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Non capisco ciò che scrivo

E’ da quando a 14 anni lessi (in bagno, al mare e a scuola, sotto il banco) “L’interpretazione dei sogni” di Freud che ho allenato il mio cervello a pensare per analogie di funzione, sovrapponendo segni, immagini, suoni, in un ordine diverso da quello logico. Amici, parenti e conoscenti mi interpellavano sempre allo stesso modo: “Ho sognato questo… che vuol dire?”. Di volta in volta adattavo e traducevo il responso (poetico, suggestivo, erotico, ad ogni modo poco logico) alle esigenze e alle aspettative dell’interlocutore (similmente seguivo la lettura dei Tarocchi)… Scrivevo poemi per associazioni libere, in versi sciolti o in prosa, alla Rimbaud o alla Lautréamont… Piccoli saggi basati più su immagini poetiche e analogiche che su concetti… Studiai filosofia e la lasciai proprio per questa mia attitudine poco logica, pur riconoscendomi buone doti di intuizione e invenzione concettuale… Ma non è questo che viene richiesto, evidentemente, all’Università e nella società in generale… Per questo ho inventato la psicanalogica (materia che nessuno studierà mai… e che del resto non ho neanche epistemologicamente fondato, essendo un’attitudine, uno stile di percezione, un’esperienza…).

Già mi successe una volta di non capire più cosa scrivevo… Mi succede ogni tanto, quando sono stanco e non colgo più la tenue tessitura logica o l’imbastitura analogica dei testi che scrivo, questi tessuti piegati e cuciti e pronti all’uso o per il macero. Per il resto, in superficie, si allargano parentesi a macchia d’olio, legate al testo “principale” in modo davvero impalpabile, sommerso… si aprono falle che tendono a smarrire i soggetti (per ora senza riuscire nell’intento), nude look che lasciano trasparire la pelle, velature di un corpo (senza organi? solo superficie? solo forma più o meno tesa?)… la lingua fa continue allusioni, si imputtanisce, lecca le orecchie, scioglie o fonde i legami… ne installa dei nuovi… rompendo l’ordine precedente, l’ago, la spola…
Nell’era del blog-roll, del presente separato dal passato, del dominio dell’attuale, la fatica diventa doppia… La fine tessitura logica (l’arte del ricamo in cui personalmente non credo di eccellere come alcuni miei, ancora poco illustri, contemporanei) e l’imbastitura analogica delle pieghe vengono lacerate da memi insolenti… da tutte queste iconcine, immaginette, segni di segni, tagli di tagli, castrazioni di castrazioni, lingue-madri che non si toccano non sia mai, padri esplosi in mille pezzi ma ricomponibili come Osiride (fallo a parte, nelle mani di Iside, la trans…) o irrimediabilmente a brandelli, come Orfeo lacerato dalle Menadi… (o erano le tre forsennate Erinni, nate, come i de-sideri, dai genitali recisi del Cielo?… o erano le triviali Ecati? o le gentili Cariti travestite o cadute in disgrazia?…), che occhieggiano e occhiellano ai margini… o si impongono prepotentemente in sovrimpressione… Si fa una fatica enorme a non scivolare nell’oblio, a non perdere il filo, a non perdere il ritmo e la direzione della cucitura. Probabilmente se ne approfittano, potenziando e amplificando, con pignoleria scientifica, la decomposizione che ci lavora costantemente… lasciandoci, come se fossimo merce o scarti, alla mercé delle loro macchine tessili, sepolte da qualche parte in qualche fabbrica del Bangladesh o in qualche prigione russa… o della battitura meccanica di qualche robot che non perde un colpo nella stampa dei circuiti integrati.

Per lo più, è come se vedeste una partita di biliardo fissando solo la buca. Ogni tanto derridianamente sorpresi dall’a-venire della palla che vi scivola dentro (che talvolta è anche un po’ thaumazein platonico… “stupore ammirato”), di cui forse intravedete il numeretto… ma non state osservando le traiettorie, la stecca, la forza e la precisione del colpo, la tecnica del giocatore, il giocatore, il suo avversario, il punteggio, ecc…

Dovremmo rifare tutto daccapo… scartando in primo luogo la polarizzazione monoteista, base di tutte le pessime invenzioni successive.


A proposito di french & italian theory

Nei contenitori approssimativi di “french theory” e “italian theory” quello che non va è sia la determinazione nazionale (“french” o “italian”, comunque declinata all’angloamericana, vista cioè da quell’angolazione) che la “theory”, la processione, la passerella, la sfilata di pensieri… belle analisi (e neanche tanto) ma (che rendono) incapaci di una costruzione pratica (o, più semplicemente, di una prassi qualsiasi) che abbia un senso indipendente dal sistema vigente (che nutre e si serve sapientemente e ferocemente anche del pensiero opposto ai propri interessi… compreso quello della french o italian theory). Io ammiro invece la capacità degli “americani” di pensare e progettare strategicamente la complessità… (guarda un po’ che ti dico!…). Non mi piacciono chiaramente le premesse “cristiane” di quella strategia totalitaria da “glory, glory, hallelujah” (che ingloba la violenza del sacrificio, in ogni aspetto della vita e della visione del mondo), ma non si può non fare chapeau di fronte ad una simile tremenda efficacia… Loro ci insegnano che non è possibile trascurare nessun aspetto… che non ci si può limitare all’economia o all’ideologia… infatti hanno costruito per ogni disposizione umana un dispositivo… che, in ciascun caso, riconferma e generalizza la santità della proprietà, della violenza individuale ed universale… anche contro l’identità e i suoi software collaterali (Amore, Libertà, ecc… che i “soci” devono continuare ad avvertire come “naturali” e come le sole cose che contano…). Il “figlio di puttana” (“rovinare i propri amici è la regola numero uno”) non ha ideologia… crea (e detta) le condizioni perché vi sia quella che più gioca a suo favore… costruisce contenitori di contenitori (es.: navi, treni, ecc… con container… ma anche scuole, con classi, con libri, con studenti che diventano figli quando sono nel contenitore-famiglia, ecc… e finanziamenti, database, centrali energetiche, che inscrivono il tutto… questa totalità dall’esistenza probabile fatta statisticamente, equivalentemente e generalmente di bei rapporti sociali tra individui che si vendono, si alleano, si succedono e si replicano, al di qua di un filo spinato e con le armi del loro o dell’altrui fortino perennemente puntate contro… anche se si fa finta di niente, per non farsi troppo ribrezzo).  Mai ci fu un padrone più servo o un servo più padrone. E, a cascata o per contagio, in quanto più o meno consapevolmente assediati o in ostaggio, lo siamo diventati un po’ tutti…


PS: Un erede di quella bizzarra scuola (mi riferisco alla french…), come l’equilibrista e clownesco (“universalista”, pseudo-hegeliano, leninista!…) Žižek provò a spingere l’idea degli “organi senza corpo (OsC)” in polemica con certe stagnazioni dello schizofrenico ed artaudiano “corpo senza organi (CsO)”, divenuto una delle figure predilette dal duo Deleuze-Guattari, che vi avevano montato su nientemeno che macchine desideranti!… A dispetto di certi amanti del corpo pieno, continuo a preferire quell’impensabile aborto concettuale freudiano che fu la pulsione di morte (con il Lyotard della “circonversione” e la Kristeva del “soggetto zerologico”) e le sue vitalissime pulsazioni ritmiche, le sue forme insensate quanto apollinee, “barocche”, il -getto, il futuro, ecc… la relazione che spezzetta, divide i sog-getti senza individuarli… di-vergente, di-vertente, munista, de-capitalizzata, de-centralizzata, ecc… (le cose, tra l’altro, sarebbero molto più semplici di quanto sembrino a parole… ma va bene così, per ora…).


Un post moderno (l’ermafrodito Mosè-Miriam riemerge dalla forma-stato del codice napoleonico)

E’ la modernità che scrive post si “aggiorna” (dopo una lunga latenza di “pre-“, sfociata nell’invenzione dello stato napoleonico, dacché la Rivoluzione Francese fu solo un botto iniziale molto confuso)… non c’è qualcosa che si possa definire postmoderno o post-postmoderno o post-post-postmoderno, ecc… Siamo solo nell’era dell’assicurazione, del debito, dell’attesa della “terra promessa” come dice il caro leader… abolire le province in questo contesto, fare “le riforme”, inventarsi centri metropolitani sostenibili (o altre parole infilate a cazzo) è solo una riedizione del vecchio codice napoleonico… è solo un rassicurarsi che lo stato continui a fare da mamma-papà, da garante della successione di miserie e ricchezze (comunque individuae… individuabili e individuali, patri-matri-moniali…), da Mosè ermafrodito col suo bastone rigido (legnoso) o moscio (serpentiforme) che balla la tarantella come Miriam, suo soprannome, sull’altra sponda… E come si divertiva a far tormentare il suo popolo coi morsi dei serpenti… (si potrebbe leggere grottescamente e psicanaliticamente questa vicenda come un giocare a incularella…). Sono le gioie della trans-politica (TTIP e TPP), di chi passa allegramente dall’una all’altra sponda, purché vi sia diletto (sopra i “sacrifici” e le macerie che verranno) di un Terzo disincarnatoil Capitale transnazionale o Dio, poco importa…

PS: Di questa ambiguità ne avevo già parlato a proposito del mito di Attis


Dopo Hiroshima

“La critica della cultura si trova dinnanzi all’ultimo stadio di cultura e barbarie. Scrivere una poesia dopo Auschwitz è barbaro e ciò avvelena anche la stessa consapevolezza del perché è divenuto impossibile scrivere oggi poesie”

(T.W. Adorno, dal capitolo “Dopo Aushwitz” in “Dialettica negativa”)

Al di là delle esagerazioni dissonanti della notte trasfigurata che attraversarono gli intellettuali tedeschi scampati alla catastrofe nazista, c’è da interrogare ancora una volta il fondamento di quel che chiamiamo “democrazia” e che a mio avviso non è rintracciabile (secondo Benjamin e anche per me) nella dialettica diritto positivo/stato di polizia o, come Derrida chiama questa seconda istanza, il “peggio”, la “soluzione finale” (della quale ci ammoniva in “Forza di Legge”… un Derrida molto ammaestrato nel tempo e divenuto addirittura un difensore di una democrazia più immaginata che reale, che egli apparenta alla “decostruzione”, contrapponendola a quel cattivone di Benjamin, il quale intravedeva invece nel diritto positivo la stessa violenza contro la nuda vita scatenata poi da uno “stato di polizia” come quello del nazismo).

Non mi pare dunque Auschwitz il mito fondante della democrazia totalitaria attuale (in quanto in continuità sostanziale con le feroci burocrazie naziste… né vale la pena soffermarsi sulla RIDICOLA preoccupazione adorniana che si possano o meno scrivere poesie…), quanto Hiroshima… immenso flash fotografico, spettacolo esemplare, pietra di paragone di qualsiasi scempio che gli sarebbe comunque preferibile, evento che sospende e dissolve qualsiasi umanesimo, qualsiasi critica, qualsiasi diritto, qualsiasi burocrazia, qualsiasi fabbrica, qualsiasi stato, qualsiasi guerra clausewitsiana… Lo sterminio istantaneo del nemico, piovuto dal cielo, pone fine a qualunque confronto, dialettica, complementarità, confine, scelta tra civiltà o barbarie, ecc… è annientamento, nonsenso generalizzato, catastrofe (non soluzione) finale, evento senza causa, apocalisse senza rivelazione, minaccia non più legata ad un nomos, ad un territorio, ad un’identità, a fratellanze, filiazioni e altre cacate ammorbanti del genere… è l’equivalenza generale della vita di fronte al suo annientamento tecnico. Vero segreto del dominio mercantile (capitalistico, monetario) pienamente dispiegato (…mentre il lager era il modello dell’equivalenza generale dei corpi, vivi o morti, in quanto merci).

Non è neanche una metafora, una rappresentazione… è la fine delle metafore e delle rappresentazioni possibili… la fine dello stesso Terrore, della tentazione dispotica, che ha turbato sin dall’inizio le infauste pretese universalistiche dell’Illuminismo (che un Derrida kantianizzato in qualche modo difende, insieme alla critica, al processo di crisi infinito chiamato democrazia, innescato dal modo di produzione capitalista), il surclassamento dell’orrore dell’Olocausto, sventolato ad ogni pie’ sospinto come ciò che la Democrazia deve evitare se non vuole precipitare nell’Abisso… Dopo Hiroshima, la stessa violenza che l’ha distrutta perde di senso, non è più né divina, né politica. E’ il fondamento tecnico di una violenza insensata che ha contaminato tutti e che ha assunto le forme spettrali dell’Occidente… terra del lavoro morto, dei morti viventi, del “denaro morto” (Marx, pag. 67: “Laddove operaio e capitalista soffrono nella stessa misura, l’operaio patisce nella sua esistenza, il capitalismo nel guadagno del suo denaro morto“… o ancora meglio, nella definizione pokeristica: “Le chips di un giocatore inesperto che ha virtualmente nessuna chance di vincere un torneo, vengono chiamate denaro morto“… in pratica il mancato profitto, il debito, il deficit, gli investimenti improduttivi, ecc…).

Il disprezzo per la vita dimostrato dal complesso militare-industriale statunitense (è difficile pensare un soggetto dietro un simile evento catastrofico, anche se ci sono Truman, il suo entourage, fisici per eccellenza come Einstein che tuttora osanniamo ad ogni merdosa scoperta di particelle subatomiche, ad ogni meditazione psichedelica sulle foto di Hubble, ecc…) mette in secondo piano lo sterminio di alcune categorie (definito mitologicamente o religiosamente come “il male assoluto”) e i deliri razziali dei nazisti. E’ più spaventoso, è un orrore senza fine spacciato per prodigio della tecnica, per spettacolo, per inevitabile fine di una guerra che non poteva più esprimere un “peggio”, dopo Hiroshima… Ma non c’è giustificazione per gli statunitensi. L’orrore che hanno prodotto è stato nascosto solo dall’evidenza della loro vittoria e purtroppo sono i vincitori a riscrivere la storia (e siamo ancora una loro colonia)… E ancora oggi continuano a produrre catastrofi cinematografiche per potersi sottrarre a quello che si potrebbe definire una colpa imperdonabile (incommensurabile, a dismisura d’uomo… fotogramma sospeso e incombente della cancellazione della realtà, che cancella anche le dinamiche umane e sacrificali e l’immondizia religiosa relativa… per cui nessuna colpa o perdono può aver luogo, per mancanza di soggetti…) che viene narrata come un destino (“s’è accesa una stella sulla terra”) anziché come la minaccia fondante del totalitarismo… l’assoluto disprezzo per la vita spacciato per Bene, ordine mondiale, che comincia a dispiegarsi pienamente solo ora che la Democrazia si disvela sempre più come menzogna, truffa, inganno, vernice dorata sulle scorie… l’antico logos pienamente realizzato nel suo principio mortifero.

Dopo Hiroshima
l’in-dividuo di Cicerone
(evolutosi nei secoli
fino a diventare,
da liberto,
da famiglio,
da valvassino,
da figlio minore
escluso da privilegi e successioni,
da bottegaio,
un sog-getto privato,
un unico con la sua proprietà)
è ritornato ad essere
a-tomo,

ma dividuabile
in reazioni a catena
incontrollabili,
principio ambivalente
di schiavitù universale
e della fine del sistema,

la posta più alta,
paradigma
del rischio imprenditoriale.

Atomo con
le sue fissioni,
le sue fissazioni,
le sue fiction.

(Niente più croci-,
solo -fissioni…)

Il flusso di capitali
diventa fissile,
radiante,
parte infinitesimale
che distrugge il  Tutto
,
grado zero
del dominio della Tecnica
pienamente dispiegato.

La paura della bomba
che imponeva una
pace armata,
una guerra fredda,
sui due blocchi
che si spartirono il Mondo,
sembra essere scomparsa,

ma è sempre lì…
catastrofe sospesa,
manto nero disteso
sugli infiniti conflitti locali,
sulle operazioni di polizia,
sempre più crudeli,
sempre più insensate,
sempre più estese…

morte nelle nostre tasche,
morte nelle nostre teste,
schermi a bassa radiazione,
un gesto virtuale
un clic

lento processo di sparizione
per rimuovere la minaccia
di una sparizione improvvisa.

E’ il vuoto stesso
del luogo della Verità,
di Dio, del Potere,
dell’universalismo
imperiale e cristiano,
che non ha saputo trovare
altra Forza
se non la distruzione totale
per poter giustificare
la persistenza del suo delirio.

Nessuna Democrazia moderna
potrà mai ricoprire
di astrazioni e “valori”
la contaminazione letale
su cui si è fondata.

E nessuna giustificazione
potrà mai esserci
per il canceroso ed orrido
Truman show
e per i meta-Stati Uniti
che verranno.


Complicare o semplificare? | L’ambivalenza della guerra in corso

Il nostro edificio è bellissimo, perfetto… Non riuscirete mai a farne uno simile… Occorrono decine, centinaia di anni per pensare un’architettura così complessa e condivisa… e comunque, con-dividui, nel caso aveste idee diverse, abbiamo i droni…
[…]
Provate a tornare a casa… non ce l’avete una casa!… e allora provate a vagare fino a trovarne una… nomadi pezzenti.

