibili, ma la moda dei pensatori francesi dell’epoca faceva sì che lo si stesse ad ascoltare molto attenti, ripetendo le sue oscure formule e spesso  complicandole ulteriormente… Era uno “sciamano” che magnetizzava l’attenzione sulla sua rilettura di Freud. Insomma era uno psicanalista, non uno “psicanalogista” come me… e aveva l’intenzione di rivelare la “verità” dell’inconscio. E di definire, nel corso dei peregrinamenti teorici di una ventina di seminari, la “posizione del soggetto” nello spazio psichico che aveva disegnato:

il "nodo borromeo", incontro dei tre piani RSI (Reale, Simbolico, Immaginario) che per Lacan definiscono il soggetto della psicanalisi

E’ il nodo che intreccia “Reale, Immaginario e Simbolico” (tipicamente lacaniani) e fa emergere nell’intersezione il sintomo (quello che gli psicanalisti dovrebbero curare…). Bello vero? Pare una fede turca (quella fatta da 3 anelli incastrati tra loro) aperta in tre. A suo modo un emblema… E questa sarebbe la mappa del suo campo d’azione. Qui ci sarebbe il famoso “soggetto”… Sub-jectus dal latino. Che vale “gettato sotto, sotto-posto”. Dunque… cominciamo male. Io sarei un “soggetto”? Una persona risibile, una caricatura, un dipendente? Una  specie di Fantozzi? Nooo… Ma la moda strutturalista dell’epoca non vedeva di buon occhio l’Uomo. Al punto da porlo come “soggetto”, strutturato dal linguaggio di cui non era che un effetto. “Ciò parla”, diceva Lacan.

E che ci dice?… io e la mia mania di scomporre etimologicamente le parole (che hanno una vita animale e una genealogia) diciamo, prima ancora che io ci capisca qualcosa, che si parla di “-getto“. Parlerò dunque di getto, senza pensarci troppo.

Sog-getto, og-getto=”gettato sotto”, “gettato innanzi”… evoca nella mia mente la scena di uno schiavo lanciato ai piedi di un Re. Possiamo sopportare ancora questo stato di sog-gezione? Seguendo la scia del latino dovremmo parlare di in-getto, ma questa parola evoca la puntura, l’in-iezione. Parliamo di qualcosa che ci viene scaraventato dentro. Non proiettato, introiettato… o inoculato. Una specie di sasso in uno stagno… Quiete turbata dal “fuori” e che riverbera… gran sollecitazione di neuroni, della memoria. Fuori di che? Fuori di chi? Fuori di noi. Fuori dal danni di un embolo...tempo. E cosa viene scagliato dentro? Un embolon (=”gettare dentro“, dal greco)… che a prima vista sembra una minaccia mortale. Nella nostra lingua lo intendiamo come un embolo, qualcosa che ostruisce le arterie e crea danni al cervello, per esempio con un ictus… Anticamente si intendeva con “embolon” il rostro, la punta della chiglia che si incuneava nelle navi nemiche per affondarle… o uno schieramento a V in guerra. Dunque appare come una minaccia mortale per il soggetto, sotto-posto alle classi e alle categorie che lui stesso s’è inventato al punto da essere determinato da queste. Minaccia di morte per la filosofia, perché in realtà l’embolon è un emblema (che permane nella sua natura emblematica, dunque non riducibile alla logica identitaria e copulante A=A… una rosa=una rosa, ma a quella più ambigua, della rassomiglianza, dell’analogia: A sembra A, ma anche un triangolo, una vocale…). Emblema che si oppone al symbolon, ovvero al “simbolico” con cui Lacan chiamava l’ordine del linguaggio, della società, sotto il vessillo trionfale del Nome-del-Padre… La chiave per accedere a questo castello di segni (o meglio di “significanti”) era il più ovvio “significante del desiderio”… più volgarmente, il Fallo… che ci liberava da quel terreno paludosamente insidioso del regno materno, della reggitrice oscura del gioco dello specchio che avrebbe fatto identificare il bambino che siamo stati tutti noi in un abbozzo di segno, una prima percezione di sé… l’Io ideale. L’immagine del corpo… allo specchio. Quello sei tu! Oh che sorpresa! Oh che emozione! Mi sposto a destra e lui si sposta… Ma come si fa a dire che questo è un segno primitivo? Un primo segnale di senso… solo per essere stato sottratto all’impossibile spazio del Reale (al di là del materno, dello schizoide, dell’ab-ietto … inaccessibile, indescrivibile, inimmaginabile, immemorabile)? L’incorporea immagine al di là dello specchio è un embolon. Ci viene scagliata dentro. Anticipa i nostri movimenti, li scrive nella memoria, li ripete… E’ il perenne anticipo del tempo che vivono gli animali, specie quelli autocoscienti come gli uomini. Un fuori-tempo che ci viene “scagliato dentro” nel nostro tempo psichico. L’embolon ovvero lo spazio embolico è reale, immaginario e simbolico in un unica soluzione… Dissolve la mappa (topologia) del soggetto di Lacan. Non è più possibile speculare senza sapere di mentire. Se dell’inconscio Lacan dice “ciò parla”… io aggiungo che piscia (in balistica, si parlerebbe di traiettoria),  getta, prende, canta, ascolta, ricorda, vede, ride, mangia, pensa, immagina, scrive, cancella, dimentica, sogna, dorme… spesso con una musica di fondo.

