videomaker, fotografo, musicista e sound-designer

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“Ogni promessa è debito” | un’esegesi eretica.

 

- Ti prometto che avrai un’identità, che sarai un individuo, una persona anche tu! ma sappi che, se non vi riuscirai (o se vorrai riuscirvi), dovrai contrarre un debito col signore (un qualsiasi signore, anche anonimo e in formato meccanico, digitale…) e non sarai degno di lui finché, proprio come una puttana nigeriana, non l’avrai estinto!

Così dice il padre delle moltitudini, l’Abrhamo maledetto… Peccato che il debito sia strutturato in modo da non estinguersi mai, dato che si tratta della potentissima evocazione del fantasma del valore. “Perché io valgo”… come il salvato dalle acque… acque che tutto mescolano (e che comunque fertilizzerebbero…), che vanno separate con simboli fallici eretti ad ogni pie’ sospinto (il bastone-serpente di Mosè, la colonna di fuoco durante l’esodo, ecc…), per portare gli esuli, i fantasmi del valore, nella “terra promessa” (il Denaro, la terra fantasma di un promessa mai mantenuta ).

Passeranno decenni prima che si estenda e sia comprensibile a molti la critica (non solo quella, più “tradizionale”, dell’identità e dell’universalismo, ma anche) dei processi di individuazione e del concetto (così poco di-vertente) di individuo… o che la Persona sia presa per il simulacro (la menzogna tattica) che è: il maledetto Terzo (che sovrasta con violenza l’incertezza inquantificabile dell’io-tu, delle relazioni senza vertice), il Denaro, l’equivalente generale di tutte le cose (anche profeticamente) mercificabili… il linguaggio che continuiamo a balbettare come scimmie estraendo un po’ più di senso, un po’ più di sperma (o di squirting, di eiaculazione fantasma) di quanto si possa sopportare… Più probabilmente parliamo di piscio, sangue e merda. Consumo, scarti, morti.

Elogio del divorzio

…considerazioni che potrebbero seguire a Per l’abolizione del matrimonio.

Il matrimonio non ha niente a che fare con l’amore, ma solo col patrimonio e con i figli cui si intende trasmetterlo. Successioni… sono “cose che succedono”… nessuna ierogamia o congiunzione astrale o cerimonia di “personae” può pretendere di nasconderne il contenuto reale. È il tentativo malriuscito di naturalizzare un rapporto sociale, tra soci, un rapporto economico-politico, giuridico, benedetto dalla legge. È la violenza della legge sui corpi, che può più o meno essere interiorizzata: prostituzione a vita, come modello di tutte le altre prostituzioni. Nulla a che fare con il “di-vorzio”, che, etimologicamente, viene dal latino “di-“ + “vertere” (=allontanarsi in altra direzione)… che intenderei anche come “di-vertimento”, di-versità, di-versione, ecc… Dunque oltre ad essere contro l’istituzione del matrimonio, sono decisamente a favore del divorzio, anche se non si è sposati. Il “di-vorzio” è una condizione esistenziale che ci accompagna a vita: ci si separa dal seno materno con un rigurgito, con re-pulsione… e si procede così fino alla morte (quando è la vita stessa a divenire re-pellente), per scarti successivi, diversioni frattali, come l’asina di Balaam, ma senza bisogno di angeli o demoni che si mettano di traverso. Non c’è una linea retta, divina.
La massa è finita. Andate a zig-zag.

Se divenissimo un gas, agitato dal moto browniano dei suoi atomi, solo la musica potrebbe modularci. Lievi pressioni, seguite da movimenti elastici… onde… Nessun principio, nessuna fine. Io sòno

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Metonimie

Le “cose”, si sa, si capiscono solo alla fine. Perché non ribaltare queste “cose”, capendole sin dall’inizio, scambiando il futuro con il presente-passato, gli effetti con le cause?

 Intermezzo di metafore

Nel frattempo le “bombe d’acqua” e i “mostri in prima pagina” del mainstream servono solo a nascondere, per esempio, la pioggia di bombe in est Ucraina (e prossimamente in Iraq) e i mostri tutti interni alle coscienze occidentali… a cominciare da quelle dei “padri di famiglia” in crisi (psicotico-economica) o di altri agenti sociali, individui colti da raptus “meteorologici” che sembrano accadere per destino, non perché siano i semplici esecutori semi-umani di una macchina di sterminio.