(da “Adaequatio rei ad imaginem” di Valerio Mele)

Innanzitutto bisognerebbe capire a quale guerra in corso mi riferisco… Forse alla IV Guerra Mondiale di cui parlava Baudrillard?

“La prima [guerra mondiale] aveva posto fine alla supremazia europea e all’era del colonialismo; la seconda al nazismo; e la terza al comunismo. Ciascuna ci ha portato sempre più vicini all’ordine mondiale unitario di oggi, che si sta ora avvicinando alla sua fine, in ogni parte, ad ogni lato in lotta contro forze ostili. Questa è una guerra di complessità frattale, condotta su scala mondiale contro realtà singole ribelli che, come gli anticorpi, oppongono resistenza in ogni cellula”.

1 – Rassegna di blog sulla guerra in Mali e non solo…

(consiglio di prendere fiato prima di leggere: vi sono domande molto lunghe e piene di parentesi)

…o mi riferisco a questa nuova guerra in Mali (che pur ho cominciato a seguire in un commento che ho intitolato  “L’ITALIA E’ IN GUERRA (di nuovo) MA LA CHIAMANO “SUPPORTO LOGISTICO” in cui narro le gesta e le opinioni di Prodi, Terzi, Leon Panetta, Bersani e alcuni giornalisti inqualificabili… azzardando alcune ipotesi circa la nuova strategia indiretta del dominio statunitense),  le cui motivazioni reali [più che appassionandosi agli scontri tra i ribelli Touaregs del Mouvement National de Libération de l’Azawad MNLA, forze governative invocanti l’aiuto del protettore globale, fantomatici integralisti-terroristi-alquaidisti dai metodi talebani come Ansar Dine, il Mouvement pour l’Unicité et le Jihad en Afrique de l’Ouest (MUJAO), Al-Qaïda au Maghreb Islamique (AQMI) e Boko Haramvenuti fuori non si sa da dove e finanziati non si sa da chi, di cui si sa solo quello che passa la propaganda guerrafondaia occidentale – e chissà quante altre ulteriori etnie e gruppi maliani…] si spiegano comunque in buona parte dando un’occhiata alla mappa di uno stato posticcio (messo su da un golpe militare per rimpiazzarne uno corrotto, marionetta ultraliberista dell’IFI) sezionato dai diritti di esplorazione (concordata evidentemente da team multinazionali, da squadre munite di squadrette) delle compagnie petrolifere?…

…o [le motivazioni reali di questa guerra in Mali] si spiegano meditando sulle altre risorse naturali di cui il paese è ricco (“fosfati, ferro, molto oro estratto dalle sabbie del Sahel, diamanti, petrolio, uranio, bauxite, manganese, ecc.”)… o su questo movente da società gassosa che suggerisce Olympe de Gouges?

Il ministro delle miniere del Mali, Amadou Baba Sy, ha firmato, il 18 dicembre 2012, un decreto attestante l’acquisizione da parte dello Stato del blocco 4 del bacino di Taoudeni, precedentemente concesso a ENI e Sonatrach (Sipex), multinazionale algerina (2° esportatore di GNL e GPL e 3° esportatore di gas naturale del mondo) dallo spodestato presidente Amadou Toumani Touré.

Di quale guerra in corso stiamo dunque parlando?… Un post notevole di Miguel Martinez inquadra il fenomeno Mali per come lo possiamo leggere in questo momento, con tre racconti, un’ipotesi e due vie, fornendo una lettura per certi versi in trasparenza dei mutamenti del mondo e delle società (anche “occidentali”) nell’epoca del superamento della forma stato-nazione… nell’epoca della “globalizzazione” intesa come smaterializzazione dei confini dello sfruttamento:

  • Racconto primo, che è l’unico che sentirete nei media o dai politici. Ci sono i soliti Pazzi Terroristi Islamici, che questa volta agiscono nel Mali, che sta da qualche parte tra l’Afghanistan e l’Iran, forse. Sgozzano, vietano i film, picchiano le donne. Due minuti d’odio. Ma ecco che si alzano in volo i nostri luccicanti bombardieri dotati di insetticida, evviva!

  • Racconto secondo, leggibile in represensibili angoli di Internet. Ci sono, è vero, i Pazzi Terroristi Islamici, solo che sono al servizio dell’Emiro del Qatar, che è amico dell’Occidente, e quindi è tutta una truffa.

  • Racconto terzo, reperibile anch’esso solo in luoghi reconditi. Ci sono i saccheggiatori francesi, o americani, che stanno facendo un’ennesima guerra per riportare a casa un carico di… segue un lungo elenco di risorse naturali, tratto da Wikipedia.

Voglio però costruire lo stesso un’ipotesi, magari piena di bachi. I paesi che si definiscono “civili” hanno avuto negli ultimi due secoli come caratteristica fondamentale lo Stato Nazione. Si tratta di un immenso dispositivo impersonale che tiene insieme la società.
[…]
Il Mali, disegnato sulla carta da qualche amministratore francese poco amante dell’arte, è uno dei paesi più poveri del pianeta.
[…]
Le ricche risorse minerarie non solo non danno lavoro, ma provocano la cacciata dei contadini dai loro villaggi.
E il paese è popolato da almeno tre grandi etnie che non si amano affatto. Quindi, uno Stato Nazione semplicemente non ci può essere nel Mali.
[…]
Il Mali si trova su due vie fondamentali. La prima è quella dell’emigrazione dei nigeriani verso nord. La seconda, a sorpresa, è la nuova grande via della cocaina sudamericana verso l’Europa, per valori che superano quello di tutto il prodotto interno lordo di molti paesi della regione. Quindi, ciò che succede nel Mali si ricollega sempre alla Grande Idrovora, al nucleo del dominio che risucchia il mondo, e alle incessanti lotte per attaccarsi alle sue tubature. Quando non c’è uno stato nazione, o c’è solo per finta, la società si organizza in altri modi. Questa è ormai la regola in vaste aree del mondo, forse la maggioranza.
[…]
Tutto questo diventa interessante, se ci rendiamo conto che si tratta di un processo mondiale. Lo Stato Nazione inizia a crollare in realtà a partire dal centro del dominio: lo constatiamo tutti anche qui, dalle infinite piccole crepe.
[…]
Una vicenda come quella del Mali diventa così di enorme interesse, ma non per il gusto di fare il tifo di squadra. Per capire il futuro del mondo.

Alessandra Corrado di Uninomade, dopo aver descritto in modo chiaro e lineare la situazione attuale in Mali e le ragioni che avrebbero portato popolazioni nomadi ad alzare il tiro delle rivendicazioni territoriali fino a chiedere l’indipendenza dei territori a nord del Paese, giunge a queste conclusioni che sottolineano un iniziale e forzato processo di “semplificazione” del fronte da un lato e dall’altro (pur finendo per schierarsi in favore di fumose ed improbabili rivendicazioni sociali che dovrebbero salvare il paese dalle parti in conflitto… prospettiva irrealistica che fa quasi desiderare la fine dello stato del Mali e il trionfo dei gruppi armati anti-occidentali…):

La guerra senza fine mossa dall’Occidente contro il terrorismo sta avendo l’effetto paradossale di rafforzare e unire le organizzazioni fondamentaliste, producendo come si legge su Le Monde diplomatique una «autostrada dell’internazionale sovversiva», che va dal Pakistan al Sahel, passando per l’Irak e la Somalia e attraverso la quale circolano combattenti, idee, tecniche di lotta, armi, in una guerra contro le “nuove crociate”. Si rileva infatti che dal 2001 queste nuove guerre hanno avuto luogo in paesi musulmani – Afghanistan, Irak, Somalia, Libano, Mali, e non dimenticando Gaza. Ma individuando solo nella motivazione cultural-religiosa l’elemento di scontro e lotta si occultano quelli che sono i veri interessi in gioco fra le parti – quelli di una economia mineraria ed espropriatrice – e le strategie di mobilitazione sociale attivate, anti-occidentali da un parte e securitarie e islamofobiche dall’altra.

Scrive invece Sebastiano Isaia circa la guerra in corso, a suo avviso sociale e sistemica, su cui stiamo indagando (che costituisce la precondizione dell’intervento militare in Mali, come di altri passati e futuri interventi “umanitari” e che parla più di ciò che accade e accadrà qui in Europa):

Qui fa capolino la vecchia illusione europeista, ridicolizzata a suo tempo da De Gaulle, teorico dell’«Europa delle patrie», di chi immagina possibile la creazione di uno spazio politico-istituzionale di tipo federale (gli Stati Uniti d’Europa) attraverso una pacifica e totale cessione di sovranità da parte di tutti i Paesi europei. E quando dico pacifica non intendo alludere solo alla guerra di tipo tradizionale, quella che ha sconvolto e insanguinato periodicamente l’Europa, ma anche alla guerra di tipo economico-sociale, che infatti è in pieno corso nel Vecchio Continente. Anche qui, la guerra degli eserciti in armi non è che la continuazione della guerra sociale incardinata sul solito mantra capitalistico: profitti, profitti, profitti! La guerra sistemica (economica, scientifica, tecnologica, politica, culturale, psicologica) è la guerra peculiare dei nostri disumani tempi. I raid aerei “umanitari” ne sono solo l’ultima manifestazione. Ma può capirlo questo chi ha in testa gli Stati Uniti – e capitalistici! – d’Europa come il massimo di “utopia” possibile nel XXI secolo?

Un noto Institut infine, cui si abbevera la sapienza filo-atlantica della pregiatissima dirigenza politica italiana (e cui è doveroso far riferimento per capire le intenzioni da questo lato del campo, tese a quanto pare a non compattare e semplificare gli schieramenti come sostiene Alessandra Corrado), lascia intuire tra le righe (scritte in inglese) a che serve “il processo di frammentazione in corso dei gruppi jihadisti” (ops! ma non si stavano ricompattando?) e la proliferazione di “nuovi gruppi di insurgent con figure regionali sul modello di Bin Laden”… e cioè (questo è quel che penso) ad una rinascita della (bushiana) “guerra al terrorismo” sotto una nuova forma (obamiana) di guerra strutturale, di guerra preventiva, di “guerra giusta” con un fronte interno ed esterno, non più localizzabile ai confini dell’Impero, ma ovunque e ad ogni livello, con nemici più o meno arbitrari, che gestisca il caos non risolvendo più il conflitto in senso classico, clasusewitziano (data la crisi irreversibile degli stati-nazione), ma preferendo operare anche come i terroristi (il che potrebbe far capire come mai al Quatar, per esempio, secondo alcuni, sia stato lasciato il compito di appoggiare sia il “terrorismo” che gli interessi NATO), sollecitando e sostenendo un conflitto asimmetrico o “a bassa intensità” (includendo cioè il “rischio” di schegge impazzite come Mohamed Merah per convincere l’opinione pubblica interna della necessità e legittimità della guerra) e generando un fronte frattale, complesso fino all’impossibilità cioè di un esito che possa dirsi positivo o negativo… una strategia di governance del caos, da stato d’eccezione permanente che solleciti continuamente l’appoggio di un’opinione pubblica tenuta in costante stato d’allerta, che includa mezzi (come riassume Mazzetta) di libero bombardamento con dronikilleraggio mirato di qualunque cittadino, anche straniero… che cerchi “nuovi modi di cooperare con i governi locali anche in situazioni in cui non ci si fida pienamente di loro, replicando in qualche modo la corrente relazione USA-Pakistan in un contesto differente”, come si legge nell’articolo originale:

The decision by Mokhtar Bel Mokhtar to target the BP plant and attack Algeria’s strategic interests seems to be a reaction to France’s intervention in Mali, but in fact it stems from an ongoing fragmentation process among jihadi groups that are probably going to take the initiative with new attacks and kidnappings. The ensuing dynamic among terrorists in the Sahel and the governments fighting them will mark the beginning of a new phase in the “war on terror”, with the proliferation of insurgent groups and regional Bin Laden-like figures. Western countries, in turn, will need to learn new ways to cooperate with local governments also in situations where they would not fully trust them, somehow replicating the current US-Pakistan relation in a different context.

Ci si potrebbe chiedere quale possa essere lo scopo di una guerra sistemica, generalizzata, preventiva“giusta”, frattale, permanente, ecc… è ancora guerra?… o è semplicemente l’impossibile governance globale che si rivela per quello che è?… e cioè una gestione violenta dello stato d’eccezione permanente determinato dalla difesa ad oltranza degli interessi del capitale “globale” nell’epoca della crisi del dominio imperialista americano, coperti in modo sempre più approssimativo dai fantasmi (che ancora incredibilmente dominano le allucinazioni collettive della pubblica opinione occidentale) della Democrazia e dei Diritti Umani?…

E’ lo scenario messo in campo, per esempio, dalla Guerra al Terrorismo, in cui, dietro un’apparente gestione razionale degli eventi, si cela un mostro di innesti e proliferazioni nel tessuto stesso della società, che si pretende Razionale e che si suppone esista (pur essendo una sorta di finzione scenica, la rappresentazione di un ordine semi-naturale, un sostrato mitico su cui adagiare il corpo-in-frammenti del sistema). Dunque questo Dualismo terrorista, questa Eccezione del Diritto, quando rivela la sua verità oscena, nascosta dal Sistema che la copre e la supporta occultamente, sembra presentarsi come fosse la Realtà… Ma è un mostro creato in laboratorio…

(da “Il feto-monolito e lo schizo-capitalismo”)

Vengo a sapere oggi che la guerra in Mali sembra sia “finita” (o forse è solo un’impressione di qualche commentatore), che le truppe franco-maliane abbiano sfilato per le strade festanti di Timbuctù, che ci saranno nuove elezioni per mettere un fantoccio più conciliabile con gli interessi delle multinazionali dell’estrazione mineraria, che Leon Panetta ha ammesso il coinvolgimento statunitense nell’operazione e che gli stessi USA intendono costruire una base aeronautica per i droni (come del resto accadrà anche in un’altra colonia, l’Italia, col progetto MUOS), dicono, per sorvegliare i fantasmi alqaidisti (da loro stessi invocati…) che dovrebbero arrivare dal deserto…

2 – Teoria e prassi dei conflitti contemporanei

dalla rottura della linearità del conflitto tra stati-nazione alla dimensione frattale, labirintica, aleatoria, deterritorializzata, spettacolare, proliferante, contagiosa dei conflitti (sociali, economici, politici).

Dalla rassegna riportata nella prima parte emerge una differenza di opinione sui conflitti… in particolare tra la posizione di Alessandra Corrado e il post del noto Institut… Quest’ultimo, pur rispolverando la roboante “war on terror” scrive di una visione complessa del conflitto (che include terminologie come proliferazione, processo di frammentazione…) che si suppone di poter controllare (ma vedremo in quale modo schizo-paranoide, caotico, segreto e ben oltre gli ormai sostanzialmente superati limiti moderni del conflitto convenzionale…), mentre la prima sostiene che una reazione militare di un certo peso compatti una resistenza, delineando un andamento schmittiano del conflitto, fatto cioè di semplificazioni di un fronte più complesso. Dunque cosa accade: si semplifica o si complica all’infinito in modo proliferante e frattale questo fronte?

Sebastiano Isaia ci ricorda il pensiero di Schmitt e le semplificazioni del potere (nazional-socialista o liberale-capitalista poco importa… parliamo di tecnologie di controllo e di strategie di dominio – comuni a dittature e democrazie – volte a difendere proprietà, beni, capitali, rendite, profitti, rapporti sociali dati, ecc…, che oggi sembrano essersi nebulizzate tra le teorie cognitiviste e il marketing, rese fruibili anche dagli infanti, più che essere espresse con la propaganda paranoide che costruisce il “nemico”):

Nel 1932 Carl Schmitt, teorico della dialettica amico-nemico (Legalità e legittimità), scrisse che la contesa politica nella moderna società della tecnica si svolgeva ormai quasi completamente attorno alla figura del nemico di turno descritto ossessivamente come brutto e cattivo, come una «entità esistenziale» irriducibilmente «altra»: è questa caricatura «umana» che infatti si dà in pasto al popolo assetato di «senso» («che senso ha tutto ciò?, di chi è la colpa?») per riceverne l’appoggio e la legittimazione politica, ed esso mostra di gradire una tale «semplificazione». Chi non ha «denti critici», preferisce ingoiare le pappe «predigerite» – più spesso già defecate.. – amorevolmente cucinate dagli altri.