“Io” non è uno spazio chiuso. E’ un fuori “gettato dentro”.

Gli indiani non sbagliano a considerare la mente-corpo come una sola cosa. Il pensiero è un gesto, un movimento. Ci muoviamo nel nostro pensiero come in uno spazio fisico. I nostri stessi pensieri si muovono come in uno spazio fisico. Questo spazio fisico ci è stato scagliato dentro e ci “anticipa” continuamente, come a provenire da un fuori dello spazio-tempo che comprende la nostra percezione, con intuizioni, previsioni, schemi tattici, figure. Costruiamo un linguaggio solo per emblemi (o catene di associazioni), solo per questo continuo getto, dentro di noi, di immagini, suoni, odori, parole, carezze, fuoco, strepiti, ecc… Tra gli emblemi o emboli ve n’è uno particolarmente usato, che finisce per snaturare tutti i nostri possibili discorsi sulla psiche. Il symbolon. Definibile come il titolo esemplificativo di un oggetto, quello scambiabile per capirsi e farsi capire, è anche quello che ha dominato per secoli nelle teste fallocentriche e patriarcali dell’Occidente. Abbiamo il denaro e Dio Padre in testa. Una cosa ha valore se si scambia. Per esempio: nel sesso si scambiano cazzi? Il cazzo sarà l’equivalente generale del desiderio… si scambiano donne (come sosteneva Levi-Strauss ne “Le strutture elementari della parentela”)? La donna sarà la moneta vivente di scambio nelle società umane (forse da queste due equivalenze nasce la figura della “donna fallica” di Lacan?). E circolerà nelle società come il sangue nel corpo (finché non ci sarà un’embolia a rompere questo schema circolatorio, trasformandolo in una spirale emorragica che conduca altrove… ma subito si creerà un nuovo vortice e una nuova circolazione)… E’ un gioco che sminuisce qualunque -getto. Che sia seme, contrazioni vaginali, che sia polluzione di pensieri dentro di noi, che sia gioco del fuori col dentro, poco importa… Quel che conta si definisce con un patto chiaro. Infatti cos’era il symbolon (dal gr. syn+ballo=”metto insieme”) in origine? Una tessera che veniva gettata per terra, spezzata in due… e il margine di taglio, che solo poteva combaciare con l’altra parte, era garanzia del patto tra i due che rompevano il coccio. Su questo scambio è nato il segno, che sempre pretende di combaciare e significare altro, garantendo l’ordine (o la grande menzogna della “mente che mente”) come meglio può…