Economia degli affetti (un’allitterazione e un ossimoro)

Mi chiedo (tra norma e libertà, tra formalità e informalità, tra rapporto e relazione, tra immaginario e simbolico) se sia possibile distinguere tra affetti e affettazione
Forse è meglio assecondare (solo tatticamente) la tendenza sociale ad essere affettati, ad essere degli attori… lasciar parlare il calcolo (lo stretto indispensabile… solo per meglio dissimulare l’incalcolabile, la dismisura di relazioni assolute, senza vincoli… quelle che nessuno degli androidi in giro capirebbe o ci consentirebbe di praticare pacificamente… e che dovremmo imparare, intelligentemente e strategicamente a progettare, moltiplicare, modulare…).

Barriere coralline

Non abbiamo bisogno di istruzione, educazione, scolarizzazione, colonizzazione, alfabetizzazione, ammaestramenti, ordini, ammonimenti, controlli, quanto di capire, intuire, sapere, annusare, ascoltare… Il disCRImine tra i due insiemi di termini è il CRInale della CRItica, che separa (in modo, ahimè, conflittuale e ambivalente) ciò che è istruzione (fondamentalmente militare o militarizzata), da ciò che può LIBerare la LIBido delle intensità inespresse (purché già complesse, regolate, modulate, giocabili, dividuali), contro il carcere sociale (totalitario, umanista, universalista, identitario, ecc…). Il crinale della critica è però effetto di conflitti magmatici, che fondono le convinzioni e le convenzioni più pietrificate, esponendole a sollecitazioni telluriche che le frantumano, sottoponendole a pressioni inimmaginabili e a influenze cosmiche del tutto invisibili per chi ha memoria troppo corta, come gli umani… che si accorgono di tutto ciò che si AGita e AGisce nell’AGone sotto i loro piedi solo quando, di tanto in tanto, erompe in eruzioni vulcaniche, che accelerano, sempre troppo poco per una vita media, il mutare del paesaggio, dell’habitat dei loro habitus… o quando dei corpi celesti, più di rado, precipitano al suolo, devastando questo mondo del tutto o quasi.
Nel breve, si può giusto contare sull’erosione e sulle nicchie, sul moltiplicarsi delle bolle invaginate in superficie o in profondità… (ma anche sulle loro trivellazioni, gallerie, sostanze inquinanti, radioattive… sulla loro idiozia e autodistruzione, sulla crescita esponenziale di “lavoro morto” e “denaro morto”, che dovrà pur avere un limite, quando farà danni tali che si dovrà auto-squalificare prima di cedere definitivamente il passo, di liberare le bolle, le nicchie della loro costruzione bacata, senza che le macerie impediscano ad altri di vivere…).

zoanthus

La speranza è l’ultima a morire (purtroppo…)

Chi di speranza vive, disperato muore
(mio nonno)

La peggiore delle attitudini umane, la droga più potente… quella che fa avere le traveggole, fa credere alle allucinazioni, sbilancia la realtà verso un solo lato, la fa collassare verso un centro che non c’è… cerca di porre fine a qualcosa che fine non ha… è solo una funzione del tempo in cui sono immersi i viventi, l’attitudine ad una falsa preveggenza, che prevede, individua, solo il presente-passato, predestina tutti ad un destino miserabile di imbecillità generalizzata, cancella il futuro, invece di accoglierlo… Saremo sempre senza speranza, disperati. Possiamo giusto avere una certa grazia, frattale, geometrica, simmetrica… avendo dentro al contempo la disgrazia, la distruzione delle forme, il caos, l’asimmetria.

A-venirei -getti nei sog-getti e negli og-getti… variamente condensati, rappresi nel fondo del vaso di Pandora.

- Fuggi, fuggi, Speranza…

P.S.: Inventeremo una nuova lingua fatta di lacrime, che chiameremo “desperanto”.

To be a roll and not to rock

…ma potrebbe anche intitolarsi: unstabilized vs steady.

Esse est percipi aut percipere.
 (George Berkeley)

A proposito di visione periferica, cui si accenna oltre: fissando uno dei quattro punti arancioni, dopo pochi secondi, gli altri scompariranno dalla vostra vista.
Questo perché la visione periferica non è in grado di rilevare molti dettagli e predilige il catturare il movimento.