Ma senza incartarci nella costruzione del nemico o dell’amico o della vittima o nelle empasse della logica ricorsiva della ricerca di una impossibile (e dunque finta, arbitraria) giustizia ultima e neutrale così ben raccontate e illustrate da RAV

(“Questa è una guerra in cui nessuno ha diritto di vincere” […] “Soprattutto, l’inganno della prima vittima si basa sull’inganno del soggetto politico. Per costruire un’unità politica – un popolo, ad esempio – a partire da un aggregato di singoli è spesso necessario «semplificare» la complessità dell’aggregato in questione” […]  “Se la prima vittima non esiste, o meglio esiste soltanto come mito, appare del tutto vana la pretesa di rivendicare un ordine politico neutrale o una soluzione neutrale del conflitto”)

riprenderei dal rovesciamento del noto motto di Clausewitz (“La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”) da parte di Foucault e di Deleuze-Guattari, per i quali il motto diventa: “Il potere è la guerra, la guerra continuata con altri mezzi” (Difendere la società di Foucault) oppure in Capitalismo e schizofrenia di Deleuze-Guattari:E’ la politica che diventa continuazione della guerra, è la pace che libera il processo materiale illimitato della guerra totale. La guerra smette di essere la materializzazione della macchina da guerra, è la macchina da guerra stessa che diviene guerra materializzata”. Oltre ad evidenziare il carattere generalizzato e microfisico del conflitto contemporaneo, dunque rintracciabile in tutti i rapporti di potere o sul piano molare della rappresentazione, Deleuze-Guattari scrivono in particolare dell’indisciplina della macchina da guerra, che in qualche modo rischia sempre la fuga dal controllo della macchina statale:

Non si può certo dire che la disciplina sia la caratteristica della macchina da guerra: la disciplina diviene il carattere indispensabile degli eserciti quando lo stato se ne appropria; ma la macchina da guerra risponde ad altre regole […] che animano un’indisciplina fondamentale del guerriero, una continua messa in discussione delle gerarchie, un ricatto perpetuo all’abbandono e al tradimento, un senso dell’onore spiccatamente suscettibile che contrasta con la formazione di stato. (cap. Capitalismo e schizofrenia, in Millepiani)

per poi giungere al paradigma contemporaneo del “nemico qualunque” (fissato dal controllo totalitario o, se si preferisce, dal dominio reale del capitalismo):

Abbiamo visto la macchina da guerra mondiale prendere proporzioni sempre più grandi [..]; l’abbiamo vista attribuirsi come obiettivo una pace ancora più terribile della morte fascista; l’abbiamo vista mantenere o suscitare le più terribili guerre locali […] l’abbiamo vista fissare un nuovo tipo di nemico che non era più un altro stato, e nemmeno un altro regime, ma il ‘nemico qualunque’ […] multiforme, manovriero e onnipresente[…], d’ordine economico, sovversivo politico, morale”. (ibidem)

Nemico qualunque di cui anche io scrivevo quasi un anno fa a proposito di questa guerra frattale, totale praticata per lo più in modo non convenzionale, da terroristi, mercenari, traditori, doppiogiochisti infiltrati, agenti dei servizi segreti, trafficanti, sovversivi, folli armati, ecc:

I sospettati siamo tutti noi… “colpevoli” semplicemente in quanto coupable, “colpibili”… da un potere che per funzionare non deve reprimere secondo un criterio logico, razionale, ideologico, punitivo, castratore (che ritagli i suoi particolari capri espiatori per assoggettare o soggettivare delle masse produttive, rincoglionendole a suo comodo), ma statisticamente, in modalità random, senza che si produca alcun soggetto (se è vero che vi è una «crisi della produttività di soggettività»)… La nube (di connessioni possibili e tecnologie di controllo) che chiamiamo, semplificando, “potere” è così che agisce quando performa al meglio… quando è al passo coi tempi. Il minimo dispendio col massimo profitto. Non c’è nemmeno bisogno di mobilitare reti terroristiche, investire in infiltrazioni, attentati, corpi speciali, mettere su complotti, logge segrete, ecc… Il sistema è abbastanza schizofrenico da mettere direttamente d’accordo il dispositivo di controllo e la sua eccezione terroristica, senza che sia necessario un complotto o una stretta di manoLa produzione di discorsività individuali sovversive è un effetto collaterale (e fortemente invocato e incentivato) dai meccanismi di controllo totalitario già in atto. […] Il fantoccio del terrorismo potenziale sembra funzionare in qualche modo… in pensieri, parole, opere e omissioni… Ormai sembra che la dinamica di ogni conflitto sia disinnescata a monte… (a me sembra che si impedisca con ogni mezzo il sorgere di nuovi modi di produzione, spostando continuamente il conflitto su un piano simbolico, metaforico… in una sandbox di conflittualità su base etnica, religiosa, nazionalista, ecc… è solo di questo che si ha paura… che si tocchino i modi di produzione, la proprietà privata/pubblica, i metodi di estrazione di plusvalore, difesi dagli apparati e dalle macchine umane che ne fanno la guardia… Si ha paura che riprenda in concreto questo discorso… per questo la si butta sulla follia, sulla schizofrenia… che ormai è sistemica… è il cuore del sistema, che reagisce col suo criterio paranoide di auto-legittimazione… Si fa di tutto purché scompaia la realtà e non sia possibile un’azione con una qualche efficacia, che produca una trasformazione dell’esistenza cibernetica o miserabile che ci si prospetta…).

E’ chiaro che in questa prospettiva, dal punto di vista dello spettatore-killer “occidentale”, siamo di fronte anche ad una simulazione di guerra, quasi un videogame… cosa che fece affermare a Baudrillard che la guerra in Iraq non ci fosse stata, scomparsa come era dietro la fantasmagoria iperreale della sua sovraesposizione mediatica… Baudrillard si dimostrò più volte abile nel destreggiarsi tra i paradossi e le allucinazioni del mondo contemporaneo… Memorabili anche la sua descrizione dell’America come traversata nel deserto a folle velocità, come scomparsa del reale in una dimensione deterritorializzante in cui sprofondano e si s-terminano tutti punti fermi della modernità…

“La velocità è creatrice di oggetti puri, è essa stessa un oggetto puro, perché cancella il suolo e i riferimenti territoriali, perché risale il corso del tempo per annullarlo, perché va più in fretta della propria causa e ne risale il corso per annientarla. La velocità è il trionfo dell’effetto sulla causa, il trionfo dell’istantaneo sul tempo come profondità, il trionfo della superficie e dell’oggettualità pura sulla profondità del desiderio. La velocità crea uno spazio iniziatico che può implicare la morte e la cui sola regola è quella di cancellare le tracce. Trionfo dell’oblio sulla memoria, ebbrezza incolta, ebbrezza da amnesia. Superficialità e reversibilità di un oggetto puro nella geometria pura del deserto. Correre in macchina crea una sorta di invisibilità, di trasparenza, di trasversalità delle cose attraverso il vuoto. E’ una sorta di suicidio a rallentatore, attraverso l’estenuazione delle forme, una forma deliziosa del loro sparire. […] Nostalgia dell’immobilità delle forme dietro l’esacerbazione della mobilità. Analoga alla nostalgia delle forme vive nella geometria”

(Da “L’America” di Jean Baudrillard)

E nel deserto ci si ritrova anche in Mali… in una guerra lampo, annunciata ed evocata da tempo (senza vittoria possibile perché i “nemici” sembrano fantasmi del deserto,  come ne Il deserto dei Tartarirevenant… scomparsi chissà dove, così come erano giunti)… mancava giusto la passerella dei soldati francesi a Timbuctù, supportata dagli alleati, figuranti di interessi osceni, volti ad accrescere l’obesità ubuesca di un sistema capitalista ipertrofico… che si muove non per un senso qualsiasi, ma per l’inerzia dei suoi contratti e obbligazioni, dei suoi business siderali, desertici, votati ad una distruzione sempre sospesa, quanto insensata (…relativamente… c’è sempre bisogno di riprodurre il rapporto sociale alla base del capitalismo quando questo va in crisi o genera crisi… e ricomincia sempre dai margini del vivibile e dell’abitabile… facendo il deserto… tendendo fino allo spasimo le potenzialità dello sfruttamento intensivo ed estensivo, agendo la morte, o la caduta tendenziale, che scaccia da sé).

Interno alle figure de “Le strategie fatali” (come quella dell’ostaggio) sembra essere anche l’assalto al compound in Algeria… in cui la posizione indefinibile degli ostaggi (multinazionali) nega qualsiasi funzionalità e senso alla rappresaglia (clausewtziana non direi proprio a questo punto…) che si era tentato di mettere in atto… Ognuno si è rivelato ostaggio di qualcosa, compresi i guerriglieri, ostaggi degli ostaggi… che il governo algerino, ostaggio dell’intervento francese, si è trovato a gestire a modo suo, per evitare di essere coinvolto maggiormente nel conflitto… I maliani del nord ostaggi di alcuni di gruppi armati che i paesi del blocco NATO sono corsi a “liberare”, il Mali “ufficiale” a sud ostaggio delle politiche coloniali “occidentali” (si veda il paragrafo “Notre triste statut d’otages in questo articolo critico dell’intervento militare “per procura” scritto da Aminata Traoré, una femminista maliana, come ricorda il blog Marginalia), noi stessi ostaggi dei sistemi di approvvigionamento energetico che la nazione cui apparterremmo ci ha approntato con altri stati-nazione fantoccio potenzialmente ostili… Siamo in una logica costantemente reversibile e ambivalente… in cui sembra decisamente naufragare il progetto di Edgar Morin di voler affrontare, pensare e gestire la complessità del reale a colpi di pedagogia ed epistemologia… ma ancora in nome di un umano ormai improponibile o divenuto regno del kitsch, sentimentalismo da soap opera… spalmato come marmellata su una distesa di macchine da guerra.

Non ci si può voltare dall’altra parte. Il campo di battaglia pieno di morti che è il fine di ogni guerra secondo Elias Canetti (in Massa e potere) è un campo di segni. I nostri discorsi, i nostri concetti, giacciono su un campo di battaglia, ordinati e contenuti da confini mobili che ne determinano la praticabilità, li suddividono in categorie, evocano significati o fantasmi di senso… la guerra ci insegue ovunque, fin dentro i pensieri (finzioni tattiche intagliate da una finalità strategica che ci sfugge e che cerchiamo se non altro come direzione, se non vi è più da tempo un centro che tiene… campo di battaglia del -getto nel sog-getto, del /dividuo nell’in/dividuo, futuro che brucia il margine del presente/passato, caos entropico che si condensa in materia ordinata e visibile), determina contro ogni possibile autonomia o anomia il nostro essere residenti, cittadini, viventi in quanto ostaggi di uno stato (o lavorate alle nostre condizioni… o crepate!)… la morte ci incalza nelle retrovie sempre, schierata sul campo come fosse qualcosa che ci è estraneo… Non c’è migliore definizione della guerra (e della vita) che questa di Canetti, questa assurda lotta tra vivi e morti:

Peculiarità di questo particolare tipo di lotta fra morti e vivi è il suo carattere intermittente. Non si sa mai quando accadrà nuovamente qualcosa. Forse non accadrà nulla per molto tempo. Ma non vi si può contare. Ogni nuovo colpo giunge improvvisamente dalle tenebre. Non c’è alcuna dichiarazione di guerra. Dopo una sola morte, tutto potrebbe essere finito. Ma potrebbe anche continuare a lungo, come nei contagi e nelle epidemie. Si è sempre in ritirata, e non è mai davvero la fine.

Noi “occidentali” ragioniamo come un esercito. “Sussumiamo” le nostre sensazioni e i dati esperienziali in un presunto ordine (che visivamente è sempre una “griglia“… di concetti, di soldati, di operai, di fabbriche, fabbricati, campi, isolati… che tende sempre a quadrare). In logica, per sussunzione, un gruppo diviene parte di una insieme ad esso gerarchicamente superiore. Nel caso di un individuo è necessario diventi “studente” tra i banchi, “militare” eventualmente o “impiegato”, ecc… e, in tutti i casi, un “cittadino” sottoposto al quadrillage delle leggi e del pattugliamento poliziesco e all’esposizione delle videocamere di sorveglianza… La sua natura di libero animale bipede, che vaga liberamente, senza precise traiettorie e senza confini viene sussunta in una cultura che ritaglia e (ri)definisce gli spazi e i tempi del suo agire (e del suo pensare) in continuazione. Lo scrivevo qui

Dunque la guerra è morte che si vuole allontanare da sé come se fosse il nemico, assecondando un delirio paranoide (più anima, più proprietà, più profitti) di immortalità, di accumulazione perenne. Lotta per un’universalità impossibile.

E ancora (lascio delle ultime riflessioni come appunti)… guerra di segni: andirivieni ambivalente di depistaggio-complottismo/sabotaggio-sovversione, paranoia/schizofrenia… E ancora: spazio dell’indisciplina… violenza eccedente che può sempre rivoltarsi controviolenza che risponde all’eccedenza di plusvalenze virtuali, di aspettative di utili già divenute titoli, la nuova terra di un capitalismo finanziario dai tratti “feudali”.

* * * * * * *

C’è poi chi, come Obama, dopo Hiroshima, ha ancora il coraggio di “scatenare “una campagna infinita per IMPORRE i nostri valori”… e ancora lui, sempre alla cerimonia di consegna del Premio Nobel per la Pace lancia intendere, tra le righe, l’annuncio degli eventi bellicosi che verranno: “Le guerre fra nazioni sono sostituite sempre più dalle guerre all’interno delle nazioni. La resurrezione di conflitti etnici o settari, la crescita di movimenti secessionistici, guerriglie e Stati allo sbando intrappolano sempre di più i civili in un caos senza fine“.

Le caratteristiche della guerra contemporanea per Alessandro Dal Lago, nel suo libro “Le nostre guerre”, sono la guerra globale, privatizzata, preventiva, asimmetrica:

Si è trattato di guerre di aggressione «asimmetriche», nelle quali l’uso di armi di distruzione di massa sempre più sofisticate e potenti ha reso soverchiante il potere distruttivo degli aggressori e sottratto agli aggrediti ogni speranza di salvezza. E molto spesso gli aggressori si sono fatti forti del proprio strapotere economico arruolando truppe mercenarie di contractors, alle dipendenze di grandi corporations globali, talora in numero superiore a quello dei combattenti di ruolo. E si è trattato di guerre «privatizzate» nelle quali non esiste più un «nemico legittimo», definito come tale dalle norme del diritto internazionale, come un tempo accadeva.
La logica delle guerre di aggressione contemporanee è la stessa di qualsiasi «guerra civile», nella quale si lotta fino all’estremo e non si fanno prigionieri. Per di più, si tratta di guerre che non hanno la finalità di una conquista territoriale: si combatte su scala globale coinvolgendo potenzialmente il mondo intero. La finalità è un obiettivo strategico di dimensioni planetarie che coincide con la volontà egemonica degli Stati Uniti e che si esprime attraverso la costante minaccia dell’uso della forza.

3 – SCENA FINALE

– Uscite fuori!
– Non ci fidiamo… ci volete ammazzare!
– Uscite fuori: lì siete reclusi! E se continuate a star lì morirete… il cibo scarseggia… qui sareste liberi!
(Si sentono spari dalla caserma)
– Ecco! Abbiamo ucciso chi voleva uscire… Smettetela di tormentarci, spiriti delle tenebre!…
– Pazzi!… Ma che fate?… Uscite fuori!…
– Voi non esistete… siete voci nella nostra testa!… E comunque abbiamo un regolamento da rispettare… Andatevene via!… via!
– Uscite fuori, se volete vivere!…
(Caricano i fucili… altri spari. Silenzio).

* * * * * *

Infine la canzone, dalle direzioni paradossali, che mi ha suggerito questo lungo post… che alla fine mi lascia con la sensazione che non si possa non sfidare la complessità con un’altra complessità… divergente… ogni tanto forse, al momento più propizio, occorrerebbe semplificare… (intensificare il conflitto)… ed è vero… forse la guerra è infinita… ma è anche vero che “noi” che non siamo il fantasma di una totalità maggiore della somma delle sue parti, abbiamo già vinto.

Left on man (di Robert Wyatt)
(che si potrebbe tradurre con A sinistra, amico… ma resta il sotto-significato di Lasciato per l’uomo… traduzione mia)

(Coro: Semplifica! Riduci! Semplifica di più!)

Quando si dice “Libertà”, qui a nord, si intende la nostra libertà di usarti
E se non collabori, ti tagliamo le linee di approvvigionamento
Ma sarai libero di riconnetterti, se ci chiedi perdono
Tu dici che semplifico un po’ troppo, beh… faceva così anche Albert Einstein
Non ci sono vie di mezzo: Pentagono über alles!
Non c’è mai stata una via di mezzo, è questo il punto
Non c’è mai stato un posto che potesse essere una via di mezzo
Sinistra o destra dell’equatore


In sintesi… | del digitare e infine di onde nere e dragoni alchemici

“Ho lasciato il mio gruppo
 faccio tutto da solo”

In questi due versi milioni di biografie (compresa la mia)… la controrivoluzione digitale ci ha reso “sociopatici” (per usare una parola che potrebbe includere o recludere chiunque… ma prima ancora si era già perso il gusto di mettere soldi e strumenti in comune e litigare)… tutti questi nuovi dispositivi portatili hanno lo scopo preciso di spezzare le connessioni reali e mediarle in modo poliziesco affinché tutti imparino in qualche modo a (cercare di) metterle a profitto (senza riuscirci nella stragrande maggioranza dei casi)… affinché si estenda la fabbrica di merci inutili e nocive (persone incluse) a dismisura… l’importante è spacciare la (governa)mentalità, trasformare tutti in dipendenti di una fabbrica di nulla che si regge su un letto di morte altrui (per ora)…
Era un modo gentile di dire: organizzatevi voi, se ci riuscite… vi diamo i mezzi di produzione… a noi interessa solo il profitto… la merce (culturale) è merda, non rende un gran ché… vi diamo i gingilli, giocateci voi… dobbiamo dismettere questa fabbrica…
Per il resto dei lavori produttivi continuano come al solito ad usare la violenza e gli eserciti.