Ma il fatto è che non c’è ordine. L’ordine non è che un embolon. Un campo di forza che collega svariate percezioni e le inscrive in una “serie“: Padre-Dio-Logos-ordine sociale-territorio-soci-clan-stupro rituale-sfruttamento-patriottismo-guerrieri-ragione-linguaggio e così via… serie gettata dentro dall’ambiente circostante e non solo per patti, per convenzioni, ma anche da singole impressioni, da un’educazione al symbolon (fatta di convenzioni e classificazioni) che ci viene riproposta come una marziale e deviante palestra della mente-corpo. Muoviti così e dici “fallo”… Muoviti cosà e dici “fallimento”… Il symbolon è una particolare specie di embolon che si prende per vero, reale, chiaro, evidente, razionale, buono, incontrovertibile… è un embolon “presuntuoso”, che cerca costantemente di celare la sua natura emblematica. Necessario per il “progresso” e la “civiltà”, nega costantemente i suoi accidenti e le sue eccezioni… La Psicanalogica è qui per questo. Per “embolizzare” questo sistema proliferante e virale e bloccare la sua circolazione arteriosa e, nella sua accezione positiva, muovere il pensiero secondo la sua “natura”, ovvero il suo ritmo e il suo movimento. Vaglierà rassomiglianze e le inanellerà come in un diadema o in una collana. Cercherà di continuare ad accostarsi alla comprensione (e alla rigenerazione) dei sogni, delle analogie, delle intuizioni, delle trasmutazioni e del mondo non più scientifico e filosofico che ci attende. Continuerà il racconto interrotto (ma sempre rilanciato) delle donne-sacedotesse (delle verie  magdalene, pizie, bakhti, diane cacciatrici), delle radure dei boschi, dei desideri, delle leggende, dei sincretisti. Seguendo un’arte del “-getto” che sappia cosa “gettare dentro”… come masticare la luce, indirizzare i fulmini e i soffi e seguire le eccezioni. Nel tentativo di dischiudere il corpo-mente a quel “fuori” che ce lo re-invia costantemente mutato e modulato.

il -getto: movimento dell'embolon (gettare dentro) e dell'eccezione (prendere da fuori). Al centro la spirale del corpo-mente. Elaborazione grafica 3D di Valerio Mele.

P.S.: Eccovi cosa c’è “in ballo”. Ed eccovi “imballata” la psicanalogia… (sono solo altri due termini derivati da “embolon“…).  Parleremo in seguito della pratica psicanalogica (inattendibilità della scienza, analisi dei sogni, amplificazione associativa e analogica, “sciamanesimo”, metodi e terapie, dono).


Sciamano

(parole e silenzio di Valerio Mele)

Si getta

dal fondo della notte

cascata oscura

incessante e banale

tuono mugghiante

nel pozzo di luce

dei mondi.

Sciama di nuovo indietro,

sfuggendo al terrore sismico

di miriadi di uccelli in volo,

verso la breccia impossibile

della sua sorgente…

e ritorna a cambiare le rotte

e rifrangere i raggi fulminei

delle cascate.

Mai sarà compreso

sempre sfuggirà,

sempre tornerà,

sempre (o quasi) a bersaglio.

Ogni volta differente.

Ogni volta diluito.

Ogni volta trasmutato.

Eccezione di Dio,

sabbia e sale,

fango e seme,

poi sciame,

eccezione dell’ eccezione,

e ancora e sempre…

-getto.


IL DI-VERSO DEI -GETTI

decomponendosicompongono


sog-getti, né og-getti!

PS: Cito da questo interessante articolo che cita il libro “Forsennare il soggettile” di Derrida… che scrive di “getto” (il grassettato è mio):

In Forcener le subjectile, Derrida elabora un’interpretazione complessiva della paradossale non-opera del poeta-artista francese, attraverso il grimaldello di un’antica e desueta parola, forse francese o italiana: subjectile, soggettile. Artaud la utilizza tre volte nei suoi scritti, per parlare dei suoi disegni (nel 1932, nel 1946, nel 1947). Infatti, il “soggettile” indica innanzitutto il “supporto” materiale dell’opera figurativa. Ma in Artaud assume connotazioni aggiuntive inedite. È sì supporto ma anche soggetto, indica la passività della materia ma anche quella del “soggetto” (nel senso dell’esser soggetto a); indica un “giacere” (dal latino iaceo-iacēre) ma anche, nello stesso tempo, un “lanciare” (dal latino iacio-iacĕre); ha a che fare, quindi con la “gettatezza” dell’essere al mondo e con il “gettare” (jeter) e il “progettare” (projeter).