Facciamo così… cambiamo titolo…

FUORI QUADRO

Sono le nostre percezioni a non avere uno scorrimento verso il basso (eccetto quando stiamo cadendo) o un oscillazione nell’interpretazione neurologica delle percezioni così repentina come nelle riprese “mosse” e nel montaggio frenetico (massimo un secondo prima del taglio successivo) di tanti film d’azione, per esempio… Queste due variabili (blogroll o riprese “mosse”) dipendono solo dal quadro (il frame che incasella, cataloga e scherma tutto il resto). Basterebbe rompere con le cornici e i frame, esercitare diversamente e consapevolmente la vista, per liberarsi di questo condizionamento cognitivo. O sviluppare strumenti meno compatibili con l’ideologia dominante.

Perché “su” dovrebbe essere più cosciente, aggiornato, presente, attuale? mentre “giù” è il luogo della memoria, della dimenticanza, delle tracce che (si) cancellano? Perché quando mi sveglio ho la netta impressione di riemergere e, al contrario, quando mi addormento, mi sembra di sprofondare nel sonno? Mi pare un po’ limitante… non sono un sub-iectum.
Perché oscillazioni repentine e tagli continui del flusso percettivo dovrebbero comportare concitazione, surplus emotivo, ecc.? Tutto ciò avviene nella realtà continuamente, ma l’assenza di quadro, quando non stiamo davanti ad uno schermo, rende  molto meno preoccupanti certi movimenti precari e incerti (come anche la cecità intermittente dovuta alle saccadi…).

Dunque, relax

P.S.: La tecnologia attuale (sempre attenta a prevenire e sussumere il possibile sovvertimento dei suoi paradigmi e dei suoi programmi) tende ad estendersi al di là della cornice e del quadro (o estendere il concetto di frame per meglio mascherarlo) con i nuovi schermi avvolgibili, che potenzialmente avvolgono lo spettatore a 360° costringendolo ad una visione sempre più simulata della realtà (così non sfugge neanche la visione periferica!)… Ancora più spinta l’idea totalmente spettrale delle teleconferenze con ologrammi… e del molto probabile  sesso con ologrammi prossimo venturo…

Sulla libertà, il corpo e la pro(i)stituzione

alcune riflessioni seguite alle polemiche tra femministe cui accennavo nel post precedente

La libertà

Cos’è la libertà? Delle potenzialità, delle aperture, delle intensità, del disordine. Tutto ciò che vive (e non) in questo senso è libero. Non ha a che vedere con la “natura”, con le relazioni (sogno di una cultura e di un civismo dei rapporti sociali, che in tal modo si fondano, considerando tali fondamenti sempre cosa buona e giusta, immacolata, socievole, amorevole… molto erroneamente, dacché si tratta di relazioni informali spesso violente…) che producono spazi di libertà (di gioco imprevedibile) solo a tratti… Per il resto sono fantasmi di leggi sistemiche (fantasma) che si aggirano instancabili tra gli insiemi (tra “ciò che si somiglia”, tra “simili”), che si insinuano tra “sé” e “sé”, confondendo strategicamente entrambi i doppi separati dallo specchio (“reale” e “immaginario”) in una cosa sola (un segno, un corpo) da donare (o vendere, comunque a poco) alla Grande Macchina del Terzo… Prima semplificazione, cattura, campionamento di “sé” (“selfie”, per gli amici…) per poter meglio speculare… (creare cioè una destinazione, un destino, o una scelta tra limitate possibilità, un libero arbitrio tra i vari segnacoli umani, tra le varie merci su due gambe).

Continuate pure a speculare. Non stiamo (le nostre potenze) né nel rapporto (simbolico), né nella relazione (immaginaria) che ci fa ri-conoscere allo specchio/schermo…

Il corpo

Il corpo non è “mio” (del mio presunto io o coscienza extracorporea), nel senso che sono materialista, diciamo, e non sopporto che qualcuno, un sub-iectum, pensi di poterlo “gestire”… secondo criteri aziendali, normativi o emancipatori: è già libero e senza confini precisi.