Ultimamente hanno pure semplificato le cose, per i più recalcitranti, con le app dei tablet e i-pad vari… “Giuoca! giuoca!”, diceva la Butterfly…

In luogo del “De hominis dignitate” di Pico della Mirandola, il “De hominis digitate”… In luogo de “Il piacere del testo” (Roland Barthes) vi sarà “Il piacere del tasto”… come per la gorilla Koko che pigia tasti compulsivamente e forse anche a casaccio in questo video

P.S. Vi lascio qui una poesia… diciamo…


ONDE NERE

Nulla da perdere,
nulla da sperare,
nulla da lasciare in eredità.

Io ve l’ho detto:
siamo finti,
siamo macchine,
siamo dividui.

E soprattutto:
tutto ciò è uno scherzo bizzarro,
inconsistente,
perché è qualcosa
in un incommensurabile
niente.

Siamo comici
alla periferia di una gravità
che mette in ordine il caos
fino a renderlo assurdamente
autocosciente
(per 2/3).

Riverbero di c’è, non c’è e stasi.
I primi vagiti,
l’esalazione finale.
Qualcosa in mezzo.

Oceani di nulla,
onde nere.

macchine sideranti:

(nell’acceleratore)
le particelle
si scontrano e compaiono…
In realtà, noi come loro
(al rallentatore),
ci incontriamo e scompariamo.


Infine, anche se non c’entra molto, ecco un esempio di come la materia inorganica a volte paia vivente (ma potrebbe anche essere il contrario…).

esperimento con solfocianuro mercurico dato alle fiamme

Si tratta di trasformazione chimica particolarmente velenosa… Immagino che un alchimista vedendo un simile spettacolo possa aver inventato la faccenda del dragone nel matraccio… o la lotta tra zolfo (S) e mercurio (Hg) per il tramite dell’azoto (N) e del carbonio (C)… quest’ultimo facilmente rintracciabile in tutti i viventi…

I tre principi alchemici rappresentati nel dragone tricefalo, Zoroaster, Clavis Artis, XVII sec., Biblioteca dell’Accademia dei Lincei, Roma

Un’ultima riflessione sulla mia passione per l’inorganico:

“Sembra che il nostro principale compito biologico sia quello di trasformare animali, vegetali e minerali in merda… e l’acqua o altre bevande in piscio… Ma era proprio così necessaria questa variazione animale? Non era meglio un mondo di soli minerali e piante? (ma anche queste marciscono… meglio solo minerali)”.


Per farla finita con il debito infinito

“In tutto il territorio dove regna il despota , dai confini fino al centro: tutti i debiti di alleanza vengono convertiti nel debito infinito della nuova alleanza, tutte le filiazioni estese sussunte dalla filiazione diretta”.

(A proposito della macchina dispotica, cristica o tirannica, ne “L’anti-Edipo” di Deleuze-Guattari, pag. 236)

Dalla tribù al tributo… Tutti figli del despota, tutti figli di Dio… Più avanti, con la dissoluzione del dispotismo feudale sotto i colpi degli esclusi dal maggiorascato, si passerà dalle obbligazioni ai diritti… e ritorno (dal 1400 circa al 2012). Parentesi di un paio di secoli quella dei diritti (proprietari soprattutto, privati, pubblici o dell’Uomo che siano), finzioni giuridiche, temporanea concessione che ora un po’ alla volta viene revocata… ed evidentemente occorre che siano rispettati degli obblighi… che la malia degli atti giuridici (non delle “persone”) che siamo in quanto individui, dei nostri “privilegi”, della sovranità anche se nulla che ci anima, ci venga ritorta contro.

Il “Giudizio Universale” sempre rinviato, ingolfato ormai in una derridiana “struttura di rimando generalizzato”, è quel che si potrebbe definire il “debito infinito”… La questione “economica” della “crisi” è cioè in realtà una politicissima questione di “privilegi” (si badi bene: non solo di una minoranza sfruttatrice, paranoica e avara, ma anche delle masse di arroganti prostituti protetti dai protettori globali) campati in aria, un po’ come come questo dio maschio-femmina che aleggia sull’Abisso, nominando, in questo caldissimo scorcio di fine estate, dei fenomeni meteorologici con nomi a casaccio come Caligola, Lucifero, Beatrice (suggerendoli infine tramite Spirito Santo ai falsi profeti delle previsioni meteo…).
E costui pretenderebbe pure di giudicare? Chi? Perché? Cosa avremmo fatto a parte respirare o rantolare per qualche decennio? Gli interessa qualcosa?

Ma Scalzone legge “Per farla finita col giudizio di Dio” di A. Artaud:

Cos’è più importante per questo “individuo”, obbLIGATO e reLIGATO da obbligazioni e religioni, comunque legato e imbastito, giudicato e indebitato? Cos’è più importante? Essere “sog-getti” al giudizio del despota o non pagargli tributi? (Già da tempo non siamo più sog-getti… dunque…).

Cosa sarebbe meglio che finisse? il “giudizio di Dio” o il “debito infinito”? Senza giudizio finale (che è comunque una montatura fantasmatica) si potrebbe in effetti (anche paradossalmente, schizofrenicamente e artaudianamente) continuare a campicchiare del proprio nulla condensato (di “vagina cotta in salsa verde” direbbe il poeta)… ma senza debito, non funzionerebbe più niente come prima… che è decisamente una cosa più auspicabile…

Non pagare più… né in tempo di lavoro, né in tributi… Estinguere il debito… de-capitalizzazione.


Due esempi di “jeune-fille”

PRIMO ESEMPIO (Nadezda delle Pussy Riot)

“Maschere di de-individualizzazione, di anonimato liberatorio. […] È il sacro dovere di tutti noi evitare che le coraggiose persone che compongono le Pussy Riot non debbano pagare sulla loro pelle il prezzo del loro diventare un simbolo globale.”

(Slavoj Žižek)

Tutti sensibili, Žižek compreso, alla meglio gioventù (purché lontana) che rischia di pagare per diventare un simbolo… (che è un po’ quello che facciamo tutti noi! quando giochiamo/recitiamo – ambiguità presente per esempio nel termine inglese “play” – un ruolo d’attore sociale qualsiasi!… dagli Anonymous alle Pussy Riot, dai banchieri agli impiegati, ai tassisti, ai pizzicagnoli… C’è qualcosa che non va in ciò che circonda questa brutta vicenda).
Inoltre non tutt* gli/le arrestat* per reati d’opinione, blasfemia o associazione, in giro per l’Europa e nel mondo, sono di bell’aspetto come Nadezda, per esempio… (su cui si è concentrata l’attenzione morbosissima dei media… al punto che, se dovessero essere liberate, una loro tournée mondiale magari sbancherebbe… ma non credo proprio che cedano a tentazioni commerciali idiote come quelle che sono state proposte, considerando le loro idee… Tutti gli altri detenuti politici – anche in Italia – invece, si fotteranno e basta… senza proclami in inglese e manifestazioni di alcun genere… è anche questo che non mi torna: la non consapevolezza che non c’è un regime dispotico solo in Russia… anche in Italia ci sono evidentissime tracce di repressione preventiva o su nessuna base reale, basate su  leggi fasciste, e comunque tutte supportate da una folla incredibile di giornalisti-servi, che nessuno o quasi osa additare a pubblico ludibrio o criticare… appunto perché viviamo anche noi in un regime, in cui l’auto-censura performa anche meglio della dura repressione vecchia maniera… A rigore da noi la repressione s’è fatta più furba… e neanche consente la “via di fuga” di diventare star mediatiche, dei “natural born killers”simboli, nuova merce da immettere sul mercato “alternativo”… si narra, al limite, di inimitabili, enigmatiche e molto circoscritte istallazioni artistiche come “Il ragazzo con la pala”, “Il ragazzo con l’estintore”, ecc… o nella maggior parte dei casi non se ne parla affatto e si preferisce far marcire in galera…).

Ecco qui per esempio uno scatto mediaticamente perfetto (e conforme paradossalmente con quanto richiesto dalla società della jeune-fille)…

In quello sguardo ci leggo anche uno lampo di gioia, orgoglio e consapevolezza di amplificare enormemente il gesto del pugno alzato (in risonanza storica con la scritta da anarchica spagnola del 1936 sulla maglietta e in contrasto con decenni di un ormai lontano passato di burocratico pugno alzato sovietico) alla vista dei fotografi. Nonché una certa tristezza e preoccupazione per il processo in corso… che forse le farà pagare tre anni della sua giovane vita [ndr: alla fine saranno 2 anni, ma in un gulag in Mordovia, a 1.000 km da Mosca]… davvero un’enormità per aver cantato in chiesa una canzone punk contro Putin…

Dunque: Libere/i tutte/i!


SECONDO ESEMPIO (Alice di “Resident Evil” ovvero Milla Jovovich)

“As I got stronger, the human race became weaker”

“Mentre diventavo più forte, la razza umana diventava più debole”
(Alice di “Resident Evil”).

Il trionfo globale della jeune-fille (clonabile, replicabile, invincibile, attraente)… il complesso militare-industriale, bio-tecnologico, pienamente dispiegato a difesa della merce (che è) produce “morti viventi” (consumatori della “merce su due gambe” che sono, ecc…). Ed appare spettacolarmente sia come malattia che come cura (salvezza, “sicurezza”, ecc…) inestricabilmente e schizofrenicamente combinati tra loro… un pharmakon (veleno-cura)…
Ci tengono a sembrare intellettuali à la page questi americani… Se moriremo a causa dei loro deliri, moriremo secondo un criterio estetico francese, post-moderno, raffinato… très jolie, charmant… riletto dal loro spirito di bifolchi armati con il gusto pacchiano degli effetti speciali (come dei “corpi speciali”, noti anche da noi…).
Ma a guardar meglio i lineamenti di Milla sono “unni”… sanno di steppe asiatiche, nomadismi fatali… come quelli che attraversano questa vecchia “civiltà” in declino… L’impero ha sempre cercato di sussumere i suoi barbari… non vuole fare la fine di Roma… eventualmente si trasformerebbe in saccheggiatore anti-imperialista, pur di trasmettere il suo patrimonio (il gene, il meme, il seme, ecc… del capitalismo).


Fermo immagine | Discontinuità

Fermo immagine.

 Il Colosseo visto dalla Domus Aurea

Su di una panchina vicino al Colosseo, viale della Domus Aurea… Lei sdraiata con la testra poggiata sulle cosce di lui, che è seduto…

LEI – Ma cosa rimarrà di questo istante?…

IO – Quale istante?

LEI – Questo… Non lo possiamo fermare… A questo istante succede un altro istante e poi un altro…

IO – Beh… diciamo che è un’impressione… quella che il tempo scorra… noi ci siamo immersi… ma non è detto che un istante non sia “sospeso” tra presente-passato e futuro, tra ordine e caos entropico… e ogni istante non sia scomponibile… all’infinito… Si, ma in effetti il tempo scorre… e non possiamo farci niente…

LEI – Sì… e poi moriamo… E che senso ha tutto questo?

IO – Tutto questo cosa?

LEI – Tutto questo: il sole che ci scalda, la panchina, l’amore…

IO – Nessuno… C’è… Dà l’impressione che ci sia un senso, solo per il fatto che (probabilmente) ci siamo… siamo catturati in questa vibrazione più o meno armonica… Ci siamo ritrovati da questa parte… Ma il senso esiste solo in quanto vi è un non-senso… Te lo domandi quando sei viva… te lo domandi da sveglia… ma se dormi non ci sono più queste domande… Dunque quando ti poni queste domande, dormi…

Si appoggia con una guancia sulla mia coscia destra. Le scosto i capelli con la mano sinistra e le accarezzo la nuca, mentre il sole le illumina l’altra guancia… Si addormenta. Prima di cadere nel sonno mi stringe la mano per un istante. Poi quel che io vedo (il tizio che fa 太极拳, l’uomo seduto di fronte con gli occhiali da sole, i due che si riprendono a turno con una steady-cam dotata di braccio meccanico) lei non lo vede… Probabilmente neanche io.

Sole tra gli archi del Colosseo

Discontinuità.

Dopo quello che ho chiamato l’ultimo filosofo, dopo l’apertura decostruttiva (Derrida) o macchinica (Deleuze) del post-strutturalismo… dal piano della riflessione, si è passati alla realtà. Nelle fondamenta del mondo si aprono voragini, tutto quel che era crolla e va in frantumi… impossibile recuperarne il senso passato, impossibile costruirne uno futuro. Non possiamo percepire l’85% della materia (il fantasma fecale del nostro cosmo), siamo ciechi per 4 ore al giorno per via delle saccadi, ascoltiamo musica con 44.000 silenzi al secondo che non percepiamo, tra un atomo e l’altro vi sono spazi, campi, relativamente immensi, tra le stelle e le galassie vi è una dimensione spazio-temporale discontinua… granulare, a brane, a più dimensioni… abbiamo un genoma spazzatura che sta lì senza un perché (e questo solo perché non trasmetterebbe “informazioni”…), un chilo e mezzo di batteri nel nostro corpo, vediamo il flusso di immagini senza vedere i singoli fotogrammi, vediamo l’immagine sullo schermo senza vedere i pixel RGB.

In economia la valorizzazione che conta è in negativo… è il buco di bilancio a creare valore… buco che si è ormai diffuso (“spread”) ovunque… e ce l’hanno un po’ tutti (e questo alla lunga rende impossibile il capitalismo, che può perpetrarsi solo crinandosi in crisi, accumulando con ferocia o sopprimendo i creditori di volta in volta… Dunque compaiono buchi e distorsioni anche nel Diritto e nelle democrazie… nelle ideologie come nelle esistenze messe precariamente a lavoro… Ma la violenza è un lusso che è possibile fino a un certo punto…).

Infine, viviamo morendo progressivamente

L’informatica sembra consacrare una cospirante assenza di spazi di ambiguità, obbedendo solo alla logica binaria di input/output (I/O) il nuovo soggetto monadico, computante e paranoico inventato da Leibniz, che magari Freud provò ad investire di (s)cariche libidiche, di giubilo di fronte al rocchetto che compare e scompare davanti agli occhi dell’infante (il gioco del fort-da, una specie di cucù-sèttete), ma che, dato il numero incredibile di ripetizioni di impulsi I/O che quella logica gestisce, per esempio, in un processore, è più un rumore disarmonico, il ron ron della macchina di cui delirava Antonin Artaud… quello che ci svuoterebbe appunto di quello che c’è in mezzo tra un sì e un no, tra un vivente e un morto… quello che continuiamo ad affermare contro Tutto, ad ogni passo, ad ogni impulso elettrico della nostra chimica (dis)organica… tra scosse, brividi, contrazioni, decontrazioni e fasci di nervi…

Insomma questa vita quantizzata, digitalizzata, discontinua è insopportabile. Spossessa continuamente di sé… ma in un modo che non è quello proprio della naturaBataille avvertì che siamo accomunati intimamente dalla “continuità” (la “sozzura”, la morte, il sesso)… io non avverto niente di tutto ciò. Non ho niente in comune con niente e nessuno… mi percepisco come una discontinuità imprevedibile e radicale, priva di appartenenza… un vivente assolutamente contingente. “Sentirai di appartenere al tutto quando non sentirai più”, mi dicevo l’altro giorno alle 5 di notte, senza capire il senso di questa frase… Questo tutto di cui sarei parte dunque non esiste che a condizione di morire e non è conoscibile… Resto dunque una parte eccedente… schizzata fuori di -getto dal Tutto, che è infinitamente meno di quel che c’è ora, nei pressi, in questa stanza, tra le mie dita sulla tastiera illuminate da uno schermo a 60 Hz di refresh… prima di chiudere gli occhi come Shiva e far scomparire questo misero assoluto in un sonno incomunicabile… anche a “me stesso”, a questo nodo attorcigliato… in procinto di sciogliersi.

Buonanotte… zzzzzz.


Filosofia del fulmine

“Il fulmine governa ogni cosa” (Eraclito)

Credo di aver pensato qualcosa come una FILOSOFIA DEL FULMINE… che altrove chiamo freccia, -getto, ecc…
Da notare, nel video la tendenza dell’elettricità a ripetere il percorso aperto dal varco che (invisibile) precede il fulmine.

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Più ripeto e più mi convinco di avere una memoria-crosta terrestre. E se continuo a ripetere, presto crescerà nuovamente la vegetazione e gli animali accorreranno ad accoppiarsi e riprodursi… Sono i pensieri che organizzano di nuovo le immagini, gli odori, i suoni, i sapori, le sensazioni secondo una fitta rete di analogie… I pensieri che organizzano i pensieri secondo campi di forza (ognuno ne comprende altri, come in una “matrioshka”… è questa la “comprensione”, il “concetto”). Come miliardi di piccoli fulmini. Che nascono dalla terra, non dalle nuvole. Nascono dal punto d’arrivo, non da quello di partenza. Viviamo un tempo invertito. I dendriti dei neuroni protendono le estremità proteiche per creare la differenza di potenziale, l’eccezione (il contrario del con-cetto = “prendo con”, l’ex-cipere = “prendere fuori”), il percorso del fulmine. La sua velocità è di cento metri al secondo. Vanno a tentoni… e marcano il percorso… ma trovano sempre nuovi bersagli per i fulmini. Come un filo d’Arianna nel labirinto del mito (= “muggito”) del Minotauro. Il labirinto delle possibilità: si apre un varco e l’uscita crea il “fulmine”, a ritroso. L’a-venire genera questo varco. O viceversa. E’ questa l’intelligenza. Che eroticamente dice: “Vieni”.
In ogni nostro pensiero siamo preveggenti. O profeti.