Il soggettile cos’è? – si chiede Derrida. Qualsiasi cosa, tutto e qualsiasi cosa? Il padre, la madre, il figlio e io? Per fare buon peso, perché possiamo dire la soggettile, è anche mia figlia, la materia e lo Spirito Santo, la materia e la forma delle forme, il supporto e la superficie, la rappresentazione e l’irrappresentabile, una figura dell’infigurabile, l’impatto del proiettile, il suo bersaglio e la sua destinazione, l’oggetto, il soggetto, il progetto, il soggiacente di tutti questi getti, il letto del succube e dell’incubo […], ciò che porta tutto in gestazione, che gestisce tutto e partorisce tutto, capace di tutto. […] Tutto e il resto, ecco ciò che è senza esserlo.

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37 Risposte

  1. Diciamo che stiamo cercando la stessa cosa. Il linguaggio post-psicanalitico, però, mi confonde. sto cercando di sbarazzarmi di quello che ho studiato (sono docente di filosofia di professione) e attingere alle immagini primitive. Però quello che fai m’interessa.
    Ti chiederei qualcosa sulla “voce”, come fenomeno del Sè, se riusciamo a non tirare in ballo Derrida.

    28 aprile 2009 alle 12:05

  2. valeriomele

    Mi fa molto piacere che ci siano docenti di filosofia che vogliano “disintossicarsi”… 🙂
    Non che la filosofia non sia un approccio imprescindibile (da dissolvere, comunque), ma senz’altro a mio avviso va fatto uno sforzo per passare oltre.

    Anche a me stesso infastidisce “lacaneggiare”, ma alla fine è un “linguaggio poetico” che parla al mio posto o qualcosa che vi somiglia.

    Per quanto riguarda la voce, la sua vita, senz’altro Derrida vi preferirebbe la morte della scrittura… ma forse è il caso di superare la differenza Husserl/Derrida con un balzo o… con un -getto.

    La scrittura è a mio avviso cosa viva. Ovvero, vi è qualcosa che scrive la voce a crudo, ne scolpisce la laringe, ne modula il timbro. Qualcosa di assolutamente non-intenzionale, non-umano, che previene e sorprende l’intenzione o l’articolazione prima che si manifesti. Siamo scritti da cima a fondo. Tutto il corpo-mente è una continua tessitura, una spola tra dentro e fuori. Più che Derrida tirerei (come hai giustamente scritto) IN BALLO Artaud…

    Comincerei intanto col gridare per frangere i fenomeni. Gli sche(r)mi. E il Sé.

    Quel che io propongo è una sorta di centrifuga del Sé… e, più che una ricerca, è una certa accoglienza incondizionata del -getto. Che poi si dividerà in mille rivoli, creando la condizione di qualunque trama. Più che ana-lisi è ana-logica, più che un “solve” è un “coagula”… ma prima che si rapprenda un significato (e dopo una serie estenuante di dissoluzioni del senso, che chiamerei “distillazioni”… pazienza, costanza, esperienza).

    E sì, nella voce è il symbolon che tende a volare e a scambiarsi…

    Nella vocalità e nelle sue cesure, nei colpi di glottide nei frantumi degli alfabeti, dei fonemi e delle sillabe, è invece l’embolon che crepita.

    “Parlare” (o scrivere?) il linguaggio poetico o dei sogni con criterio (come Teseo, senza perdere il filo) è condizione essenziale per accogliere, magari con ilarità (come si merita), ogni possibile caduta filosofica, culturale, del -getto.