La pro(i)stituzione

Tutto un levarsi di diti medi, gesti della fica piccati davanti agli sforzi argomentativi e pedagogici delle “professoresse”… Ok, ma dopo lo sberleffo? Se non riesce il ruolo figo di “attention whore” (scorciatoia mediatica effimera per non parcheggiarsi nel ruolo pedagogizzante e culturale delle conferenziere, più posate e attempate), non resta che vendersi per davvero come semplici “whore”… come si continua a fare più o meno tutti in fondo… facendosi (fare) un mazzo tanto, chi più chi meno.

C’è chi si fa sussumere le “lotte” per il “comune”, chi la filosofia della “differenza”, chi le istanze libertarie dei corpi… alla fine una sola Grande Macchina veicola e scambia flussi di bit e tracce infinitesimali di profitto, senza essere scalfita neanche un po’…

Per me va capito come articolare (in un gioco non binario, il meno computabile possibile) una sorta di macchina incomprensibile (con contenuti non contenibili dai contenitori di contenitori) ma funzionante (il cosmo intero sembra funzioni così… solo i miei contemporanei sembrano tutti ostinarsi a remare contro, con stratagemmi evidentemente destinati al fallimento).

Sputate su Hegel (ma anche sull’ontologia sociale!… e sull’ontologia in generale! che sia “io”, “mio”, “individuo”, “società”, “social network” o quello che vi pare…).

Volano gli stracci…

(Con)siderazioni che seguono ad un acceso dibattito in rete: qui e qui… cui, in un certo senso, sento di aver già partecipato senza partecipare, concettualmente: qui, qui e qui, per esempio. 

…tra un certo femminismo libertario (che continua ad usare termini come “liberazione” e “autodeterminazione” dei corpi, ecc… rivendicando dunque una presenza pura, libera da ombre, che ci sono per tutti e sono evidenti con frasi come “il corpo è mio”) e talune “comunarde”  (in particolare una sostenitrice della polemica di  Ida Dominijanni che ha scritto nel recente passato, con qualche traccia di pregiudizio di genere, di “femminilizzazione del lavoro” come sinonimo di svalorizzazione, precarizzazione e ha sostenuto il lavoro di cura – ancillare, dei famigli? – come punto di partenza per una pratica del “comune”) sono volati gli stracci (su FB… ma sullo sfondo ideologico si sarebbe persino potuto intravedere il solito match anarchismo-marxismo in una delle sue innumerevoli declinazioni…). Da quest’ultima parte si rispolvera la “jeune-fille” di Tiqqun (come se si trattasse davvero di una questione più di corpi femminili che di monete viventi klossowskiane, di tutti noi), si enuncia un malcelato moralismo con nostalgie per un’origine “pura” o spuria (quella dell’essere sociale marxiano, ora riproposta nel tormentone negriano del “comune”), si agita la bandiera dell’eterna alternativa al capitalismo-patriarcato (sempre e comunque “dentro e contro” – magari col culo al caldo – senza modificare di una virgola l’esistente…), dall’altra si ode un insano giubilo da prostituzione generalizzata (di liberazione sì, ma dalla paradossalità situazionista o lyotardiana… troppo complessa per l’orrida comunicazione mediatica che ci processa, ci riduce ad icona…). Una volta Mark Stewart dei Pop Group urlava disperato “We are all prostitutes”… oggi si celebra felicemente questo trionfo non già del godimento che può produrre la giusta mercede della propria prostituzione, ma del rapporto sociale divenuto rapporto mercantile e acquisito come un dato di fatto… La dimensione lavorativa con relativo riconoscimento sociale feticizzato, che ad esempio è ferocemente attaccata dal gruppo Krisis, insieme al Valore, viene addirittura rivendicata per includervi pratiche di mercato (considerate ancora borderline) come la prostituzione… ormai tracima anche nelle definizioni, come quella di “sex worker”… purché non si tocchi (per davvero!) il sacro della Famiglia, della Cura, della relazione di reciprocità, del “munus” socialista, della socievolezza, del “volemose bene”, dell'”ammore”, del russoismo, che risorge sempre nei “mondi migliori” che ci si figura e per cui si “lotta”… (e lo dico da “munista”, che però riconosce la necessità di regolare con nuovi giochi ciò che si immagina spontaneo, non certo lasciando fare a dinamiche sociali, che sono in qualche modo un gioco naturalizzato, sclerotizzato, con i soliti attori individuali, sociali e familiari…). Sono convinto inoltre che sarebbe ora che il capitalismo compia lo scempio finale… La vera “liberazione”, “emancipazione”, è la liberazione di tutta la forza dirompente del capitalismo, quella che spezzerà del tutto le relazioni fuori mercato, comprese quelle familiari e familiste alla base della riproduzione sociale… Ecco perché diffido particolarmente della parola “liberazione” quando non è contestualizzata o è accostata a robe come i “diritti individuali”, quest’orrore insieme proprietario e metafisico, base concreta e astratta della “società” (a sua volta creatura storicamente determinata che è solo falsamente contrapposta alla politica economica capitalista, liberale) o viene intesa come liberazione dei corpi, come se il patriarcato o anche la biopolitica fossero dei mostri estranei ai discorsi e ai corpi che parlano e (si) dibattono… Sarebbe meglio parlare di decontaminazione, de-capitalizzazione, comunque di un processo che non è gioioso, speranzoso, baldanzoso, semplice, mediaticamente comunicabile, ma è complesso, richiede inventiva, costruzione, impegno, perseveranza, ostinazione, perfino un po’ folle… e che spesso conduce a vite miserevoli, vista la situazione contemporanea e la forza, per ora preponderante, del totalitarismo democratico, che propaganda incessantemente il suo mondo felicemente feticizzato con ogni mezzo. Inviterei a non farsi illusioni… Semplicemente, non ci si libera proprio di niente. La re-pulsione e il rifiuto di collaborare possono essere dei buoni punti di partenza…  non certo l’attuale produzione di discorsi fini a se stessi, in rete, senza pratiche, strumenti, mezzi di produzione, scambio, diversi da quelli che usano tutti… gentilmente forniti dai carcerieri. Così, in un modo o nell’altro, qualsiasi discorso viene sussunto, mentre il Capitale continua a leccarci la schiena o ad abitare la nostra pelle… “splendido” come un cancro o un’immagine photoshempiata… come questa…