Sono un isolotto vulcanico

GANESH – Dice la Kena Upanishad: “Esso s’annuncia come fa il lampo”… solo per intuizione puoi cogliere il Bramhan. “Ciò che non può essere pensato con il pensiero, ciò per mezzo del quale il pensiero vien pensato, questo sappi che è il Bramhan”… Se ti balena in mente un’idea, questa è Indra, il fulmine.

Dio è tutto dunque anche ogni sua eccezione

E comunque non vi è regola se non è predisposto un numero infinito di eccezioni.

La sussunzione e il generale

Il pensiero è sempre un gesto e un movimento con una sua realtà. Non vi è un’idea. La mappa delle idee cambia a seconda delle estremità tentacolari o delle vibrazioni che lentamente o velocemente brancolano in periferia, scagliando dardi continuamente verso il presunto centro, ripetendo costantemente che il centro è definito solo dal movimento periferico; non si definisce da sé, per sé o in sé.

Risposta magistrale su la différànce di Jacques Derrida

Le conseguenze possono essere, nella realtà che viviamo, che questa ci appaia in ritardo rispetto a questo “qualcosa” che arriva prima e che non sappiamo quali “leggi” segua o se possa in qualche modo interagire con la materia (anche se, come dicono i fisici, non trasporta informazioni… magari non rilevanti solo per i nostri parametri scientifici o percettivi… ma non per altro che potremmo indagare e scoprire o che agisca nell’inconscio, nella non-evidenza, nell’ombra…).

Quel che intendo dire è che l’eccezione arriva sempre prima della regola.

Tachioni – più veloci della luce

Il pensiero è un gesto, un movimento. Ci muoviamo nel nostro pensiero come in uno spazio fisico. I nostri stessi pensieri si muovono come in uno spazio fisico. Questo spazio fisico ci è stato scagliato dentro e ci “anticipa” continuamente, come a provenire da un fuori dello spazio-tempo che comprende la nostra percezione, con intuizioni, previsioni, schemi tattici, figure. Costruiamo un linguaggio solo per emblemi (o catene di associazioni), solo per questo continuo getto, dentro di noi, di immagini, suoni, odori, parole, carezze, fuoco, strepiti, ecc…

Un’arte del “-getto” che sappia cosa “gettare dentro”… come masticare la luce, indirizzare i fulmini e i soffi e seguire le eccezioni. Nel tentativo di dischiudere il corpo-mente a quel “fuori” che ce lo re-invia costantemente mutato e modulato.

Psicanalogica – l’embolon contro il symbolon

Creare il varco che ci dispone al movimento e a ciò che viene (l’a-venire) è il solo compito di Teseo-Arianna. Come un fulmine, muggito di Minotauro, si uscirà dal labirinto della mente (…che mente).

Siamo fatti di codice e miriadi di eccezioni… tante quante sono le regole. Questo doppio movimento è tutto quello che è possibile osservare. L’avanguardia è il pensiero che si muove come un fulmine, anticipando i movimenti di milioni di “cellule”… Se trova la giusta connessione, il giusto varco, tutte le altre cellule si muoveranno in sincronia e ci sarà un salto quantico, un cambiamento di rotta… E vedremo mirabili volteggi di stormi nei cieli…

Stormi d’eccezioni

Dunque il presente è questa “breccia” (come diceva la Arendt o… Michaux) che ri-manda in qualche modo ciò che era stato anti-cipato (=”preso prima”), previsto sulla scorta di esperienze ripetute, e che si augura di “giungere a destinazione” nel presente, nel luogo in cui può esser-ci un senso (che emergerebbe come da quello che definisco un varco, “filtrato” dalle differenze e dagli “scarti” che lo precedono).

Dove sono in questo le categorie, le classi e le sottoclassi e le strutture del pensiero? Puf!… svanite… solo tante immagini, suoni, sensazioni e… frecce a bersaglio prima di essere scoccate.

Jacques Derrida, l’ultimo filosofo

E’ da notare come nessun filosofo si sia occupato del futuro in quanto tale, come dimensione anomala del tempo. Liquidato da Aristotele, Epicuro, s. Agostino come inessenziale, come un non-essere… recuperato in una dimensione escatologica e finalistica dal cristianesimo, da Hegel, Marx, etc… sognato dagli utopisti e dagli apocalittici di tutte le ere… è stato ad ogni modo ingabbiato in una dimensione ontologica, che non gli è propria, evidentemente.

Il presente-passato è l’arciere che pensa di “penetrare il futuro” (come dice Bergson) e andare a bersaglio… quando invece è la freccia-a-bersaglio (il futuro) che trapassa l’arciere. E’ l’arciere ad essere invaso (ed invasato) dalle tecniche e dalle forme generate dal fine (la freccia-a-bersaglio). Così come il gatto-in-posizione-iniziale non precede il gatto-in-posizione-finale, ma è il contrario. Diversamente il gatto starebbe fermo. Insomma Aristotele ha ribaltato la questione potenza-atto. La fine di un moto non è il suo essere-in-atto, ma il suo essere-in-potenza… ed è condizione che sembra generare dinamiche studiabili secondo leggi, ma solo in apparenza… poiché se il passato appare imbrigliabile in un essere, il futuro non lo è.

Il futuro in quanto tale. Tre riflessioni non essenziali sul tempo


Il futuro in quanto tale | Tre riflessioni non essenziali sul tempo

Queste tre riflessioni erano tre note del post “Basta con la società“… Sono dei ragionamenti tra me e me… e vanno presi come tali.
1. Sostenere il futuro
Non vi sono che finzioni tattiche e finalità strategiche che l’eterno presente desiderante o raziocinante, in cui ci si vorrebbe far vivere, disegna in contrasto con quelle (meno psicotiche, meno “umane”, spaventate dalla vita) scolpite dagli e-venti, dalle geometrie del futuro, che tende a disgregare ovviamente un simile strapotere dell’infimo e del vile… di un presente-passato arroccatosi nella difesa di un indifendibile esistente. Sostenere la levità del futuro-non-presente credo possa essere una specie di dovere morale di tutti i viventi… La chiamo anche “responsabilità”. Una sorta di sensibilità profetica. Emergenza (eccezione, dettaglio, embolon, parte, periferia) che non permetta alcun rientro nell’alveo delle strategie di incorporazione e neutralizzazione del sistema e che ne impedisca la reazione. Nessun “emergentismo“. Nessun titillamento della polizia o dell’esercito…

  2. Sul tempo, il privilegio del futuro ed altre dimensioni.

Scopro che Elémire Zolla, il complesso pensatore sincretico, alchimista e ultra-conservatore, scrisse queste parole di fuoco contro i partigiani del futuro:

«Il reale è un bene e pienamente reale è soltanto il presente. Tuttavia chi guarda al passato può, se non fantastica, afferrare qualcosa di determinato. Soltanto chi guarda al futuro è esposto in pieno alla satanica irrealtà, al massimo di non-essere, perché il futuro è la temporalità schietta e irrimediabile, il luogo della speranza e del timore, l’ignoto, ciò che non somiglia affatto all’eterno, mentre il presente, se portato con rassegnazione o lodato, si illumina di indizi o primizie d’eternità. (…) l’Evoluzione, l’umanesimo scientifico e in genere le dottrine che inchiodino al futuro sono satanicamente incoraggiate: tema, avarizia, lussuria, ambizione sono radicate nell’avvenire, mentre la gratitudine e la lode sono volte al passato e l’amore è tutto presente». 

Ne deduco quindo che sono sulla buona strada. E’ indifendibile la “Tradizione” che ci ha condotti sin qui. E il futuro, come io l’intendo, come un vento stellare, non prevede affatto l’avarizia o l’ambizione (e di certo non comporta un “umanesimo”)… Ha più il senso di uno scacco, che ogni uomo, anche i mistici… persino Cristo, ha dovuto affrontare. Lamma sabactàni! (“Dio mio, perché mi hai abbandonato?”). Il grido feroce di un uomo di fronte al suo annientamento…

Qui, The wreck (Mauro De Zordo), riflette sul tempo come presenza e su tutte le sue possibili grammatiche… partendo da “Ousia e grammé” di Jacques Derrida.

Ci sarebbe da pensare ciò che suggeriscono alla filosofia le moderne teorie della fisica quantistica o le scoperte dell’astronomia. Le diverse grammatiche di cui parlava The wreck mi hanno fatto pensare a piani dimensionali differenti… ed al tempo come contenitore vuoto , la condizione, dello spazio (che si contrae e si espande assieme ad esso…). E penso che non possiamo ben comprendere, ma solo intuire, matematicamente o meno, qualcosa che condizioni lo spazio-tempo, come una quinta dimensione che condizioni gli eventi cosmici. Ma siamo davvero troppo piccoli (troppo modello standard) e abbiamo troppo poco tempo a disposizione per notare i cambiamenti macro-cosmici… O troppo grandi per gli eventi micro-cosmici. L’uomo è a dismisura di tutte le cose.
Mia opinione è che le galassie siano come un gorgo d’acqua in un lavandino. E che dunque vi sia un buco. E che vi sia qualcosa, dunque, solo in prossimità del suo annientamento. La nostra gloriosa vita sarebbe decadente… il brillìo finale di una colossale entropia.
E vedo questi buchi neri come l’imbastitura di un tessuto… che apre a nuove dimensioni. A nuove catastrofi… E noi abbiamo bisogno di quiete per vivere, non di continue esplosioni stellari o planetarie…

Noi intanto capiamo chiaramente solo le quattro dimensioni in cui ci muoviamo (x,y,z e t). Anche se, ogni tanto, qualche errore nella teoria ci rivela la mise en abyme in cui vaghiamo con nonchalance.

Il probabile errore è derivato dal concetto di “punto”. E dal sottovalutare lo zero… questi immensi spazi vuoti che sembrano prevalere, rispetto a quel qualcosa, cui siamo aggrappati come il muschio ad un sasso.

La Kristeva suggeriva (in “Semeiotikè, appunti per una semanalisi”, il salto da 0 a 2 bypassando l’1. Io non so che dirvi… Provate a pensare a ripiegare tutti gli spazi-tempo possibili (luce inclusa)… ne esce fuori un disegno? La distribuzione delle galassie nel cosmo segue una logica? Ci può interessare? La capiremmo?
Quel che so è che viviamo sul ciglio di un burrone. Siamo l’effetto di un ristagno. E ci consideriamo ancora il centro e la misura di tutte le cose! Che penosa presunzione…

Saremmo un evento. Fuori presente, fuori presenza. Gettato dal futuro. In questa terra di nessuno che noi recintiamo e chiamiamo presente, presenza. Ma è un imbroglio per non urlare di dolore da mane a sera (e la realtà sarebbe questa…).

   3. Il futuro | Ribaltando ancora una volta Aristotele…

“The past is now part of my future,
The present is well out of hand”.

(da “Heart and soul” di Ian Curtis dei Joy Division).

Provo a tradurre:

“Il passato è ora parte del mio futuro
il presente non è affatto a portata di mano”.

Il futuro pare essere davvero distruttivo, sì (come dice Zolla). Considerato che Ian Curtis si impiccò di lì a poco… E’ da notare come nessun filosofo si sia occupato del futuro in quanto tale, come dimensione anomala del tempo. Liquidato da Aristotele, Epicuro, s. Agostino come inessenziale, come un non-essere… recuperato in una dimensione escatologica e finalistica dal cristianesimo, da Hegel, Marx, etc… sognato dagli utopisti e dagli apocalittici di tutte le ere… è stato ad ogni modo ingabbiato in una dimensione ontologica, che non gli è propria, evidentemente.
Interessante il ribaltamento di prospettiva, che squilibra tutte le simmetrie, i passati sedimentati, le armonie, le geometrie… Quel-che-sarà non si sa ma diviene tutto ciò che conosciamo. Se ammettessimo con Spinoza un ordine necessario, nel suo sguardo impossibile sub specie aeternitatis, allora forse vi vedremo una cosmica assenza di libertà, un determinismo da orologiai, che può far pensare ad un Dio-Macchina. Io vi vedo invece una libertà assoluta, nel senso che è sciolta persino dall’ontologia e dalle care forme, cui siamo legati per timorosa abitudine più che per scelta.
E’ la stessa cosa che affermare (come ho fatto) che l’io sia come un bersaglio convinto di essere l’arciere. Ecco: il presente-passato è l’arciere che pensa di “penetrare il futuro” (come dice Bergson) e andare a bersaglio… quando invece è la freccia-a-bersaglio (il futuro) che trapassa l’arciere. E’ l’arciere ad essere invaso (ed invasato) dalle tecniche e dalle forme generate dal fine (la freccia-a-bersaglio). Così come il gatto-in-posizione-iniziale non precede il gatto-in-posizione-finale, ma è il contrario. Diversamente il gatto starebbe fermo. Insomma Aristotele ha ribaltato la questione potenza-atto. La fine di un moto non è il suo essere-in-atto, ma il suo essere-in-potenza… ed è condizione che sembra generare dinamiche studiabili secondo leggi, ma solo in apparenza… poiché se il passato appare imbrigliabile in un essere, il futuro non lo è. Possiamo prevederlo, assecondando in questo la sua natura in potenza. Ma non è detto che sia così come lo potremmo conoscere in virtù del nostro passato, della nostra esperienza, del nostro vissuto. Questa incertezza lo rende poco interessante agli occhi dell’universalismo e dell’ontologismo dei filosofi… del loro ammuffito interesse per la staticità, la struttura, gli aspetti invarianti degli eventi. Quando invece l’interessante per me è proprio l’eccezione inspiegabile, il caso fortuito, l’evento imprevedibile…

Né il futuro può essere imbrigliato dalle scienze, divise nelle varie discipline del presente (insieme ai lavori che vi corrispondono) proprio per minimizzare gli “urti” del caso fortuito, delle asimmetrie, dei neutrini sfuggenti, dei geni impazziti… Le scienze si riparano dall’oggetto (o dal fantasma dell’oggetto) del loro studio.

Qui si parla del futuro che invade il presente-passato, non del presente-passato che penetra secondo costume positivista un futuro già previsto, la sua immagine passata… il futuro anteriore… ciò che sarà stato.

E’ come se l’aldilà dello specchio anticipasse i nostri movimenti. Siamo la caricatura del nostro riflesso. E questa caricatura presuntuosa la considerano cosa nobile e degna di interesse.
Procediamo a ritroso (a compilare e raccontare le nostre azioni, i nostri pensieri le nostre parole) a partire dai fini che di volta in volta emergono.

non stiamo parlando di istanti in succesione, di fotogrammi, come in una pellicola cinematografica...Sottintendo che per me il pensiero è movimento in un ambiente virtuale… in cui ci muoviamo come in quello reale (mediante immagini sensoriali che divengono idee e concetti astratti, che si generano a partire dalle invarianti delle singolarità, e solo alla fine vengono inquadrati in una griglia, catalogati… ma è un’attività poliziesca e infeconda che mi interessa relativamente).

Mi si potrebbe obiettare che il futuro di cui parlo sia già passato. No, per il suo carattere imprevedibile e incerto. E aggiungo: non è l’immagine della posa finale del nostro movimento a generare il movimento, ma la stessa posa finale a sollecitarne l’immagine nella nostra mente. L’interiorità non è che questa apertura.


Risposta magistrale su La différance di Jacques Derrida

Derrida in questo blog per la 2a volta Bella lezione quella di Carlo Sini su “La différance” di Derrrida, definita “magistrale” da Arcoiris TV… Ma resto perplesso sulla premessa di tutto questo discorso, ovvero sulla logica “differenziale” del significante (come del significato). Credo vi possa essere un’affermazione positiva invece (un legame che non sia “logos”, che sia pre-verbale, che sia esperienza, vivacità di una periferia senza centro, centri-fuga)… e debba essere cercata in ogni cosa. Come un bersaglio, un a-venire dell’e-vento e un andare a “segno”. Un “fuori luogo” che abbia luogo, (contro ogni congiura del soggetto universale). Una dialettica che si estingua in una dicotomia paradossale e ancora impensata: regola/eccezione.Invece ci si intestardisce nella supremazia del catalogo, del super-market, della griglia, prima dell’ente… Il colore rosso non è tale perché differente dagli altri colori. Io credo che basti infilare una serie di risposte positive perché il colore rosso divenga qualità di alcuni enti messi in relazione di somiglianza (e questo vale per qualsiasi ente, concetto o parola). Prima del logos e di qualunque catalogazione o griglia. Gli occhi lo sanno con una sapienza che, come dicevo, va sempre a “segno”. La logica differenziale arriva in ritardo colpevole rispetto a questo gesto, a questo movimento brusco, che anticipa tutto, sorprendendoci (si fa per dire… siamo del tutto assuefatti a certe sorprese), come sempre, con animale discrezione… “Questo è rosso, quest’altro è rosso… anche questo è rosso”. Il pensiero è sempre un gesto e un movimento con una sua realtà. Non vi è un’idea. La mappa delle idee cambia a seconda delle estremità tentacolari o delle vibrazioni che lentamente o velocemente brancolano in periferia, scagliando dardi continuamente verso il presunto centro, ripetendo costantemente che il centro è definito solo dal movimento periferico; non si definisce da sé, per sé o in sé (neanche con il trucco – la contabilità truccata delle lettere – della “différance”).Derrida appare sempre più chiaramente, ai nostri occhi, come il latore di una ideologia politica che fa il paio (malgrado le sue intenzioni) col “monetarismo”, con la critica e dissoluzione del valore-oro, che egli traduce in una critica della sostanza del concetto, della parola piena dell’essere. Il suo commercio porta a filosofare senza fine (come l’economia di mercato contratta senza fine e senza o contro la “realtà”)… rinviando in eterno la auspicabile ed evocata (da lui stesso) “fine della filosofia“.