    E sarà difficile a quel punto confodersi di fronte a qualsiasi linguaggio.
    Si coglieranno interi sistemi filosofici e le loro variazioni in un istante. Anche con un solo glifo o emblema.

    Questo non per essere dei saggi… ma per cambiare l’ambiente dei nostri pensieri… o delle nostre vite, spesso troppo rinchiuse e centrate sugli stessi “luoghi”, gli stessi sciami. Perché si ripristini il corretto movimento centrifugo dell’io e dei (suoi) poteri.

    28 aprile 2009 alle 19:02

  3. utente anonimo

    Si sente molto il musicista nel tuo approccio al linguaggio. L’irruzione, la mosdulazione e l’energia per te “dicono” più del referente presunto. E’ una dimensione che cerco di recuperare, dopo troppa “denotazione”, ma non ne farei un assoluto. Che la voce sia più importante della patrola lo dimostra la canzone: adoro Johnny Cash anche se sono piuttosto indifferente ai testi che canta.

    valter

    29 aprile 2009 alle 07:27

  4. valeriomele

    Io ho sul comodino il libro dei Pink Floyd (abbastanza logoro), quello curato da te, quello dell’Arcana (la stessa che pubblicò un libro sulle comuni di cui ricordo tutte le immagini)… E’ stato importante anche quello nella mia formazione… Di questo ti sono sinceramente grato.

    Chi l’avrebbe mai detto che ti avrei ritrovato qui sotto in un commento!

    29 aprile 2009 alle 08:25

  5. valeriomele

    E no, non ne faccio un assoluto della musicalità pre-linguistica… La “dialettica” (o il paradosso) regola/eccezione che io spesso seguo mi impedisce rigorosamente che vi sia soluzione (“assoluto”, appunto). Tensione all’assoluto, sì… Ha senso (questo scioglimento) nella misura in cui ritorna qui (raggrumato, raccolto in vortici, coagulato). Dio è comunque costretto a negarsi come assoluto (il suo essere svincolato), ed eccezionalmente essere anche me. O te… o la libellula che si posò sul balcone, etc…

    Allo stesso modo, essendo il contingente un potenziale assoluto, capace di autoproclamarsi Dio (ed essendo noi contingenti), potremmo riconfigurare Dio (quello classico, trascendente) come nostra eccezione. Dunque farlo rifluire nuovamente nell’eccezione che siamo.

    Credo che in questa spola si veda come sia impossibile la “perfezione”.
    E come tutto si sciolga in una irrefrenabile risata… la più fragorosa. Quasi tonante.

    Qualcosa che anticipa tutte le nostre fragili strutture e le forgia… quasi per gioco. Mazzi di costellazioni, mazzi di scale e intervalli musicali, mazzi di strutture cristalline, mazzi di fonemi… mazzi di alterazioni.

    Nessuna trama può far finta che non ci sia una sorgente (non una “origine”, quella non sgorga, né zampilla, né può farsi -getto).

    Sì, è vero, non credo che il linguaggio basti a definire il referente cui posso solo alludere… e che mi fa modulare i linguaggi con disinvoltura poco accademica (anche ignorante magari… la precisione filologica la lascio a Derrida e soci, che in fondo devono arrivare a fine mese…).
    Basta pensare che non “dico qualcosa”, ma che “qualcosa si dice”. Qui interviene anche un’etica della responsabilità e del rispetto dell’altro (in tutti i sensi)…

    PS: Il Dio cristiano invece capitalizza l’eccezione, considerandola un surplus da apprezzare e cui prestar fede. Una dismisura (o un inganno) senza corpo. E’ la banca, in pratica…

    29 aprile 2009 alle 09:17

  6. utente anonimo

    Filosoficamente parlando, la tua è una forma di pensiero vicina a quella di Spinoza. Difficile da confutare, a meno che si scelga di riconoscere nella Persona lo scopo (e quindi anche l’origine) dell’Essere. Ma è un riconoscimento che oltrepassa la significazione: nascosto ai sapienti e rivelato ai piccoli (quelli che non si vergognano di chiedere amore)
    I significati si mettono in banca: l’amore è un potlach: dono e dissipazione.