19/5/2014

Il dibattito continua

“Paradossalmente, nel contesto biocapitalistico in alcuni casi trasgredire la norma può essere adeguato alla reificazione del soggetto, contraddicendo qualsiasi presunta dinamica di liberazione”.

Ancora si parla di “reificazione”?… di riduzione a cosa, a oggetto? Il timore che esprime qui Cristina Morini ha dell’anacronistico… con una certa nostalgia del “soggetto”, con una necessità (da parte di chi? di quale istanza? di quale composizione? di quale comando “rivoluzionario”?) di fare ordine in quel “femminismo libertario” che si agiterebbe “scompostamente in rete”“Tutto si gioca tra libertà individuale e libertà collettiva”, sostiene… riproponendo (si tratta di una pallida eco di confronti storici ben più tragici…) vecchie istanze “marxiste” di organizzazione, di temperamento degli eccessi “individualisti”, da parte di una lotta (?) che si vorrebbe, in questo caso (e qui è la novità comica, più che tragica), più signorile, più “composta”, appunto… con un’egemonia di intellettuali sulle istanze della “base”, come si diceva una volta… Voglio dire: perché preoccuparsi di cosa succede là sotto? quale istanza, quale “potere costituente” vorrebbe prendere la parola e si lagna perché le masse si alienano, si reificano, si mettono a fare pompini o sesso violento? In nome di cosa si giudicano troppo “scomposte” le pratiche testuali o sessuali di un collettivo come quello che scrive su “Al di là del Buco” (con tutti i suoi limiti e defezioni)? In nome di quale “soggetto”, intero, “normale”?
Lo stigma finisce per colpire financo la “psicosi” (“Facebook e i social network come il terreno dove diviene evidente la trasformazione della relazione in commodities con tutte le ansie psicotiche che questa trasformazione comporta), con tanti cari saluti alla “schizoanalisi” (o quantomeno ai tentativi di superamento del paradigma che istituì tutte le altre forme di reclusione, secondo Foucault)… Si è tutti a rischio TSO richiesto dai sostenitori del “comune”? Dovremmo de-reificarci pena il non accoglimento in nuovi circoletti esclusivi? (…il mio punto di vista non è nemmeno “umano”, figuriamoci).

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