A nostro avviso la filosofia occidentale ha terminato il suo compito. E ora che diventi altro, che accetti un paradigma diverso e che dischiuda la parola finale e paradossalmente conservatrice di Derrida, il suo “non c’è alcun fuori”.

Certo che c’è un fuori, amici cari… Basta alzarsi, proprio ora, lasciare questo schermo, e fare una passeggiata poco o nient’affatto filosofica… Sono sicuro che saprete dove andare sia senza concetto, che senza gioco delle differenze. Esattamente come qualsiasi gatto…

L’intelligenza animale spesso supera quella dei più quotati filosofi.


Chi è senza mercato scagli la prima pietra…

Io, qualche anno fa...come al solito, prima di una qualsiasi azione (compreso il lancio di questa pietra filosofale), ci penso un bel po'...

“Comprendere significa inquinare l’infinito, e l’essere dell’infinito è stato sempre di non essere un essere se non a condizione di essere finito”.

(Antonin Artaud)

Capita a volte di imbattersi, leggendo i blog altrui, in post interessanti, filologicamente rigorosi e con pari (se non superiore) dignità rispetto a libri e autori accreditati… Eschaton è uno di questi.

Quel che mi ha colpito della sua riflessione sulla mercificazione universale (nicchie di mercato e negatività comprese) è il suo non lasciare scampo. Ammiro la sua attenzione genealogica alle tentazioni risorgenti della “metafisica” (e della proteiforme e strisciante cultura di “destra”). E’ un “derridiano ortodosso” (archivista e “neo-kantiano”, promotore di un “neo-soggetto-trascendentale” con grande passione per la catalogazione… e tanto di cappottone alla Matrix). Quando leggo i suoi post mi risuona il ritornello che tanto mi fa dannare: “Non esiste alcun fuori testo”… Che Eschaton estende al mercato capitalistico e a tutti i possibili sistemi. Dunque: nulla sarebbe estraneo al sistema…neanche (e soprattutto) ciò che gli si oppone…

Nell’esergo del suo post sottolinea sardonicamente il suo essere inscritto nelle logiche di mercato sottese anche alla fruizione di un oggetto culturale quale può essere un suo post, nella speranza che qualcuno noti le sue innegabili doti, quel che lui stesso definisce le sue “non comuni qualità”… Leggo un po’ inquieto (ma divertito) la sua dichiarazione circa “l’impiego prolungato e sapiente di una massiccia quantità di violenza” su chi svolge in sua vece le “attività produttive primarie” onde garantirgli “ampio tempo libero”…

Insomma un certa ironia narcisistica la fa da padrona come nei proclami di Tristan Tzara… Narcisismo da cui neanche io in parte mi esento, per carità… fa parte della “governamentalità”… (dall’altra parte, ripenso alla ferita al capo dei personaggi del film di Ruiz che ho visto l’altra notte).

– Ma allora questa pietra la vogliamo lanciare o no? E contro chi o cosa soprattutto?

Dicevo, quel che non mi scende giù e mal sopporto (direi a livello personale, delle mie pratiche quotidiane), è l’affermazione che non ci sia un “fuori” (“[…] non è detto che esista qualcosa al di fuori di essa [dell’industria culturale]”). Perché, se da un lato sono favorevole ad un tentativo di comprensione generale delle genealogie e della struttura dei prodotti culturali e dei segni (“Se non i segni, cos’altro ci muove?”) e di attenzione al livello di compromissione del proprio agire, dall’altro mi chiedo che ne è di ciò che è singolare… Non riconoscendo alcuna universalità (dunque opposizione universale/particolare) e preferendo la coppia generale/singolare (o plurale/singolare), mi chiedo:

 “Che ne è di me?
…delle dita che digitano in questo momento
e che pur ci sono in qualche modo,
indipendentemente dal loro impiego?”.

Che ne è del terzo lato della moneta, che oltre a mostrare l’effigie dell’autorità da un lato ed il suo valore nominale dall’altro, resta pur sempre un dischetto di metallo?…

Non sono “consustanziale” al sistema che contesto (non riconoscendone neanche la “sostanza”). Il sistema che fa sì che il mondo sia a noi comprensibile, la razionalità dell’Occidente e del capitalismo globale, si sovrappone ma non coincide col (sog)getto che sono. Non vendo i miei sogni, la mia (in)coscienza, la mia carne, le mie molecole, anche se son già pronti a prelevarmi DNA o a espiantare i miei organi! C’è qualcos’altro che resiste, c’è tutto che resiste (e non è il lacaniano oggetto “piccolo a”, nè un tag “a”) . L’eccezione che (io) sono (o suono?) al sistema (anche se partecipo alla sua sostanza ovvero alla sua finzione, al suo spettacolo) non verrà più reintegrata. Come non sono reintegrabili le stelle e l’intero deserto che è la Realtà, per una posizione pur così intransigente e desiderosa di reinvestire.

Occorre a mio avviso fare (anche) un passo indietro rispetto alla razionalità strumentale, scientifica, tecnologica, economica, informatica, capitalistica, democratica, etc… Il nostro terreno comune è fatto di ciò che non è catalogabile, della forza… che certo è misurabile in joule, ma, così considerata, non è l’indefinibile “forza”. Il movimento che precede e anticipa i segni. Ecco cos’altro ci muove. Oltre che l’assoluta contingenza di QUESTO corpo, di QUESTO verbo che siamo, di QUESTO mondo che viviamo (nel mio linguaggio: non ci sono che varchi, fulmini e -gettitraducibili, per esempio, nella lingua di Derrida con l’“enigma di carne” di cui parlava a proposito di Artaud ne “La scrittura e la differenza”).

Certo, mi si potrebbe dire che cerco scuse nobili per sottrarmi ad un sistema di cui non voglio essere complice (pur essendolo ovviamente)… Anticipo questa ipotesi definendomi “ibrido” per costituzione. Per questo insisto nel ritmare, ripetere, cantare, far risuonare, ciò che non può essere catturato dalla prigione del “soggetto universale”. Amo ciò che non si scambia. Il “questo” di ogni cosa.

Detto ciò, ribadisco la stima nei confronti di chi si sforza di rintracciare le provenienze e le genealogie di ogni linea di pensiero. Ma non basta per uscirne.

Io gradirei un (sog)getto eccentrico, spiraliforme, centrifugo, “eccezionale”, in linea col pensiero necessario di una “decentralizzazione” generale.

– Lei che prende?


 Verticalmente:

Jim Carey in "The Truman show"

Il Cielo si stende su Questo Mondo come un coperchio su una pentola piena d’acqua in putrefazione. E’ un Cielo fatto di paradisi fiscali e di una fede che è anche moneta, per la gente là sotto.

Del resto si dice: “Il Diavolo fa le pentole non i coperchi”…

Ci sarebbe una grossa esigenza di prendere una boccata d’aria e distillare l’acqua…

 



PS: “Il migliore dei mondi” è la risposta di Raffaele Ventura (“Eschaton”) a questo post.


Psicanalogica – l’Embolon contro il Symbolon

In questo post si parlerà dell’Analogica applicata alla psiche umana, ovvero della Psicanalogica e dell’oggetto (o piuttosto dell’ in-getto, em-bolo o em-blema) del suo studio. Poichè, per inventare una nuova “scienza”, occorre prima decidere di cosa si occupi…

Io, suo fondatore, sarei dunque uno psicanalogista?… Non so, forse è un po’ presto per definire i titoli d’onore e i diritti di esistenza di una “scienza” che deve ancora nascere… Ma l’ho già tutta in mente, quindi non resta che inventarmela (da “invenio”=scopro) man mano…

Jacques Lacan con sigaro storto

Questo signore, Jacques Lacan, parlava, finché era vivo, con voce cavernosa, producendosi in discorsi spesso oscuri e incomprensibili, ma la moda dei pensatori francesi dell’epoca faceva sì che lo si stesse ad ascoltare molto attenti, ripetendo le sue oscure formule e spesso  complicandole ulteriormente… Era uno “sciamano” che magnetizzava l’attenzione sulla sua rilettura di Freud. Insomma era uno psicanalista, non uno “psicanalogista” come me… e aveva l’intenzione di rivelare la “verità” dell’inconscio. E di definire, nel corso dei peregrinamenti teorici di una ventina di seminari, la “posizione del soggetto” nello spazio psichico che aveva disegnato:

il "nodo borromeo", incontro dei tre piani RSI (Reale, Simbolico, Immaginario) che per Lacan definiscono il soggetto della psicanalisi

E’ il nodo che intreccia “Reale, Immaginario e Simbolico” (tipicamente lacaniani) e fa emergere nell’intersezione il sintomo (quello che gli psicanalisti dovrebbero curare…). Bello vero? Pare una fede turca (quella fatta da 3 anelli incastrati tra loro) aperta in tre. A suo modo un emblema… E questa sarebbe la mappa del suo campo d’azione. Qui ci sarebbe il famoso “soggetto”… Sub-jectus dal latino. Che vale “gettato sotto, sotto-posto”. Dunque… cominciamo male. Io sarei un “soggetto”? Una persona risibile, una caricatura, un dipendente? Una  specie di Fantozzi? Nooo… Ma la moda strutturalista dell’epoca non vedeva di buon occhio l’Uomo. Al punto da porlo come “soggetto”, strutturato dal linguaggio di cui non era che un effetto. “Ciò parla”, diceva Lacan.

E che ci dice?… io e la mia mania di scomporre etimologicamente le parole (che hanno una vita animale e una genealogia) diciamo, prima ancora che io ci capisca qualcosa, che si parla di “-getto“. Parlerò dunque di getto, senza pensarci troppo.

Sog-getto, og-getto=”gettato sotto”, “gettato innanzi”… evoca nella mia mente la scena di uno schiavo lanciato ai piedi di un Re. Possiamo sopportare ancora questo stato di sog-gezione? Seguendo la scia del latino dovremmo parlare di in-getto, ma questa parola evoca la puntura, l’in-iezione. Parliamo di qualcosa che ci viene scaraventato dentro. Non proiettato, introiettato… o inoculato. Una specie di sasso in uno stagno… Quiete turbata dal “fuori” e che riverbera… gran sollecitazione di neuroni, della memoria. Fuori di che? Fuori di chi? Fuori di noi. Fuori dal danni di un embolo...tempo. E cosa viene scagliato dentro? Un embolon (=”gettare dentro“, dal greco)… che a prima vista sembra una minaccia mortale. Nella nostra lingua lo intendiamo come un embolo, qualcosa che ostruisce le arterie e crea danni al cervello, per esempio con un ictus… Anticamente si intendeva con “embolon” il rostro, la punta della chiglia che si incuneava nelle navi nemiche per affondarle… o uno schieramento a V in guerra. Dunque appare come una minaccia mortale per il soggetto, sotto-posto alle classi e alle categorie che lui stesso s’è inventato al punto da essere determinato da queste. Minaccia di morte per la filosofia, perché in realtà l’embolon è un emblema (che permane nella sua natura emblematica, dunque non riducibile alla logica identitaria e copulante A=A… una rosa=una rosa, ma a quella più ambigua, della rassomiglianza, dell’analogia: A sembra A, ma anche un triangolo, una vocale…). Emblema che si oppone al symbolon, ovvero al “simbolico” con cui Lacan chiamava l’ordine del linguaggio, della società, sotto il vessillo trionfale del Nome-del-Padre… La chiave per accedere a questo castello di segni (o meglio di “significanti”) era il più ovvio “significante del desiderio”… più volgarmente, il Fallo… che ci liberava da quel terreno paludosamente insidioso del regno materno, della reggitrice oscura del gioco dello specchio che avrebbe fatto identificare il bambino che siamo stati tutti noi in un abbozzo di segno, una prima percezione di sé… l’Io ideale. L’immagine del corpo… allo specchio. Quello sei tu! Oh che sorpresa! Oh che emozione! Mi sposto a destra e lui si sposta… Ma come si fa a dire che questo è un segno primitivo? Un primo segnale di senso… solo per essere stato sottratto all’impossibile spazio del Reale (al di là del materno, dello schizoide, dell’ab-ietto … inaccessibile, indescrivibile, inimmaginabile, immemorabile)? L’incorporea immagine al di là dello specchio è un embolon. Ci viene scagliata dentro. Anticipa i nostri movimenti, li scrive nella memoria, li ripete… E’ il perenne anticipo del tempo che vivono gli animali, specie quelli autocoscienti come gli uomini. Un fuori-tempo che ci viene “scagliato dentro” nel nostro tempo psichico. L’embolon ovvero lo spazio embolico è reale, immaginario e simbolico in un unica soluzione… Dissolve la mappa (topologia) del soggetto di Lacan. Non è più possibile speculare senza sapere di mentire. Se dell’inconscio Lacan dice “ciò parla”… io aggiungo che piscia (in balistica, si parlerebbe di traiettoria),  getta, prende, canta, ascolta, ricorda, vede, ride, mangia, pensa, immagina, scrive, cancella, dimentica, sogna, dorme… spesso con una musica di fondo.

“Io” non è uno spazio chiuso. E’ un fuori “gettato dentro”.

Gli indiani non sbagliano a considerare la mente-corpo come una sola cosa. Il pensiero è un gesto, un movimento. Ci muoviamo nel nostro pensiero come in uno spazio fisico. I nostri stessi pensieri si muovono come in uno spazio fisico. Questo spazio fisico ci è stato scagliato dentro e ci “anticipa” continuamente, come a provenire da un fuori dello spazio-tempo che comprende la nostra percezione, con intuizioni, previsioni, schemi tattici, figure. Costruiamo un linguaggio solo per emblemi (o catene di associazioni), solo per questo continuo getto, dentro di noi, di immagini, suoni, odori, parole, carezze, fuoco, strepiti, ecc… Tra gli emblemi o emboli ve n’è uno particolarmente usato, che finisce per snaturare tutti i nostri possibili discorsi sulla psiche. Il symbolon. Definibile come il titolo esemplificativo di un oggetto, quello scambiabile per capirsi e farsi capire, è anche quello che ha dominato per secoli nelle teste fallocentriche e patriarcali dell’Occidente. Abbiamo il denaro e Dio Padre in testa. Una cosa ha valore se si scambia. Per esempio: nel sesso si scambiano cazzi? Il cazzo sarà l’equivalente generale del desiderio… si scambiano donne (come sosteneva Levi-Strauss ne “Le strutture elementari della parentela”)? La donna sarà la moneta vivente di scambio nelle società umane (forse da queste due equivalenze nasce la figura della “donna fallica” di Lacan?). E circolerà nelle società come il sangue nel corpo (finché non ci sarà un’embolia a rompere questo schema circolatorio, trasformandolo in una spirale emorragica che conduca altrove… ma subito si creerà un nuovo vortice e una nuova circolazione)… E’ un gioco che sminuisce qualunque -getto. Che sia seme, contrazioni vaginali, che sia polluzione di pensieri dentro di noi, che sia gioco del fuori col dentro, poco importa… Quel che conta si definisce con un patto chiaro. Infatti cos’era il symbolon (dal gr. syn+ballo=”metto insieme”) in origine? Una tessera che veniva gettata per terra, spezzata in due… e il margine di taglio, che solo poteva combaciare con l’altra parte, era garanzia del patto tra i due che rompevano il coccio. Su questo scambio è nato il segno, che sempre pretende di combaciare e significare altro, garantendo l’ordine (o la grande menzogna della “mente che mente”) come meglio può…

Ma il fatto è che non c’è ordine. L’ordine non è che un embolon. Un campo di forza che collega svariate percezioni e le inscrive in una “serie“: Padre-Dio-Logos-ordine sociale-territorio-soci-clan-stupro rituale-sfruttamento-patriottismo-guerrieri-ragione-linguaggio e così via… serie gettata dentro dall’ambiente circostante e non solo per patti, per convenzioni, ma anche da singole impressioni, da un’educazione al symbolon (fatta di convenzioni e classificazioni) che ci viene riproposta come una marziale e deviante palestra della mente-corpo. Muoviti così e dici “fallo”… Muoviti cosà e dici “fallimento”… Il symbolon è una particolare specie di embolon che si prende per vero, reale, chiaro, evidente, razionale, buono, incontrovertibile… è un embolon “presuntuoso”, che cerca costantemente di celare la sua natura emblematica. Necessario per il “progresso” e la “civiltà”, nega costantemente i suoi accidenti e le sue eccezioni… La Psicanalogica è qui per questo. Per “embolizzare” questo sistema proliferante e virale e bloccare la sua circolazione arteriosa e, nella sua accezione positiva, muovere il pensiero secondo la sua “natura”, ovvero il suo ritmo e il suo movimento. Vaglierà rassomiglianze e le inanellerà come in un diadema o in una collana. Cercherà di continuare ad accostarsi alla comprensione (e alla rigenerazione) dei sogni, delle analogie, delle intuizioni, delle trasmutazioni e del mondo non più scientifico e filosofico che ci attende. Continuerà il racconto interrotto (ma sempre rilanciato) delle donne-sacedotesse (delle verie  magdalene, pizie, bakhti, diane cacciatrici), delle radure dei boschi, dei desideri, delle leggende, dei sincretisti. Seguendo un’arte del “-getto” che sappia cosa “gettare dentro”… come masticare la luce, indirizzare i fulmini e i soffi e seguire le eccezioni. Nel tentativo di dischiudere il corpo-mente a quel “fuori” che ce lo re-invia costantemente mutato e modulato.

il -getto: movimento dell'embolon (gettare dentro) e dell'eccezione (prendere da fuori). Al centro la spirale del corpo-mente. Elaborazione grafica 3D di Valerio Mele.