    A un vecchio lettore dei miei Pink posso confidarlo: per l’Arcana sto preparando un libro su Johnny
    Cash.

    V.B.

    V.

    29 aprile 2009 alle 22:19

  7. valeriomele

    Sono andato poi a risentire qualcosa di Johnny Cash… e mi ha colpito la grana della sua voce, di uomo vissuto… Ho visto su Deezer un bel video di un duetto con Armstrong. Davvero devastante.

    Quando avevo vent’anni e pensavo che l’amore fosse un culto solare che inchiodava il suo fedele in un movimento di rivoluzione simile a quello della tortura della ruota, scrivevo: “L’amore è fondamentalmente un’illusione. Chi ama immagina sempre un fantasma dell’altra persona e se ne innamora”.

    Ora penso che l’amore sia il “mercurio” degli alchimisti. Dunque 1/3 dell’essere. Gli altri 2/3 (nella mia personale secolarizzazione dell’alchimia) sono la comprensione (il sale, il corpo sapiente) e la volontà (lo zolfo, lo spirito igneo).

    Gli alchimisti sostenevano che l’Opera in realtà si compie col solo mercurio. Ovvero, aggiungo io, con l’inganno… o col movimento “amorevole” (e un po’ truffaldino) che ci trasforma da una persona in un’altra. Il potere abbacinante e accecante dell’amore è quel potlach e quel dono che giungeva anche a far scuoiare vive le vittime “divine” degli Aztechi (es.: Xipe, lo Scorticato). O crocifiggere il Cristo in terra giudea.
    Mi chiedo (quelli che ho appena nominato sono degli estremi, ma…): è giusta questa esasperazione del dolore? questa dismisura della significazione? Questo culto della Persona (contraltare luminoso che a mala pena cela lo Sfigurato) che lega indissolubilmente la violenza e il dolore alla significazione? Il sacrificio, insomma…

    Con grande morigeratezza, penso che sia meglio vedere nell’amore un serio pericolo (da contenere nel suo recinto di baci, intime carezze, nella sua relativa vitalità, nel suo impulso dinamico, nella sua gioia), più che considerarlo come ciò che “move il sole e l’altre stelle”. Anche se, a ben pensarci Dante stesso nomina in quel verso, accanto all’Amore, il Sole (Zolfo-Volontà) e le Stelle (Sale-Comprensione). Ovvero: cos’è l’Amore se non ciò che muove una triade? Edipica avrebbe detto Deleuze.
    Ma se non fosse triadica e fosse gnosticamente duale avremmo una “relazione immaginaria” col “padre primitivo” (direbbe Lacan). Ovvero un abbraccio e un riconoscimento “prima” della significazione (prima che si consolidi un ordine simbolico… gli ammennicoli degli adulti). L’obbedienza musulmana. La “fede”, la fiducia… che serve comunque, scavalcata la persona, il riconoscimento narcisista-amoroso e un logos ordinato, stabile, alle banche (se non del significato e del risentimento, dell’odio… e comunque anche alle banche tout court).

    Il Terzo dei cristiani è sicuramente un’invenzione epocale, formidabile nel controllare e tenere a bada (più o meno…) la psiche e le società umane (dando un senso al dolore, anche nella sua esasperazione, ma neutralizzandone per sempre l’innocenza bruciante che lo inaugura)… Nonostante io ora abbia il doppio di vent’anni, continuo a guardare con sospetto sia l’Amore che la Persona trinitaria. Così come la triangolazione edipica o la Sacra Famiglia (Osiride-Iside-Horo). Ma non la geometria alchemica che le possibilità diadiche o triadiche (etc…) comprende (e non comprende), ama (e non ama), vuole (e non vuole)… poiché tende piuttosto a far ritornare (attraverso l’uso attento dell’Immaginazione) la realtà (non l’utensile che pensiamo che sia) nelle mani di ognuno.

    E questo volto che mi trovo di fronte, questo specchio d’acqua in cui (mi) rifletto, alla fine non può fare a meno di alzare lo sguardo verso le rifrazioni gorgoglianti del -getto, della fonte… che scorre fino a farsi sguardo… prima di frangersi nuovamente tra i flutti.

    Sì, mi sa che sono un po’ spinoziano.

    E ho comunque paura di perdere l’impronta del mio volto. La persona che sono. La maschera.

    Ma credo che sia inevitabile… e non voglio consolarmi scuoiandomi, pur di conservare la mia traccia.
    Meglio imparare a dimenticare, a sciogliere il male, un po’ alla volta. Per amore non del volto magari… ma dei vortici che hanno fatto sì che io possa dirmi “io”. Gli stessi che un giorno si libereranno nella corrente.

    Insomma non sono né per l’esaltazione gnostico-dualista, né per la violenza composta dei cristiano-triadici.

    Preferisco imparare a morire (con calma), assecondando la natura, al di là del mio pensiero o della persona che sono. O dell’amore (l’immagine della persona) che pur vorrei trattenere, ma che inesorabilmente cederà al freddo, si seccherà e cadrà. Come cadavere, appunto. Senza consolazione. Terra (fredda e secca) alla terra.

    Nel frattempo che si è vivi, Persona o non Persona, c’è sicuramente un gran lavoro di dissoluzione da compiere… Troppi nodi da sciogliere ancora ci annodano.
    E l’intera costruzione che ci abita è fatta davvero male.
    Ci vorranno secoli…

    30 aprile 2009 alle 09:39

  8. utente anonimo

    Come ho scritto oggi nel mio ultimo post, preferisco commuovere che spiegare. E allora ti dico: guardati su Youtube il video di Hurt, di Johnny Cash. La voce di un morente che riepiloga una storia. E dimmi che la Persona è illusione.

    Valter

    1 maggio 2009 alle 18:04

  9. valeriomele

    La Persona è illusione… 😉

    Scherzo… non credo di poter rispondere con certezza a questo. Diciamo che non voglio pormi nella condizione dell’Attesa. Comporta troppe cose sgradevoli… nostalgie, drammi, sofferenze… fede senza contropartita, inganno.

    Da alchimista, per me conta il “laboratorio”. Il verbo che sono (l’opera degli eventi che mi solcano e il mio anticiparli, sospingerli, sollecitarli, ascoltarli, senza esserne Soggetto). L’esperimento e il tentativo. Non credo alla perfezione immobile. Vedo il cosmo come una grande pentola che bolle con moti convettivi. Non credo ci si possa beare in eterno del Volto di Dio. Se Egli esiste è qui, senza troppi entusiasmi… a digitare su degli strani glifi. E non avrei nulla da aspettare. Molto da trasmutare (e da proteggere…). Con pazienza. Anche se fossi in rapporto di 1.000.000.000:1 col resto del mondo.

    La canzone di Johnny Cash “fa male”, come suggerisce il titolo. Ha del kozmic blues… E anche il video fa da giusto contrappunto.

    Mentre ho quasi gioito a leggere la protasi del tuo ultimo post sulla voce e il canto. Mi ci sono immedesimato… Potrebbe essere una splendida ninna-nanna.

    1 maggio 2009 alle 20:05

  10. utente anonimo

    Grazie Valerio.

    V.B.

    1 maggio 2009 alle 22:24

  11. utente anonimo

    l’oggetto perduto nn è mai l’oggetto ritrovato

    18 novembre 2009 alle 10:00

  12. valeriomele

    Quindi le chiavi che ho ritrovato non entrano più nella toppa?…

    (O alludevi all’oggetto piccolo a di Lacan?).
     

    19 novembre 2009 alle 16:09

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  37. Avrei voluto dire al sig. Heidegger che non siamo “gettati nel mondo”. Noi siamo i -getti.

    Può sembrare un escamotage per esorcizzare la paura di morire… e forse lo è. Non essere per non “essere-per-la-morte”.

    22 luglio 2014 alle 01:22

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