P.S.: Eccovi cosa c’è “in ballo”. Ed eccovi “imballata” la psicanalogia… (sono solo altri due termini derivati da “embolon“…).  Parleremo in seguito della pratica psicanalogica (inattendibilità della scienza, analisi dei sogni, amplificazione associativa e analogica, “sciamanesimo”, metodi e terapie, dono).


Sciamano

(parole e silenzio di Valerio Mele)

Si getta

dal fondo della notte

cascata oscura

incessante e banale

tuono mugghiante

nel pozzo di luce

dei mondi.

Sciama di nuovo indietro,

sfuggendo al terrore sismico

di miriadi di uccelli in volo,

verso la breccia impossibile

della sua sorgente…

e ritorna a cambiare le rotte

e rifrangere i raggi fulminei

delle cascate.

Mai sarà compreso

sempre sfuggirà,

sempre tornerà,

sempre (o quasi) a bersaglio.

Ogni volta differente.

Ogni volta diluito.

Ogni volta trasmutato.

Eccezione di Dio,

sabbia e sale,

fango e seme,

poi sciame,

eccezione dell’ eccezione,

e ancora e sempre…

-getto.


IL DI-VERSO DEI -GETTI

decomponendosicompongono


sog-getti, né og-getti!

PS: Cito da questo interessante articolo che cita il libro “Forsennare il soggettile” di Derrida… che scrive di “getto” (il grassettato è mio):

In Forcener le subjectile, Derrida elabora un’interpretazione complessiva della paradossale non-opera del poeta-artista francese, attraverso il grimaldello di un’antica e desueta parola, forse francese o italiana: subjectile, soggettile. Artaud la utilizza tre volte nei suoi scritti, per parlare dei suoi disegni (nel 1932, nel 1946, nel 1947). Infatti, il “soggettile” indica innanzitutto il “supporto” materiale dell’opera figurativa. Ma in Artaud assume connotazioni aggiuntive inedite. È sì supporto ma anche soggetto, indica la passività della materia ma anche quella del “soggetto” (nel senso dell’esser soggetto a); indica un “giacere” (dal latino iaceo-iacēre) ma anche, nello stesso tempo, un “lanciare” (dal latino iacio-iacĕre); ha a che fare, quindi con la “gettatezza” dell’essere al mondo e con il “gettare” (jeter) e il “progettare” (projeter).

Il soggettile cos’è? – si chiede Derrida. Qualsiasi cosa, tutto e qualsiasi cosa? Il padre, la madre, il figlio e io? Per fare buon peso, perché possiamo dire la soggettile, è anche mia figlia, la materia e lo Spirito Santo, la materia e la forma delle forme, il supporto e la superficie, la rappresentazione e l’irrappresentabile, una figura dell’infigurabile, l’impatto del proiettile, il suo bersaglio e la sua destinazione, l’oggetto, il soggetto, il progetto, il soggiacente di tutti questi getti, il letto del succube e dell’incubo […], ciò che porta tutto in gestazione, che gestisce tutto e partorisce tutto, capace di tutto. […] Tutto e il resto, ecco ciò che è senza esserlo.


Jacques Derrida, l’ultimo filosofo.

Jacques Derrida

Jacques Derrida è stato probabilmente l’ultimo filosofo… morto nel 2004, agli inizi dunque di questo millennio che si apre all’insegna di un’episteme post-moderna e post-tutto di decostruzione e ricostruzione permanente. La politica, l’economia, la genetica, la fisica quantistica (e tutte le scienze umane e non) si muovono allo stato attuale in questo modello di interazione caotica.

Aveva annunciato la “morte della filosofia“. Considerava quest’ultima un “genere letterario”, una “avventura seminale” di tracce di pensiero, di concetti, di realtà (quel che la moda del tempo chiamava, con la prosopopea della linguistica, un “testo”). Pensiero quasi erotico e giocoso (proliferante, germinale), lontano dall’intenzionalità, dal “voler-dire”… che, in definitiva, non sapeva bene dove andare a parare… affidandosi ad un metodo (o uno stile) più che ad una finalità… la ricerca e il tentativo come gioco. Lo si può leggere direttamente nell’espressione del suo volto. Il suo divertimento nel decostruire tutto: la metafisica, l’ontologia, il logos… i fondamenti del “pensiero occidentale”… C’è la distruttività analitica di un bambino che smonta i suoi giochi in quello sguardo.

Mi vengono in mente brani musicali come “Las Vegas tango (part I)” di Robert Wyatt o “Dark star” dei Grateful dead, se penso al suo modo di procedere… citazioni, deragliamenti, strutture smontate fin nelle minime articolazioni, materiali vari assemblati, campo di possibilità perennemente rilanciate ad ogni accenno di codice o struttura linguistica.

Ma resta un professore. Resta iscritto all’interno di un’istituzione che ha spesso messo in discussione e interrogato… A che “titolo” può dirsi professore Derrida? Io lo noto nella sua insistenza a chiosare e commentare il pensiero e le arti… Nel suo essere interno ad un linguaggio che pur tenta di sovvertire (quello filosofico). Portandolo alle estreme conseguenze. Spezzettando le parole, usando neologismi… Molti lo trovano oscuro e incomprensibile… e per certi versi lo è. Ma il mio ricordo della lettura dei suoi scritti, la sperimentazione su di me dei suoi concetti, parla un linguaggio più comprensibile. Proverò a raccontarne gli “effetti” (mescolando citazioni a memoria e terminologia personale)…

Leggevo, quando avevo 18 anni, sul balcone della casa dei miei, una raccolta di saggi dal titolo “Scrittura e rivoluzione” (con altri testi del gruppo di intellettuali di “Tel Quel”, tra cui una fine filosofa-psicanalista-semiologa, Julia Kristeva, che tanto ha influenzato le vite dei miei amici, nonché la mia…). Il saggio di Jacques Derrida era “La différance“… un errore ortografico in francese… non si scrive con la “a”, si scrive “différence”, con la “e”. Ma si legge uguale. Su questa differenza tra pronuncia fonetica e scrittura parte una giaculatoria contro la diffidenza (socratica) nei confronti dello scritto su cui secondo Derrida si fonderebbero tutte le magagne del pensiero occidentale, la violenza di quest’ultimo contro l’articolazione (le “giunture”) del concetto. I latini direbbero: “Verba volant, scripta manent“… E le cose scritte, si sa, stanno là… danno fastidio. Non si può imbrogliare, semplificare… inceppano il discorso sciolto di Socrate e Platone, che per lo più erano interessati a inchiappettarsi i discepoli tra un dialogo e l’altro… (sia ben inteso che la presenza nel testo di Derrida di Socrate e Platone credo di essermela immaginata). Ma c’è di peggio. Derrida intende far tremare tutto l’edificio dell’essere, del discorso meta-fisico (=al di là della natura), probabilmente in nome di un materialismo che egli, a sua volta, mette in crisi… Che differenza ci sarebbe tra materia e spirito o tra qualunque altra opposizione (soggetto/oggetto, io/altro, intellegibile/sensibile, ecc…) se la différance testè inventata è il terreno comune (tellurico, mai fermo) che queste opposizioni o differenze genera? e che a sua volta non ha origine alcuna?… Derrida sostiene che non esiste niente di puro… Né un fuori puro, né un dentro puro… Né un origine pura, né un essere puro. Nè una “traccia pura” (tanto cara ad Heidegger)… Solo differenze e “tracce di tracce” in una “struttura di rimando generalizzato”. E dunque? cosa caspita pensiamo? Pensiamo di avere una realtà definita e invece non ci sono che “presenze”… che si definiscono in base alla differenza l’una con l’altra invece che ad un senso logico che le attribuisca un significato. Presenze fittizie dunque… come il tempo. Che anticipa (passato) o ritarda (futuro) le sue tracce nello spazio della “presenza” (=l’essenza del presente), di ciò che avvertiamo come coscienza. Lo spazio del presente… riuscite a immaginarlo? La “spaziatura” di una traccia temporale, il divenire spazio del tempo… “Ecco!”, esclamo mentre sono sulla sdraio a righe verdi sul balcone… “sono i miei neuroni!”… sembra quasi di vederli. Andare a tentoni, anticipare movimenti e pensieri prima di pensarli, protendersi e ritrarsi… E subito dopo leggo della “protensione e ritensione della traccia”. Sì, è così… Questo buontempone fa degli sforzi incredibili per discutere dei concetti filosofici e non sta pensando altro che i suoi pensieri. Nel suo compiersi “fisico”… nei suoi neuroni… nel loro codificarsi senza un senso che non sia dato dal gioco delle differenze. Un po’ per caso, un po’ per necessità… Un po’ per gioco, un po’ per regola… noi pensiamo, giochiamo a dadi con la “différance”, con [per dirla con parole mie] l’ec-centricità e l’ec-cezione che mantiene e supera costantemente il codice (del linguaggio, delle classificazioni, delle informazioni). Una sorta di irriducibile animalità fulminea del pensiero


CONSIDERAZIONI PERSONALI E CRITICHE AL PENSIERO DI DERRIDA. L’etimo di “differenza” nasce dal latino “dif+ferre” che vale “portare lontano”, “procrastinare”, “rinviare”. Insomma quello che genera il senso di ciò che diciamo qui e ora (nello spazio della “presenza”, nel tempo “presente”) è a-venire, è re-inviato, ri-mandato… Dunque il presente è questa “breccia” (come diceva la Arendt o… Michaux) che ri-manda in qualche modo ciò che era stato anti-cipato (=”preso prima”), previsto sulla scorta di esperienze ripetute, e che si augura di “giungere a destinazione” nel presente, nel luogo in cui può esser-ci un senso (che emergerebbe come da quello che definisco un varco, “filtrato” dalle differenze e dagli “scarti” che lo precedono). Ma la frattura del presente c’è. Derrida infatti espone la questione che questa “cartolina postale” del passato, qualunque significato o verità, “giunge e non giunge a destinazione”… Che significa? Che non è scontata la continuità temporale. E’ un continuo rilancio, una scommessa… Del resto anche la fisica quantistica pone la questione della relatività del tempo come legata al paradigma dell’universo che esploriamo e per come lo esploriamo. La luminosa scena del presente è costantemente travagliata dalla possibilità che il passato venga smentito dall’a-venire, dal futuro. Ragioniamo secondo i parametri della materia (spazio-tempo, massa)… Ma che senso ha la posizione “materialista” e “anti-metafisica” di Derrida a questo punto se la materia non è che uno dei paradigmi possibili? Lui sposta nel luogo oscuro dell’assenza la questione di Dio, della coscienza, del significato, che metterebbe in ordine le “cose”, darebbe loro un senso… dice che l’Essere (o Dio) è impossibile, che non c’è, è un’assenza… e se c’è gioca a fare “cucù-sèttete” (il gioco di Freud, che Derrida cita, del “Fort-da”). Il segno per eccellenza sarebbe una “piramide”… una tomba. Un significante senza significato… Come non vedervi una “teologia negativa“? Una posizione che nega ogni possibile esistenza assoluta (“ab-soluta”=libera da, sciolta) per lanciare l’assoluto movimento del differire (e dunque del rimanere im-plicati e com-plicati) anziché l’assoluta presenza dell’Essere, è comunque un ritorno sotto mentite spoglie della meta-fisica. Derrida sembra dire: “Dio non c’è, ma lasciamoci travagliare dalla sua dissoluzione, lasciamoci essere nella nostra complicazione”. Perché invece non prendere nulla dal “fuori” paradigma, dall’aldilà, non considerare gli accidenti che aristocraticamente Aristotele scartava e le ec-cezioni? Davvero non c’è nulla da ec-cepire (=prendere da fuori) in questo nostro essere “originariamente complicati”?… Perché vincolarsi così pervicacemente a quella materia (anche se solo alla sua traccia) sulla cui natura gli attuali fisici gettano pesanti dubbi? il fatto che non ne conosciamo che il 16%, che un elettrone possa essere simultaneamente in due luoghi diversi, che il tempo a certe condizioni sia reversibile,  che sia impossibile decidere la posizione corpuscolare di una particella sub-atomica, che tutto ciò che avvertiamo della materia siano nubi elettroniche, campi di forza, qualità di un essere che non c’è, che viene fermato su lastra come traccia, esistenza “probabile”… tutti questi fatti pongono seri dubbi sul paradigma che viviamo e di cui discorriamo. Certe osservazioni sperimentali eccedono ad ogni livello il principio di identità e qualsiasi logica univoca…

L’affermazione di un in-finito travaglio cosmico (la différance) è un paradigma meta-fisico, che in-forma la materia pur in assenza di un logos. Vi si potrà scorgere una certa ec-centricità, ma non è centri-fuga… è centripeta. Come le volute del cervello, come il garbuglio degli intestini, come i vortici, gli uragani… Ma come non leggere in questi movimenti anche una resistenza ad una forza centripeta e che porta fuori, ec-cede? Il criterio dell’accendersi delle “luci” neuronali è estraneo a questa dimensione spazio-temporale, al paradigma entro cui ci muoviamo… questo non vuol dire che abbia un origine “meta-fisica”. E’ “fisico” anche ciò che non conosciamo ancora e che segue un paradigma differente e sconosciuto. Che senso ha allora la critica della “meta-fisica” se non si sa ciò di cui si parla, in quanto illeggibile dal nostro pensiero ed apparentemente estraneo alla nostra stessa vita? E’ forse una critica dell’al di qua… di certe idee e sistemi filosofici che insistono nel cercare un senso pieno a questo mondo. Ancora non si è inteso lo strappo che comporta essere “eccezionali”, “presi fuori”, da un altro paradigma che non conosciamo, ma che si muove che è una bellezza… Quel che io dico è che siamo preveggenti e profeti e non ce ne accorgiamo perché diamo per scontato che il movimento del nostro pensiero (che a sua volta non è che un movimento) cada sotto l’egida delle leggi spazio-temporali.

L’alchimia nel suo doppio movimento di “spiritualizzazione della materia” e “materializzazione dello spirito” e, soprattutto nel considerare la materia come “materia densa” e lo spirito come “materia sottile” è già al di là del pensiero occidentale, che divide la “natura” in corpo e spirito, per giungere infine con Derrida, suo ultimo filosofo, a rinviare, differenziare e complicare il più possibile… Per di più l’alchimia dà vita a delle sfere di influenza energetica sulla materia sottile, che possono essere ec-cepite e discusse tra alchimisti… L’Arte è proprio qui. Spingere verso l’ec-cezione… spostare con un soffio le regole e i codici (farle giocare con un “fuori-paradigma”) che, raccolto l’emblema (=”ciò che è gettato dentro”), risponderanno in modo nuovo e imprevisto. Dirigere queste eccezioni e questi movimenti imprevedibili è sempre stato il cruccio e la speranza degli alchimisti.

Inoltre, non sono soddisfatto dal definire un “oggetto” in base alla differenza con tutti gli altri. Questa rete o “struttura di rimando generalizzato” che si costruisce e decostruisce ed è sempre esposta al travaglio della sua complessità, somiglia tanto alla politica italiana. E non mi pare accettabile come modello. Come è successo per tante avanguardie, le idee migliori, le più innovative e rivoluzionarie vengono inglobate e neutralizzate dal sistema dei poteri. Niente di più “derridiano” dell’attuale economia finanziaria, delle politiche decostruttive-costruttive dei governi, dell’indecidibilità delle posizioni politiche… delle crisi-ristrutturazioni, della riforma permanente delle istituzioni… E’ finita l’epoca dei lumi, della certezza del Diritto e del trionfo dell’Uomo, ma quest’altra, che genera crisi e soggettività debolissime e incerte (facili al raggiro), non mi piace ugualmente…

Sono convinto che un pensiero venga delimitato dall’ambiente e fissato dall’energia emotiva (relazionandosi a percezioni e immaginazioni), scrivendosi con un linguaggio analogico di rassomiglianze e non si produca per logiche differenziali (una foglia non è un albero, non è un animale, non è un minerale, non è un triangolo, un’ellisse, ecc…) se non in un successivo scartare per meglio ascoltare ciò che sovviene. Non è questione di pensare “né… né”… né questo, né quello, ma la sorpresa in positivo della rassomiglianza… Le classi, le categorie, gli archivi, i codici, vengono giocati a dadi e restituiti come previsto o secondo modalità diverse, sorprendenti, “eccezionali”… Ragioniamo un po’ per caso e un po’ per necessità. Un po’ per imprevisti, un po’ per strutture consolidate, percorsi già tracciati e ripetuti finché la memoria (cerebrale o scritta, storica) li mantiene in vita. Non c’è pensiero che non sia legato alla vita. Anche il più astratto dei pensieri non può dissociarsi dall’essere seduti a pensare e dal maggiore afflusso di sangue al cervello… né, per me, dalla sedia a sdraio a righe verdi dove leggevo Derrida… Dove sono in questo le categorie, le classi e le sottoclassi e le strutture del pensiero? Puf!… svanite… solo tante immagini, suoni, sensazioni e… frecce a bersaglio prima di essere scoccate.

L'ottava delle "Dodici chiavi" di Basilio Valentino

Nella scienza (?) che avevo annunciato, l’analogica, e nella psicanalogica, sua ovvia branca che studia (“fisicamente”) il movimento del pensiero e dell’anima, risiedono i principi di un nuovo discorso, emblematico, che nasce per negarsi alla logica dell’identità e della verità (non più struttura architettonica, pensiero-strumento, ma libera deriva di associazioni ed esperienze, aperta a ciò che viene e sovviene)… per non dilazionare più la vita, ma per assecondarne sempre il movimento. Incompatibile con qualunque “teoria” (sfilata, processione) di idee che presuma di farsi sistema e scienza delle risposte definitive…

Non c’è pensiero che non sia esperienza.

…E lei, somigliante e differente, mi dice: “Io sono te”.


P.S.: Scopro solo ora (è il 9 ottobre 2008) l’esistenza di un seminario-blog su Derrida qui su splinder [n.d.r.: che nel frattempo ha chiuso], in particolare su un suo scritto (“La metafora nel testo filosofico”) in cui posso rintracciare diversi spunti di grande interesse. Non sono affatto d’accordo invece sulla perentoria affermazione derridiana: “Non c’è alcun fuori testo”. S’è garantito il suo titolo di professore… Tutto testo, tutto complicato, tutto usurato all’infinito… che tristezza entropica (nel tropo). Molto meglio il Nastro di Moebius II di Escher… ove si passeggia amabilmente tra il dentro e il fuori in compagnia di formiche rosse:

Forse un po’ troppo perfetto nella sua anomalia… ma decisamente divertente.

Il “fuori” cui io alludo è dentro in ogni istante, animalesco e fulmineo.

P.P.S.: Altrove, commentando “Corpus” del suo allievo Nancy, Derrida scrive: Psiche, insomma, è la piegatura di un divenire dentro del primo fuori”. Detto così pare quasi una cucitura, una tessitura… un testo appunto. Che noia… Ma non è meglio una fonte? non origine, ma azione dello scorrere, che “getta dentro” e che e-siste solo in virtù del dentro… Dal dentro verrà scoccata di nuovo la freccia alla sorgente. Che ripete all’infinito ciò che sarà stato… con le opportune eccezioni che ne svelano l’inganno e il carnevale. Non è mai del tutto così. E’ un gran giocare di paradigmi e geometrie (anche non euclidee) simultanee, rassomiglianti e non coincidenti… E ora provate ricucire!…


D.e A.D. – decentralizzazione e anomia dividualista (ex D.A.I.)

 (“L’uomo rotola via dal centro verso la X”.
(Friedrich Nietzsche)

Aggiunta del 1 marzo 2013. La D.A.I., viste le ultime ricerche e ipotesi sul dividuo, è diventata DeAD – decentralizzazione e anomia dividualista. Si prendono in tal modo le distanze anche da una tradizione (individualista di qualsiasi tipo) in cui non è più possibile riconoscersi (dato che, a quanto pare, non ci sottrae dai rapporti sociali che ci imprigionano).

Quanto all’anomia (oltre al rifiuto della chiusura che l’auto- di “autonomia” implica) è uno sberleffo alle tesi di Durkheim al riguardo… è la macchina ludica delle “periferie” e delle pratiche produttive e riproduttive che rifiutano il centro, contrarie appunto al nomos (come all’identitarismo, all’universalismo, al territorialismo) e favorevoli al gioco delle regole, alla ricombinazione delle relazioni tra insiemi di dividui al di là della divisione del lavoro o attraverso di essa.

simbolo della Decentralizzazione e l'Autonomia Individualista

Aggiunta del 12 marzo 2013. La D. e A. D. (Decentralizzazione e Anomia Dividualista) discute le premesse e le regole di una sorta di GRV (“gioco di ruolo dal vivo”… con spunti da LARP o da Nomic…) che orbiterà attorno a due istituzioni provvisorie principali:
– le utòpie (nome provvisorio e casuale delle note dei muncipi virtuali – divisibili in due, tra i contraenti, come l’antico symbolon – che regolano gli scambi secondo principi mutualistici, che contrassegnano il tipo, la qualità e il tempo di lavoro… e che costituiscono un patto politico dividuale oltre che un mezzo di scambio o un accordo di produzione, distribuzione, consumo – ricongiungendo in tal modo la separazione dell’economico dal politico. Lo scambio e la registrazione delle utòpie , o p.d.t. – perdite di tempo – viene regolato, mediante una sorta di gioco a livelli crescenti di coinvolgimento e complessità, dai municipi virtuali)
– i municipi virtuali (…deterritorializzati e anti-identitari…  sono istituzioni-software, calibrate collegialmente, atte a regolare e pianificare l’attività di un gruppo di dividui aventi come finalità strategica la decentralizzazione di poteri, energie e risorse e l’autonomia e autosufficienza degli stessi municipi – da munus + cipium, “ricevere un dono, un incarico, un servizio, un prodotto, un’opera, ecc” – vedi i significati latini di “munus” anche qui – con l’impegno volontario di ricambiare e partecipare; differente dal senso del “com-munis”, del mettere in comune, accentrando, regolando con la forza della necessità lo scambio dei beni… dal valorizzare e porre l’isituzione al di sopra delle volontà dei singoli in/dividui istituenti).

Seguono i primi spunti dell’idea originaria…

A proposito del nuovo simbolo. Ho scelto colori che vanno alchemicamente dalla nigredo all’albedo (meglio un’ispirazione lunare e non-violenta, ma con una punta di corrosiva acidità, la freccia) e che indicano in modo inequivocabile la forza centripeta del movimento… ritratto di Alcuni potranno trovarvi la citazione della “giduglia”, la spirale disegnata sul ventre di Padre Ubu… altri l’eccentricità di alcune armonie naturali chiaramente osservabili nelle conchiglie o nelle galassie… altri una irresistibile attrazione, contrario della “logica stringente”…
Lascio qui sotto, invece, la spiegazione del precedente simbolo, per meglio comprendere la genesi del logo e i commenti che seguono al post… La rimozione del profilo di Stirner, oltre che per motivi squisitamente estetici, è anche dovuta ad una certa insofferenza nei confronti dei predecessori, che, per definizione, è meglio che rimangano nei loro libri. Altro importante motivo è che  una premessa essenziale della presente idea “politica” è la imprescindibile critica dell’identità e della metafisica (che va da Nietzsche a Derrida) e dunque anche dell’esaltazione dell’Ego così cara a Stirner. La verità e la metafisica (le ideologie e le religioni che vogliono un pensiero unico, fondante) sono ancora peggio delle strutture economiche che hanno ispirato… Non credo che l’uomo debba cercare un’unica logica. E’ semmai costretto (anche dalla sua stessa “natura”) a dover praticare più logiche, cambiare idea, confrontarsi o distrarsi… e  seguire paradossi, infiltrarsi e contaminarsi.
Mi concentro sulla spirale (per uscire dalla storia, dalla dialettica e dall’incubo illuminista…). Come un neutrino che sfugge ad una supernova.

La D.A.I. (Decentralizzazione e Autonomia In/dividualista) propone una forma di federalismo esasperato, volto alla progressiva scomparsa, oltre che degli apparati centralizzati dello Stato, della Società (intesa come astrazione sovra-individuale, mitologema fondante) per nuovi progetti di co-esistenza basati su un “accordo politico“, piuttosto che su un “contratto sociale”, tra individui energeticamente e politicamente autonomi.
Una sua premessa teorica (a differenza del socialismo, del comunismo o del cristianesimo e del Mulino Bianco) è il “pessimismo antropologico”, che ritroviamo in pensatori come Hobbes, Machiavelli, ma anche in scrittori come de Sade e Lautréamont.

L’uomo non è “buono” per natura. La sua inclinazione alla prevaricazione rende quest’ultima la tendenza generale della società, che è la somma dei singoli in/dividui, per il solo fatto di essere possibile… Così chi si afferma nella società sono solo i “cattivi” (dal latino “captivi”=prigionieri… di una società – il fantasma preferito della convivenza umana – che ne asseconda e ne amplifica le inclinazioni perniciose). Si può dunque dire che la società è intrinsecamente “cattiva” e incapace di esprimere una giustizia che rispetti tutti gli in/dividui nella loro singolarità e specialità, poiché in realtà afferma il principio contrario. Quello di una norma generale che si ispira a presunti valori universali. La DAI, riconoscendo il “male” come costitutivo dell’uomo e della società (ma non esaltandolo in alcun modo), sostituisce la legge morale “Ama il prossimo tuo” dell’era dei Pesci con il più realistico invito a “Non nuocere agli altri” (in/dividui o viventi che dir si voglia). Critica aspramente tutte quelle ideologie volte a considerare le società come superiori all’in/dividuo e fautrici del suo bene. E inoltre tutte quelle religioni che inneggiano acriticamente e ipocritamente all’amore reciproco come unica legge morale. Per la DAI il senso della responsabilità ed una progressiva educazione alla libertà in/dividuale e al suo valore, determinato da nuove regole di scambio e convivenza, dovrebbero bastare a bilanciare le tendenze alla prevaricazione. Tale “pedagogia” potrà essere messa in pratica da scuole, laboratori e gruppi di in/dividui liberi (soprattutto dal ressentiment).

La DAI intende sostituire gli accordi politici in/dividuali alle Società e ai poteri centrali. Intende rimpiazzare il diritto (borghese, nato dalla Rivoluzione francese) di essere un “cittadino” con la possibilità di essere un “in/dividuo”, un “vivente”, libero e rispettato anche al di fuori delle logiche statali e nazionali.
In un contesto di dissoluzione dei principi che hanno fondato le democrazie liberali, di violazione programmatica del diritto internazionale, di messa in discussione delle norme costituzionali e della forma-stato, la DAI cavalca l’onda del cambiamento, piuttosto che attestarsi su posizioni giacobine di più di due secoli fa… che suonano come restauratrici e reazionarie (vedi i partiti e i molti movimenti a favore del “cittadino” che nascono sempre più numerosi). Non difendiamo né il diritto, né la prigione…

DECENTRALIZZAZIONE va intesa come allontanamento sia dai poteri centrali che dal modello energetico centralizzato. E anche dal modello bancario centralizzato. Come da quello architettonico, urbanistico… La DAI respinge l’idea di centrale. Invece di centralizzare tutto il potere (poteri centrali), l’energia (centrali energetiche), il denaro (banche centrali) e  le informazioni (nei database delle centrali informatiche), si dovrebbe tendere a non superare di molto la misura dell’in/dividuo. Devo poter toccare e conoscere chi amministra e accumula. Devo poter partecipare alle decisioni che riguardano la mia stessa sussistenza. Devo avere io stesso, eventualmente, questo potere (dividuabile, de visu, prima che individuale). Questo processo di decentralizzazione rappresenta un’istanza e non importa quale apparato possa essere considerato provvisoriamente più idoneo… purché si tenda a far coincidere il potere (inteso come principio di responsabilità e  rispetto oltre che come possibilità e capacità) con l’in/dividuo. Decisioni collettive nelle mani di ognuno. Niente elezioni e principio di delega. Si intende tracciare una via. Che dovrebbe condurre ciascuno a chiedere il minimo sforzo possibile ad altri in/dividui. E tendere all’autonomia…
AUTONOMIA energetica e autonomia, sperimentale e concordata, dalle Leggi, cui vanno affiancate (o che andrebbero sostituite con) delle più snelle e revocabili regole del gioco. Le Leggi (anche “costituzionali”) delle attuali democrazie sono contratti (anche millantati, non scritti come nel caso del “contratto sociale” e ad ogni modo mediati in modo troppo articolato e tramite deleghe troppo dilazionate per non risultare in realtà unilaterali) temporanei e convenzionali tra più insiemi di in/dividui (che altri chiamano classi)… e possono essere considerate come giuste nella misura della convenienza complessiva della moltepliclità degli in/dividui che ne riconoscono una qualche importanza o che vi sono sottomessi. Se nuocciono a troppi, o comunque nuocciono (com’è scontato) a coloro che non l’hanno redatta, non sono leggi giuste e perdono di legittimità e di forza. Nessuna legge è comunque legittima se non per convenzione (Diritto)… e, soprattutto, per Forza. Insomma il mitologico e fantomatico “contratto sociale” è una finzione tattica per dominare l’insieme complesso degli in/dividui, stipulato da una classe che domina degli insiemi… Per ridurre al minimo il rischio di interazioni conflittuali e favorire la tenuta degli insiemi, in assenza di una Legge e in presenza di un municipio virtuale deterritorializzato, decentralizzato e diviso secondo il volume e la sufficienza degli accordi, con delle regole del gioco valide tra chi le condivide, dovrebbe essere garantita come regola iniziale ad ogni individuo l’autonomia della produzione e degli scambi e la possibilità di istituire una serie di accordi politici in/dividuali regolati collettivamente, in senso municipale e tramite software decentralizzato (di un “hardware” da riprogettare). In questo senso la tecnologia (anche digitale) potrebbe essere intesa in senso virtuoso, invece che come strumento di dominio e sfruttamento da parte di un potere centrale. Così come, sul piano dell’esistere (ove si territorializzasse), le abitazioni dovrebbero essere costruite per far vivere autonomamente (con laboratori, fabbriche, orti, piantagioni e mezzi di produzione, anche di energia, a disposizione di tutti) il minimo numero possibile di in/dividui, ecc… Il consumo superfluo, distruttore di risorse, dovrebbe essere rimpiazzato da pratiche di s-valorizzazione come le feste, l’arte, ecc… (che possano creare spazi di potlach e libertà carnevalesca anche dall’equilibrio di bilancio continuo che richiederebbe il munus degli accordi politici in/dividuali).
E’ chiaro che queste due direttive non sono realizzabili nell’immediato, ma come ho detto, tracciano una linea di tendenza… che passa innanzitutto per un mutamento spirituale, per percorsi cognitivi singolari e differenti che prendano le distanze dalle falsità delle religioni e di alcune ideologie para-religiose e dogmatiche. Fine del contratto sociale, dell’Illuminismo e del sogno del “buon governo” (non esiste!). Fine della divisione del lavoro. Siano favorite le eccezioni, sfavorito il pregiudizio e il mimetismo. Al centro dell’attenzione ci siano l’in/dividuo e la sua autonomia. E la varietà del mondo. Una struttura decentralizzante estremamente capillare, simile ad una rete o, piuttosto, a un labirinto, con snodi centrali sempre più piccoli, svincolabili ma non isolati (con una comunicazione “da punto a punto”), dovrebbe garantire la complessità dello sviluppo collettivo e la qualità degli scambi. Nell’ibrido immediato sarebbe auspicabile la sburocratizzazione e la detassazione del lavoro autonomo (inteso anche come progettazione dell’autonomia dal lavoro salariato) e di nuove forme “societarie” o “associative” non padronali o a vocazione imprenditoriale ancora da istituire (che operino specialmente nel settore produttivo, alimentare, manifatturiero e della distribuzione)… La liberazione dalle retoriche identitarie, territorialiste e nazionaliste… La costituzione parallela del mutualismo sotto forma di municipi virtuali” e di un nuovo paradigma del denaro (inteso come “accordo politico in/dividuale” in luogo di “equivalente generale della merce”, che la D.A.I. chiama “utòpie”, moneta divisibile in due come l’antico symbolon)… Finanziamenti alla ricerca (o autogestione della ricerca) nel senso dell’autonomizzazione energetica e alimentare di ciascun dividuo (energie alternative, accumuli di scorte energetiche locali, diffusione dei mercati alimentari a vendita diretta, ecc…). Accanto alla ripresa e alla radicalizzazione di una nuova forma di resistenza dei viventi contro le politiche neo-liberiste, la mercificazione globale e la società del controllo tecnocratico e mediocratico.
C’è un immenso lavoro di distruzione da compiere. Anche se, molto probabilmente, il capitalismo ci sta già pensando da solo ad annientarsi… Il suo progetto di espansione globale fallirà in pochi decenni. Nel frattempo occorre rimpiazzare un po’ alla volta, con nuove relazioni, i rapporti di produzione e il deserto che avanza, sottrarci al lavoro dipendente e non far funzionare più la fabbrica ideologica della società. Fare di tutti noi degli in/dividui singolari e non ricattabili… non più prigionieri di costruzioni mentali e architetture discutibili…
C’è un immenso lavoro di riciclaggio delle materie e delle idee, reinvenzione, alchimia, mutazione e bricolage da compiere.
Ognuno resti al suo posto, piuttosto che innestare reazioni a catena già scritte e prevedibili, e “decostruisca” ed “eccepisca” il suo mondo più possibile.

NO FRENCH REVOLUTION.

Libertà, Uguaglianza e Fratellanza
diventano
Responsabilità, Rispetto e Giusta Distanza.